27 Apr, 2008

Sostanze nocive anche nei tessuti di cotone?

Inviato da gioegio 15:20 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | Generale
 
 
Vestire più sano?
Attenzione
a canotte e slip
 

Monica Di Sisto
E' un po' come una "seconda pelle" ma può anche trasformarsi in una tra le più insidiose trappole per la nostra salute. Parliamo dell'abbigliamento intimo: magliette, canotte, slip e vezzosità varie che nascondiamo (o meno) sotto gli abiti per proteggerci, scaldarci o tenerci più freschi. Oggi i loro tessuti contengono molte componenti sintetiche che rendono più elastiche anche fibre di cotone molto economiche, più convenienti ma di per sé più rigide. Esse, però, fanno perdere a questi capi la capacità di far respirare bene la pelle e ci possono imprigionare in una sorta di sauna permanente. Se anche ci si volesse affidare al caro, vecchio cotone, bisogna stare con gli occhi ben aperti perché l'etichetta "100% cotone" molte volte è stata sbugiardata dai test di laboratorio condotti dalle associazioni dei consumatori.
Non basta: sulle piante di cotone, che occupano circa il 2,5% della superficie agricola mondiale, viene scaricato il 25% del totale degli insetticidi utilizzati al mondo e 11% di tutti i pesticidi. C'è di più: su ogni chilo di tessuto bianco sono stati applicati ben più di un chilo tra acidi, enzimi, sbiancanti e coloranti. Dopo tutte le fasi di lavorazione del cotone, dal campo all'armadio, anche sugli indumenti più sensibili potrebbero essere rimaste, a sorpresa, sostanze pericolose come formaldeide, residui di metalli pesanti quali cromo, rame, cobalto, nichel, argento di mercurio, ma anche pesticidi e pentaclorofenol.
Pochi immaginano, in effetti, che l'impiego di sostanze chimiche nei processi di lavorazione dei prodotti tessili determini effetti negativi non soltanto sulla salute dei lavoratori del settore, che sono tra i più sfruttati e più a rischio di intossicazione, ma anche su chi li indossa. Le Dermatiti Allergiche da Contatto, infatti, sono in costante aumento anche nel nostro Paese e la maggior parte dei casi è da attribuire proprio ai coloranti utilizzati per tingere le fibre tessili.
Per salvare la pelle è molto importante affidarsi a fibre davvero naturali, in particolare per l'intimo, che possano contare su una coltivazione della fibra bio ed una lavorazione che non coinvolga agenti così tanto aggressivi. Tra le pioniere di questo settore c'è una piccola azienda di Roma, Bio on Body, la cui linea di biancheria, pur non rinunciando a lampi di colori e sexy baby doll in jersey, è stata addirittura certificata dall'Associazione italiana per il biologico (Aiab) e si trova in molti bio-shop. Chi vuole comunque trovare un'alternativa al cotone, può provare i capi notte e intimo in morbido jersey "Ali di Canapa", sviluppati dall'azienda italiana Ali Organic Wear e sempre certificati da Aiab. Nella Pianura Padana la canapa è stata coltivata per la fibra tessile fin dall'epoca romana: per sua natura, infatti, è poco soggetta agli attacchi degli infestanti e cresce anche in terreni non particolarmente fertili, motivo per cui ha un'ottima resa anche se coltivata senza supporti chimici (www.aiab.it/nuovosito/campo/marchi/tessile/aziende.shtml).
Per chi, però, vuole fare anche la sua parte per promuovere i diritti di chi lavora, ci sono alcune proposte interessanti nel panorama equo e solidale. Ctm Altromercato, ad esempio, ha creato Birbanda: una linea di intimo e abitini per bambini confezionati con cotone nativo originario del Perù che ha la caratteristica, oltre ad essere coltivato con i criteri del bio, di nascere già colorato sulla pianta in delicate varietà di panna, beige, marrone, caffè e malva (www.altromercato.it/it/prodotti/MODA).
Grazie ad una collaborazione tra l'organizzazione equosolidale Fair, infine, è nato il progetto di auto-impresa "Made in No": una linea di intimo e di capi di base in cotone biologico e "Made in Dignity" co-realizzata da piccoli artigiani tessili di Novara e dalla rete di produttori brasiliani Justa Trama, che dice "no" allo sfruttamento del subappalto e al ricatto delle delocalizzazioni nel Sud del mondo come a casa nostra (www.made-in-no.com). Per vestire più sano ma anche un po' più giusto.


27/04/2008

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