25 Apr, 2008

25 Aprile sempre!

Inviato da gioegio 13:38 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

Fui affascinato soprattutto dal Che fare?, dove il partito, diventato il centro di un grande movimento di popolo, inviava i suoi ambasciatore in tutti gli strati della popolazione, respingeva ogni tendenza operaistica a chiudersi in una politica “tradeunionistica” di difesa degli interessi immediati e particolari di categoria. Mi colpì l’affermazione di Lenin che il socialismo era l’erede e il continuatore delle più alte tradizioni del pensiero moderno, della economia politica inglese, della filosofia tedesca e dell’illuminismo ed utopi­smo francese.
Non avevo letto nulla di Gramsci. I “temi” sulla questione meridionale, pubblicati nel numero 1~ del 1930 di Stato Operaio, giunsero a Napoli dopo che io mi ero già iscritto al partito. Ma il riconoscimento della necessità di un’alleanza rivoluzionaria tra classe operaia del Nord e contadini del Mezzogiorno era un tema che, sottolineato con forza da Sereni, veniva particolarmente accolto e compreso da chi, come me, poneva già la questione meridionale come problema politico essenziale dell’intera nazione.
Dall’altra parte, quanto ho già raccontato sull’inesistenza di una opposizione valida al fascismo che non fosse quella comunista, mi confortava sulla validità della scelta che mi accingevo a fare. O l'atesismo di Croce, il rinchiudersi nello studio nell’accettazione pratica del regime, e quindi nella rinuncia alla lotta, o l’impotenza rissosa degli antifascisti emigrati, perduti nelle loro vane vociferazioni. Perché il PCI era il solo a battersi, a prezzo di tanti sacrifici? Perché era un partito internazionalista, forte quindi del sostegno (e della indispensabile disciplina) di un grande movimento mondia­le. Perché gli operai, i braccianti e i contadini erano spinti, dalla necessità di vita, a porre rivendicazioni concrete in contrasto con i padroni e con il regime che sosteneva i padroni. Trovavo nei fatti la conferma della validità della affermazione di Gobetti, essere il pro-letariato l’unica classe portatrice di avvenire.
(da «Una scelta di vita», Giorgio Amendola)

La prima giornata di Torino liberata è stata ancora una giornata di lotta.
Torino non ha potuto abbandonarsi a festose manifestazioni di giubilo, ma è restata, vigile, in armi. I partigiani e le SAP hanno continuato la pulizia della città, rastrellando numerosi “cecchini” fascisti ed eliminando gli ultimi disperati focolai di resistenza. Per tutto il giorno, nel centro della città, non è cessato il crepitio delle mitragliatrici.(...)
Il criminale Srarnek non ha ancora innalzato bandiera bianca ed ha respinto l’intimazione di resa, che gli è stata rivolta. In altri punti del Piemonte vi sono ancora nuclei e forze tedesche, non numerose, ma ben armate, che tengo- no ancora e che tentano ancora di sottrarsi o di ritardare momento della resa e dell’annientamento.(...)
La lotta continua ancora, dunque. Ma le condizioni son cambiate Le forze nazionali sono ormai saldamente padrone della situazione. Torino è il centro di direzione e d organizzazione del movimento di liberazione di tutto il Pie monte. Il CLNP esercita la sua funzione di governo coordina e dirige tutta la guerra. I tedeschi e gli ultimi gruppi di banditi neri sono ormai nelle condizioni di fuori legge. Le condizioni della lotta si sono ormai capovolte. I patrioti potevano, ieri, contare sull’appoggio di tutta la popolazione ed è grazie a questo appoggio che essi hanno vinto. nazifascisti sono ormai ridotti nella posizione di banditi in fuga, braccati da tutte le parti, e che bisogna abbattere senza pietà.
La mobilitazione e la salda unità di tutto il popolo sono, ancora oggi, le condizioni essenziali per porre rapidamente e vittoriosamente termine alle ultime operazioni. Accanto alle valorose formazioni partigiane sono tutti i lavoratori che devono dare la caccia ai disperati fascisti dell’ultima ora, che devono rastrellare e pulire i quartieri, che devono consegnare ai tribunali del popolo le spie, i provocatori, i delinquenti che devono essere giustiziati.
Pulizia pronta e radicale, è questa la condizione perché si possa iniziare la nuova vita democratica e ci si possa accingere al duro lavoro della ricostruzione.
Pietà l’è morta. E’ il grido che abbiamo lanciato quando più dura era la lotta, quando i nostri migliori cadevano assassinati. E’ la parola d’ordine del momento. I nostri morti devono essere vendicati, tutti. I criminali devono essere eliminati. La peste fascista deve essere annientata. Solo così potremo finalmente marciare avanti.
Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affodato nella piaga, tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l'ora questa, mentre non sono ancora sepolti i caduti della battaglia liberatrice, di abbandonarsi ad indulgenze, che sarebbero tradimento della causa per cui abbiamo lottato.
Pietà l’è morta.
(da «Lettere a Milano», Giorgio Amendola - L ‘Unità - 29.04.1945)

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