23 Apr, 2008
Un mandante politico dello stupro a Roma, Stazione della Storta?
Su Dagospia, noto sito di gossip e informazione varia e avariata, è apparsa una lettera che, se verificata e confermata nelle circostanze esposte, sarebbe scandalosa.
http://dagospia.excite.it/esclusivo.html
Informazione che ci allarma da far girare. Come può un rumeno senza fissa dimora, mezz'ora dopo aver aggredito la povera ragazza nei pressi della Stazione della Storta ad avere come difensore l'avvocato Francesco Saverio Pettinari famoso penalista difensore del magistrato Metta, indagato nell'ambito del processo Lodo Mondadori che vedeva indagati Berlusconi, Pacifico, Previti e Squillante?
Inoltre l'avvocato Pettinari risulta iscritto in gioventù all'MSI. Guarda caso uno dei soccorritori della ragazza firma con Alemanno con tanto di foto sul Messaggero del 22 aprile 2008, il patto per la legalità e la sicurezza. Agatha Christie faceva dire a Poirot che quando ci sono tre coincidenze diventano un indizio.
MD
22 Apr, 2008
Rassegna stampa sulla crisi Alitalia
Guglielmo Ragozzino
L'emergenza dei rifiuti a Napoli e il nodo dell'Alitalia sono state due carte vincenti della destra alle recenti elezioni politiche. In questo secondo caso vi era un discorso generale, sulla compagnia di bandiera che poi significa solo tenere in funzione poltrone gratis per gli alti poteri e rotte in perdita, anche copiosa, per favorire determinati rapporti internazionali. L'Alitalia, disperata, voleva abolirle o ridisegnarle. Il punto vero del dissidio era però un altro, il destino di Malpensa.
Dell'aeroporto lombardo, sempre in procinto di decollare ma il cui decollo era sempre rimandato a tempi migliori, si è parlato a fondo nella campagna elettorale. Ma non era una novità discutere di Malpensa. In passato, già con l'avvento dei jet commerciali, la pista di Milano Linate, in fondo al Viale Forlanini era considerata insufficiente. Inoltre l'area era particolarmente nebbiosa. Radar antinebbia ce n'era qualcuno, in aeroporti stranieri particolarmente tecnologici, ma era una scienza infida, strana e molto costosa. Molto meglio spostare tutto verso la limpida brughiera, verso Varese. Una bella colata di cemento, e via...
Più avanti negli anni l'esclusiva del traffico aereo tra Fiumicino e Linate diventò il punto decisivo dell'Alitalia. La compagnia si sosteneva e pagava gli extracosti da compagnia di bandiera con gli exrtraprofitti di quei voli detenuti in monopolio. Ma non poteva durare. La compagnia fu per esempio costretta a spostare voli su Malpensa, pur ritenendoli inutili.
Malpensa allora non era troppo popolare in Lombardia e in Piemonte. Forse una decina di città avevano altrettanti progetti di aeroporti alternativi. La rivalutazione dei terreni e dei paesi vicini a una possibile pista, una ricca colata di cemento, alberghi e magazzini per hub di serie B: visioni ripetute di provincia in provincia. Il caso del grande aeroporto di Orio al Serio a est di Milano, cioè dalla parte opposta di Malpensa, è ben presente a tutti. Ogni iniziativa per dare risalto all'aeroporto di tutti i lombardi era continuamente ostacolata. C'erano problemi di collegamenti, di treni, di alloggi per gli equipaggi: difficoltà vere e inventate, piccoli e grandi fastidi per affossare sempre più definitivamente l'ipotesi del mega aeroporto del nord.
A questo punto intervenne la decisione di Alitalia: salviamo la compagnia, dissero i massimi dirigenti, buttando a mare Malpensa e i suoi voli. Si decise di tagliare due terzi dei voli da e per Malpensa, soprattutto quelli intercontinentali. Per raggiungere destinazioni lontane, si sarebbe dovuto partire da Roma, oppure da Parigi. «Fate voi», disse il governo, nel massimo del suo liberismo di recente acquisizione. Air France, principale interlocutore, era d'accordo; anzi faceva capire che la chiusura di Malpensa era un passaggio indispensabile per l'affare.
La posizione di Air France era sospetta. La destra politica italiana, in sostanza la Lega, puntava il dito sullo spostamento dei traffici aerei dalla Lombardia ad altri aeroporti francesi, come Lione o Nizza o altri ancora più lontani, per raggiungere hub più comodi per la compagnia. I passeggeri calcolavano tempi di viaggio di almeno tre ore più lunghi. I politici lombardi, in rappresentanza di una parte preponderante della popolazione chiesero una moratoria: mantenete i traffici per al massimo tre anni, per consentire un avvicendamento di altre compagnie, magari low cost e mantenere in piedi (e in vita) il sistema aeroportuale. Il principale documento lombardo aggiungeva un particolare: va tenuta in considerazione «la rilevanza delle decisioni che dovranno essere assunte in merito all'assegnazione dell'Expo». Era una richiesta ragionevole, veniva da uno schieramento molto ampio in cui era ricompresa anche la Provincia di Milano, a presidenza di sinistra. Ma non fu accolta neppure questa sollecitazione a ragionare. Non ci si accorse dell'egemonia della Lega sul tema di Malpensa e dei commerci lombardi. Oramai si era deciso. Silvio Berlusconi ebbe tutto il tempo di pasticciare tra figli, cordate, Aeroflot, di turbare la trattativa, come si dice in gergo. Glielo lasciarono fare, indisturbato.
Con un vero e proprio gioco al massacro si voleva regalare centinaia di migliaia di voti alla destra.
Il voto appeso a una cordata
Galapagos
Giorgio Chinaglia, mitico bomber della Lazio, anni fa affermò che era pronto a lanciare un'Opa sulla sua ex squadra. In parecchi sentirono odore di bruciato. Intervenne la Consob e per Giorgione finì male, sommerso da una serie di accuse pesanti: aggiotaggio e turbativa dei mercati. Oggi la storia si ripete, con Alitalia, ma la Consob, ufficialmente, resta alla finestra, anche se il presidente dell'Autorità, Lamberto Cardia, lancia dalle pagine del Sole 24-ore un ultimatum: «La politica rispetti le regole del mercato». Cardia sarebbe stato molto più chiaro se avesse affermato: «Berlusconi, rispetti le regole del mercato».
Per Berlusconi il mercato è l'ultimo dei problemi. Non a caso ieri il Wall Street Journal ha scritto che «più che liberal, Berlusconi è un corporativo». Vi sembra normale l'affermazione del cavaliere che avvisa: sarà il prossimo governo, cioè io sicuro vincitore delle elezioni, a decidere sull'Alitalia. Poi ha aggiunto: nel futuro non ci sarà Air France, ma una cordata di imprenditori italiani tra i quali sarà presente mio figlio. Chi altro avrebbe potuto fare una affermazione simile, senza ritrovarsi con i carabinieri dietro l'uscio?
Ieri in borsa le azioni di Alitalia sono volate: in chiusura i titoli segnavano un guadagno di oltre il 33% e c'è chi ha guadagnato palate di soldi facendo trading sulle voci di un intervento diretto di Berlusconi nella vicenda. Non è il leader dell'attuale opposizione a pompare i mercati con un aggiotaggio senza precedenti? Che differenza c'è tra le dichiarazioni di Chinaglia e le sue?
Le difficoltà di Alitalia non nascono oggi: nel 2001 quando Berlusconi andò al governo, era già evidente che la compagnia di bandiera era sull'orlo di una crisi senza ritorno. Ma Berlusconi e Tremonti non fecero nulla per Alitalia. Anzi fecero di peggio: avallarono le ipotesi leghiste di una fusione per l'incorporazione di Alitalia in Volare, una piccola compagnia aerea del Nord. Ma Volare è fallita prima che il progetto si realizzasse. Oggi il cavaliere non trova di meglio che fare di Alitalia un tema di campagna elettorale, attaccando Prodi e Padoa Schioppa per nascondere le sue responsabilità. Anzi, la sua irresponsabilità, come ha sottolineato sempre ieri il Wall Street Journal facendo osservare che se Alitalia fosse stata privatizzata alcuni anni fa lo stato avrebbe incassato più soldi e gli esuberi sarebbero stati minori.
Alitalia ha offerto a Berlusconi lo spunto per tornare sulle prime pagine dei giornali, tagliando l'erba sotto i piedi a Veltroni. In Italia nessuno è felice di cedere Alitalia ai francesi, ma l'ipotesi dell'italianità della compagnia (avanzata da Air One con l'appoggio di Banca Intesa) purtroppo non aveva gambe per camminare. A questo punto l'unica soluzione che rimane è quella - dolorosa per i dipendenti - di una trattativa con Air France. I sindacati la stanno facendo. Berlusconi invece «gioca» sulla pelle delle lavoratori, puntando unicamente a una manciata di voti in più che il Nord potrebbe dargli, per essere stato lasciato a terra.
Vola la campagna antisindacale dell'Alitalia
Giorgio Cremaschi
Da Prodi a Padoa Schioppa, dai più importanti quotidiani al tg1, si sono tutti scatenati contro l'irrigidimento sindacale che ha fatto fuggire Air France e provocato quindi la crisi finale di Alitalia. In qualsiasi altro paese questa sarebbe una classica campagna della destra. Da noi la guidano prima di tutto i poteri economici e culturali aggregati attorno al centrosinistra. Ma veniamo alla sostanza. Dopo il fallimento bipartitico della gestione di Alitalia, si è deciso di vendere al meglio (al peggio) alla principale compagnia estera concorrente. Come sa chi conosce l'abc dei mercati e dei loro effetti sulle condizioni di lavoro, è chiaro che una vendita organizzata in questo modo consegna all'acquirente tutto il potere e lascia al venduto solo il compito di chiedere pietà. Inoltre il ministro del Tesoro ha incentivato le rigidità di Air France. Minacciando la chiusura dell'azienda se non si fossero accettate le condizioni dei francesi.
Da quel che abbiamo capito Air France non ha neppure iniziato un negoziato, ma ha riaffermato la propria impostazione chiedendo al sindacato e al governo di smussarne gli angoli con gli ammortizzatori sociali. Non c'è nulla di cui stupirsi: le multinazionali, quando comprano, all'inizio promettono mari e monti, ma poi in concreto tagliano, chiudono, licenziano. Così fa l'Electrolux, contro la quale hanno scioperato il 4 aprile tutti i dipendenti italiani, così Nokia e Thyssen, così fan tutte. Toccherebbe allora alla politica porre dei limiti, sia sul piano delle strategie industriali, sia su quelle dell'occupazione. Nulla di tutto questo c'è stato. Berlusconi ha fatto il baüscia vantando inesistenti cordate, Prodi e Padoa Schioppa hanno sostenuto i francesi e minacciato i sindacati. Ora invece si preferisce dare la colpa al corporativismo sindacale.
E' vero che i sindacati dei trasporti sono stati spesso coinvolti in pratiche cogestionali e corporative, volute dai dirigenti aziendali sia di destra che di sinistra. E' vero che i sindacati confederali spesso hanno rinunciato al conflitto e al consenso democratico dei lavoratori, per essere associati al potere delle aziende. Non solo in Alitalia, ma nelle Ferrovie, nelle municipalizzate (l'8 aprile a Firenze scioperano i dipendenti dell'Ataf contro un accordo che non ha il consenso né delle Rsu né dei lavoratori). E' vero che con la concertazione e la cogestione è passata un'adesione sindacale a strategie aziendali sbagliate. Ma è paradossale che proprio questa volta che sindacati dell'Alitalia, tutti assieme, propongono alla controparte un negoziato responsabile sulle politiche industriali e sull'occupazione, costruito con il consenso dei lavoratori, sono sotto accusa. E' questo il segnale di quanto stia precipitando a destra l'asse sociale, politico e culturale del paese. Il segno di quanto la politica fin qui seguita dal centrosinistra prepari un'accelerazione liberista tanto fuori tempo, vista la crisi economica mondiale, quanto pervicacemente acclamata. I giornali esaltano i «quadri» aziendali che si schierano con i francesi e contro il sindacato, mentre per tutti gli altri lavoratori si alimenta la paura. Ripartirà la campagna contro i privilegi di chi lavora, perché in Italia l'unico lavoratore che raccoglie attenzione e rispetto è quello che muore negli incidenti sul lavoro. Tutti gli altri sono o invisibili o corporativi. Se ogni diritto e ogni condizione di miglior favore diventano privilegio, cosa vogliono quelli dell'Alitalia? Conservare uno stipendio decente e un minimo di scurezza sul lavoro? Che imparino dai precari dei call center. Ancora il solito tg1 ha mostrato tutto contento i lavoratori licenziati da Swissair, che si sono dati da fare per trovare un'occupazione. E' utile ricordare che la distruzione del sindacato e di tutti i diritti dei lavoratori americani cominciò nel 1980, quando Reagan licenziò in un sol colpo 18 mila controllori di volo: anche quelli erano lavoratori privilegiati. Dobbiamo percorrere allora tutti i passaggi del disastro sociale negli Usa, perché le parole di Obama divengano concrete da noi? Magari è proprio questo il disegno di Veltroni. I lavoratori di Alitalia, con le loro paure, ragioni e contraddizioni, sono soli. Sotto una campagna che fa sembrare di sinistra persino il buon senso di Cesare Romiti, che si domanda perché non si possa far continuare a lavorare l'azienda, tagliando gli sprechi ma conservando il patrimonio industriale, forzando tutte le regole del mercato come si è fatto per la Fiat. Ma oramai siamo in attesa del ritorno di Spinetta che, nuovo Carlo D'Angiò, venga a salvare l'Italia. Che classe dirigente inetta e priva di capacità e dignità. Che vergogna scaricare tutto sui lavoratori. Non sappiamo come finirà questa vertenza, ma una cosa è chiara: grazie a Prodi e a Padoa Schioppa il sindacato della concertazione, della cogestione, della collaborazione con governo e azienda è morto. Anche se non è un risultato da essi voluto, grazie a loro niente diventa più utile, serio e attuale del conflitto sociale e dell'indipendenza del sindacato dai governi, dai partiti e dalle aziende.
E' meglio comprare Air France
Giovanni Colonna
La notizia: si cercano 8 imprenditori disposti ad investire 200 milioni ciascuno per salvaguardare l'italianità di Alitalia. Ristrutturare Alitalia non è un' impresa impossibile, ma messa in piedi in fretta e furia sulla spinta di esigenze elettorali rischia di avere il solo effetto di distruggere altra ricchezza e rimandare il problema. Capovolgiamo la questione: con 1,6 miliardi di euro di capitale di rischio si può ottenere un prestito di 1 miliardo da quasi qualsiasi banca nel mondo e, oggi, una somma del genere (2,6 miliardi) è sufficiente a comprare sul mercato la maggioranza delle azioni Air France visto che la compagnia transalpina in borsa vale 5,2 miliardi di euro. Non è forse un investimento migliore che gettarli nella fornace Alitalia?
Nel 2007 Air france ha prodotto 656 milioni di flussi di cassa e utili netti per 891 milioni, i soli dividendi delle azioni sarebbero sufficienti a pagare gli interessi sul debito del prestito contratto; con gli stessi soldi che oggi servirebbero per salvare Alitalia un gruppo di imprenditori potrebbe ottenere il controllo di una delle principali compagnie aeree del mondo e fare un buon affare. Una operazione di capitale non ideologica. Invece ci si concentra su una battaglia sterile - l' italianità della società - senza capire che non esistono cose italiane o cose francesi ma solo cose che funzionano e cose che non funzionano. L'Alitalia è una società che non funziona e così com'è dovrebbe fallire. Se un gruppo di imprenditori del nord comprasse veramente Air France potrebbe pensare con più calma a come sviluppare Malpensa per farne un hub europeo e a come integrare Alitalia. Ma anche da azionisti di riferimento potrebbe farlo solo se il progetto avesse senso, e il giudice del «senso» in un sistema capitalista combacia con il profitto non con l'orgoglio nazionale.
Milano può avere un aeroporto internazionale solo se il tessuto economico che ne usufruisce è capace di pagarne il prezzo. Ogni cosa funziona nella misura in cui ha senso, Altrimenti è vanità. L' idea di una compagnia di bandiera in perdita che mantiene due Hub centripeti (Roma e Milano) quando tutto il mondo sviluppa modelli centrifughi è un vessillo d'oro che svetta su una costruzione senza fondamenta. Salvare Alitalia senza un progetto è sopra la ragione, è la sopravvivenza di un simbolo che è solo facciata; Scriveva Saint Exupéry: «L'autorità riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se tu ordini al tuo popolo di andare a gettarsi in mare, farà la rivoluzione. Ho il diritto di esigere l'ubbidienza perché i miei ordini sono ragionevoli». Cioè possiamo ordinare al sole di tramontare, ma solo la sera verso le sette e quaranta saremo ubbiditi a puntino.
La proprietà da dei diritti sulle cose, e questo è tutto ciò che si può comprare con i soldi, ma nessuna società può prescindere dall' accettazione del fallimento a meno di prescindere dalla democrazia; Se qualcosa non va bene deve cambiare; vogliamo un vettore italiano? Vogliamo un hub a Milano? Compriamo Air France e trattiamo alla pari con i francesi l'integrazione e il risanamento di Alitalia, e lo spazio che può ragionevolmente occupare .Più dei soldi servono coraggio umiltà e fantasia, serve l'idea dell' impresa; quando sono al servizio di un idea i soldi si trovano quasi sempre.
«Ho la cordata, servono i soldi»
L'attivismo del cavaliere come ai tempi della Iar, quando bloccò i piani di Prodi e De Benedetti su Sme. Passera lo corregge ma non chiude. Veltroni svicola, esecutivo preoccupato: se ha delle carte le mostri subito. Entro marzo Berlusconi fa campagna elettorale con Alitalia. «Serve un prestito ponte del governo, Banca Intesa e investitori seguiranno»
Andrea Fabozzi
Roma
Al mattino Silvio Berlusconi rilancia la «cordata di imprenditori italiani» radunati intorno a Banca Intesa per contendere Alitalia ad AirFrance-Klm. Al pomeriggio il presidente di Banca Intesa Corrado Passera frena: «Non c'è nulla sul tavolo, da tre mesi non prendiamo parte ad alcuna trattativa». La borsa crede a lui e blocca la ripresa del titolo. Strana corrispondenza questa tra il cavaliere e il banchiere tradizionalmente vicino a Prodi e al centrosinistra. Berlusconi è in campagna elettorale e si atteggia a paladino dei lavoratori Alitalia (e di Malpensa), a Passera fa piacere che la partita si riapra. Probabilmente è troppo tardi: «Il piano di AirOne era molto bello ma è superato dagli eventi», ammette. Al cavaliere il presidente di Banca Intesa manda a dire che non è lui che comanda il gioco: «Non abbiamo mai investito in qualcosa perché chiamati da qualcuno, ed è per questo che abbiamo sempre fatto buoni affari». Ma uno spiraglio, piccolo, resta aperto: «Dovremmo avere maggiori informazioni, saperne di più - conclude Passera - su queste basi è inimmaginabile un'offerta». A Berlusconi basta questo per potere, a sera, assicurare che la cordata di imprenditori è in piedi - «ne farebbero parte anche i miei figli, se fosse necessario» - e che Banca Intesa non ha gettato la spugna: «Mi risulta in maniera inequivocabile che chiedono che sia data anche a loro la possibilità di una due diligence (una verifica dei conti, ndr) per conoscere la realtà aziendale».
E' chiaro che Banca Intesa non ha intenzione di azzardare un altro passo sapendo di avere contro il governo. Ma rimasto per mesi silenzioso sul caso Alitalia, adesso che ha deciso di giocare anche questa partita in chiave elettorale Berlusconi è inarrestabile. Tanto da riprendere i colloqui con Prodi: lo chiama al mattino presto e gli assicura che l'offerta - ancora coperta - arriverà. Ma il cavaliere ha una richiesta molto pesante: un nuovo prestito ponte da parte dello stato ad Alitalia che conceda all'azienda e dunque all'ipotetica nuova cordata imprenditoriale tre-quattro mesi di tempo per riequilibrare la rotta. Prodi, al telefono con il cavaliere, chiarisce che l'Europa ha regole molto rigide per autorizzare questo genere di intervento pubblico: il prestito deve essere fatto a condizioni di mercato. E poi chi sono questi imprenditori disponibili, oltre ai Toto di AirOne (un nipote del fondatore è candidato con il Popolo delle libertà alla camera in Abruzzo), che fino ad oggi non si sono fatti avanti? Prodi sa di non poter chiudere ad ogni alternativa col rischio di presentarsi come un entusiasta del piano lacrime e sangue di AirFrance. Per questo aveva già mercoledì cercato al telefono Berlusconi per farlo uscire dal vago. Anche perché l'iniziativa del cavaliere sta ridando vita al partito dei «nazionalisti» che vedono male la cessione della compagnia di bandiera, ce ne sono anche nella maggioranza, Rutelli ad esempio. «La scadenza per nuove offerte resta il 31 marzo», chiarisce il presidente del Consiglio uscente. Il rischio altrimenti è che Alitalia si avvii al fallimento e che la colpa venga scaricata sul centrosinistra. Il ministro del tesoro Padoa Schioppa insiste: se c'è qualcuno interessato davvero ad Alitalia «si faccia avanti con atti formali e offerte concrete, altrimenti distrugge una possibilità di vendita anziché costruirne una nuova. I tempi, ormai strettissimi, non possono dipendere dal calendario politico». Cioè niente rinvio a dopo le elezioni. Il ministro però è il primo a non credere all'esistenza di alternative ad AirFrance. Era stato lui stesso a cercarle ormai molti mesi fa.
Piazzata com'è a ridosso del voto politico, la partita per Alitalia resta di grande difficoltà soprattutto per il centrosinistra già in svantaggio nei sondaggi. Veltroni se ne tiene alla larga, limitandosi a punture di spillo nei confronti degli avversari (e ieri Il Sole 24 Ore sfotteva l'ambiguità del segretario Pd). L'attivismo di Berlusconi fa paura soprattutto perché finalizzato solo a un guadagno elettorale. Una cordata fasulla, utile solo per intralciare i piani del governo: il cavaliere lo ha già fatto più di venti anni fa ed anche allora avendo Prodi dall'altra parte. Erano i tempi della Iar, il consorzio con il quale Berlusconi pretese di acquisire la Sme, l'alimentare di stato che l'Iri aveva deciso di cedere alla Cir di De Benedetti. Una vicenda che anni dopo avrebbe originato un processo per corruzione giudiziaria concluso solo nell'autunno scorso. Salvando Berlusconi e Previti, con la prescrizione.
Alitalia: non dalle nostre tasche! - 22 aprile 2008 (da http://www.lavoce.info/)
Ci risiamo. Ancora una volta la politica si è messa nel mezzo e così è saltata la trattativa con AirFrance-Klm, come otto anni fa era saltata quella con Klm. Nel frattempo la compagnia ha perso prestigio, aerei e collegamenti internazionali, con danno rilevante per lo sviluppo del Paese. Non solo, Alitalia ha perso soldi in 14 degli ultimi 15 anni e ha succhiato (per ricapitalizzazioni) oltre 5 miliardi di euro dalle tasche dei contribuenti italiani; contribuenti che in grande maggioranza non volano. La spregiudicatezza elettorale del prossimo Presidente del Consiglio, la cecità dei sindacati e un malinterpretato federalismo territoriale hanno spinto anche Air France a ritirarsi. Ora, con la compagnia con l’acqua alla gola e a rischio di fallimento minuto per minuto, si propone un ulteriore sacrificio, un prestito “ponte” di 100-150 milioni di euro, di nuovo sulle spalle del tartassato contribuente italiano. Un prestito oltretutto che la Commissione Europea ha già bollato come illecito aiuto di Stato. Tanto che qualcuno propone di giustificare il prestito con “ragioni di ordine pubblico”. Ma a tutto c’è un limite, quantomeno di decenza. Naturalmente, il ricco Presidente del Consiglio “in pectore” e i suoi amici sono liberissimi di offrire contributi volontari alla compagnia di bandiera, se così desiderano. Ma il Consiglio dei Ministri ancora in carica non attinga alle nostre tasche. Perché - caduta la trattativa con Air France-Klm – il “ponte” non porta da nessuna parte in tempi brevi: alla fine del ponte sembra esserci solo il vuoto o qualche altro lungo “ponte”. Insomma, tanti altri nostri soldi buttati. Sarebbe meglio che il Governo aspettasse ancora 2 o 3 giorni e poi, se non si manifestassero prospettive serie e concrete (industriali oltre che finanziarie), lasci partire il commissariamento. Probabilmente, così si arriverà al fallimento. Sarebbe forse una lezione salutare per tutti gli sgangherati attori di questa pessima…compagnia di giro.
Andrea Boitani e Massimo Bordignon
Cordate - 19 aprile 2008
AirFrance, Aeroflot. Tutto va bene per migliorare il risultato finale della trattativa. Anche se, fuori dalle polemiche elettorali, Alitalia convolerà a giuste nozze, quasi certamente con Air France. Come ha detto Berlusconi, basta che ci sia “pari dignità – il che non significa nulla, ma aiuta perché si può sempre sostenere che finora Air France non l'avesse data, e che la sua prossima proposta (quasi identica alla prima) soddisfa invece questo requisito.
E va bene così proprio per difendere l’interesse nazionale, per avere qualcuno che ha capacità manageriale, risorse finanziarie e network capaci di rilanciare questa impresa. Questo non basterà per garantire che la nuova Alitalia sappia dare un servizio di qualità a prezzi accettabili – per questo si dovrà far funzionare la concorrenza. E largo ai vari Meridiana, AirOne, ecc., ben vengano, e chi ha pilo (competitivo) farà più tela.
E Malpensa? Non è mai stato un problema del nord. Andate a Bergamo o Brescia per sentire quanto tengono a Malpensa. Eppure i milanesi ricordano bene che l’unica ragione per cui tanti volano da Malpensa è che dieci anni fa un decreto del governo (centro sinistra) chiuse centinaia di voli da Linate, che il mercato voleva tenere lì e cheper decreto sono stati deportati a Malpensa.
Il ridimensionamento di Malpensa è un problema dell’alta Lombardia e dovrà esssere risolto come tale: un problema di sviluppo territoriale.
La lega – a suo tempo contraria all’intervento dello Stato – oggi reclama i soldi di Roma per Malpensa. Ma se diamo aiuti di Stato a una delle regioni più ricche d’Europa, quanto denaro dovremo dare alla Sicilia?
Carlo Scarpa
22 Apr, 2008
Ici e federalismo: uno dei due è di troppo.
LO STRANO CASO DEI FEDERALISTI ANTI-ICI
di Pietro Reichlin 22.04.2008 (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000377.html)L'Ici garantisce quasi il 60 per cento delle entrate tributarie dei comuni. Eppure, il nuovo governo si accinge ad azzerarla, almeno sulla prima casa. Certo, trasferire il carico fiscale dalla proprietà alle attività produttive può procurare un vantaggio elettorale, ma rivela una notevole dose di miopia, dei governi e degli stessi elettori. L'abolizione dell'imposta è contraria ai principi di base del federalismo, renderà i comuni meno virtuosi, avvantaggia soprattutto i contribuenti più ricchi e sarà un ulteriore freno alla modernizzazione del paese.
Si
può essere dei veri federalisti, come proclamano i politici della Lega
e il prossimo governo Berlusconi, e proporre l’azzeramento dell’Ici sulla prima casa?
L’imposta
garantisce quasi il 60 per cento delle entrate tributarie dei comuni.
La sua abolizione, anche se compensata da un corrispondente
trasferimento dallo Stato, limita notevolmente l’autonomia fiscale
dei governi locali ed espone i cittadini al rischio concreto di dover
pagare nuove tasse nel futuro. Il disavanzo pubblico non può essere
ulteriormente aumentato e i trasferimenti necessari a compensare
l’abolizione dell’Ici potranno essere coperti solo da un aumento di
qualche atro carico tributario o dalla riduzione di qualche servizio.
Come diceva Milton Friedman, non esistono “pranzi gratis”.
L'IMPOSTA PIÙ IMPORTANTE PER I COMUNI
Anche
se volessimo credere che i pranzi gratis esistano veramente, ci sono
altre considerazioni di cui un vero federalista dovrebbe tenere conto.
In primo luogo, la proposta potrebbe incentivare i comuni ad aumentare le imposte locali
pochi giorni dopo l’azzeramento forzoso dell’Ici. Se i partiti che
governano un comune sono riusciti a vincere le elezioni quando gli
elettori pagavano l’imposta, gli stessi partiti penseranno che, dopo
l’abolizione dell’Ici, gli stessi elettori saranno disposti ad
accettare l’aumento di qualche altro tributo. Di conseguenza, la
pressione fiscale complessiva potrebbe aumentare.
Uno dei capisaldi del liberalismo
è che i governi possano procurarsi risorse pubbliche solo mediante la
tassazione del reddito o della proprietà di cittadini-elettori. In
democrazia vince il partito politico che, a parità dei servizi offerti,
riesce a tassare di meno. Si tratta di un importante principio di
responsabilità ed efficienza. Ma se il livello di tassazione è
sottratto alla responsabilità dei governi, questo principio viene meno.
I governi possono spendere di più, e in modo ingiustificato, perché i
costi di queste spese ricadono su un’entità esterna (il governo
federale).
La proposta di Silvio Berlusconi di abolire l’Ici è un
classico esempio di cattivo federalismo. L’Ici è la tassa più
importante per i comuni. Senza l’Ici, i costi della cattiva politica locale sono trasferiti al governo nazionale.
PERCHÉ TASSARE GLI IMMOBILI
Forse
Berlusconi vuole abolire l’Ici perché ritiene ingiusta o inefficiente
la tassazione degli immobili? Che sia inefficiente tassare gli immobili
è contrario alla più elementare logica economica. Se tassi il lavoro o
le attività finanziarie, la gente lavora di meno e investe all’estero.
Se tassi gli immobili (ai livelli attualmente vigenti in Italia) gli
effetti negativi sull’offerta sono nettamente inferiori: una modesta
riduzione degli investimenti immobiliari e qualche cittadino che
trasferisce la residenza in un altro paese. In tutte le nazioni
sviluppate esistono tasse sui patrimoni, oltre che
sul lavoro e sui consumi. In Italia la pressione sui patrimoni è tra le
più basse tra i paesi Ocse: preferiamo tassare il lavoro e i profitti
d’impresa. Dovremmo fare il contrario: nel nostro paese lavorano troppe
poche persone e le imprese sono troppo piccole. Negli Stati Uniti,
la tassa sugli immobili serve ai governi locali per finanziare scuole,
infrastrutture e programmi sociali. Uno dei motivi principali per
delegare alle giurisdizioni locali la tassazione della casa, è proprio
il fatto che questo bene è meno mobile di qualsiasi altra forma di
ricchezza. Un’altra ragione per cui l’abolizione dell’Ici dovrebbe
suscitare l’opposizione di chi crede nel federalismo.
Va poi
ricordato che la Finanziaria del 2006 ha trasferito la gestione del
catasto ai comuni. La misura è evidentemente ispirata a una logica di
decentramento, con l’obiettivo di migliorare i servizi ai cittadini e
la qualità dei dati catastali. È vero che la Finanziaria 2007 ha
ridimensionato le competenze sull'aggiornamento degli estimi, lasciando
ai comuni soltanto un ruolo di collaborazione e riportando questa
funzione in capo allo Stato: ma quale incentivo avranno comunque a
svolgerla se la prima casa non sarà più tassata?
Berlusconi è un
politico abile. Ha capito che l’Ici è la tassa più odiata dagli
italiani. Non perché sia troppo elevata. L’ultimo governo Prodi ne
aveva già ridotto l’importo oltre il necessario. Forse perché l’80 per
cento degli elettori possiede una casa e solo il 60 per cento degli
italiani in età lavorativa svolge un’occupazione?
Trasferire il carico fiscale dalla proprietà alle attività produttive può procurare un vantaggio elettorale,
ma rivela una notevole dose di miopia, dei governi e degli stessi
elettori. L’abolizione dell’Ici è contraria ai principi di base del
federalismo, renderà i comuni meno virtuosi, avvantaggerà soprattutto i
contribuenti più ricchi e sarà un ulteriore freno alla modernizzazione
del paese.
22 Apr, 2008
La sconfitta e la tv
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=74747
Piccoa nota: si chiama egemonia e si basa sul capitale. Di seguito l'articolo.
Ed è pure emblematico il fatto che la televisione non sia cambiata di una virgola con il centrosinistra al governo, incapace di mettere in piedi un progetto alternativo di tv per gli italiani, che sapesse sposare la popolarità non dico con l’intelligenza, che è merce rara, ma almeno con la dignità. Dalle sei del mattino fino a notte inoltrata, il monopensiero televisivo ha formato un mondo, una mentalità dominante, schiacciante. Da Festa italiana a Verissimo, passando per Vespa a Cucuzza, senza considerare Amici e l’incredibile video di «Meno male che Silvio c’è», sorvolando sui giochetti milionari e il cinismo vallettopolaro di Buona Domenica, abbiamo avuto un martellamento ininterrotto, durato anni e anni, che è stato la principale fonte di informazione ed il principale nutrimento intellettuale di milioni e milioni di italiani.
Si dirà: che banalità, questa storia degli italiani manipolati dall’imperium mediatico berlusconiano. Sarà anche una banalità, ma gli effetti si sono avuti fin su nel salotto di Vespa, dove per altrettanti anni degnissimi esponenti del centrosinistra (e, bisogna dirlo, in particolar modo della Sinistra ora finita nel macero) si facevano trattare come degli scolari messi dietro la lavagna da Bruno Vespa. È lì che vedi l’effetto del berlusconismo, quando ti rendi conto di quanto il mondo che noi definiamo «di sinistra» sia stato culturalmente, oltreché politicamente, succube di questa destra.
Qualcuno ha già rilevato che lo spostamento in area leghista di un’infinità di voti provenienti dalla sinistra è sintomo dello smottamento della coscienza civile del paese, dato che indiscutibilmente l’asse portante del leghismo sono «gli sghéi» e «il négher», che deve tornarsene a casa sua anche se la casa non ce l’ha: mettiamo questa immagine accanto a quelle scorse in abbondanza su Retequattro relative al concorso di Miss Padania, shakeratele subito dopo con le «meteorine» di Emilio Fede, con le incursioni di Fabrizio Corona sui luoghi di (vari) delitti, e capite cosa si intende per smottamento della coscienza civile.
Da parte della sinistra c’è sempre stata una sottovalutazione drammatica della questione mediatica. Laddove la destra ha condotto lucidamente e con estrema determinazione la sua strategia in campo televisivo ed editoriale, la sinistra è apparsa distratta, confusa, incerta, assente. Quello berlusconiano è un modello culturale prepotente, pervasivo: va dal rotocalco alla Chi, vero house-organ del berlusconismo e della cultura dell’a-legalità, fino ai talk show politici, dalla curiosa logica dei telegiornali che per malinteso senso dell’istituzionalità sorvolano sugli aspetti più eclatanti dell’azione di Re Silvio, fino alla fatua assurdità delle trasmissioni pomeridiane di gossip, che sposano l’abiezione della cronaca con l’abito da sposa della velina tal de’ tali che si fa impalmare dal calciatore tal de’ tal’altro.
Visioni da incubo: vai nelle enclave operaie del nord e del sud, vai nelle borgate, trovi milioni di ragazzini che sembrano usciti dallo stampino delle televisioni Mediaset. Vai nei paesi di provincia e vedi la pancia dell’italianità sprofondata nella religiosità spettacolare e postmoderna che unisce le stimmate di Padre Pio alle trasmissioni in tema miracolistico di Bruno Vespa. Vai nei supermercati e vedi le mamme che inveiscono contro i prezzi («colpa dell’euro!») e che ti paiono uscite dal pubblico di Forum, vai nelle periferie e vedi la paura degli immigrati e ti ricordi che in tv le uniche straniere sono Aida Yespica e Fernanda Lessa, vedi i salari sprofondati negli abissi e ti ritrovi bombardato dalle televendite di Mediashopping... E poi ti chiedi: dov’era la sinistra in questi anni?
rbrunelli@unita.it
21 Apr, 2008
Una Sinistra unitaria e plurale resta la strada
...la destra più rozza dell'Europa occidentale s'è impadronita della mente degli italiani, facendo del nostro un paese egoista e miope, nel quale ognuno si è chiuso in quel che crede il suo interesse più immediato mentre d'una democrazia decente più nulla importa (Rossana Rossanda)
Le
ragioni della sconfitta della Sinistra, le condizioni per la ripresa,
dalla news letter di Sinistra Democratica del 18 aprile 2008
(di Silvia Bandoli)
Sarà un pezzo più lungo di
quelli che scrivo di solito, me ne scuso. Ma il momento è serio. Il
Popolo delle libertà e la Lega stravincono le elezioni, il Pd resta
inchiodato a oltre nove punti di distanza , Berlusconi torna al
governo, la Sinistra Arcobaleno subisce una sconfitta storica e per la
prima volta non entra in Parlamento. Siamo stati penalizzati
dall’appello ossessivo al voto utile (tanti elettori di sinistra hanno
votato Pd illudendosi di poter battere Berlusconi ma il loro voto non è
servito) e dall’astensione di un’altra parte delusa dall’operato del
Governo Prodi appoggiato anche dalle forze di sinistra.
Questi due elementi però non spiegano una sconfitta tanto bruciante
maturata nell’ultimo anno, e che deriva dai nostri enormi e persino
incredibili errori.
Non abbiamo convinto gli elettori che avevano votato a sinistra nel
2006, non abbiamo conquistato nuove forze. La Sinistra Arcobaleno in
versione lista elettorale finisce qui. Quando nacque il Pd dicemmo che
era un terremoto politico, che nulla sarebbe più stato come prima. Che
nessuna delle forze della sinistra poteva da sola rispondere al vuoto
che si creava a sinistra del Pd: che era necessaria e urgente una
sinistra unitaria e plurale, un nuovo soggetto politico. Ma tra il
nostro dire e il nostro fare c’è stato di mezzo il mare.
Abbiamo sprecato un anno . Nonostante gli Stati Generali in
dicembre, dove tutti i dirigenti della sinistra politica si erano
dichiarati pronti a promuovere e a farsi “travolgere” da una
costituente della Sinistra , capace di risvegliare la partecipazione
alla politica, pochi giorni dopo tornavano a prevalere chiusure,
piccoli egoismi e nessuna costituente è partita nei territori. Siamo
così arrivati tardi all’appuntamento delle elezioni anticipate, solo
con una lista elettorale (la Sinistra Arcobaleno), senza una idea di
sviluppo di questo paese, senza un progetto chiaro e credibile per il
dopo elezioni, noncuranti di ristabilire un minimo di radicamento
sociale.
Abbiamo puntato tutto sul fatto che la sinistra rischiava di
scomparire, che bisognava difenderne l’esistenza. Questo appello non
poteva essere sufficiente perché per quanto un elettore di sinistra sia
sensibile al mantenimento di una Sinistra nel suo Paese egli vuole
capire come sarà, dove lo porta, quali politiche concrete propone per
cambiare in meglio la vita delle persone, quali principi mette a base
del suo progetto. E vuole anche democrazia nelle scelte programmatiche,
nella elezione dei gruppi dirigenti, nella definizione delle liste,
condivisione e partecipazione. Senza democrazia diventa asfittico
qualsiasi organismo politico (oppure diventa leaderistico e
personalistico come sono il PDL e il PD). Senza partecipazione siamo
stati percepiti come uno dei tanti ceti politici che cercano di salvare
loro stessi, e questo, per una sinistra che aveva denunciato la crisi
della politica e si era proposta di cambiarla nelle forme e nei modi è
risultata una contraddizione enorme. Se ci guardiamo intorno siamo,
paradossalmente, noi dirigenti della Sinistra Arcobaleno quelli che più
di tutti gli altri risultano travolti dalla pesante critica che
montava, spesso con analisi che io non ho condiviso, dalla cosiddetta
antipolitica. E a questo voglio aggiungere che l’aver dato una immagine
totalmente maschile è stato un limite serissimo che denuncia una cecità
profonda e mai superata.
Se sono vere anche solo una parte delle cose che ho scritto fin qui
è chiarissimo che siamo di fronte ad una mole enorme di problemi da
capire e da risolvere se vogliamo pensare ad una ripartenza. Per
ricominciare bisogna avere chiare le ragioni di una sconfitta,
rimettere mano in fretta alle pratiche politiche sbagliate che hanno
condotto a quegli errori, cambiare con la democrazia (e non con
sommarie rese dei conti) coloro che dirigeranno in futuro l’eventuale
progetto di rilancio. Ma bisogna anche dirsi con chiarezza e senza
prese in giro qual’è la proposta politica e il progetto di paese che
vogliamo rimettere in campo. Ho scritto tante volte della Sinistra che
vorrei e non potrei adesso scrivere cose diverse .
Vedo moltiplicarsi in questi giorni convulsi appelli di ogni genere
ma ciò che li accomuna è un dato chiaro: la richiesta di tornare ognuno
nei propri accampamenti e nei vecchi perimetri culturali. Il solito
ritornello che vuole i comunisti con i comunisti, i verdi con i verdi,
i socialisti con i socialisti..ripropone solo la congenita e maledetta
incapacità delle varie culture della sinistra italiana a stare insieme.
E’ una resa. Credo che ognuna di queste culture politiche per quanto
ben organizzata non possa, da sola, andare da nessuna parte. Temo che
andrebbe solo verso il suo esaurimento.
Sento anche che alcuni altri (pochi per fortuna) propongono di
trasferirci armi e bagagli nel Pd : mi pare anche questa una proposta
disperata e sbagliata. Se siamo uomini e donne di sinistra come
potremmo ritrovarci in un partito che , per sua stessa ammissione non è
e non vuole essere un partito di Sinistra?
Tutte le ipotesi che ho elencato rinunciano alla sfida che resta
intatta davanti a noi e che ci è caduta addosso quando è nato il Pd :
come e chi ridarà forza ad una sinistra in italia? Come ricostruirla? E
su quali basi? Dobbiamo tenere i nervi saldamente ancorati alla ragione
perché in un momento tanto grave i gesti istintivi e frettolosi possono
apparire più semplici, ma in genere sono sostenuti da poco pensiero e
rischiano di diventare altri errori che si accumulano a quelli già
fatti. Io penso che resti tutto intero davanti a noi l’obiettivo di una
sinistra unitaria e plurale perché ritengo maturo (anzi oramai quasi
scaduto) il tempo nel quale le culture più storiche della sinistra
possano convivere insieme a quelle più recenti e nuove (quelle nate
dall’ecologia scientifica, dal pensiero della differenza di sesso e
dalla libertà femminile, dalla critica alla globalizzazione). E del
resto quanti di noi interrogando la loro coscienza (e anche la loro
pratica politica quotidiana) potrebbero dirsi oggi solo e soltanto
comunisti, o solo socialisti o soltanto verdi? Siamo molte culture
(ognuno di noi ne raccoglie nel suo intimo molte più di quel che ci
diciamo) e insieme dobbiamo cercare di radicare nel paese una sinistra
unitaria e plurale. Che non può essere la somma di tanti partitini e
dei suoi gruppi dirigenti, ma un soggetto politico nuovo.
Per quel che attiene al progetto riparto anche qui da cose già dette :
“Se non si cresce non c’è nulla da ridistribuire. La crescita prima
di tutto e il Pil come totem” Questo è stato il tema della campagna
elettorale del PDL ma purtroppo è diventato anche il motivo dominante
di quella del Pd. La Sinistra parte da altri presupposti: è una forza
politica che vede il mondo e le sue contraddizioni globali e ha il
coraggio di dire al Paese cosa deve crescere e cosa invece deve
decrescere.
Devono crescere, ad esempio,i servizi immateriali, i trasporti di
merci su ferro e per mare e i mezzi pubblici per le persone, il
risparmio energetico e le energie rinnovabili, il salario e gli
stipendi, la sicurezza del lavoro e il suo ruolo sociale, l’agricoltura
non modificata, le reti idriche, l’edilizia di manutenzione e di
recupero , l’impresa sociale, i diritti.
Devono diminuire le rendite, le speculazioni edilizie e
finanziarie, l’uso di cemento che ci vede tra i primi Paesi nel mondo,
il trasporto di merci su gomma, la dipendenza dal petrolio, il numero
di automobili, la chimica più inquinante, le spese per armamenti (che
negli ultimi dieci anni toccano il picco). La chiave di volta è una
idea di sviluppo fondata sulla riconversione ecologica di settori
importanti della nostra economia. Una diversa concezione dei
consumi,dei cicli produttivi e delle merci. Lanciare allarmi sui
cambiamenti climatici e sui limiti delle risorse naturali non vale
nulla se si rinuncia ad indirizzare lo sviluppo verso altri fini, anche
attraverso indirizzi chiari e forti dello Stato in economia.
Il cambiamento del modello di sviluppo liberista è il nostro
obiettivo e la riconversione ecologica dell’economia è l’insieme di
riforme da mettere in campo per conseguirlo. Spesso la Sinistra non ha
saputo vedere quanta giustizia sociale passi attraverso la
riconversione ecologica, e ha sbagliato. Proviamo a pensare all’acqua.
Di quale giustizia sociale si può mai parlare in un mondo nel quale una
parte enorme di persone non ha accesso all’acqua e da qualche settimana
neppure al cibo minimo? Che l’acqua resti un bene comune, un diritto, e
che la gestione delle reti resti pubblica è una scelta precisa, di
sinistra, redistributiva, antiliberista. Il Pil misura in modo
indifferenziato la produzione di un Paese, non ci parla degli
squilibri. Il Pil non misura i diritti e non li garantisce, non
riequilibra le risorse, non ci parla di democrazia, non si cura della
sicurezza sul lavoro, non ci dice che stiamo consumando troppo
territorio agricolo, che cementifichiamo le coste (vera risorsa per un
turismo di qualità), che abbiamo il 40 per cento di acqua che si
disperde . Il Pil è un indicatore nudo e crudo.
Lo consideriamo, ma non è la bussola della Sinistra. A noi
interessa il benessere economico netto . Il disco rotto della crescita
indifferenziata gira sul piatto da molti anni. E da molti anni nulla di
buono cresce. Noi lavoriamo invece per l’aumento della qualità sociale
e ambientale dello sviluppo. Se queste (e molte altre ancora) sono
alcune delle nostre idee, dalle quali derivano progetti di cambiamento
che migliorano la vita delle persone, un altro nodo va sciolto al
nostro interno.
Si tratta del fatto se la Sinistra alla quale pensiamo debba avere
oppure no una cultura di governo. Che non vuole dire stare al governo.
Io provengo da una forza politica, il Pci, che aveva una solida cultura
di governo. Che sapeva misurarsi con tutti i problemi che i lavoratori,
i cittadini, gli insegnanti, i tecnici, le città come organismi
complessi presentavano. Si può stare all’opposizione con una solida
cultura di governo e ottenere risultati importanti, si sta spesso al
governo per anni senza ottenere alcun risultato e senza governare (la
Campania insegna).
Ebbene io penso che una sinistra unitaria e plurale per diventare
una forza popolare, radicata socialmente, presente sui problemi del
territorio debba avere una cultura di governo su tutti i temi che si
aprono davanti a noi in questo secolo così difficile. Nessuno escluso,
anche quelli che ci imbarazzano di più o che vedono una nostra
elaborazione assai scarsa. Parlerei di egemonia, una parola fondante
per la sinistra, ma non vorrei aprire un confronto filosofico.
Da ultimo le forme, i modi, le relazioni, le nostre parole. L’unica
forma per organizzare una forza politica di qualsiasi genere è la
democrazia. Nessuno accetta più, a sinistra di vivere senza democrazia.
Se la Pdl e il Pd hanno scelto il modello leaderistico e personale di
tanti uomini soli al comando io ritengo che la Sinistra non possa farlo
perché negherebbe in radice la sua natura. I modi sono quelli della
trasparenza delle scelte, della partecipazione e dell’ascolto, del
ritorno ad organizzazioni territoriali e a rete.
Le relazioni sono quelle tra le persone nelle quali si riconosce ad
ogni livello e si rispettano le differenze e la presenza e la libertà
di tutti e due i sessi. Le parole nuove ce le dobbiamo inventare tutti
e tutte insieme, e non sarà facile perché spesso, parlando quasi sempre
tra noi abbiamo assunto un linguaggio autoreferenziale e
incomprensibile a chi ci ascolta, ai giovani in particolare. Vedo in
questi giorni tentativi sommari di trovare capri espiatori, di
consumare rese dei conti. Inutili pratiche, vecchie come il mondo.
Chiarito il percorso che vorranno fare tutti coloro che non sono
disponibili a tornare dentro i recinti di prima allora democraticamente
e con un forte collegamento con i territori dovremo trovare tutta la
democrazia che serve per eleggere in modo trasparente chi dovrà portare
più responsabilità di altri. Vendola nella sua intervista di ieri ha
detto un nuovo gruppo dirigente che comprenda al suo interno anche una
nuova generazione, e io concordo. Dice anche che si potrebbe pensare ad
una direzione duale (un uomo e una donna), può essere e sarebbe un
fatto nuovo. Ma la condizione è che percorsi, programmi, persone
vengano scelte con la democrazia e con il voto. Abbiamo fretta da una
parte ma abbiamo anche un po’ di tempo. Rifondazione è alle prese con
un dibattito congressuale difficile che io rispetto e che credo vada
svolto. Ma pur seguendo con attenzione quella riflessione non è detto
che nel frattempo si debba restare fermi. Ripartiamo dal territorio,
dai gruppi unitari che si sono formati in tante realtà, dalle case
della sinistra, dalle associazioni che sono disponibili, dagli eletti
nei comuni, nelle province e nelle regioni. Costruendo attorno a loro
partecipazione , legame con i territori e discussione politica.
Riuniamoci, compagne e compagni, diciamoci tutto quello che pensiamo…e
poi, finite le critiche e le invettive, rimettiamoci in cammino.
20 Apr, 2008
Registrazione Assemblea Nazionale de La Sinistra L'Arcobaleno, Firenze 19 Aprile
Registrazione Assemblea Nazionale de La Sinistra L'Arcobaleno, Firenze 19 Aprile.
Su radio radicale la registrazione completa di tutti gli interventi:
http://www.radioradicale.it/scheda/252123/assemblea-nazionale-de-la-sinistra-larcobaleno
20 Apr, 2008
Quali rischi ci sono nel detassare gli straordinari?
Quali rischi ci sono nel detassare gli straordinari?
A
parte il merito della proposta, che analizzeremo dopo, è la forma in
cui viene presentata che svela il reale progetto del prossimo governo,
e lo si può leggere in una dichiarazione di Maurizio Sacconi, il quale
rivela candidamente che «la detassazione degli straordinari avverrà
indipendentemente dall'esistenza o meno di accordi sindacali». Insomma,
il futuro governo Berlusconi vuole creare un sistema che praticamente
incentiva a non contrattare, e spinge su istituti unilaterali come le
elargizioni «una tantum», gli straordinari non contrattati, gli assegni
ad personam. E' chiaro che se l'accordo integrativo non è detassato, a
fronte di uno straordinario che lo è, l'impresa non avrà alcun
interesse a sedersi al tavolo per firmare accordi, ma proporrà una
tantum ai lavoratori, che si vedranno costretti ad accettare dato che
non hanno alternative. E' successo di recente alla Tod's di Della
Valle, avremo tanti casi simili.
Si cancellerebbe il sindacato...
Di
fatto sì, perché si offrono ai lavoratori pochi soldi, maledetti e
subito, a fronte della «fatica» di dover fare scioperi. Ma nessuno
spiega che la contrattazione collettiva offre tante tutele normative
che così, in questa contrattazione «individuale», spariscono del tutto.
Senza contare poi che dalla riforma degli straordinari sarebbero
esclusi milioni di lavoratori, dai precari agli stagionali,
diffusissimi in settori come il commercio, l'edilizia, l'agricoltura.
E' un discorso che vale solo per il tipico lavoratore a tempo
indeterminato full time, e neanche ci guadagnerebbe granché: bisogna
fare 250 ore extra l'anno per avere circa 40 euro in più al mese,
secondo i calcoli del Sole24Ore su un operaio metalmeccanico. Mi mi si
deve spiegare che organizzazione del lavoro c'è in un'azienda dove si
fanno tutte queste ore. E poi ci sono rischi per la sicurezza e la
salute: dopo 8 ore in fabbrica o in un'infermeria ne faccio altre 2, o
4, come sarò alla fine del turno?
http://ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Aprile-2008/art13.html
Alcune aziende potrebbero concedere aumenti retributivi ai propri collaboratori camuffandoli da ricorso allo straordinario, con un forte calo delle entrate fiscali e contributive a cui occorrerebbe porre rimedio verosimilmente aumentando le tasse, vista la genetica incapacità dei governi europei a tagliare la spesa. Inoltre, la disponibilità di ore lavorative aggiuntive a buon mercato rappresenta un incentivo alle imprese per non espandere l’occupazione anche in presenza di accresciuta domanda dei propri prodotti e per non compiere investimenti innovativi ad alta intensità di capitale. L’esito di simili decisioni, nel lungo periodo, sarebbe rappresentato da una decelerazione del tasso di crescita della produttività francese, e quindi nel declino del tenore di vita.
http://phastidio.net/2007/06/13/gli-straordinari-di-sarkozy/
19 Apr, 2008
I meglio comunisti
Ora che la sinistra è fuori dal Parlamento tutti a dire che è una storia finita. Ma quale storia? Dovendo proprio parlare di compagni, SDM si diverte di più con quelli di ieri. Altra pasta (dal Foglio del 19 Aprile)
“Mettetevi in testa che questo non è un Parlamento borghese che i deputati proletari devono combattere…”.
(Discorso di Palmiro Togliatti ai
parlamentari del Pci nel dopoguerra).
E adesso, chi a complimentarsi e chi a dolersi – con inevitabile nuovo
passo verso un sempre più innocuo modernariato. Dunque: i comunisti,
signora mia, i comunisti oddio non ci sono più… Dissolti tra le urne,
con gli operai passati dalla gloria della bandiera rossa alla mestizia
del fazzoletto verde, mentre il grottesco si fa sconfortante barricata
– “ci siamo occupati troppo di omosessuali e poco di operai”: senti che
razza di giustificazioni – e una stramba ultima deriva verso il nulla.
E’ tutto un lamento – dagli editoriali del Corriere agli opinionisti di
Casini – tutto un condolersi. I comunisti che non sono più in
Parlamento: mamma, e adesso? Giusto sui siti berlusconiani si trova una
certa becera soddisfazione – “Silvio, sei riuscito a fare quello che
gli Usa hanno provato a fare per cinquant’anni: fuori i comunisti dal
Parlamento italiano”: eroico. Tanta la partecipazione allo strazio
politico bertinottiano, tanti i complimenti allo sconfitto, che lo
stesso presidente della Camera, mentre il suo partito precipitava
dentro il pozzo aperto dalle urne, con un sorriso mesto sottolineava:
“Quando uno è defunto riceve molte lodi…”. Del resto, fatica inutile e
impegno sprecato. A dirla tutta – e molti lo dicono – i comunisti in
quell’aula non c’erano più già da anni e anni. Forse da venti, forse
dal tempo della svolta occhettiana, forse da qualche anno dopo e forse
persino da più di vent’anni. Ma quelli che erano i deputati del
glorioso Pci – l’originale accasato a Botteghe Oscure – quelli “tutti
presenti senza eccezione alcuna”, quelli che furono togliattiani e
berlingueriani, i severi funzionari e gli appassionati latinisti,
quelli scomunicati per davvero, con il pacco dei giornali sottobraccio
e l’Unità sopra a tutti, insomma: i comunisti come tradizione e
buonsenso volevano, beh, quelli mancano da un pezzo… Il resto è stato
per quasi quindici anni divertente parapiglia – il Monte Athos, la
quasi rissa ai cessi parlamentari tra un’intelligente trans e una
turbata forzista, i fischietti suonanti in aula, le canne minacciate in
cortile, i sottosegretari in piazza – forse anarchico socialismo, certo
dibattito perenne, comunque e sempre elevata convegnistica. I comunisti
delle Frattocchie – quelli che a volte fanno ancora drizzare per la
paura l’intero apparato tricologico del Cavaliere – purtroppo erano già
via da un bel pezzo.
Diciamo, i meglio comunisti: il classico, il dop e il doc. Tra i
compagni oggigiorno accasati nello Slow food si potrebbe dire: come le
uova di caviale rispetto a quelle di lombo. Altro tempo, altra vita,
altra storia. Per la quale è possibile agevolmente rintracciare qualche
struggimento, un po’ come lo stupore che prende quando succede di
tornare nel proprio paese dopo tanto tempo e dopo aver a lungo cercato
di fuggirne. Così erano? Così eravamo? In fondo, mica così male. A
Montecitorio, i deputati comunisti erano un’ordinata falange,
disciplinatamente votati alla causa. Che magari, per qualche ingenuità
linguistica potevano incorrere in curiose gaffe, ma sempre con il
chiaro profilo della lotta di classe all’orizzonte. Così, negli anni
Sessanta, il compagno onorevole Teodoro Bigi, da Reggio Emilia, invitò
con forza il governo a prendere provvedimenti a favore dell’industria
dei salumi presente in zona, prima che le contadine stremate fossero
costrette ad andare in città “a vendersi il culatello in piazza”. E non
meno fervida di prospettive politiche e di equivoci lessicali
contingenti – stando al resoconto contenuto in “Scusatemi ho il patè
d’animo”, di Guido Quaranta – risultò l’intervento dell’onorevole
Teresa Noce, che con durezza denunciò l’insensibilità sociale dei
governi democristiani, e in aula preannunciò che il Pci avrebbe
“raccolto i bisogni della gente”, li avrebbe sintetizzati politicamente
“in una Carta” e “portati a Montecitorio”. Ogni equivoco fu poi
chiarito. Il compagno che diventava onorevole – e ne ha dato splendida
testimonianza il compagno Peppone diventato senatore nell’apposito film
– viveva innanzi tutto un prolungamento della sua militanza. Non a
caso, e per decenni, fino all’inizio della dissoluzione degli anni
Ottanta, ben più dell’onorevole contava il segretario di federazione, e
persino Giorgio Napolitano, quando fu eletto a capo di quella di
Napoli, lasciò lo scranno di Montecitorio. L’obbedienza, per il
deputato del Pci, era una qualità apprezzata e una virtù richiesta.
Miriam Mafai, che di Giancarlo Pajetta fu a lungo compagna, nel suo
libro “Botteghe Oscure, addio” ha raccontato quello che successe ad
Aldo Natoli, deputato alla sua prima legislatura, nel ’56, quando
l’Urss invase l’Ungheria: “Venne chiamato da Giancarlo Pajetta che gli
chiese di tenere, alla Camera, un discorso a sostegno dell’intervento
armato sovietico. Natoli, che aveva intelligenza e carattere, rifiutò.
I due stavano discutendo, le voci si sentivano fin nel corridoio.
All’improvviso nella stanza arrivò, furibondo, Giorgio Amendola che,
rivolgendosi a Natoli, gridò: ‘Sei un traditore! Hai sbagliato partito!
Dovevi iscriverti al Partito liberale!’. Natoli uscì sbattendo la
porta. E in aula il discorso a difesa dell’intervento sovietico venne
pronunciato da Giancarlo Pajetta”.
La disciplina, virtù per eccellenza rivoluzionaria nel Pci
togliattiano, tra i comunisti parlamentari era pratica sacra e
indiscutibile. Quando, in qualche pagina interna dell’Unità, come è
successo per anni e anni, compariva il piccolo annuncio che tutti i
parlamentari, “senza eccezione alcuna”, erano tenuti alla presenza in
aula, senza eccezione alcuna quelli si presentavano. Rammenta Emanuele
Macaluso, che dell’Unità è stato direttore, del Pci dirigente, deputato
dal ’63 al ’76, senatore dal ’76 al ’92: “Quando nell’annuncio c’era
scritto ‘senza eccezione’, significava che tutti i deputati dovevano
presentarsi. Quando c’era scritto ‘senza eccezione alcuna’, voleva dire
che anche i membri della direzione del partito erano convocati”. Non
essendo un parlamento borghese da conquistare, né un bivacco per bande
rivoluzionarie, i comunisti togliattiani mostrarono subito una
considerazione quasi vicino alla sacralità per l’aula parlamentare.
“C’era un assoluto rispetto per quelle regole – sostiene Macaluso –
Togliatti, da presidente del gruppo, era attentissimo alle forme,
vestiva sempre di blu, non transigeva sulla disciplina. Nella sua
concezione il Parlamento non era una tribuna di propaganda, ma un luogo
di elaborazione politica e legislativa”. Ecco, questa faccenda delle
forme, e persino del vestiario, per il capo comunista ebbe da subito la
sua importanza. Raccontano che guardasse con un certo disagio la
cattivissima ineleganza (look, a quel tempo, era parola che nessuno
pronunciava e nemmeno sospettava) di molti compagni appena eletti,
subito dopo la guerra. A un importante dirigente, che continuava a
ostentare come un cimelio il vecchio cappotto che aveva usato in
montagna durante la lotta partigiana, un giorno chiese tra l’ironico e
l’irritato: “Facci sapere, compagno, se per caso il partito può fare
qualcosa per procurarti un nuovo paltò…”. A quelli che si atteggiavano
a rivoluzionari nell’aula di Montecitorio, ripeteva: “Questo è un
Parlamento conquistato da tutti, in primo luogo da noi; le distinzioni
non valgono”. Molti eletti comunisti, in realtà, alla fine degli anni
Quaranta non dovevano sembrare granché al loro capo. Qualcosa magari
era migliorato, tanto che Togliatti, osservando alcune delle nuove
deputate notò compiaciuto: “Finalmente abbiamo delle compagne che non
portano il 41 di scarpe” – ma per il resto una sola desolazione. Fu
proprio parlando del suo abbigliamento – blu scuro a pois con un
colletto di merletto bianco – e indicandola come modello agli altri
parlamentari, che fece il suo primo complimento alla Iotti: “La giovane
compagna di Reggio Emilia ha un vestito adeguato. Imparate da lei”.
Forse, il modo di portare le cose, più che le cose stesse. “Ricordo –
ha rievocato Nilde Iotti – che andavo in giro con una vecchia camicia
di flanella di mio padre, rivoltata, ritinta con i coloranti Sutter che
usavano allora, ridotta ad abito e portata non so quanti anni”.
C’era una preoccupazione: l’onorevole comunista non doveva marcare
troppo la sua condizione di compagno economicamente privilegiato. “E’
vero che metà dello stipendio andava al partito. Ma chi non era sposato
pagava anche di più, fino al 60 per cento – spiega Macaluso –. Una
forma di autofinanziamento, ma anche un modo di essere del
parlamentare, che non doveva avere una disponibilità di denaro molto
superiore a quella del funzionario di partito. Non doveva collocarsi
economicamente troppo in alto”. Ricorda ridendo Miriam Mafai: “C’era un
deputato siciliano che pose al partito un problema: lui non aveva una
famiglia né, ovviamente, a quei tempi, dei figli. Ma aveva un grosso
cane. ‘Mangia più di un bambino’, tentò di impietosire
l’amministrazione del partito. Inutilmente”. I deputati comunisti,
soprattutto quelli delle prime legislature, si accampavano in alberghi
modesti, due per camera, in case di compagni. “Quando arrivai a Roma –
il racconto di Nilde Iotti – il gruppo parlamentare indicò un certo
numero di alberghi dove alloggiare. Io, insieme al mio compagno di
Reggio Emilia Silvio Fantuzzi, scelsi il Santa Chiara, un vecchio
albergo dietro al Pantheon, vicinissimo a Montecitorio”. C’erano poi le
case dal partito, ovviamente. Come quelle, famosissime, di via Pavia.
Erano riservate a funzionari di un certo grado, e alcuni di loro più
tardi diventarono parlamentari, da Fernando Di Giulio a Ruggiero
Grieco, da Rita Montagnana a Teresa Noce. “Naturalmente – ha scritto la
Mafai – nelle case del partito anche i portieri erano iscritti al
partito e, a maggior ragione, lo erano le donne di servizio che, se
dovevano lavorare nelle famiglie dei compagni della Direzione o della
Segreteria, venivano scelte con particolare oculatezza dalle
federazioni di provenienza”. Si capisce: questa edificante vita
pubblica nascondeva anche scontri interni, lacerazioni, rapporti
conflittuali o magari velati rapporti amorosi, che anche quelli, a quel
tempo, dovevano passare per il vaglio del partito, visto che “l’amore è
una cosa seria, una conquista che si realizzerà a pieno soltanto con la
vittoria del socialismo”, argomentava il compagno Edoardo D’Onofrio: il
soffio del partito sotto le lenzuola del del militante. Ovviamente,
dirigenti e parlamentari erano molto più elastici (per fortuna), nelle
loro relazioni amorose, di quanto venisse insegnato ai compagni di base
(per sciagura). Non solo Togliatti e la Iotti, ma anche molti altri,
compreso Luigi Longo. E fece scandalo Umberto Terracini che, da
presidente dell’Assemblea costituente, si presentò a una cerimonia con
la “concubina”, la donna con cui felicemente conviveva.
Ma alla fine, il campo specifico di lotta del deputato comunista era
l’aula parlamentare. Appunto sacrale, secondo gli insegnamenti
togliattiani – e di tutti quelli a seguire – ma che pure vide momenti
di forte scontro, contrapposizione, ostruzionismo: come al tempo del
Patto atlantico o della “legge truffa” o, infine, della battaglia sul
taglio della scala mobile deciso dal governo Craxi. Liti memorabili
come quella del giugno ’48, quando il comunista Fausto Gullo attaccava
gli elettori democristiani (“beghine”, “suore sepolte vive”,
“paralitici”) e i democristiani, nella persona dell’onorevole Tomba,
replicavano sullo stesso tono (“pregiudicato”, “sgualdrina”). Le
cronache dicono dell’onorevole Tomba finito in infermeria e di due
deputati comunisti soccorsi con il Lysoform. Ma un parapiglia come al
tempo della “legge truffa” non si vide mai più in seguito. Pietro
Secchia voleva che i deputati comunisti abbandonassero l’aula,
Togliatti si oppose. Si trattò, secondo Pietro Ingrao, di un “misurato
ostruzionismo che tenne aperta la lotta in Parlamento (tra Senato e
Camera) per circa un lungo semestre” che “appare assurdo e insensato,
se non si afferrano il suo combinarsi e prolungarsi nel territorio”.
Però in Parlamento. “Il Parlamento stava nel nostro cammino proprio
perché cercavamo, tentavamo di costruire luoghi e forme di potere
pubblico, aperti alla volontà delle masse e capaci di incidere
sull’agire dello stato”. E proprio il deputato Ingrao, nell’aula di
Montecitorio, fu protagonista del gesto che divenne simbolo di quei
mesi di lotta. Mentre la Camera discuteva, lui uscì per via del
Tritone. C’erano scontri tra la polizia e i manifestanti comunisti.
Ingrao interviene in difesa di un gruppo di dimostranti. “A domanda,
tirai fuori come risposta il tesserino di deputato. Il poliziotto
furente che mi stava di fronte rispose con una secca randellata sulla
mia testa”. Torna a Montecitorio. “In aula stava parlando un compagno:
aspettai in Transatlantico che finisse (…) Poi entrai in aula con quel
fazzoletto insanguinato sulla fronte a raccontare ciò che accadeva in
quella cupa notte romana”. Così, “il dramma parlamentare accendeva
nuovamente gli animi nel paese”.
Ma in generale, per fortuna, era tutto più calmo e ordinato. Dai
deputati comunisti, rammenta Enzo Roggi, giornalista parlamentare
dell’Unità negli anni Sessanta, veniva “un attento grigiore”, la noia
dello studio di tutti i trucchi parlamentari, “come si può conoscere la
strada di casa”, un “impegno quasi pedagogico” che al peggio poteva
produrre interventi in aula come questo, riportato nel libro di
Quaranta: “Da un punto di vista concretamente organico, cioè da un
punto di vista organicamente concreto, cioè guardando le cose con
organica concretezza…”: se non moriva prima di noia, magari la causa
del socialismo faceva pure qualche passo avanti. Ma l’onorevole
comunista non doveva mai abbassare la guardia. In aula, allora: lì il
pubblico confronto, la prova di forza, la possibilità di assestare un
colpo (politico) all’avversario. Naturalmente, qualcuno doveva curare,
ordinare, tenere d’occhio la faccenda. La questione fu a lungo nelle
mani di un parlamentare che è diventato col tempo un vero e proprio
mito: il compagno Mario Pochetti da Palombara Sabina, segretario d’aula
del gruppo. Un gran tipo, il compagno Pochetti. Così esperto di
strategia parlamentare, di trucchi e di regolamenti che una volta,
all’inzio degli anni Settanta, Sandro Pertini, presidente della Camera,
di fronte a un’aggrovigliata faccenda regolamentare sbottò: “Vediamo di
chiedere a Pochetti, che se ne intende di più…”. Nella funzione che il
parlamentare svolgeva nel Pci, il ruolo di Pochetti era centrale, come
del resto quello di una sua altrettanto risoluta collega della Dc,
ricorda Macaluso, “e i democristiani temevano più lei che De Gasperi e
Fanfani”. Tra l’aula e il Transatlantico, in certi frangenti, la
funzione di Pochetti superava quella del segretario. Una volta fece
venire a votare Enrico Berlinguer con la febbre, appena tornato da una
viaggio da Mosca. Dopo un lieve ritardo pubblicamente osò una ramanzina
al mitico segretario del Pci: “Tu qui dentro sei un deputato come tutti
gli altri, e un ritardo va giustificato” – e con il dito gli indicò
seccamente l’ingresso dell’aula. Raccontano che ad Alfredo Reichlin,
splendido retore ma forse non accanito frequentatore di Montecitorio,
disse un giorno: “Compagno, tu sei come Severino Gazzelloni: vieni, fai
l’assolo una volta l’anno, prendi il nostro applauso e te ne vai”. Gran
cultore del Belli, e dunque pacifico teorico della convinzione “io so’
io, e voi nun siete un cazzo”, con pugno di ferro e granitica
organizzazione instradava le truppe comuniste. Una carica monocratica,
praticamente sconosciuta all’esterno, E siccome, spiegava Pochetti,
“può succedere la qualunque”, dieci deputati comunisti, pescati ogni
volta in ordine alfabetico, erano comandati in aula anche di lunedì o
di venerdì, quando assolutamente nulla succedeva. “Vigilanza
democratica”, era l’accorto mandato. E siccome “la qualunque” può
appunto succedere, prima delle ferie il compagno Pochetti saggiamente
raccoglieva, su un foglio bianco, la richiesta di convocazione urgente
della Camera da parte del gruppo comunista. Richiesta, per dire, di una
certa utilità quando il nazista Kappler scappò dal Celio in pieno
ferragosto. Una meravigliosa battuta Pochetti la riservò al non
giovanissimo capo democristiano Remo Gaspari, che un giorno si presentò
in aula con il braccio ingessato: si era infortunato inaugrando con una
partita a tennis un campo sportivo al suo paese. Gaspari forse si
aspettava un applauso per lo spiccato senso del dovere, invece nel
silenzio assoluto si ode la voce di Pochetti: “Suotr, ne ultra
crepidam!” (Calzolaio, non andare oltre la scarpa!). Ecco, il latino
era largamente praticato nel gruppo comunista, da alti dirigenti fino
ai deputati di periferia. E’ rimasto famoso l’urlo di Alessandro Natta
contro un parlamentare che si affannava a descrivere “l’aiter della
legge”. “Bestia: iter, è latino, bestia!”, urlò il capogruppo
comunista. E quello: “Scusate il lepsus…”. Personaggio fondamentale del
gruppo del Pci per decenni fu Giancarlo Pajetta, fenomenale battutista.
Come quella volta che in aula erano rimasti solo lui (che sbrigava la
sua corrispondenza) e un deputato monarchico che parlava. Oltre a un
vicepresidente e ad alcuni stenografi. E Pajetta, avviandosi verso
l’uscita saluta l’ultimo collega rimasto, che insiste a tirare avanti
col discorso: “Poi, quando finisci spegni la luce!”. Tutt’altre storie.
Finite chissà come e quanti anni fa. Magari con quel gesto di Nilde
Iotti, che con fare imperioso costringe tutti i suoi compagni
pidiessini – indecisi e restii a farlo – ad alzarsi per salutare Irene
Pivetti, salita sullo scranno più alto al suo posto: la Gran Signora di
Montecitorio salutava così la sua Istituzione. Che un giorno, nella
direzione del Pci, aveva difeso anche contro Berlinguer. Era il tempo
dello scontro sulla scala mobile. Il segretario pose il problema di
certe questioni regolamentari sul dibattito in corso, visto che che a
volte la presidenza aveva dato ragione al governo. Ricorda Macaluso:
“La Iotti si alzò e disse: se volete qui la mia presenza, le questioni
della Camera si discutono alla Camera”. Nessuno aprì più bocca, dopo le
parole della compagna presidente. Anzi: del presidente. Perché, come la
Iotti spiegò, “la presidente sarebbe una forzatura grammaticale non
ammessa del resto neppure dalla voce latina da cui deriva…”. Davvero:
un altro tempo e un’altra tempra.
di Stefano Di Michele
19 Apr, 2008
Mazinga: UDEUR! Il bellissimo inno dell'U.d.e.u.r.
http://www.macchianera.net/2006/04/04/addaveni_udeur.html
19 Apr, 2008
Spudorati?
Finalmente qualcuno lo dice. Dove berti.net non è arrivato nei due mesi di campagna elettorale ci arrivano gli opinionisti de l'Unità qualche giorno dopo le elezioni.
Insomma spudorati loro o spudorato lui?
[...] Che fare? È possibile rimettere le cose al loro posto? E rivolgo la domanda prima di tutto a Veltroni. Il quale ha tentato di realizzare in Italia l’operazione riuscita a Blair in Inghilterra. Il leader laburista, senza cambiare nome al partito, ha adottato il liberismo della signora Thatcher: molti elettori conservatori stanchi e delusi di un lungo e ormai inefficiente governo conservatore (erano finiti i tempi ruggenti della signora!) hanno sposato il liberismo del giovane e brillante Tony.
In Italia - questo è stato l’handicap di Veltroni - il governo che ha deluso non è stato diretto dall’avversario Berlusconi, ma dall’amico Prodi. E Veltroni non ha potuto scrollarsi di dosso l’impopolarità di quel governo. E il suo disegno non ha avuto successo. Se ha imparato la lezione il leader del Partito democratico deve guardare dalla sua parte, deve guardare a sinistra, a quel progetto tante volte annunciato e mai neanche avviato di costruire anche in Italia un grande partito socialista di tipo europeo e se possibile più avanzato e moderno di quello europeo. [...]
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=74753
18 Apr, 2008
La società non ha bisogno di nuovi apparati
| La sinistra non c'è più E' un concetto vuoto Il compito è culturale |
|
|
di Franco Berardi Bifo |
14 Apr, 2008
Indicazioni programmatiche per il futuro (Viva i Compagni della nuova Sinistra extra-parlamentare)
CINGHIATE IN FACCIA - Ha reagito violentemente, un elettore di Modena, al trillo di un cellulare lasciato fuori dalla cabina da un altro votante: la suoneria infatti, un motivetto inneggiante a Forza Italia, non gli è piaciuta e perciò si è sfilato la cintura e ha colpito il proprietario del telefono al volto. Il malcapitato lo ha poi denunciato ai carabinieri.
http://www.corriere.it/Politica/2008/elezioni08/episodi_strani_elezioni_28675214-0a4e-11dd-bdc8-00144f486ba6.shtml
14 Apr, 2008
E bravo Uolter, e bravi "compagni"
Potrebbe essere anche ininfluente ma comunque non si può non constatare che Veltroni abbia combattuto due battaglie.
Una a destra e l'ha persa. L'altra a sinistra e li ha fatto piazza pulita. E bravo Uolter!
13 Apr, 2008
Colpo di stato mediatico all'ita(g)liana 2?
Il sito del guardian riporta infatti la faccenda. Probabilmente non vuole garantire un voto sereno agli ita(g)liani.
Berlusconi ally denies Mafia-run ballot plot
Fraud allegations against top aide rock election frontrunner as Italians flock to the polls today
An Italian senator and top aide to Silvio Berlusconi has been forced to deny reports linking him to an alleged Mafia-run plan to hand Berlusconi 50,000 fraudulent votes, as voting gets under way today in the Italian elections.
Marcello Dell'Utri, who is appealing against a sentence for consorting with Mafia clans, has admitted helping to enrol on Berlusconi's election campaign a man whom prosecutors suspect teamed up with the Calabrian Mafia to fix votes. But the Sicilian senator, who helped to launch Berlusconi's Forza Italia party in 1994, described reports of his possible links to the alleged vote fraud as 'lies and garbage', adding that he had not been told he was under investigation. With a tight race in the senate expected as voters head to the polls today and tomorrow, the overseas vote could prove to be decisive in the battle between Berlusconi and centre-left leader Walter Veltroni to take over from Romano Prodi, whose government collapsed in January. Just over 1.2 million votes have been cast overseas.[...]
Anche il sito del Telegraph ne parla
[...]However, public prosecutors said that one of his innermost circle, Marcello Dell'Utri, had been overheard discussing the election with a bankrupt businessman, with alleged ties to Calabria's 'Ndrangheta mafia, said to have been behind the attempt to rig the vote. The votes involved were intercepted and will not be counted.
Mr Dell'Utri denied the allegation that he had any involvement in wrong-doing of any kind, and said he was not under formal investigation. "This is a vulgar insinuation, and an evident electoral ploy against me," he said yesterday. He did not dispute that he had been overheard on a wire-tapped telephone in talks with the man at the centre of the investigation, but denied it was other than an innocent conversation.[...]
L'unico modo per sapere queste cose è usare google oppure capitare per caso qui o qui.
12 Apr, 2008
Dichiarazione di voto
Votare, non votare è lo stesso. Astenersi, in effetti, è confermare la nuova maggioranza, quale essa sia. Qualunque cosa si faccia a questo proposito, non si sarà fatto niente se non si lotta nello stesso tempo, questo vuol dire fin da oggi, contro il sistema della democrazia indiretta che ci riduce deliberatamente all'impotenza, tentando, ciascuno secondo le sue risorse, 'di organizzare il vasto movimento antigerarchico che contesta dappertutto le istituzioni.
Jean Paul Sartres, « Les Temps Modernes », gennaio 1973
(tratto da http://www.carmillaonline.com/archives/2008/04/002606.html)



