12 Apr, 2008

Colpo di stato mediatico all'ita(g)liana?

Inviato da gioegio 15:10 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

Attenzione! Due precisazioni
1)Per "normale" senso di responsabilità (il vostro) vi prego, nella lettura, di coniugare tutti i verbi al condizionale. 
2)Marcello Dell'Utri,condannato definitivamente a Torino a 2 anni e 3 mesi per false fatture e frodi fiscali nella gestione di Publitalia (reato per cui fu arrestato per 18 giorni nel maggio 1995 e poi patteggiò la pena in Cassazione); condannato in primo grado e in appello a Milano a 2 anni per tentata estorsione mafiosa insieme al boss trapanese Vicenzo Virga ai danni dell’imprenditore Vincenzo Garraffa; condannato in primo grado a Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; salvato dall’immunità parlamentare dalla richiesta di arresto avanzata nel 1999 dai giudici di Palermo in un processo per calunnia aggravata contro alcuni pentiti (processo chiuso in primo grado con l’assoluzione e ora in fase di appello); ecco Marcello Dell'Utri dichiara che "Sono tutte invenzioni strumentali. Apprendo tutto dai giornali ed è una cosa barbara"

Il corriere ha pubblicato sul suo sito uno scoop che potrebbe forse decidere le elezioni.
Ma solo se mandato in tv come si dovrebbe fare con una notizia di questo tipo.

http://www.corriere.it/politica/08_aprile_12/voto_scambio_utri_5e0f8c4a-085c-11dd-883b-00144f486ba6.shtml
Miccichè (non il politico siciliano) al telefono con Dell'Utri si dice convinto che l'operazione (si sta parlando della compravendita di 50mila voti) andrà in porto. «Basterà pagare qualche addetto ai lavori — dice rivolgendosi a Del-l'Utri, chiamandolo per nome —. I responsabili delle votazioni si tapperanno entrambi gli occhi quando qualcuno dei nostri si preoccuperà di recuperare tutte le schede bianche e barrare la casella col simbolo Pdl»


Invece la deontologia professionale dei giornalisti della tv ci salverà tutti.
A mezzogiorno non una parola su tg1 e tg2, rete4 e canale5.
Quelli di radio popolare però l'hanno mandata come prima notizia e hanno trattato l'argomento in maniera equilibrata http://www.radiopopolare.it/fileadmin/notiziario/notiziario_12_59.mp3
Probabilmente il Corriere ha un informatore in procura e si sbilancia. RadioPop fornisce la notizia. La tv, per ora censura.
Se il Corriere ha ragione e le intercettazioni sono quelle riportate sul sito non si capisce perchè Dell'Utri non sia ancora indagato e non abbia ancora ricevuto un avviso di garanzia.
Cosa aspettano? Non vogliono essere accusati di giustizia ad orologeria?

Come risulta da Rainews24 ( http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsID=80618):

"Una fuga di notizie come quella di oggi, in una situazione cosi' delicata, rischia di avere effetti patologici sul buon esito dell'inchiesta". Lo ha detto il pm della Dda di Reggio Calabria Roberto Di Palma, titolare dell'indagine sui presunti brogli nel voto degli italiani in America latina."
Quindi volevano semplicemente aspettare. Ovvio, le logiche della magistratura non sono quelle della politica. E fin qui ci siamo. Ora però c'è stata la fuga di notizie e sembra chiaro che Dell'Utri non aveva ancora ricevuto l'avviso di garanzia per non compromettere l'inchiesta. Volevano insomma prenderlo con le mani nella marmellata.

"Le inchieste - ha aggiunto Di Palma - non dovrebbero comparire sui giornali prima che si concludano. Oggi siamo in una fase patologica della vicenda provocata proprio dalla fuga di notizie. L'esito dell'inchiesta rischia di essere compromesso perche' sono stati pubblicati particolari che non dovevano assolutamente venire fuori. Non mi interessa tanto il problema del condizionamento del voto, perche' e' un punto di cui abbiamo parlato per tempo col Ministro dell'Interno e ritengo che quello che dovevano fare, a livello di prevenzione, sia stato fatto, come ha detto Amato. Sono problematiche che non mi riguardano Quello che mi interessa e' il resto dell'indagine, che adesso e' tutto compromesso".

Il ministro dell'interno Amato sa tutto e, come dice sempre il corriere, (http://www.corriere.it/Politica/2008/elezioni08/amato_brogli_830582fc-07ad-11dd-b1ed-00144f486ba6.shtml) i consolati sono stati allertati della possibilità di brogli.

Per concludere:

http://www.corriere.it/politica/08_aprile_12/micciche_voto_scambio_intervista_cavallaro_258213ec-0885-11dd-883b-00144f486ba6.shtml
Ma forse sarà meglio attendere fino a martedì perché solo allora, dopo le elezioni, si insedierà il nuovo procuratore dello Stretto, Giuseppe Pignatone, in arrivo da Palermo. Lo stesso che coordinò l'inchiesta su Bernardo Provenzano, il padrino arrestato da Enrico Cortese, proprio il funzionario frattanto promosso Capo della Mobile a Reggio e timoniere dell'inchiesta che coinvolge Micciché. Una coppia palermitana ricostituita per lui. E in qualche modo pure per Dell'Utri.


La magistratura si trova spiazzata dalla fuga di notizie.
I giornalisti, forti della mancanza di avvisi di garanzia per Dell'Utri e sotto pressione politica evidentemente fortissima, se ne sbattono e non danno la notizia.
La logica è perversa. La procura non manda l'avviso di garanzia per non compromettere le indagini che evidentemente allo stato attuale possono ancora essere inquinate (e lo saranno ormai, sopratutto politicamente).
I giornalisti, visto che non c'è avviso di garanzia, decidono di non parlarne. Se ne riparlerà dunque dopo le elezioni, martedì. Elezioni che probabilmente vincerà Berlusconi. E a quel punto sarà troppo tardi. Si tratterà solo di giustizia ad orologeria e di magistratura comunista.

D'altronde, come disse zio Adolf dei Nazisti Democratici, "Al vincitore non si chiederà mai se ha detto la verità"

Se la notizia dei brogli non andrà in tv sarà vera censura che, indipendentemente dalla riuscita della presunta operazione di falsificazione del voto in sud america, potrebbe essere decisiva. Notizie di questo tipo infatti cambierebbero, o almeno dovrebbero farlo, gli equilibri politici.

Dell'Utri è il numero 2 di Berlusconi ed il fondatore di Forza Italia. 
Pochi giorni fa, secondo Peter Gomez, avrebbe "chiesto" sottilmente il voto alla mafia siciliana.

* Alle 15:31 a pagina 103 del televideo Rai non si parla dei brogli all'estero e nemmeno a pagina 120 (politica).

* Alle 19:49 ancora nulla sul televideo Rai.

* Intanto Radio Popolare parla, nel suo radiotg "lungo" delle 19e30 di presunto scandalo e cita ancora Dell'Utri. Molto cauti.


* Il Manifesto questa mattina è uscito con la denuncia di possibili brogli in prima pagina.
Baciamo le schede

Rischio brogli sul voto degli italiani all'estero. Occhi puntati su cinquantamila schede bianche che la 'ndrangheta potrebbe aver manomesso a favore di uno schieramento politico. Nell'inchiesta della Dda di Reggio Calabria coinvolti un faccendiere calabrese e un parlamentare siciliano. Dell'Utri mette le mani avanti: «Non sono indagato, ho solo avuto contatti telefonici». E tira in ballo l'ex governatore di Nassiriya Barbara Contini. Oggi candidata Pdl
 

* 20:00 I titoli del TG1 e del tg di La7 non parlano per nulla di Dell'Utri o di compra-vendita di schede. Si parla di Draghi e di petrolio. Anche il TG5 pare non interessato e così il televideo Mediaset che non riporta la notizia né a pag.103 (Primo Piano) né a pag. 105 (Politica).
Purtroppo mi sono perso il tg3.

* Poi si scopre che Adnkronos riportava due giorni fa le lamentele di Sollazzo (Confederazioni Italiani nel Mondo)

ELEZIONI: SOLLAZZO (CIM), SUL VOTO ESTERO CAOS E BROGLI

Roma, 10 apr. (Adnkronos) - "L'ondata di proteste e contestazioni sul voto degli italiani all'estero e' diventata un fiume in piena. Sono migliaia, ormai, le contestazioni sulla regolarita' del voto espresso dai nostri connazionali residenti all'estero". Lo ha dichiarato Angelo Sollazzo del Partito Socialista e Presidente della CIM, Confederazione degli Italiani nel Mondo.
 

Il giorno dopo sempre Adnkronos

Reggio Calabria, 11 apr. - (Adnkronos) - A quanto apprende l'ADNKRONOS, ci sarebbero clamorosi sviluppi nell'ambito dell'inchiesta della procura di Reggio Calabria in merito a una telefonata intercettata tra un politico italiano e un uomo d'affari di origine siciliana che sarebbe legato alle 'ndrine della piana di Gioia Tauro. Massimo riserbo da parte degli inquirenti sugli accertamenti finora eseguiti che pero' potrebbero a breve sfociare in un provvedimento.

Reggio Calabria, 11 apr. - (Adnkronos) - "C'e' una inchiesta ad alta tensione della Procura di Reggio Calabria. Tanto 'incandescente' e' la materia che il procuratore reggente, Francesco Scuderi, e il pm Roberto Di Palma, la settimana scorsa sono volati a Roma per informarne il governo. L'oggetto dell'inchiesta riguarda 'possibili gravi brogli elettorali' nelle circoscrizioni all'estero, in particolare in America Latina". E' quanto afferma 'La Stampa' sottolineando che "l'inchiesta, segretissima, e' in corso".

Beh i clamorosi sviluppi hanno un nome: Dell'Utri. E per ritrovare il suo nome si ritorna all'inizio, all'articolo del Corriere della sera. Perchè di questi sviluppi non ne parla dunque nessuno se sono clamorosi?

Certo vige il silenzio elettorale. Evidentemente per silenzio elettorale si intende il divieto di dare qualsiasi notizia che potrebbe influenzare il voto. Eppure RadioPop ne ha parlato ed il tg4 ha parlato in apertura delle grandi difficoltà delle famiglie italiane. A questo punto anche questo è violazione del silenzio elettorale.

 

* Massimo Franco analizza la situazione in un articolo intitolato
"Una goccia di veleno che rischia di rovinare una sfida «normale»"

Cito alcune frasi indicative:

"La prudenza con la quale gli schieramenti registrano l'inchiesta di Reggio Calabria è contraddetta da poche eccezioni isolate."
"La reazione generale, tuttavia, è silenziosa."
"E ieri sera, in tv, sia Veltroni che Berlusconi hanno glissato sull'argomento."


Insomma in tv la notizia è censurata.
Per il resto si tenta di nascondere accuramente tutto ma sempre con grande classe e pacatamente.
Come se gli elettori fossero animali irresponsabili che reagiscono emotivamente e i politici persone di discernimento e responsabilità che vogliono garantirci un voto sereno. Allora quelli di Radio Popolare e del Manifesto sono terroristi? Toh!

* La notizia riguardante Dell'Utri è sparita dalla home page di repubblica.it
Insomma il Viminale sarà pure una casa di vetro ma non di certo l'informazione italiana. Tengono gli elettori all'oscuro di brogli e intercettazioni per il bene della Nazione.
Come dice il sito de l'Unità

"Tantissime (le schede elettorali) nelle varie circoscrizioni estere, oltre 10mila - segnalò un servizio del Tg della Tv svizzera italiana - erano in circolazione e destinate al «miglior offerente». Costo dell’operazione, secondo le indiscrezioni trapelate, 200mila euro: 400 milioni delle vecchie lire per truccare il voto degli italiani all’estero.

Notizie allarmanti, al punto da indurre il procuratore reggente della Procura di Reggio Calabria, Francesco Scuderi e il sostituto Roberto Di Palma, a volare a Roma pochi giorni fa per informare il governo.

Le notizie trapelate parlano di una massa di voti che la ‘ndrnangheta è in grado di mettere a disposizione: almeno 50mila, all’estero e nelle zone d’Italia che controlla. Un vero e proprio attacco alla libertà dei cittadini, un condizionamento del voto tanto forte da far tremare la democrazia. "

Per non far tremare la democrazia, per non mettere in pericolo la libertà dei cittadini, per avere delle votazioni "normali" come dice Massimo Franco, è meglio tenere tutto nascosto.
Grande-senso-di-responsabilità.

* Ore 23:00
Sito di repubblica.it
Silenzio assoluto sui presunti brogli di Dell'Utri
In compenso "Il Times attacca il Cavaliere sulla vicenda Totti".
Fondamentale.

Sito Corriere.it
Spariti tutti gli articoli sui brogli.
Rimane solo piccola piccola l'analisi di Franco "Goccia di veleno"
In compenso: "Telefonini con fotocamera vietati nei seggi, è giusto? Vota"
Indispensabile.

12 Apr, 2008

Errata corrige

Inviato da gioegio 00:44 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

Santanchè: «Siamo quelli che non si vergognano del nostro passato. Noi siamo quel partito incazzato con la bava alla bocca»

 Non era bava.

11 Apr, 2008

Attenzione! Comunione e Liberazione non è la mafia

Inviato da gioegio 17:59 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

Comunione e liberazione chiede ai suoi il voto per il Partito delle Libertà. Il Partito delle Libertà chiede il voto alla mafia.
Un primo passo avanti è stato fatto. Comunione e Liberazione non è la mafia. Attenzione! CL non è la mafia. 

 

"Un fatto è certo:  per gli uomini di Cosa Nostra, per i loro amici, per i loro familiari, le dichiarazioni  di Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi su Vittorio Mangano, suonano come un'esplicita richiesta di voto. L'elogio all'eroismo dell'ex capo della famiglia mafiosa di Porta Nuova, che negli anni '90 decise di non collaborare con la giustizia e di morire rispettando il giuramento criminale pronunciato vent'anni prima, nel sud  vengono interpretate come un elogio all'omertà. A questo punto è quasi inutile chiedersi per chi si schiererà la mafia, o domandarsi quali fossero le reali intenzioni del leader del Popolo della Libertà. " Peter Gomez

 

"3) Per queste ragioni noi accordiamo la nostra preferenza a chi promuove una politica e un assetto dello Stato che favoriscano quella “libertà” e quel “bene”, e che possano perciò sostenere la speranza del futuro, difendendo la vita, la famiglia, la libertà di educare e di realizzare opere che incarnino il desiderio dell’uomo. Lo facciamo in un momento storico che esige di non disperdere il voto, per non aggiungere confusione a confusione.
In particolare, invitiamo a guardare ad alcuni amici che, a partire dal personale impegno con la comune esperienza cristiana, hanno già dimostrato in questi anni di perseguire una politica al servizio del bene comune, della sussidiarietà e della libertas Ecclesiae. Ci auguriamo che essi possano continuare a documentare la novità che ha investito la loro vita, come la nostra, affinché nella loro azione si possa rendere ancora più esplicito il frutto dell’educazione ricevuta: una passione per la libertà e per il bene vissuta come carità.
"
Comunione e Liberazione. Comunicato "Elezioni 2008 Ciò che abbiamo di più caro"

11 Apr, 2008

Pacatamente

Inviato da gioegio 15:00 | Permalink Permalink | Comments Commenti (1) | Trackback Trackback (0) | politica


immagine presa dal sito http://gaa.noblogs.org/
ci sono molti altri manifesti astensionisti. e sono tutti per il non voto.
non seguirò l'invito ma sicuramente non voterò né per la pepsi né per la coca cola.

11 Apr, 2008

Ancora Bologna: i nazifascisti minacciano e il rettore Calzolari abbassa la testa

Inviato da gioegio 10:28 | Permalink Permalink | Comments Commenti (2) | Trackback Trackback (0) | politica

Pare che mercoledì 9 il "magnifico" rettore Calzolari abbia vietato la proiezione del documentario NaziRock all'università di Bologna (a Giurisprudenza) perché, così sembra, i legali del nazi-fascista Fiore hanno minacciato di intentare una causa per diffamazione contro l'università.
Il preside di giurisprudenza si è invece giustificato parlando di par condicio e di possibile influenza del documentario sul voto.
Come dire che prima del voto nessuno deve essere informato perché la cosa potrebbe danneggiare i futuri eletti.
Il documentario in compenso è regolarmente in vendita da settimane da Feltrinelli...
Insomma Calzolari e l'Università di Bologna, davanti alle minacce fasciste, abbassano immediatamente la testa e si danno all'autocensura preventiva...

Un altro esempio di gente con la schiena dritta.
In effetti giusto poco tempo fa Calzolari aveva detto, parlando del suo secondo mandato come rettore dell'università di Bologna: "Francamente è stata un’esperienza molto eccitante, ma come si dice in inglese è un wild world, un mondo selvaggio. Questo è diventato un lavoro terrorizzante."
Poveretto.


Un articolo preso dal sito http://www.nazirock.it/
Si dice che il film è stato censurato da Forza Nuova. 

Articolo da il Domani di Bologna del 10 Aprile 2008

Ancora censura per Nazirock

La proiezione del "film inchiesta" Nazi Rock, organizzato dall'associazione studentesca Sinistra Universitaria nella facoltà di Giurisprudenza di Bologna (la proiezione era in programma ieri sera alle 21) è stata «censurata » da Forza Nuova, movimento politico di estrema destra, attraverso un'azione di diffida da parte dei legali di Roberto Fiore, il segretario del movimento di estrema destra, nei confronti dell'Ateneo di Bologna e della facoltà di Giurisprudenza. «La situazione è resa ancora più grave dal fatto che il documentario è una semplice inchiesta del fenomeno fascista dilagante tra una parte dei giovani italiani - afferma il segretario della Sinistra Universitaria Alberto Aitini - Naki rock è composto da una fedele riproposizione delle testimonianze dei militanti di Forza Nuova senza alcun commento esterno. E' quindi paradossale che le persone che si pongono in rappresentanza di queste idee si oppongano alla loro diffusione». I ragazzi che avevano organizzato la proiezione si dicono anche amareggiati e delusi dall'atteggiamento assunto dal «nostro Ateneo, dal quale ci si aspetterebbe più coraggio nell'appoggiare iniziative che si propongono di fare informazione». La proiezione del film sarà comunque riproposta dall'associazione nei prossimi giorni, o negli spazi dell'università o durante la festa de l'UNIversiTA' che si terrà in piazza rossini dal 15 al 23 aprile.

11 Apr, 2008

Sui fatti di Bologna: Bertinotti e la solidarietĂ  a Ferrara

Inviato da gioegio 02:48 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

Fausto Bertinotti non è uno stupido.
E' un politico ed un sindacalista navigato. E' il candidato premier della Sinistra l'Arcobaleno, un partito che si dice anche femminista. Quindi, quando parla, io do per scontato che non ci stia donando parole buttate lì per caso.
Bertinotti poteva esprimere la sua solidarietà ai turisti che non hanno potuto vedere la piazza e il palazzo del comune.
Oppure, più opportunamente, ai manifestanti che sono stati caricati senza motivi dagli sbirri.
O al giornalista di repubblica pestato anche lui per "sbaglio" durante la manifestazione.
O alla donna incinta di sette mesi a cui è stato dato un calcio.
O alla ragazza buttata a terra e presa a calci.
O al tizio che ha avuto la fortuna di prendersi un pugno in pieno volto da un poliziotto mentre qualcun altro immortalava l'istante.
O ai soliti sette sfigati che sono stati riconosciuti dalla Digos e il giorno dopo denunciati.
O, ancora, e meglio e sopratutto, alle donne a cui Ferrara e coloro che stanno dietro Ferrara vorrebbero togliere ogni libertà.
Poteva addirittura starsene zitto e lasciare parlare i suoi.
O ordinare il silenzio a tutti.
Invece no. Bertinotti ha scelto di esprimere la sua solidarietà a Ferrara.
"Mi dispiace quanto è accaduto. A Ferrara rivolgo la mia personale solidarietà umana e politica.
Nessuno può accettare una contestazione sprezzante e violenta contro un protagonista della vita politica"

Forse dimentica che il voto è comunque e sempre personale, umano e politico.

11 Apr, 2008

In arrivo un Partito Democratico Nucleare!

Inviato da gioegio 02:20 | Permalink Permalink | Comments Commenti (1) | Trackback Trackback (0) | politica

Mentre in tutto il mondo si smantellano le centrali nucleari o si vendono progetti a paesi in via di sviluppo guardandosi bene dal costruire in casa propria, in Italia esiste una lobby pro-nucleare apertamente appoggiata da tutto il PDL, dall'UDC e, sempre meno velatamente, anche dal PD.

Dopo il fisico Gianni Mattioli che lascia il pd contrariato dall'ambientalismo del fare e dalle scelte sul nucleare, per altro per nulla approfondite in campagna elettorale, in arrivo un altro carico di, detta gentilmente, merda.

Così in disordine dunque...

INCHIESTA Il nucleare riparte da Bologna
Esponenti del Pd tengono a battesimo un master patrocinato da Alma Mater ed Enea, che formerà tecnici in grado di gestire reattori a fissione. Un'apertura verso nuove politiche energetiche?

http://www.lastefani.it/settimanale/article.php?directory=080317&block=0&id=1
http://www.lastefani.it/settimanale/article.php?directory=080317&block=0&id=2

"Vuol dire che in Italia non ci sono tecnici capaci di gestire centrali?
Attualmente, in Italia, le persone in grado di interagire con reattori a fissione – e parlo di impianti tradizionali, non di reattori di quarta generazione – saranno non più di due o trecento. Tra questi, i giovani sono davvero pochi. C'è un'esigenza di formazione: se partiremo nei tempi previsti, saremo noi i primi in Italia, ma progetti analoghi sono allo studio anche in altri atenei, per esempio a Genova.

E quindi servono corsi specialistici.
Sì. Noi abbiamo preferito puntare su un master, più che su una scuola di dottorato, proprio perché non vogliamo formare ricercatori 'puri', ma persone in grado di interagire con i processi produttivi. Certo, può darsi che le aziende a un certo punto dicano "non ci interessa più", e che anche il Paese faccia marcia indietro: in quel caso il nostro sarebbe lavoro sprecato. Ma è un rischio che bisogna correre.

[...]
Nessuno li vuole (i reattori nucleari) sul proprio territorio. Allo stesso modo, l'Italia ha detto no al nucleare, e intanto compra l'energia prodotta da dieci reattori francesi. Ma non possiamo sempre chiedere agli altri di fare a casa propria quello che non vogliamo sia fatto a casa nostra."


Sul programma del Partito Democratico è scritto chiaramente che


4. L'Italia deve impegnarsi sulle tecnologie di punta: che si tratti della cattura del biossido di carbonio per il "carbone pulito", o si tratti del metano, delle biomasse o dell'idrogeno e anche del nucleare di quarta generazione, ovvero quello a sicurezza intrinseca e con la risoluzione del problema delle scorie.

Per capire cosa si intende per sicurezza "intrinseca" forse sarà utile elencare alcuni incidenti nucleari verificatisi in Francia negli anni 90.

1990: Cinque metri cubi di acqua radioattiva sono stati scoperti presso al stazione nucleare di Fessenheim;
1990: Avaria nelle tubature della stazione nucleare di Gravelines;
1990: Il reattore della stazione di Creys-Malville viene spento a causa della scoperta di un'infiltrazione di sodio.
1990: Due operai vengono contaminati nella stazione nucleare di Blayais.
1991: Avaria nel sistema id raffreddamento nell'impianto nucleare di Belleville.
1991: Un errore umano causa lo spegnimento della stazione di Paluel.
1991: Un'infiltrazione nel sistema refrigerante causa lo spegnimento del reattore della stazione di Nogent.
1991: Un'avaria tecnica crea problemi nella stazione di Belleville.
1991: Scoperta una violazione delle tecniche di specificazione per l'impianto di raffreddaemto dell'impianto di Cattenom.
1992: Avaria tecnica nello stabilimento di Fessenheim.
1992: Avaria tecnica per un'infiltrazione nel sistema refrigerante nell'impianto di Dampierre .
1992: Due operai contaminati nell'impianto di Dampierre.
1993: Errore umano causa problemi tecnici nell'impianto di Cruas.
1993: Avaria nel sistema di strumentazione e di controllo nello stabilimento di Saint Alban.
1993: Problemi tecnici causano un incidente nel sistema di raffreddamento nella stazione di Paluel.
1997:Un treno trasportante 180 tonnellate di scorie altamente radioattive deraglia vicino il confine franco-tedesco, nei pressi di Apach.


Visto che il programma del PD non è stato presentare per gestire il paese nei prossimi 30 o 40 anni ma nei prossimi 5 c'è da chiedersi perché aprire al nucleare non come ricerca ma come fonte di energia per il paese. Il perché ce lo dice Umberto Quadrino, amministratore delegato di Edison che è pronto nei prossimi 10 anni a costruire 4 o 5 centrali nucleari di terza generazione.
Secondo
Paolo Fornaciari, ex responsabile delle attività nucleari di Enel, di anni ce ne vorrebbero solo 3 o 4.



Per capire cosa si intende invece quando si parla del problema delle scorie, evidentemente risolto anch'esso intrinsecamente dal programma del PD, è utile riportare le parole di Carlo Rubbia, noto demagogo dell'ambientalismo del no.

«Si apre a questo punto grave problema dell'eliminazione dei rifiuti
radioattivi. Con vari metodi sono inceneriti, triturati, macinati, pressati,
vetrificati e inglobati in fusti impermeabili a loro volta disposti in
recipienti di acciaio inossidabile, veri e propri sarcofaghi in miniatura.
Queste "vergogne" dell'energia nucleare vengono nascoste nelle profondità
sotterranee e marine. Non abbiamo la minima idea di quello che potrebbe
succedere dei fusti con tonnellate di sostanze radioattive che abbiamo già
seppellito e di quelli che aspettano di esserlo. Ci liberiamo di un problema
passandolo in eredità alle generazioni future, perché queste scorie saranno
attive per millenni.
La sicurezza assoluta non esiste neppure in quest'ultimo stadio del ciclo
nucleare. I cimiteri radioattivi possono essere violati da terremoti,
bombardamenti, atti di sabotaggio. Malgrado tutte le precauzioni
tecnologiche, lo spessore e la resistenza dei materiali in cui questi
rifiuti della fissione sono sigillati, la radioattività può, in condizioni
estreme, sprigionarsi in qualche misura, soprattutto dai fusti calati nei
fondali marini. Si sono trovate tracce di cesio e di plutonio e altri
radioisotopi nella fauna e nella flora dei mari più usati come cimiteri
nucleari. Neppure il deposito sotterraneo, a centinaia di metri di
profondità può essere ritenuto secondo me, completamente sicuro. Sotto la
pressione delle rocce, a migliaia di anni da oggi, dimenticate dalle
generazioni a venire, le scorie potrebbero spezzarsi o essere assorbite da
un cambiamento geologico che trasformi una zona da secca in umida, entrare
quindi nelle acque e andare lontano a contaminare l'uomo attraverso la
catena alimentare. A mio parere queste scorie rappresentano delle bombe
ritardate. Le nascondiamo pensando che non ci saremo per risponderne
personalmente."


Per concludere ecco la conferma da parte del PD del suo nuovo orientamento da "ecologia del fare".
Conferma che arriva dalle ultime dichiarazioni di Bersani, fino a qualche mese fa favorevole solo alla ricerca e non alla costruzioni di reattori sul nostro territorio, ma ora ambiguo al punto giusto.

NUCLEARE: BERSANI; PARLIAMONE CON SERENITA'

(ANSA) - PIACENZA, 25 MAR - ''Nucleare pulito? Stiamo creando le condizioni per parlarne con serenita' e chiarezza''. Il ministro per lo Sviluppo economico Pierluigi Bersani raccoglie l'invito lanciato dal libro di Chicco Testa, che sara' presentato dallo stesso Bersani nei prossimi giorni. ''C'e' sempre piu' l'opportunita' di dialogare su questo tema - ha aggiunto - grazie al lavoro che abbiamo fatto in questo anno e mezzo, con l'obiettivo di portare il Paese a prendere una decisione su basi serie. E' inutile sparare dei si' o dei no a casaccio, il sistema per il momento non e' attrezzato, ma e' quasi pronto: il nucleare e' una scelta eventuale, che pero' deve prevedere certi paletti molto chiari. Con un'operazione che trovi un deposito di superficie, che chiarisca il destino del materiale irraggiato e che rimetta l'Italia nel circuito della ricerca sugli impianti di quarta generazione ci sono le condizioni per decidere, il nucleare pulito diventerebbe un orizzonte su cui riflettere''. (ANSA). C10-DIL

Co'è questo nucleare pulito o intrinsecamente sicuro?
Ce lo spiega Scalia


"Non mi risulta che all'interno del consorzio generation four esistano significative prestazioni di ricerca sulla sicurezza intrinseca. [...] mentre si ha la pretesa di dire che il problema è praticamente risolto non meno di tre anni fa si davano miliardi di euro da parte di Europa, Usa e Giappone per finanziare sistemi di incenerimento delle scorie. Se il problema fosse davvero risolto, perché continuare ad investire così tanto in queste ricerche?"

Chi è questo Chicco Testa di cui parla Bersani?
Ex stella nascente dell'ecologismo italiano, è stato segretario e presidente di Legambiente e, in quella veste, ha promosso con successo il referendum contro il nucleare del 1987.
Poi qualcosa è cambiato. Ora infatti è Presidente del consiglio di amministrazione di Roma Metropolitane, la società che realizza la costruzione delle nuove line metropolitane di Roma. Inoltre è Senior Partner di Rothschild Italia, membro del consiglio di amministrazione di Lloyd Adriatico e RAS, Telit Communications Spa e Presidente di E.V.A., una società che sviluppa e costruisce impianti idroelettrici. Attualmente è membro dell' Expert Advisory Committee dello European Carbon Fund e Presidente del comitato organizzatore del 20° Congresso del WEC - World Energy Council che si terrà a Roma nel 2007.
Inoltre dal 1994 al 1996 Chicco Testa è stato Presidente del consiglio di amministrazione di ACEA (Azienda Comunale Energia e Ambiente del Comune di Roma.) Dal 1996 al 2002 è stato Presidente di Enel Spa, la più grande compagnia elettrica italiana. Dal 2002 al 2004 è stato membro del consiglio di amministrazione del Gruppo Riello, leader italiano dei sistemi di riscaldamento. Dal 2002 al 2005 è stato membro dell'European Advisory Board di The Carlyle Group (Private Equity) Presidente del CdA di STA Spa e Presidente del Kyoto Club. 

Al cambio di ruolo è dunque seguito un cambio di opinioni. Chicco Testa ha dato alle stampe un libro intitolato retoricamente Tornare al nucleare?
Inutile dire che in questi anni è cresciuto ed è diventato consapevole, dunque ha abbandonato l'ambientalismo del no per passare a quello dei si, del carbone e del nucleare.
D'altronde, come dice lui, chi si oppone è "demagogico".
Un esempio di demagogia è probabilmente opporsi, come ha fatto Rubbia ma anche altri scienziati, al sito che il governo italiano aveva individuato nel 2003, attraverso SOGIN e senza alcuna concertazione con la popolazione del luogo, per lo stoccaggio di tutte le scorie nucleari nel nostro paese: una miniera di sale a Scanzano Jonico, zona altamente popolata a 600 metri dal mare e a un chilometro da un giacimento di idrocarburi..
Qui e qui tutte le informazioni.

10 Apr, 2008

Universels, les droits de l’homme?

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http://www.monde-diplomatique.fr/2008/02/JULLIEN/15588

Les droits de l’homme ne sont internationalement protégés que depuis 1948. Ce sont les Nations unies qui, devant l’ampleur des crimes nazis, ont consacré leur « universalité » au travers de traités et d’organes de contrôle (commissions, tribunaux). Le concept s’est imposé, porté par les « sociétés civiles ». De n’importe quel pays, de n’importe quelle couleur, chacun a le droit d’être protégé contre l’assassinat politique, la « disparition », la torture, l’emprisonnement arbitraire, les traitements inhumains. Contre la discrimination si l’on est femme, si l’on pratique une religion – ou si l’on ne croit en aucune. Sous prétexte qu’il appartient à telle société plutôt qu’à telle autre, devrait-on accepter qu’un être humain puisse être réduit en esclavage ? Qu’un enfant soit condamné au travail forcé ?

Pourtant, cette idée d’universalité fait l’objet de contestations. Certains rappellent qu’elle a ponctuellement servi de paravent à l’impérialisme des puissances européennes au XIXe siècle (« interventions d’humanité »). D’autres la rejettent au prétexte qu’elle serait purement « occidentale ». Plusieurs intellectuels soulignent que ces droits, d’origine européenne, n’auraient pas d’équivalents dans d’autres cultures tout aussi avancées. Ces remises en cause inquiètent des associations, telle Amnesty international, qui craignent qu’elles n’aboutissent à des régressions. François Jullien considère pour sa part que la notion de droits de l’homme est contingente. Mais cela n’implique pas, pour lui, de renoncer au combat pour la dignité humaine dans le monde.
Par François Jullien

Les Occidentaux posent les droits de l’homme, et même les imposent, comme devoir-être universel, alors que ces droits sont issus d’un conditionnement historique particulier. Ils réclament que tous les peuples y souscrivent, sans exception ni réduction possibles, tout en constatant que, de par le monde, d’autres options culturelles les ignorent ou les contestent. Jusqu’où l’Europe peut-elle pousser ce déni et oublier l’agencement composite, forcé et même hasardeux, dont ces droits sont le produit au sein même de sa propre histoire ?

On peut vérifier le caractère hétéroclite, pour ne pas dire chaotique, de la fabrication de l’universel : la Déclaration des droits de l’homme de 1789, par exemple, est née de projets préparatoires multiples et même, pour une part, inconciliables ; elle a fait l’objet d’infiniment de négociations et de compromis ; elle est formée de l’association de fragments pris de divers côtés – un terme ici, une phrase ailleurs, ses articles étant repris, dépecés, réécrits (1). Elle a été reconnue, et votée, par ses auteurs eux-mêmes comme « non finie ». « Sans doute le plus mauvais de tous les projets est peut-être celui qu’on a adopté (2)  », confie l’un d’eux au soir de l’adoption.

Mais, en même temps, dès lors que tout rapport à l’événement y est mis prudemment à distance, dès lors que, par peur d’accroître les dissensions, en est écarté tout ce qui ferait paraître un enjeu trop précis, ce texte, rédigé à la hâte, où la mauvaise foi se mêle parfois à l’enthousiasme, revêt une abstraction qui le sacralise. Se présentant lui-même comme inengendré, né tout armé du cerveau des Constituants, il se pare d’une aura mythique (il a été conçu « en présence et sous les auspices de l’Etre suprême ») et prétend à une universalité de principe. A l’envers de ce qu’elle dit d’elle-même, la prétention à l’universalité ne serait-elle pas la seule façon de faire tenir ensemble, en la dépassant, une hétérogénéité menaçante ?

Si on oublie sa difficile production, le texte frappe par sa réussite historique. Toute trace de contingence effacée, le voici – et ce, légitimement – tiré vers l’idéal et le nécessaire. Au point que cette Déclaration de 1789 a fait souche (elle a été reprise dans les Constitutions françaises de 1793, 1795, 1848 et 1946, sans parler de la Déclaration universelle adoptée par les Nations unies en 1948). Certains ont même regretté, au moment de la rédaction du préambule de la Constitution française de 1946, la brièveté, la majesté, la simplicité de « notre grand texte de 1789 », tandis qu’on « sent dans le texte de 1946 que les articles ont des origines diverses, ont été pensés en plusieurs langues, traduits les uns dans les autres (3)  ». Or qu’une telle Déclaration soit constamment à réécrire montre déjà assez que l’universalité à laquelle elle prétend n’est pas donnée, mais vaut à titre d’idée régulatrice, idée jamais satisfaite et guidant indéfiniment la recherche – faisant travailler.

Il faudra donc se rappeler ce que notre invention des droits de l’homme, déclarés universels, possède, en Europe même, de contingent et par conséquent de singulier dans l’histoire des idées, si l’on ne veut plus se tromper sur l’universalité qu’on peut leur prêter. Ne s’imposant qu’à l’époque moderne, les droits de l’homme sont à l’évidence le produit d’une double abstraction (occidentale). A la fois des « droits » et de l’« homme ».

Des droits : cette notion privilégie l’angle défensif de la revendication et de l’affranchissement du sujet (de la non-aliénation) consacrés en source de la liberté (le « devoir » n’étant lui-même conçu que dans la dépendance de la notion de « droit »). De l’homme : celui-ci s’y trouve isolé de tout contexte vital, de l’animal au cosmique, la dimension sociale et politique relevant elle-même d’une construction postérieure. C’est seulement en tant qu’individu que l’« homme » est absolutisé, puisqu’il n’est conçu de but à toute association que la « conservation » de ses « droits naturels et imprescriptibles » (cf. Déclaration de 1789, article 2).

Isolation, abstraction et absolutisation, allant de pair, ont donc été le prix à payer pour ériger cet universel. Or qu’est-ce qui, en même temps, se défait sous ces opérations conjointes ? Rien de moins que ce que l’on pourrait nommer l’intégration de l’humain en son monde – intégration désignant précisément à l’endroit ce dont aliénation dit l’envers.

Deux logiques culturelles
se font face :
celle de l’émancipation
et celle de l’intégration

De façon significative, même la famille, niveau minimal d’intégration introduisant sa médiation entre l’individu et la société, est absente des Déclarations de 1789 et 1793 (et n’apparaît en 1795 que sur un mode rappelant étonnamment les « cinq relations » confucéennes : « Nul n’est bon citoyen s’il n’est bon fils, bon père, bon frère, bon ami, bon époux »). Dans la Déclaration universelle de 1948, la référence à « tous les membres de la famille humaine » reste à statut vaguement métaphorique, allusif, plus rhétorique qu’explicatif.

Ainsi, en évacuant toute dimension religieuse (l’Etre suprême de 1789 n’est invoqué qu’à titre de spectateur), en défaisant le groupe (caste, classe, gens, tribu, parenté, guilde, corporation, etc.), en refusant toute hiérarchie préétablie (puisque l’égalité y est posée en principe de base), et d’abord en coupant l’homme de la « nature » (le souci de l’environnement et de son développement durable ne nous revenant que tout récemment, comme s’il nous fallait rattraper aujourd’hui dans l’urgence ce que nous aurions inconsidérément négligé), le concept des droits de l’homme trie et prend parti dans l’humain. Or les options qu’il y inscrit ne peuvent elles-mêmes avancer de justification, du moins ultime, que celle de leur universalité. De là le cercle logique dans lequel la pensée de l’universel paraît enfermée : celui-ci est non seulement la fin, mais aussi le garant et la caution de sa propre opération d’abstraction.

De fait, deux logiques culturelles se font face : celle de l’émancipation (par l’universalité des droits de l’homme) et celle de l’intégration (dans le milieu d’appartenance – familial, corporatif, ethnique, cosmique). La question est désormais, pour le monde à venir, de savoir si elles demeureront inconciliables.

Pour mieux comprendre, essayons d’expliquer pourquoi le concept de droits de l’homme ne trouve aucun écho dans la pensée de l’Inde classique (ou, dit à l’envers, pourquoi celle-ci se découvre plutôt indifférente à son égard). En Inde – on le sait, même de loin, comme un fait massif devant lequel l’intelligence européenne est saisie d’un vacillement irrépressible –, il n’y a pas isolation de l’« homme ». Ni vis-à-vis des animaux : la coupure des êtres humains avec eux n’est qu’insuffisamment pertinente dès lors qu’on admet des renaissances des uns dans les autres et que l’animal possède également le pouvoir de comprendre et de connaître. Ni vis-à-vis du monde : l’adhérence au monde est telle qu’il n’est pas conçu d’ordre naturel dont l’homme se détacherait. Ni vis-à-vis du groupe, enfin : celui-ci, déterminé hiérarchiquement par sa fonction religieuse, est la réalité première, où l’individu ne trouve lui-même qu’un statut minimal – celui, irréductible, qui est cantonné au psycho-physiologique de ce qui souffre ou qui jouit.

La philosophie européenne ne peut pas ne pas en être ébranlée : l’« homme », en Inde, est si peu une entité que sa vie et sa mort sont vides de toute signification, destinées qu’elles sont à se répéter indéfiniment. On n’y trouve donc aucun principe d’autonomie individuelle ni non plus d’autoconstitution politique à partir desquelles des droits de l’homme soient à déclarer. Quand la liberté est le dernier mot de la pensée européenne, l’Extrême-Orient, en face d’elle, inscrit l’« harmonie » – et, à cet égard, l’Inde communique effectivement avec la Chine à travers le bouddhisme. Sans doute est-ce donc plutôt l’« Occident » qui, en introduisant la rupture – l’isolation de l’homme –, source d’effraction et, par suite, d’émancipation, fait exception.

Si l’on se réfère à la typologie des cultures, la marge d’éclosion des droits de l’homme est exiguë, en dépit de leur prétention universelle. Quand la perspective de la transcendance domine au point d’aboutir à la constitution d’un autre monde, ces droits sont résorbés dans un ordre qui les dépasse, cosmique ou théologique. Quand c’est celle de l’immanence qui prévaut, ils ne sont pas en mesure de se détacher du cours spontané des choses et ne peuvent émerger des rapports de forces.

L’islam, à l’évidence, est dans le premier cas. Le Coran et la tradition qui en émane fixent une loi qui, de création divine, atteindrait le « sommet final dans la réglementation des rapports humains (4)  ». La peur du Jugement dernier, élément premier de la foi islamique, ne reconnaissant pas aux droits de l’homme de plan autonome où se déployer, elle les réduit à l’insignifiance.

C’est l’abstraction
dont ils procèdent
qui les rend communicables
à d’autres cultures

La Chine est dans le second cas. Car comment dit-on « droits de l’homme » en chinois, en le traduisant de l’« occidental » ? Ren (« homme »)-quan. Désignant en propre la balance et l’opération de la pesée, quan sert à dire aussi bien le « pouvoir », notamment politique (quan-li), que ce que nous entendons par « circonstance » ou par « expédient » (quan-bian, quan-mou) : ce qui, par sa variation et s’opposant à la fixité des règles (jing), permet à la situation de ne pas se bloquer, mais de continuer d’évoluer conformément à la logique du processus engagé. Aussi, que ces deux sens se rejoignent au sein du terme qui sert à traduire « droit(s) » quand on dit « droits de l’homme » rend manifeste la torsion subie – même si cette greffe étrangère a bien pris en chinois moderne : quand ils revendiquent les droits de l’homme, les jeunes Chinois de la place Tiananmen savent désormais comme les Occidentaux de quoi ils parlent. Reste qu’on ne peut faire fi de l’écart précédent des pensées, au risque, sinon, de renoncer à la clairvoyance de tout engagement politique.

La revendication d’une universalité des droits de l’homme viendrait-elle du fait que le mode de vie occidental, né du développement à la fois de la science et du capitalisme, a fini par s’imposer dans le reste du monde et qu’il est donc désormais nécessaire – ou fatal – d’adopter l’idéologie des rapports humains, à la fois sociaux et politiques, allant de pair avec ces transformations ? Ou bien cette légitimité viendrait-elle de ce que la pensée européenne qui a porté les droits de l’homme exprime effectivement un progrès historique : de ce que, à l’instar du développement de la science à partir du début du XVIIe siècle et contemporains de celui-ci, ils constituent un gain pour l’humanité qui, comme tel, ne se serait produit lui aussi que dans la seule Europe ? Outre que cette justification vaut accusation, au moins tacite, de toutes les autres cultures, sa critique tombe sous le sens, y compris de l’ethnocentrisme le plus obtus : car au nom de quoi jugerait-on d’un tel progrès si ce n’est déjà au sein d’un cadre idéologique particulier ?

Cette objection montre que toute justification idéologique d’une universalité des droits de l’homme est sans issue. Plutôt que d’en émousser le concept en le livrant à des accommodations qui rendraient les droits de l’homme transculturellement acceptables, parce qu’au rabais, il faudrait prendre le parti inverse : celui de faire fond sur leur effet de concept, dont ils tirent un gain à la fois d’opérativité et de radicalité. Car, d’une part, c’est bien l’abstraction dont ils procèdent qui seule, en les détachant de leur culture et milieu d’origine, les rend communicables à d’autres cultures : autrement dit, ce n’est pas seulement parce que l’Occident les a promus au moment où il accédait au sommet de sa puissance et pouvait prétendre, par impérialisme, les imposer au reste du monde qu’on en débat aujourd’hui entre les nations ; mais aussi parce que ce statut d’abstraction les rend isolables, donc intellectuellement maniables, commodément identifiables et transférables, et en font un objet – outil – privilégié pour le dialogue. On ne pourrait par exemple faire de l’« harmonie » un enjeu comparable, internationalement discutable entre les cultures (5).

D’autre part, leur capacité de radicalité – ou nudité – conceptuelle fait qu’ils se saisissent de l’humain au stade le plus élémentaire, à ras d’existence. Ils l’envisagent sous cette ultime condition : en tant seulement qu’il est né. Or, sous cet angle, c’est moins l’individu qui est visé que le fait simplement qu’il y va de l’homme. « De l’homme » n’étant pas tant ici un génitif possessif (au sens de : qui appartient à l’homme) que partitif : dès lors qu’il y a de l’homme qui est en cause, un devoir-être imprescriptible, a priori, apparaît.

Mais une telle radicalité n’aurait-elle été conçue qu’à propos des droits de l’homme et dans le cadre européen ? Pensons, selon l’exemple chinois, au cas de celui qui, apercevant soudain un enfant sur le point de tomber dans un puits, est aussitôt pris de frayeur et fait un geste pour le retenir (non parce qu’il entretiendrait une relation privilégiée avec ses parents, ou qu’il voudrait s’en faire un mérite, ou qu’il craindrait sinon d’être blâmé...) : ce geste nous échappe, il est complètement réactif ; nous ne pouvions pas ne pas le faire. Or, selon le philosophe chinois Mencius (6), « qui n’a pas une telle conscience de la pitié n’est pas homme ». Bref, qui n’aurait pas tendu le bras « n’est pas homme ». Plutôt que de partir d’une définition de l’homme qui nécessairement serait idéologiquement déterminée et, de ce fait, particulière, Mencius fait surgir – et ce, négativement, lui aussi, à partir de son défaut inadmissible – ce qui, en soi, en tant que réaction incontrôlée d’« humanité », a vocation d’universalité. Il ne s’agit donc pas là d’un « universalisable » en tant qu’énoncé de vérité ; mais est universalisant ce refus irrépressible : de laisser l’enfant tomber dans le puits. Et ce cri qu’on jette (ce bras qu’on tend) devant cet enfant sur le point de tomber dans le puits est à l’évidence, sans qu’il soit besoin d’interprétation ni de médiation culturelles, celui – « foncier » – du sens commun de l’humain. Prendre en compte, autrement dit, la disparité des cultures et la façon dont elle nous oblige à débusquer l’impensé de notre pensée n’est pas pour autant renoncer à l’exigence du commun.

La capacité universalisante des droits de l’homme tient plus encore à cet autre fait : leur portée négative (du point de vue de ce contre quoi ils se dressent) est infiniment plus ample que leur extension positive (du point de vue de ce à quoi ils adhèrent). Car si, du point de vue de leur contenu positif, on sait désormais combien celui-ci est contestable (par son mythe de l’individu, du rapport contractuel associatif, par sa construction du « bonheur » comme fin dernière, etc.), s’ils ne peuvent par conséquent prétendre enseigner universellement comment vivre (en exigeant que leur éthique soit préférée à toute autre), ils sont un instrument incomparable, en revanche, pour dire « non » et protester : pour marquer un cran d’arrêt dans l’inacceptable, caler sur eux une résistance.

Outil indéfiniment reconfigurable (c’est pourquoi on réécrit à chaque nouveau moment historique leur Déclaration) en même temps que transculturellement sans limites (dès lors qu’il élève une protestation décontextualisable et « dénudée » : au seul nom de l’être né) : les droits de l’homme nomment précisément cet « au nom de quoi », d’ultime recours, qui, sans eux, resterait sans nom et donc laisserait sans capacité d’intervenir et de s’insurger. Or, que cette fonction négative, insurrectionnelle, l’emporte sur la dimension positive de la notion, rejoint la fonction plus générale qui fait la vocation de l’universel : celle de rouvrir une brèche dans toute totalité clôturante, satisfaite, et d’y relancer l’aspiration. Car le fait n’est-il pas aisément constatable ? Tous ceux qui, de par le monde, invoquent les droits de l’homme n’adhèrent pas pour autant à l’idéologie occidentale (et même la connaissent-ils ?) ; mais ils trouvent dans ceux-ci l’ultime argument ou plutôt instrument, repris inlassablement de main en main et disponible pour toute cause à venir, non pas tant pour dessiner une nouvelle figure d’opposition, dont on peut toujours soupçonner qu’elle fait encore jeu commun avec son partenaire-adversaire, que pour – plus radicalement – refuser.

Alors que l’opposition toujours est diverse parce qu’orientée par son contexte, le refus se désolidarise initialement de ce qu’il rejette et vaut comme geste unique : ouvrant soudain sur l’inconditionné en faisant crier à nu ce que j’évoquais précédemment, à titre de notion ultime et même indépassable, comme le sens commun de l’humain. Or, sur leur versant négatif, les droits de l’homme réussissent à dire exemplairement cette universalité du refus.

Cela nécessite de se « déboîter » quelque peu de nos termes usuels. Plutôt que de revendiquer une universalité arrogante des droits de l’homme qui nous condamnerait à méconnaître, dans un déni qui leur est mortel, combien ils sont culturellement marqués ; ou alors de renoncer, par dépit théorique, à l’arme insurrectionnelle, de protestation, qu’ils constituent et qui peut a priori servir universellement en tous lieux de notre planète (en quoi ils sont, jusqu’à ce jour, sans équivalent ni remplaçant possibles), mieux vaut ouvrir une déviation dans nos mots. Et, par la notion d’universalisant, exprimer à la fois deux choses :

— au lieu de supposer aux droits de l’homme une universalité qu’ils posséderaient d’emblée, l’universalisant donne à entendre que de l’universel s’y trouve en cours, en marche, en procès (qui n’est pas achevé) : en voie de se réaliser ;

— en même temps, au lieu de se laisser concevoir comme une propriété ou qualité passivement possédée, l’universalisant fait entendre qu’il est facteur, agent et promoteur : qu’il est en lui-même vecteur d’universel, et non par référence et sous la dépendance de quelque représentation instituée.

Le caractère universalisant des droits de l’homme est donc de l’ordre, non du savoir (du théorique), mais de l’opératoire (ou du pratique) : on les invoque (ils « interviennent ») pour agir, dès l’abord, sur toute situation donnée. D’autre part, leur extension n’est pas de l’ordre de la vérité, mais du recours.

Une telle radicalité
n’aurait-elle
été conçue que dans
le cadre européen ?

Ce qui distingue l’universalisant de l’universalisable est précisément une telle différence de plan. L’universalisable est ce qui prétend à la qualité d’universalité, en tant qu’énoncé de vérité. Aussi rencontre-t-il inévitablement l’épineux problème de son pouvoir-être : devant justifier au nom de quoi cette extension qu’il s’arroge est légitime, l’universalisable court toujours le danger d’être taxé d’une prétention abusive en s’accordant plus que ce à quoi il a droit (puisqu’il n’est pas l’universel avéré) ; d’être tenu pour frauduleux, par conséquent, ou pour le moins litigieux. L’universalisant, quant à lui, est indemne de ce problème de légitimité : puisqu’il est ce qui fait surgir – par défaut et de façon opératoire – de l’universel, il ne prétend pas, il fait ; et l’on mesure sa valeur à la puissance et à l’intensité de cet effet.

Disons ainsi que les droits de l’homme sont un universalisant fort ou efficace. Car la question, avec les droits de l’homme, n’est plus de savoir s’ils sont universalisables, c’est-à-dire s’ils peuvent être étendus comme énoncé de vérité à toutes les cultures du monde – ou plutôt, dans ce cas, la réponse est « non » ; mais de bien s’assurer qu’ils produisent un effet d’universel servant d’inconditionnel (telle est leur fonction d’arme ou d’outil négatif) au nom de quoi un combat a priori est juste, une résistance légitime.
François Jullien.

(1) Lire Les Déclarations des droits de l’homme de 1789, textes réunis et présentés par Christine Fauré, Payot, coll. « Bibliothèque historique », Paris, 1988 ; cf. aussi Marcel Gauchet, La Révolution des droits de l’homme, Gallimard, coll. « Bibliothèque des histoires », Paris, 1989.

(2) Adrien Duquesnoy, député de Bar-le-Duc, cité dans Christine Fauré, Les Déclarations..., op. cit., p. 16.

(3) Georges Vedel, cité dans Christine Fauré, Les Déclarations..., op. cit., p. 17. Le préambule de la Constitution de 1946 (comprenant une Déclaration des droits sociaux, dont le droit au travail) a été repris dans la Constitution du 4 octobre 1958, actuellement en vigueur.

(4) Sami A. Aldeeb Abu-Salieh, Les Musulmans face aux droits de l’homme, Dieter Winkler, Bochum, 1994, p. 14.

(5) C’est cet argument de l’« harmonie » qui est systématiquement avancé par les dirigeants chinois pour faire pièce à la postulation occidentale des droits de l’homme ainsi qu’à la dénonciation que les Occidentaux font de leurs violations en Chine. Comme le remarque la presse chinoise ces derniers mois, les Jeux olympiques, refusés à Pékin une première fois au nom des droits de l’homme, mais concédés pour 2008 sous la pression des intérêts économiques et de leur réalisme politique, font monter en puissance ce conflit de valeurs.

(6) Nom latin de Meng-tsu (vers 372-289 av. J.-C.).

8 Apr, 2008

Bologna (r)ossa

Inviato da gioegio 16:40 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

«Edoardo, il bimbo di Sergio Cofferati e Raffaella Rocca, è stato battezzato nella chiesa parrocchiale dei santi Giuseppe e Ignazio. Il padrino è Pierluigi Stefanini, presidente di Unipol. Una cinquantina gli invitati: molti esponenti di partito. Un tocco di glamour l´ha offerto Sabrina Ferilli, accompagnata da Flavio Cattaneo, ex direttore Rai»


Pierluigi Stefanini è Presidente di Unipol Gruppo Finanziario.
È stato Presidente e Amministratore Delegato di Unipol Assicurazioni dal 9 gennaio al 30 giugno 2006, ricoprendo successivamente solo la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione.
Dall'aprile 2007 è Presidente di Unipol Banca e di Aurora Assicurazioni.
Dal 1990 al 1998 è stato Presidente della Legacoop di Bologna, dal 1995 al 1998 Vice-Presidente della Legacoop Regionale Emilia-Romagna, dal 1996 al 1999 Vice-Presidente della Banca di Bologna (Banca di Credito Cooperativo) e, dal 1998 al 2006, Presidente di Coop Adriatica.
Siede nel Consiglio di Amministrazione di Finsoe (dal 1998) e di Holmo (dal 2001), di cui è stato anche Presidente fino al gennaio 2006.
È inoltre Consigliere di Amministrazione della Banca Monte dei Paschi di Siena e di BNL (dal 2006), della Fondazione Cassa di Risparmio di BolognaSocietà Aeroporto G. Marconi di Bologna (dal 2004).
È inoltre componente del Consiglio della Camera di Commercio, Industria, Artigianato, Agricoltura di Bologna (dal 2003). (dal 2005) e della


Flavio Cattaneo 
Laureato in Architettura presso il Politecnico di Milano, ha altresì una formazione specialistica in materia di gestione aziendale. Dal marzo 2006 è Presidente di Terna Participações S.A., società controllata da TERNA S.p.A.. Dal gennaio 2008 è Consigliere indipendente in Cementir Holding S.p.A..
Ha ricoperto rilevanti posizioni di responsabilità ed amministrazione in diverse imprese italiane nei settori radiotelevisivo, dei servizi, delle nuove tecnologie, edile, di pubblici servizi e facilities. Dal 1999 alla guida dell’ex Ente Autonomo Fiera Internazionale di Milano quale Commissario Straordinario, ne ha poi curato la quotazione in Borsa come Fiera di Milano S.p.A., diventandone Presidente ed Amministratore Delegato fino al 2003.
E’ stato Consigliere di Amministrazione di numerose società nel settore energetico (dal 1999 al 2001), tra cui: la AEM S.p.A. di Milano (con la carica di Vicepresidente), la Serenissima Gas, la Triveneta Gas S.p.A., la Seneca S.r.l. e la Malpensa energia. Da aprile 2003 viene designato al vertice della tv pubblica R.A.I. S.p.A. quale Direttore Generale fino ad agosto 2005 curando anche la fusione con Rai Holding e la separazione contabile.

8 Apr, 2008

La crocetta del cittadino

Inviato da gioegio 11:10 | Permalink Permalink | Comments Commenti (1) | Trackback Trackback (0) | politica
Marco d'Eramo, da il Manifesto di martedì 8 aprile 08.

Cittadina/o: incarnazione dell’essere umano che si manifesta
in un solo irripetibile gesto, ogni due, tre o quattro
anni. Cittadina/o è colei/ui che fa una croce su un foglio
di carta in un separé ligneo la cui forma accosta il rito
del voto alla memoria dei vespasiani. Uscito dal bugigattolo
elettorale, il bipede umano smette la sua veste di
cittadina/o che riporrà nel guardaroba, con adeguata
naftalina antitarme, per riesumarla e indossarla alla
prossima scadenza.
O per lo meno è così che ci vorrebbe chi ci governa,
ma non riesce a dominarci (non del tutto, almeno). Però
troppo spesso è così che finiamo per vederci noi stessi
che insieme sopravvalutiamo e snobbiamo questa croce
(un «per»? un «più»? un simbolo religioso? un’ammissione
di analfabetismo?), come se il nostro destino fosse
tutto appeso a questa statistica di milioni di crocette individuali,

In realtà il nostro vivere politico è multidimensionale:
una dimensione - non la più importante
- parlamentare, che si esprime nella
fatidica crocetta; una sociale: quella dei conflitti,
degli scioperi, dei movimenti, delle manifestazioni
no-global; una culturale che si batte
contro i pilastri dell’ideologia conservatrice,
contro la «società dei proprietari» e per non solo
la libertà religiosa, ma anche la libertà dalla
religione; una comportamentale, dei gesti spiccioli,
in cui ognuno di noi fa politica con l’ospitalità
verso gli immigrati o la carta e i vetri nella
raccolta differenziata.
Da questi ultimi tre punti di vista, quasi nulla
ci offre la dimensione puramente elettorale

[...]

Astenersi allora? No. Allora votare per quel
che passa il convento, visto che al gioco elettorale
bisogna partecipare secondo le regole e i limiti
elettorali. Perché non votare è già un voto,
proprio come non decidere è una decisione

[...] il centro dello scontro politico oggi si situa
altrove, e ricordando che mai un parlamento
eletto ha approvato «buone leggi» senza una
forte pressione dall’esterno. Tutte le riforme degne
di questo nome, dal voto alle donne conquistato
dalle suffragette, alle ferie pagate del
fronte Popolare, allo statuto dei lavoratori dell’autunno
caldo, al divorzio e all’aborto, tutto è
avvenuto solo su pressione esterna da parte di
movimenti di piazza, violenti e non violenti.
Il voto non cambieràmolto (anche se un esito
diverso negli Usa avrebbe forse risparmiato
al mondo una guerra in Iraq). Però con le elezioni
avviene quel che capita con le «libertà formali
» che non rendono davvero liberi, ma la
cui assenza rende davvero schiavi. Così il voto
ha scarsa influenza, ma le società che non votano
stanno parecchio peggio. Accettiamo quindi
di (ap)portare la nostra croce.

4 Apr, 2008

Il Manifesto e Liberazione rispondono a Ferrara

Inviato da gioegio 13:28 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

Dopo il mio pensierino su Ferrara e la tolleranza riporto qui tre articoli che spiegano meglio come e perchè ad essere violento non è chi ha contestato, contesta e contesterà Ferrara...

A Bologna libertà violata
ma non dalla frittata antiFerrara
  (da www.liberazione.it del 04/04/2008)

Gaia Maqui Giuliani
Una violenza simbolica e discorsiva che poi diviene violenza reale, con conseguenze pesanti sulla vita delle persone, quando, all'occasione, l'obiettore di coscienza rende impossibile il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza o l'assunzione dell'RU486, o quando l'amministrazione locale non apre o dismette i consultori territoriali, lasciando le donne da sole.
Violenza intesa come impossibilità a scegliere, come negazione dell'ultima scialuppa di salvataggio a chi, malcapitata, non ha potuto o non è riuscita a tutelarsi da una gravidanza indesiderata o capisce di non essere abbastanza forte da mettere al mondo una creatura con problemi fisici e mentali.
Questa violenza, che disciplina corpi e pensieri, che mortifica e colpevolizza chi sceglie di non diventare madre buttandole addosso l'accusa di "omicidio" e paragonando la sua azione alla pena di morte è stata accolta, ieri in Piazza Maggiore a Bologna, da una "violenza" caotica ma compatta, fatta di urla, mani alzate con indici e pollici a forma di vagina, e lancio di pomodori e uova. Una "violenza" tumultuosa, sgangherata talvolta, fatta di disorganizzazione e spontaneità. E, se anche c'era stato un progetto di contestazione, rimbalzato nelle liste on-line e in un'assemblea che aveva chiamato a raccolta spazi sociali autogestiti e alcuni gruppi di donne, le transenne che circondavano la piazza - innalzate come se si trattasse di bloccare l'assalto dei lebbrosi al palazzo di cristallo - rendevano quello stesso progetto tutt'altro che ben organizzato.
La Rete delle donne di Bologna, e tutti i collettivi e le realtà femministe e lesbiche che ad essa fanno riferimento, non aveva ritenuto giusto dare al duetto antiabortista alcuna possibilità di accrescere, mediante la contestazione, una visibilità che altrimenti si sarebbe concretizzata in quattro anziani, i classici quattro astanti che chiacchierano di politica di fronte alla basilica di San Petronio. E avevano visto giusto: lasciar rimbombare nel vuoto di una piazza deserta quelle frasi intimidatorie rivestite da retorica salva-vita sarebbe stato forse lo smacco più grande. Piuttosto, la Rete, che lo scorso 8 marzo aveva portato in piazza quattromila persone, avrebbe desiderato costruire, con alcuni dei soggetti presenti alla contestazione, un percorso di lotta duraturo e condiviso e non un'azione schiacciata sull'evento della presenza del duetto a Bologna. Ma molti non hanno resistito e sono andati comunque a contestare o solo a dare un'occhiata. Erano soprattutto uomini, e uomini eterosessuali, e tra le donne, la maggior parte erano ragazze molto giovani. A quella "violenza" caotica ha risposto una violenza che faceva e fa il paio, perfettamente, con la violenza epistemica del discorso antiabortista: quella dei poliziotti sotto il palco e dei carabinieri nella adiacente Piazza del Nettuno. I primi, così come i secondi, hanno caricato a freddo, una, due, tre volte, colpendo chi, armato di pomodori e bottigliette d'acqua, come le ragazze-mignon in prima fila sotto al palco, si è accasciato sotto i colpi dei manganelli dei poliziotti-armadio.
In tal senso la libertà di espressione non è stata violata nel senso descritto da Miriam Mafai sulle colonne del quotidiano La Repubblica : alla presenza del duetto antiabortista, è corrisposta infatti una contestazione non solo prevista, ma voluta dagli stessi organizzatori del comizio. Basti dire che l'ufficio stampa di "Aborto? No, grazie" aveva mandato una email nella lista della Rete delle donne di Bologna, perché voleva, pretendeva, che vi fosse contestazione. Per questo alcuni gruppi femministi avevano deciso di fare altro, come ripetere l'azione "Adotta un consultorio" e affiggere, la notte prima, sui muri della città delle vignette con "pensierini" in difesa dell'autodeterminazione delle donne. Piuttosto quella stessa libertà è stata "ripartita in modo diseguale": picchiare persone con il manganello rovesciato in risposta ad una frittata fatta di urla, uova e pomodori dovrebbe far riflettere sulle modalità d'accesso (differenziato) alla libera espressione e sul livello di esasperazione che aleggia nel Belpaese e che è diretta conseguenza della (considerata lecita) violenza simbolica del continuo attacco alle conquiste delle donne.


L'ortaggio a Giuliano Ferrara (da www.ilmanifesto.it del 04/04/08)
Marco Bascetta
Il lancio di verdure dal loggione non segnò la fine del teatro. Il lancio di verdure su un palco elettorale non segnerà la fine della democrazia. Si tranquillizzi Miriam Mafai. L' insegnamento che lei e il suo giornale quotidianamente ci impartiscono si ispira alla più classica predica che ogni arcigna istitutrice impartisce ai suoi educandi: «Se da bambino rubi la marmellata, da grande sarai un delinquente». Ma le ragazze e i ragazzi che a Bologna hanno contestato Giuliano Ferrara non sono bambini e più che rubare rischiano di essere derubati, di diritti e di libertà. Scomodare poi il povero Voltaire, in un paese che farnetica di «tolleranza zero», è quanto di più sfacciato si possa immaginare. E, del resto, ai tempi di Voltaire non c'erano i monopoli radiotelevisivi né i grandi gruppi editoriali. Che esista una simmetria, una «pari opportunità» tra le diverse voci, tra i diversi soggetti dell'agire politico e sociale, è una vergognosa finzione. Risponda la democratica editorialista con un po' di onestà: se si fosse organizzata in un centro sociale un'assemblea contro Ferrara, anche tre volte più folta dello sparuto gruppetto che lo applaude, quante righe avrebbe dedicato la Repubblica all'evento? Continuare ad agitare lo spettro della violenza, che si tratti di fischi, scritte murali, lancio di ortaggi o di mendicanti e lavavetri, finirà coll'essere, oltre che una scemenza, un'istigazione. Se occupare un edificio o entrare in un cinema senza pagare può significare a Bologna un'accusa di insurrezione contro lo stato, non è forse, questo, un invito a fare almeno sul serio? Il ceto politico e la grande stampa hanno perso il senso delle proporzioni. Per chi ha potere e chi non ne ha non vige lo stesso galateo. Chi dispone di tutti gli amplificatori per accusare decine di migliaia di donne di omicidio può ben incassare qualche pomodoro in piazza.

 

L'uovo democratico
Mariuccia Ciotta (da il Manifesto, 5 aprile 08)
Un mondo migliore iniziò nel febbraio 1968 quando un gruppo di «dreamers», come li chiamerà Bernardo Bertolucci, manifestarono davanti alla Cinémathèque di Parigi. Volarono sampietrini. Un manifesto poi l'immortalò con la scritta «La bellezza scende in piazza», riprodotto in decine di libri che celebrano in questi giorni i 40 anni del maggio francese. I contestatori si chiamavano, tra gli altri, Jean-Luc Godard e François Truffaut, protestavano contro il governo De Gaulle che aveva rimosso il fondatore della cineteca, il «dispensatore generoso di poesia e meraviglie» Henri Langlois.
Era stata tolta, allora, la parola al potere, ai più forti, e restituita ai «sognatori» senza palcoscenico, senza televisioni, che difendevano il diritto ad alzare la voce contro la violenza delle gendarmie politiche e mediatiche. Dietro la levata di scudi in difesa di Giuliano Ferrrara, che in questi giorni copre l'intero «arco parlamentare» (con qualche significativa eccezione), c'è la criminalizzazione del dissenso politico, che in più articoli di commento è attribuito a quella stagione politica, sorgente degli «anni di piombo», testualmente evocati in merito ai lanciatori di uova e di ortaggi di Bologna.
In controluce l'inchiostro versato sulle pagine dei giornali visualizza un corpo insorgente creduto morto, una massa selvaggia «malata di ideologia», che pretende il «diritto all'intolleranza», una feccia risorta dall'aldilà, estranea alla democrazia. Residui di una «certa sinistra», nel migliore dei casi. Ai duemila contestatori viene negato infatti un «luogo» mentale e politico, sono solo appartenenti a «centri sociali», covi non identificabili, indicibili. Mentre, evidentemente erano riconoscibili come militanti della sinistra di base, appartenenti a collettivi femministi e alla sinistra arcobaleno, in aperto contrasto con i vertici.
La maggioranza dei difensori di Ferrara non ne condivide affatto le idee, rifiuta di definire l'interruzione di gravidanza un omicidio, e potrebbe senza fatica schierarsi con i suoi avversari. Dunque perché tanto scandalo di fronte a una piazza che lancia pomodori secondo la tradizione del loggione in faccia al tenore stonato? Con un capovolgimento di senso, si attribuisce ai contestatori un atto di lesione della democrazia, e anche le più altre cariche istituzionali si sentono chiamate alla solidarietà, perché «tutti hanno diritto di parlare» senza essere interrotti. È vero il contrario, una democrazia non esiste senza il diritto alla protesta, senza che il senatore di turno veda incrinato il flusso della sua arringa contro la libera scelta delle persone. E questa unanimità mette i brividi, altro che i lanciatori di cavoli, perché converge, tutta, verso la censura di ogni forma di estraneità al pensiero unico, all'interpretazione banale della democrazia, dove il dissidente è espulso ed etichettato come terrorista. È questa la prova dell'asfissia della politica, che ci mostra in queste ore la crisi della rappresentanza in una campagna elettorale soporifera, bipartisan. Ieri erano i fischi contro sindacalisti e deputati, oggi l'uovo che Ferrara ha stampato trionfalmente sulla testata del suo giornale. Non gli «stupidi» manifestanti, come qualcuno ha scritto, hanno dato visibilità al crociato - una volta «cattivista» in guerra di civiltà e ora vittima buonista - ma il coro dei feroci moderati, uniti nella casta che giudica chi ha il permesso di entrare nel loro salotto.

3 Apr, 2008

Sulla tolleranza, su Ferrara e sull'aborto

Inviato da gioegio 22:14 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica
Nella sua "Lettera sulla tolleranza" (1685) Locke afferma che, in materia di opinioni e coscienza, l'intolleranza non è mai legittima con l'eccezione degli atei e dei cattolici.
I primi perché non riconoscevano la Divinità, l'unica fonte di ogni morale.
I secondi perché chiedevano la libertà in nome dei principi altrui (oggi potremo dire la laicità dello stato) per poi toglierla ad altri in nome dei propri.
La libertà che invocavano non era un ideale da declinare concretamente nella garanzia della libertà di tutti ma solamente uno strumento da usare per raggiungere un regime di libertà per essi soli.
Perciò John Locke chiedeva l'intervento civile contro questo gruppo che attentava all'ordine giuridico.
Se è vero che gli atei non sono mai stati in quanto tali una minaccia di sovversione per l'ordine giuridico non possiamo purtroppo dire lo stesso di alcuni cattolici ed in generale di tutte le religioni, in particolar modo quelle monoteiste, quando si arroccano nelle proprie verità senza esercitare il dubbio e la vera tolleranza.
I cattolici infatti riconoscono lo stato ma non possono non riconoscere e non obbedire a un'autorità che allo stato si considera superiore, la Chiesa Cattolica. Detto in parole povere può anche essere stato fatto un referendum nel 1981 che ha visto il popolo italiano approvare a larga maggioranza la legge 194 ma i cattolici, non tutti ovvio, soltanto alcuni tipi di cattolici, si attiveranno ad ogni occasione per contrastarla in tutti i modi, interferendo così nell'esercizio della libertà democratica altrui.
Attuale come non mai Locke. Pensiamo a quei parlamentari cattolici che, reclamando la libertà di coscienza (la loro), sono pronti a votare leggi che tolgono la libertà ad altri (la legge 40 ad esempio) o a bocciare proposte di legge che vogliono finalmente dare diritti a chi ancora non li ha (le coppie gay ad esempio).

Attenzione, il problema non sta nello scegliere in coscienza, seguendo o meno i dettami della Chiesa, cosa fare del proprio corpo e dell'embrione o feto che porta dentro di sé - e già qui si escluderebbero tra l'altro tutti gli uomini dal dibattito.
Il problema si crea quando un cattolico, un certo tipo di cattolico evidentemente, decide in coscienza - una coscienza formatasi all'interno della gabbia che la Chiesa crea per lei - che tutti gli altri, compresi i non cattolici, debbano per legge civile seguire la legge morale che lui stesso si sente in dovere di seguire.

Per essere più chiari è bene citare direttamente il codice di diritto canonico

Can. 209 - §1. I fedeli sono tenuti all'obbligo di conservare sempre, anche nel loro modo di agire, la comunione con la Chiesa.

§2. Adempiano con grande diligenza i doveri cui sono tenuti sia nei confronti della Chiesa universale, sia nei confronti della Chiesa particolare alla quale appartengono, secondo le disposizioni del diritto.

Can. 212 - §1. I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa.

Detto ciò si capisce bene come per alcuni la democrazia, per quanto riguarda alcune questioni, non conti assolutamente nulla. L'unica autorità in merito è quella della Chiesa Universale Cattolica. Fintanto si fermassero alle proprie scelte personali la cosa non porrebbe problemi a nessuno. Pensano che abortire non sia giusto? Bene, non lo fanno. Ma quando si sconfina nella libertà degli altri allora la faccenda si complica e diventa, giustamente, pericolosa.

Se per libertà si intende l'essere liberi da costrizioni esterne allora si può dire che il cattolico è chiaramente schiavo, magari anche gioiosamente ma non è questo il punto, della norma della Chiesa ed, in ultima istanza, del Pontefice Vicario di Cristo in terra: un uomo che si dichiara infallibile e che in terra, facendo le veci di Cristo, ha suprema "potestà di giurisdizione" su tutti i fedeli. Attualmente stiamo parlando di Joseph Alois Ratzinger.
Ma non è finita. Schiavo come si ritrova, questo cattolico non solo rinuncia alla propria libertà (di ragione e di azione) ma si prodiga attivamente per toglierla ad altri che cattolici non sono e che quindi non hanno nulla a che fare con le leggi morali cui lui è tenuto a rispettare.
Si svela qui il grande progetto papale: annientare, tramite l'attacco al relativismo, la libertà di ognuno di scegliere per sé e sostituire a questa libertà la dittatura della Chiesa su scienza e coscienza.

Perché dico questo? Perché Ferrara con la sua lista Aborto no grazie ha l'obiettivo di vietare l'aborto in Italia attraverso una legge dello stato. Dunque di usare la sua libertà di decidere in coscienza cosa fare e non fare per vietare qualcosa ad altri limitando di fatto la loro libertà più intima. Giuliano Ferrara si comporta esattamente con il cattolico che fa paura a Locke.
Per vietare l'aborto, visto che si tratta di questioni controverse e delicatissime, sia scientificamente che moralmente, e dopo che il popolo italiano si è espresso con un referendum, il massimo strumento di democrazia diretta presente oggi in Italia, è necessario indire e vincere un nuovo referendum. Questo ovviamente dando per scontato che il sistema dei media italiano, quello che deve informare e orientare l'opinione pubblica, sia in grado - e non lo è - di fare il proprio dovere.
Nonostante ciò il referendum le gerarchie ecclesiastiche non lo vogliono chiedere direttamente. Perché sanno di perdere. E proprio per questo prendono cautamente la distanza dalla lista di Ferrara. Non per ragioni di merito - "nobile intento" - ma solamente per contingenze strategiche.
L'unico terreno praticabile quindi è quello della politica con la p minuscola e dei media. Intrallazzi di partito, minacce a mezzo stampa da parte della Cei attraverso l'Osservatore Romano e il tentativo di mistificazione sistematica dei fatti riguardanti la legge 194 da parte di Giuliano Ferrara, un uomo che si definisce ateo ma anche devoto (alle gerarchie cattoliche).
Per Locke questa sarebbe stata la massima mostruosità. Un ateo ma allo stesso tempo cattolico! Qualcosa forse non solo da reprimere ma addirittura da sopprimere.

3 Apr, 2008

C’è un “pensiero unico” in economia politica?

Inviato da gioegio 16:08 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | lavoro e capitale
da http://www.proteo.rdbcub.it/stampa.php3?id_article=488

di Rémy Herrera

Critica della critica del “pensiero unico”

1. Introduzione

Sforziamoci, prima di intraprendere questo periplo attraverso l’economia politica, di allacciare il filo conduttore del nostro discorso alla realtà del mondo, la cui evidenza è così brutale da bucare gli occhi. Col rischio, deliberatamente accettato, di sembrare di privilegiare il percetto sul concetto e cadere di colpo dal logos al pathos, contempliamo per un istante quello che il mondo ci fa vedere delle sue differenze. Innanzitutto esistono, altrove e lontano, in periferia, al Sud, immense città di lamiera, di fango e di polvere, la spoliazione generale, le carenze e l’insicurezza, la violenza delle condizioni di vita e di lavoro di masse gigantesche e anonime di uomini e donne, e bambini, umiliati e offesi. Quello che abbiamo inoltre sotto i nostri occhi, che lo vogliamo o no, qui, ma sempre lontano, al centro, al Nord, dei fantasmi erranti del XIX secolo, migliaia di uomini e donne senza casa, vecchi abbandonati, “intoccabili” dai volti deformati dalla miseria, privati di tutto e disumanizzati. Questa visione partigiana e sentimentale, soggetiva, sembra accordarsi abbastanza bene con l’obiettività neutra e rigorosa della statistica. Il 20% della popolazione mondiale più ricca disporrebbe dell’ 83% del reddito totale, mentre il 20% dei più poveri supererebbe appena l’1%1. Il PIL pro capite sarebbe di 22.770 dollari nelle “economie a reddito elevato” (925 milioni di abitanti), contro 3.230 dollari per il resto del mondo, Africa, America latina, Asia, Europa dell’Est (5 miliardi di abitanti), dove 3 miliardi di persone, ossia la metà della popolazione del pianeta, vivono con meno di 3 dollari al giorno2. Lo scarto nei redditi tra i dirigenti di compagnie multinazionali e operai del settore informale potrebbe corrispondere a un rapporto di uno a svariate decine di migliaia negli Stati Uniti, dove la struttura di ripartizione del reddito è quasi disuguale quanto quella dell’India3. Malgrado il loro carattere approssimativo ed esagerato4, queste cifre testimoniano la polarizzazione del sistema mondiale capitalista5, le cui conseguenze in termini di durezza della vita per i popoli della periferia e, in maniera generale, per le classi popolari, si leggono perfino negli indicatori di durata della vita: la speranza di vita è di 77 anni nei paesi del Nord, contro 61 anni in Asia del Sud edi 52 nell’Africa sub-sahariana6; in Francia, la speranza di vita a 35 anni è di altri 44-45 anni per gli ingegneri, quadri superiori e liberi professionisti, contro 38 anni per gli operai specializzati e 35 per i manovali7. Questi dati rivelano un dato di fatto. Ma non forniscono alcuno strumento di analisi per comprendere la concatenazione dei meccanismi che articolano i mercati e le organizzazioni che producono questa polarizzazione sistemica connaturato alla dinamica del capitale, e che lo riproducono su scala sempre maggiore. Questi strumenti analitici non possono essere scoperti che dentro e attraverso la ricerca teorica. Ora, che cosa si osserva oggi nella teoria economica? Il dominio di una corrente di pensiero - che noi classifichiamo molto provvisoriamente come “neoclassica-neoliberale-ortodossa” - che, di fronte alla realtà di queste disuguaglianze, sceglie di escluderle dal suo campo visivo con la negazione, secondo i suoi presupposti, della pertinenza dei concetti e dei metodi suscettibili di rendere conto di questa polarizzazione, e con la costruzione compensatoria di un paradigma fittizio fatto di equilibri ottimali e di armonie immaginarie, tendente alla scienza e all’universalità ma sempre apologetico di un capitalismo scelto come l’unico pensabile in teoria e orizzonte insuperabile della storia. Questo ci porterà alla questione di sapere per quale strano effetto gli economisti neoclassici-neoliberisti-ortodossi si accontentano del fatto di dover formulare delle verità scientifiche e universali sul funzionamento di questo mondo così straordinariamente iniquo e violento nel quale sono immersi e che attraversa da parte a parte la loro neutralità di ricercatori.

2. Un “pensiero unico” è pensabile?

Non si dovrebbe a priori ritenere nemmeno pensabile l’esistenza di un “pensiero unico” in economia politica. In quanto essa è costitutiva - con la sociologia e le scienze politiche (e in qualche misura la storia, l’antropologia e il diritto) - del cuore delle scienze sociali che si è istituzionalizzato nelle sue formazioni e ricerche a partire dal XIX secolo, l’economia è uno di quei domini dove il confronto dei referenti teorici è inerente al lavoro del ricercatore8. Rimane sempre al fondo un conflitto irriducibile tra posizioni avverse inconciliabili, conflitto da intendersi come il motore propulsivo stesso che permette alla disciplina di svilupparsi e di trovare il proprio senso solamente nella contraddizione. Non più del sociologo o il politologo, l’economista non può svincolarsi dall’influenza che ha sulla sua pratica l’ideologia, né allontanarsi da una soggettività che rinvia il suo giudizio alla Weltanschauung e ai riferimenti filosofici che gli sono più o meno consciamente propri. Persona particolare, integrato in un gruppo di persone particolari, è costretto a non poter rivendicare se non una universalità e una verità relative, sempre opposte ad altre concezioni particolari concorrenti. Il suo universalismo nasconde dunque una particolarità (etnocentrica per esempio) - oppressiva nel senso che il rappresentante di una corrente che detiene il potere sociale tende a trovare “naturale” lo stato delle cose che gli è favorevole -, allo stesso modo in cui la sua scienza maschera un’ideologia mistificatrice nel senso in cui nega alla verità scientifica la sua natura profondamente storica. Questa co-presenza dell’ideologia e della scienza lascia d’altronde la sua impronta perfino nell’indeterminazione dell’economia politica a delineare quello che in effetti costituisce l’oggetto della sua analisi, tanto si rivela potente, come ha sottolineato Walras9, l’influenza delle implicazioni politiche che sottende. Da tutto ciò discende l’impossibilità irreversibile di identificare nella disciplina un “nocciolo assiomatico” (concettuale, metodologico, teorico) che formi un corpus comune alle differenti scuole di pensiero e che spinga la ricerca in maniera spontanea ed omogenea. L’aumento delle conoscenze economiche non può realizzarsi se non intorno a paradigmi distinti, esclusivi gli uni degli altri (benché possano dare luogo ad alcuni tentativi di sintesi). Secondo noi, la spaccatura più profonda localizzabile in seno alla “comunità scientifica” (fittizia) degli economisti separa, in ultima analisi, partigiani e avversari del capitalismo, quelli che per una ragione o per l’altra si fermano davanti alla critica del suo ordine sociale che credono non modificabile e quelli che si impegnano nella sua critica radicale rifiutando l’idea della regolazione di un “capitalismo dal volto umano”. Da lì si percepisce quello che distingue irrimediabilmente l’economia politica, e con essa le altre scienze sociali, dalle scienze dette “dure”: come la matematica (dove si disegna una certa unità fra discipline in comunicazione sempre più diretta al di là degli antagonismi tradizionali) e la fisica (la quale, malgrado l’assenza di una teoria unificata delle forze, offre a tutti i ricercatori una matrice di equazioni di base). Le scienze della materia o naturali (chimica, biologia...) possono progredire a partire da un cuore teorico sicuro in maniera cumulativa e (in un senso speciale) trascendente, per allargamento e approfondimento successivi del loro sapere - più che per il rifiuto definitivo delle teorie precedenti. Ma anche in queste discipline, dove un enunciato può essere massicciamente riconosciuto come giusto e essere l’oggetto di un accordo tra specialisti, l’esistenza di un pensiero unico è del tutto incerta, se non inconcepibile. Nelle scienze fisiche per esempio, rimangono delle polemiche la cui soluzione è aperta e non definitivamente stabilita, perché rinviano a dei punti di vista epistemologici, e infine a dibattiti intellettuali più larghi, situati al di qua della fisica, sia nel campo della metafisica10. In economia politica, non più che in qualunque altra scienza dunque, l’idea di un pensiero unico non è nemmeno pensabile. Non potrà trattarsi nella disciplina economica che di pensieri dominanti, fossero anche egemonici, ma sempre concorrenti e contingenti.

3. Che cos’è il cosiddetto “pensiero unico”? Rimane il fatto che la figura di un “pensiero unico”, dai contorni economici, è denunciata, mediaticamente, da alcuni11. Prolungando una discussione sull’“economic correctness” e ingaggiando una polemica con i paladini di un capitalismo naturale e di un’alternanza politica senza alternativa economica, Ramonet fustigava a metà degli anni novanta questa “traduzione in termini ideologici a pretesa universale degli interessi di un insieme di forze economiche, in particolare quelle del capitale internazionale”12, che soffoca il “ragionamento ribelle” e instaura un “regime totalitario” (analogo “alla doxa stalinista degli anni ’50” si affrettò ad aggiungere Halimi). Questa denuncia fu appoggiata da parecchie autorità intellettuali, fra cui Bourdieu, e altri, fra i quali un piccolo numero di economisti riuniti intorno a un “Appello per uscire dal pensiero unico” ed entrare nella “resistenza ideologica”. Tutto il paradosso - e per noi l’interesse di questa agitazione mediatica - viene in realtà dal fatto che non solamente quest’espressione (il summenzionato “pensiero unico”) “è fiorita” ma anche dal fatto che il suo successo ha di gran lunga superato le ambizioni dei suoi iniziatori, al punto di diventare uno dei temi ricorrenti dei discorsi di quelli che essa intendeva precisamente condannare. Così si infilarono confortevolmente in questa “critica”, “giornalisti di mercato” e altri ejusdem farinae (messi in riga durante la guerra del Golfo e appena ravvedutisi dalla loro condanna dei movimenti sociali del 1995), la quasi totalità della classe politica nazionale (di destra come di “sinistra”), e perfino alcuni dei più eminenti rappresentanti delle forze dominanti del sistema mondiale: Greenspan, presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, il quale ha messo in guardia i mercati contro “la loro esuberante irrazionalità”, Stiglitz, economista in capo della Banca Mondiale, che intendeva “regolare i flussi finanziari”, o lo speculatore e dirigente del gruppo finanziario Soros, che nutriva la speranza che fosse ancora possibile “salvare il capitalismo dal neoliberismo”. Il pensiero unico neoliberista si è dunque facilmente fuso con quello dei suoi “avversari”. Ma non per l’effetto, per quanto tremendamente efficace, della sua forza centripeta ma piuttosto perché questi attacchi lasciavano intatto l’essenziale: la perpetuazione del sistema mondiale capitalista, al di qua del perfezionamento delle sue forme, la permanenza dell’egemonia statunitense, al di qua della riorganizzazione delle sue forze. Dato che queste condanne del pensiero unico sono sempre state quelle di un antineoliberismo, mai quelle di un anticapitalismo - allora, di queste due critiche, solamente la seconda appartiene pienamente al progetto socialista. Così, censurando nell’analisi tutti i riferimenti teorici allo sfruttamento e alle classi, all’appropriazione sociale dei mezzi di produzione, alla costruzione di una società autenticamente democratica, alla disconnessione e allo sviluppo autocentrato, alla lotta contro l’imperialismo... (sono poi così superate oggigiorno?13), non si svuota allo stesso tempo il dibattito di qualunque possibilità di elaborare delle proposte di ridefinizione delle regole di accesso al mercato (per esempio della dislocazione delle regole del WTO e dei privilegi degli oligopoli), di riforma dei sistemi monetari e finanziari (per esempio la messa in discussione delle funzioni e senza dubbio anche dell’esistenza stessa del FMI e della Banca Mondiale, per mettere fine alla dominazione delle operazioni speculative, per orientare gli investimenti verso le attività produttive per favorire la stabilizzazione regionale dei cambi), della messa in opera di una fiscalità di portata mondiale (al di là di una tassa Tobin, per esempio tramite la tassazione delle rendite legate allo sfruttamento delle risorse naturali), di una trasformazione democratica dell’ONU (con la costituzione di un organismo capace di conciliare le esigenze dell’universalismo con i diritti sociopolitici degli individui e dei popoli)...14? È chiudendo queste prospettive, che sono quelle di un superamento del capitalismo mondiale e di una transizione al socialismo mondiale, che ci si impedisce di definire i criteri che permettono di tracciare la frontiera tra il dentro e il fuori di questo pensiero unico e che ci si condanna a fare delle realtà di ieri, oggi scomparse (Welfare State in occidente [“capitalismo nazionalsociale”], statalismo dispotico dell’Est [“capitalismo senza capitalisti”], sviluppo nazionalborghese nel Terzo Mondo [“capitalismo periferico”], le utopie capitaliste di domani.

4. Il pensiero unico ha una storia?

In queste condizioni, il pensiero unico non potrebbe essere compreso se non come pensiero unico del capitalismo, ossia quello che Marx e Engels qualificavano come “ideologia dominante della classe dominante”15. Se non possiamo sostenere, secondo loro, e dopo di loro secondo Althusser, che questo pensiero non ha una storia (“propria”)16, ci è tuttavia possibile decifrare una storia dei pensieri unici del capitalismo17 che si sono succeduti - dopo che la scienza economica si era resa autonoma e si era istituzionalizzata in uno spazio-tempo preciso: nel XIX secolo e al centro del sistema mondiale Europa Occidentale / America del Nord. Dovremo dunque individuare l’evoluzione del contenuto di classe di questi pensieri succe