25 Apr, 2008

RESISTENZA OGGI. Ma prima facciamo i conti con maschilismo e omofobia.

Inviato da gioegio 14:22 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | Generale
RESISTENZA OGGI
Ma prima facciamo i conti con maschilismo e omofobia

Antifascismo: come non farla restare una parola vuota, ma viva, attuale?
Rivisitiamo criticamente la storiografia ufficiale. All'indomani della Liberazione,
ha voluto dare un'idea normalizzata della lotta contro il nazifascismo cancellando
il vero ruolo di donne, lesbiche, gay e occultando le discriminazioni che i regimi
avevano attuato nei loro confronti. Se ne parla a Verona, grazie al Circolo Pink

Elena Biagini (da Liberazione di oggi)
«Poi siamo andati a Torino. Io non ho potuto partecipare alla sfilata, i compagni non mi hanno lasciata andare. Nessuna partigiana garibaldina ha sfilato, ma avevano ragione loro. Mi ricordo che strillavo: "Io vengo a ficcarmi in mezzo a voi, nel bello della manifestazione! Voglio vedere un po' se mi sbattete fuori!". "Tu non vieni, se no ti pigliamo a calci in culo! La gente non sa cos'hai fatto in mezzo a noi, e noi dobbiamo qualificarci con estrema serietà!". E alla sfilata non ho partecipato: ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante, poi ho visto Mauri, poi tutti i distaccamenti di Mauri con le donne che avevano insieme. Loro sì che c'erano. Mamma mia, per fortuna che non ero andata anch'io! La gente diceva che erano delle puttane».
Questa le parole di Tersilla, nome di battaglia Trottolina, sulla manifestazione delle brigate partigiane che si svolsero a Torino per celebrare la liberazione nel 1945, una delle testimonianze raccolte in La resistenza taciuta , il testo dal titolo-manifesto che Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, pubblicarono nel 1973, aprendo la lunga strada della de-virilizzazione dell'antifascismo. Così inizia l'antifascismo dell'epoca repubblicana: all'insegna del perbenismo che deve rimettere tutto a posto, riportare le donne in casa, a fare le massaie, subordinate all'antico ordine patriarcale, dopo che alcune di loro avevano combattuto in montagna, molte avevano contribuito a sconfiggere "la carogna fascista" con forme di resistenza civile, tutte erano uscite dalle mura domestiche, avevano acquistato visibilità sociale. «La mobilità/visibilità delle donne, che in tutta Europa passano ore davanti ai negozi e alle rivendite clandestine, attraversano le città e percorrono le campagne in cerca di cibo e di ricoveri di fortuna, prendono treni per sfollare, dopo l'occupazione peregrinano tra comandi tedeschi e fascisti per conoscere la sorte di mariti, fratelli e figli, chiedendone la liberazione», come scrive Anna Bravo in In guerra senza armi (Roma, 1995).
Come la nascente repubblica porta via le armi ai e alle resistenti per fermare il processo rivoluzionario, così si assiste anche ad una forte restaurazione dei costumi, ad una rinnovata ruolizzazione di genere della società.
Dopo la fine della guerra, la memorialistica si è per lo più limitata a celebrare alcune icone femminili, mentre le opere storiografiche di sintesi, all'unisono, hanno trattato le donne come una categoria meritevole ma indistinta ed hanno definito quello delle partigiane un "contributo", come si trattasse di una convergenza momentanea, non di una appartenenza vera e propria delle donne al movimento resistenziale. La partecipazione delle donne alla Resistenza non è stata cancellata ma svuotata del suo carattere politico, secondo un processo che la pioniera italiana della storia delle donne Pieroni Bortolotti sintetizza in maniera efficace nel seguente passo: «Le donne della Resistenza erano sempre mamme e spose di casa, capaci di un doppio lavoro, di un doppio dovere, e se non si parlava di una doppia morte, era proprio soltanto perché al mondo si muore - perfino le donne - una volta sola». Fino a pochi anni fa le celebrazioni ufficiali hanno costruito una figura stereotipata della resistente, di cui è simbolo la protagonista di L'Agnese va a morire di Renata Viganò, a discapito di tutte quelle donne che, nella loro partecipazione politica e armata, si sono distaccate dal modello femminile precostituito dalla ruolizzazione di genere, dalla tradizione cattolica e patriarcale.
Non è probabilmente un caso, in questo quadro, se le testimonianze di resistenti lesbiche o gay sono sparute e poco conosciute: negli anni Cinquanta il perbenismo del Pci ha certamente contribuito a far tacere anche al proprio interno chi già nel paese doveva fare i conti con una società fortemente normalizzata dallo Stato e dalla chiesa.
Allo stesso modo per anni, le vittime della violenza nazi-fascista sono state scelte: solo triangoli rossi dei prigionieri politici e le stelle di David hanno trovato posto nelle celebrazioni ufficiali mentre sono sempre stati trattati come secondari i triangoli verdi dei criminali comuni, viola dei testimoni di Geova, i blu di migranti e apolidi, e addirittura taciuti, perché imbarazzanti, i triangoli neri di asociali, "malati di mente", mendicanti, prostitute e di lesbiche in alcuni campi, marroni di zingari e rosa degli omosessuali.
In questo contesto è particolarmente interessante l'esperienza del Circolo Pink di Verona che, in un territorio vessato da rigurgiti fascisti, tensioni razziste e violenza integralista, spinge dal 1997 fino al 2000 per portare nelle celebrazioni ufficiali lo striscione "Uccisi dalla barbarie, sepolti dal silenzio" che dia dignitosa visibilità a lesbiche, omosessuali e transessuali e con loro a sinti, rom, barboni, migranti, altri gruppi particolarmente "scomodi" nella città scaligera, perennemente soggetta ad azioni di "pulizia" operate da giunte locali per lo più di destra ma anche di centro sinistra.
La storiografia accademica nel nostro Paese, ancora oggi, per lo più tace rispetto alla misoginia come tratto connotante dell'ideologia e della repressione fascista, anche se studi di genere importanti hanno chiarito che «la dittatura mussoliniana costituì un episodio particolare e distinto del dominio patriarcale. (…) Le concezioni antifemministe furono parte integrante del credo fascista al pari del suo violento antiliberalismo, razzismo e militarismo» (Vittoria De Grazia). Il silenzio sulle connotazioni omofobiche del fascismo è stato rotto solo negli ultimi anni da testi come Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario antifascista di Lorenzo Benadusi, La città e l'isola. Omosessuali al confino nell'Italia fascista , di Giartosio e Goretti e Fuori della norma. Storie lesbiche nell'Italia della prima metà del novecento a cura di Milletti e Passerini. Ma se l'analisi dell'omosessualità maschile sotto il fascismo ha raggiunto una certa sistematicità (tanto da comparire la voce nel dizionario del fascismo), tutt'oggi l'unico testo sulla storia delle lesbiche italiane, peraltro non focalizzato sul fascismo, rimane il succitato Fuori della Norma .
Ma tutto questo ovviamente non riguarda solo l'impostazione di una corretta conoscenza storica ma condiziona e plasma l'idea che oggi abbiamo di antifascismo, o meglio, cosa significa praticare l'antifascismo, renderlo vivo, attuale, performante. «Parlare di antifascismo e di antirazzismo senza valutare gli attacchi subiti dagli orientamenti sessuali, dalle identità di genere e dalle donne, rischia oggi di mutuare il solito atto di coscienza maschile, imbalsamato nella commemorazione, che non intende approfondire in analisi e in capacità di decostruzione del sistema etero-patriarcale, fascista per eccellenza e quindi negandosi/ci la possibilità di una liberazione effettiva e a tutto tondo», scrivono i compagni e le compagne del Pink di Verona nell'Appello per un 25 aprile di orgoglio e resistenza (www.circolopink.it). Il 25 aprile, già svuotato a livello istituzionale dalla teoria dell'equidistanza, perseguita da anni da chi oggi ha costituto il Partito democratico, ha bisogno di ritrovare una forza propulsiva nel rifiuto di pratiche e pensieri fascisti sempre più assimilati e quindi invisibili: il razzismo di chi sgombera campi rom o abbatte baracche e edifici fatiscenti senza minimamente curarsi delle persone ospitate all'interno, di chi lancia campagne contro gruppi etnici in nome della sbandierata sicurezza, ma anche il ritorno in grande stile della categoria del "naturale", che stigmatizza stili di vita e soggettività non conformi, presente nelle parole dei neofascisti, ma anche in quelle pronunciate dai pulpiti vaticani e dai loro epigoni istituzionali o meno.
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