25 Mag, 2008
Chiaiano, c'è il primo morto.
da Indymedia Napoli: Ancora una volta le donne animano i presidi e si assumono la
responsabilità della difesa di un’intera comunità. Anche ieri a
Chiaiano, donne giovani e anziane, unite resistevano alle brutali
cariche della polizia. Il ruolo di madre imposto dalla società le
vorrebbe ai fornelli, e invece queste madri si ribellano e scendono in
piazza e per curare davvero il futuro dei loro figli scendono in piazza
a resistere in prima linea. Una giovane donna, all’ ottavo mese di
gravidanza, proprio per “garantire la vita del nascituro” era in piazza
con tutte le altre a protestare, negli scontri, tra le cariche ha
abortito. Stavolta chi difende la vita e chi è l’assassino?
Dal manifesto di oggi:
[...]Proprio per questo vista dal ministero
degli Interni, quella di Chiaiano
sta diventando una «battaglia
» simbolo: «Se i no-discarica
passano lì, passano ovunque»,
spiega più di un funzionario.Quanto
accaduto venerdì, con la polizia
che carica duecento cittadini che
occupano la piazza del quartiere,
del resto è significativo. Non esistevano
esigenze di ordine pubblico
che giustificassero l’intervento degli
agenti, eppure è stato scelto di
caricare come prova di forza. Colpirne
duecento per evitare di ritrovarsene
duemila il giorno dopo.
Ma soprattutto liberare la strada
che porta alla cava dove sorgerà la
discarica, in modo da dare un segnale
forte a tutti.
Morto numero 2: da peace link:
Il nuovo Cpt di Torino
TORINO - Per indicare il punto esatto in cui è successo, i ragazzi
magrebini dietro alle sbarre, passandosi un telefonino di mano in mano,
spiegano: "Zona rossa, cella numero 2". Lì, ieri mattina alle 8, è stato
trovato morto Hassan Nejl, nato Casablanca il 27 marzo 1970, trattenuto da
dieci giorni al Cpt con un decreto di espulsione firmato dal questore di
Padova. "Era nel suo letto con la schiuma alla bocca - raccontano -
abbiamo urlato tutta la notte per chiamare i soccorsi, ma non è venuto
nessuno. L'hanno trattato come un cane".
[...]
Il prefetto Paolo Padoin è stato avvisato quasi subito: "I primi riscontri
hanno stabilito che quel ragazzo è morto per una malattia - spiega - forse
una polmonite. So che era stato visitato da un medico della Croce Rossa
nel primo pomeriggio di venerdì. Se ci fossero state davvero delle
omissioni di soccorso durante la notte, ma è un fatto ancora tutto da
accertare, toccherà alla magistratura chiarire eventuali responsabilità".
E' già stata disposta l'autopsia.
[...]
Vicino a lui, fino all'ultimo, è rimasto Mohammed
Alhuiri, 25 anni, iracheno: "Per tutta la giornata di venerdì stava
malissimo. Si lamentava. Non si reggeva in piedi. Aveva la febbre alta, mi
ha persino chiesto di toccargli la fronte perché sentissi anch'io". Alle 3
è stato visitato dal medico di guardia, nell'infermeria della Croce Rossa.
"Ma forse pensavano fosse una cosa leggera o non gli hanno creduto -
racconta Alhuiri - perché gli hanno dato una medicina, se ho capito bene
un antibiotico, senza nemmeno verificare se potesse essere allergico.
Hassan era tossicodipendente, prendeva il metadone, aveva problemi, stava
ancora male. Eppure non hanno voluto più saperne di lui. L'hanno lasciato
solo. L'hanno trattato come un animale".
A mezzanotte e mezza la situazione si è aggravata. "Ho perso la voce a
furia di urlare - spiega Alhuiri - a mezzanotte e quarantacinque gridavamo
tutti. Dopo un po' è arrivato un addetto della Croce Rossa. "Fino a domani
mattina non c'è il medico", ha spiegato. Poi se n'è andato. Hassan si è
steso sul suo letto, era caldo, stava malissimo...".
Ieri mattina suo fratello voleva parlargli. Visto che Hassan Nejl non ha
il telefono, ha chiamato al numero di cellulare di un altro immigrato
marocchino trattenuto nel Cpt. "Sono andato per passargli la chiamata e
l'ho visto - racconta - aveva gli occhi sbarrati e la bava alla bocca. Non
respirava più". L'hanno portato di nuovo in infermeria. Ma era troppo
tardi. Alle 8 di mattina il medico di guardia ha constatato il decesso.
24 Mag, 2008
La gente aveva le braccia alte, quelli strappavano gli orologi per farle abbassare.
Ecco il racconto di una docente di Storia testimone oculare
degli scontri dell'altra sera davanti alla discarica di Chiaiano
"Così ho visto i poliziotti scatenati
picchiare donne e persone anziane"
"Ho avuto la netta sensazaione che tutto fosse preordinato. Una carica non motivata
La gente aveva le braccia alte, quelli strappavano gli orologi per farle abbassare"
NAPOLI - Dalla professoressa Elisa Di Guida, docente di storia e filosofia in un liceo di Napoli, riceviamo questa testimonianza suglia scontri di ieri sera a Chiaiano: "Io sono nata in quella zona - ci ha raccontato per telefono - ma non abito più lì da tempo. Però mi sento legata a quella gente e a questa brutta vicenda. Così ieri sera ero lì e ho visto cose terribili. Ho avuto la sensazione che tutto fosse preparato, che la polizia abbia caricato improvvisamente senza una ragione, una scintilla. Perciò ho deciso di provare a scrivere quello che avevo visto".
Ecco il racconto della professoressa Di Guida
"Datemi voce e spazio perché sui giornali di domani non si leggerà quello che è accaduto. Si leggerà che i manifestanti di Chiaiano sono entrati in contatto con la polizia. Ma io ero lì. E la storia è un'altra".
"Alle 20 e 20 almeno 100 uomini, tra poliziotti, carabinieri e guardie di finanza hanno caricato la gente inerme. In prima fila non solo uomini, ma donne di ogni età e persone anziane. Cittadini tenaci ma civili - davanti agli occhi vedo ancora le loro mani alzate - che, nel tratto estremo di via Santa Maria a Cubito, presidiavano un incrocio. Tra le 19,05 e le 20,20 i due schieramenti si sono solo fronteggiati. Poi la polizia, in tenuta antisommossa, ha iniziato a caricare. La scena sembrava surreale: a guardarli dall'alto, i poliziotti sembravano solo procedere in avanti. Ma chi era per strada ne ha apprezzato la tecnica. Calci negli stinchi, colpi alle ginocchia con la parte estrema e bassa del manganello. I migliori strappavano orologi o braccialetti. Così, nel vano tentativo di recuperali, c'era chi abbassava le mani e veniva trascinato a terra per i polsi. La loro avanzata non ha risparmiato nessuno. Mi ha colpito soprattutto la violenza contro le donne: tantissime sono state spinte a terra, graffiate, strattonate. Dietro la plastica dei caschi, mi restano nella memoria gli occhi indifferenti, senza battiti di ciglia dei poliziotti. Quando sono scappata, più per la sorpresa che per la paura, trascinavano via due giovani uomini mentre tante donne erano sull'asfalto, livide di paura e rannicchiate. La gente urlava ma non rispondeva alla violenza, inveiva - invece - contro i giornalisti, al sicuro sul balcone di una pizzeria, impegnati nel fotografare".
"Chiusa ogni via di accesso, alle 21, le camionette erano già almeno venti. Ma la gente di Chiaiano non se ne era andata. Alle 21.30, oltre 1000 persone erano ancora in strada. La storia è questa. Datemi voce e spazio. Perché si sappia quello che è accaduto. Lo stato di polizia e l'atmosfera violenta di questa sera somigliano troppo a quelli dei regimi totalitaristi. Proprio quelli di cui racconto, con orrore, ai miei studenti durante le lezioni di storia".
Elisa Di Guida
(docente di Storia e Filosofia - Napoli)
21 Mag, 2008
sulle mani di Togliatti imbevute del sangue degli anarchici e dei trotzskisti...
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Togliatti, gli anarchici e i trotzskisti: |
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Caro direttore |
20 Mag, 2008
Di passaggio...
«Che l'immigrazione clandestina divenga reato è indispensabile per il nostro Paese». Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori.
«Se rendi il reato penale non puoi espellere il clandestino fino a
quando non è stato fatto un processo. Quindi nel frattempo te lo devi
tenere in carcere. In questo modo l'espulsione immediata non la puoi
fare, i tempi del processo possono essere anche non immediati. Il
rischio - prosegue - è che nel giro di poco tempo le carceri siano
piene di clandestini e che il governo di centrodestra si trova di
fronte ad situazione che magari lo porta a riproporre un indulto che è
stato fortemente criticato quando lo abbiamo fatto noi. Dico che ci
vuole un pò di ragione e di buonsenso nell'affrontare il problema: non
serve lanciare parole d'ordine soltanto per fare propaganda. La lotta
alla criminalitàclandestinità è un impegno comune. Penso - conclude Fassino - che
la vera cosa su cui dobbiamo concentrare tutti gli sforzi è migliorare
i meccanismi di espulsione» Piero Fassino
20 Mag, 2008
Ancora sui Rom
Un editoriale apparso sul sito dei wu-ming. Se volete leggerlo tutto http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap22_VIIIa.htm#editoriale
Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.
A
seguire parte un servizio, credo girato in Romagna, credo per
dimostrare che anche i bonari comunisti d'antan non ne possono più
degli stranieri. Forse vale la pena ricordare che in provincia di
Bologna il giornale più venduto è sempre stato il Resto del Carlino, anche quando il direttore era un entusiasta della Repubblica di Salò. E l’espressione maruchèin (marocchino = meridionale) non è mai stata un complimento, da queste parti.
Intervistano un tizio che con l'aria dell'illuminista sostiene:
- Quelli che lavorano è giusto che restino. Ma i clandestini no, quelli fuori.
Milioni di italiani, di destra o di sinistra, sottoscriverebbero una
frase del genere, sentendosi più o meno nipotini di Voltaire.
Se capisco bene, l'uomo che la pronuncia è appena uscito da una
fabbrica. Lavora lì insieme a molti stranieri, in gran parte senza
permesso di soggiorno. Solo che nella sua cornice mentale clandestino
significa "senza lavoro" e non è disposto a modificarla nemmeno davanti
ai fatti. D’altra parte qualunque teoria può essere difesa dall’attacco
della realtà. Copernico rigettò il sistema tolemaico non perché non
riuscisse a spiegare nuovi fenomeni, ma perché per farlo aveva bisogno
di calcoli troppo complessi. Il problema non è la scomparsa dei fatti,
ma l'uso di un linguaggio allo stesso tempo troppo semplice e troppo
oscuro per poterli descrivere.
Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.
Ci sono leggi che si scrivono per sancire l'illegalità, l'arbitrio, l'assenza di diritto.
L'attuale legislazione italiana in materia di immigrazione dai paesi
extra-comunitari (promulgata da un governo di centrodestra e lasciata
tale e quale dal governo di centrosinistra) è un caso paradigmatico.
La legge Bossi-Fini stabilisce che per ottenere un permesso di
soggiorno è necessario avere un contratto di lavoro. Ma per avere un
contratto è inevitabile... venire in Italia. Ovvero entrare
clandestinamente, trovare un datore di lavoro disponibile, il quale
spedirà una formale richiesta di assunzione all'ambasciata italiana nel
paese d'origine, fingendo di non avere già in organico il lavoratore
(in nero). Il quale lavoratore dovrà poi tornare al suo paese a proprie
spese, fingere a sua volta di non essere mai entrato clandestinamente
in Italia, presentarsi all'ambasciata italiana per ottenere i documenti
e quindi rientrare in Italia da regolare.
Che l'iter sia questo lo sanno anche i sassi, ma tutti, dai legislatori
alle autorità preposte al personale diplomatico, fino ai diretti
interessati, fanno finta di niente. Nessuno affiderebbe la cura dei
propri anziani o della propria casa a un estraneo, che in teoria
dovrebbe vivere a Kiev, a Bucarest o a Manila. Vogliamo parlarci,
vederla in faccia, la persona che cambierà il pannolone a nostra nonna,
sapere qualcosa di lei, prima di assumerla, metterla in regola (ammesso
che si sia disposti a farlo). E possiamo scommettere che anche
l'impresa edile che ci ristruttura casa non ha assunto il muratore
rumeno sulla parola, scegliendolo da una lista di collocamento
internazionale.
Ci sono leggi "contro la clandestinità" che si fanno per favorire la clandestinità.
Il dipendente perfetto è quello che deve al proprio datore di lavoro la
garanzia di non essere sbattuto in un CPT, quello sottoposto al doppio
ricatto di perdere il lavoro ed essere espulso oltre frontiera.
Ci sono leggi che sembrano paradossali, ma in realtà rispondono a una
logica ferrea. Quella dell'esclusione per poter includere al minor
costo possibile. Quella del profitto spacciato per sicurezza. La stessa
logica che porta a gridare "padroni a casa nostra" mentre si appoggiano
operazioni di guerra in casa d'altri.
Quelli che per ultimi in Europa si sono sbarazzati di un regime
fascista e ne hanno ancora fresca memoria se ne sono accorti che
l'Italia sta marcendo al passo dell'oca (no, non è un refuso, marciare
è troppa fatica) e ce lo dicono in faccia. Gli spagnoli non ci vanno
certo teneri con gli immigrati, men che meno con i clandestini, ma in
Spagna non si respira l'aria pesante che asfissia il Paese Semplice,
togliendoci l'ossigeno necessario a riconoscere le cose e chiamarle con
il loro nome. Colpa dei miasmi della spazzatura, dei gas di scarico,
dell'odore di benzina bruciata.
Per onorare le promesse elettorali si è appena istituito un Commissario
straordinario ai rom. Le istituzioni si occuperanno degli zingari. Non
di cittadini italiani o stranieri, ma di un'etnia. E' un bel salto di
qualità, un passo in avanti nella storia a ritroso di questo paese e di
questo continente. E possiamo stare certi che ci sarà sempre qualcuno
disposto a discuterne... pacatamente, serenamente.
17 Mag, 2008
Emergenza rom. Chi tace è complice.
Con il termine pogrom, ci dice wikipedia, si intendono le azioni violente contro la proprietà e la vita di appartenenti a minoranze politiche, etniche o religiose.
In Italia stiamo assistendo a veri e propri pogrom
contro i "Rom". Pogrom appoggiati attivamente dall'attuale governo, dai
media televisivi e da alcuni giornali e non avversati dall'opposizione
istituzionale che anzi spesso si adegua, lascia correre o si allinea in
qualche modo per i soliti infami e beceri calcoli politici. E si sa che
chi tace, magari occupandosi di tutt'altro, acconsente.
Dopo anni di politiche e campagne elettorali securitarie, tolleranza
zero verso immigrati clandestini, accattoni, barboni, lavavetri,
semplici diversi che disturbano la quiete e l'ordine pubblico dei
benpensanti, il risultato è sotto gli occhi di tutti ed è un miracolo
che non ci sia già scappato il morto.
Sempre wikipedia riporta la seguente frase, riferendosi ai pogrom avvenuti in Russia nei primi anni del '900:
Sebbene tali «spedizioni punitive» fossero accreditate come reazioni
spontanee della popolazione verso gli usi religiosi ebraici, sembra
certo che esse furono volutamente organizzate dal governo zarista per
convogliare verso l'intolleranza religiosa e l'odio etnico la protesta
di contadini e lavoratori salariati sottoposti a dure condizioni di
vita.
Non
è difficile vedere come le cose non siano cambiate più di tanto. Anzi
forse si sta facendo di più e peggio chiedendo ronde miste di
poliziotti e militari, un commissario straordinario per rom e nomadi
(tentando forse di ritornare così ai fasti delle leggi razziali
fasciste) e giustificando pubblicamente e spudoratamente le violenze
popolari - vere e proprie guerre tra poveri - contro rom e immigrati.
Bisogna che tutti prendano posizione e con forza. Chi tace è e sarà complice di questa folle ondata di violenza.
15 Mag, 2008
Non c’è più spazio per crescere
di Massimo De Maio
Apprendiamo dai mezzi d’informazione che “crescita” è la parola
chiave del discorso con il quale Silvio Berlusconi ha chiesto alla
Camera la fiducia al suo quarto governo.
Al Presidente del Consiglio vogliamo ricordare che sono già cresciuti a
dismisura gli indicatori ambientali e sociali che suggeriscono, invece,
un deciso cambio di rotta nella direzione di una riduzione drastica dei
consumi. Sono cresciuti i rifiuti urbani del 12% negli ultimi 5 anni
fino a raggiungere i 32 milioni di tonnellate/anno nel 2006. È
cresciuta la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera fino
alle 390 parti per milione - negli ultimi 650.000 anni non aveva mai
superato le 300 parti per milione. Allo stesso tempo crescono le
temperature medie del pianeta e i fenomeni climatici estremi crescono
in numero e intensità. È cresciuto il livello di inquinamento delle
nostre città e il numero di persone, soprattutto bambini, che si
ammalano a causa della cattiva qualità dell’aria. È cresciuta la
percentuale di terreni agricoli desertificati a causa dell’agricoltura
chimica e intensiva, fino al 27%, un terzo del totale. È cresciuta
l’impronta ecologica degli italiani: oggi consumiamo 2 volte e mezza le
risorse naturali che un territorio grande quanto l’Italia sarebbe
capace di produrre. È cresciuto il prezzo del petrolio, fino a superare
i 120 dollari al barile. È cresciuta la disoccupazione e la precarietà
del lavoro contemporaneamente alla crescita della globalizzazione dei
mercati e dell’economia. È cresciuta la disoccupazione anche in seguito
all’introduzione di impianti altamente automatizzati come gli
inceneritori di rifiuti - l’inceneritore di Brescia occupa una decina
di persone a fronte di un investimento di 350 milioni di euro, il
centro di riciclo di Vedelago (TV), ne occupa 64!
Sono decine gli indicatori che indicano l’impossibilità di crescere
ancora senza compromettere definitivamente la qualità della nostra
vita: non c’è più lo spazio fisico per proporre, come si fa da decenni,
una crescita infinita e senza limiti. C’è, invece, lo spazio per
migliorare il nostro benessere attraverso una drastica riduzione dei
nostri consumi, che in gran parte sono sprechi. Per produrre e
consumare energia elettrica, sprechiamo la metà dei combustibili
fossili che importiamo. Il 40% dei nostri rifiuti sono imballaggi che
sprecano plastica, vetro, carta, metalli. Le nostre case sprecano oltre
il 70% dell’energia usata per il riscaldamento. Crescere ancora
significherebbe soprattutto far crescere ancora questi ed altri
sprechi. Ridurre i consumi significherebbe, invece, creare nuove
occasioni di lavoro nell’industria della riduzione dei rifiuti, del
riciclaggio, dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili di
energia, ma significherebbe anche migliorare la qualità dell’aria,
dell’acqua, del territorio e, in definitiva, della vita.
La qualità della nostra vita non dipende da quante merci riusciamo a
consumare. Al contrario, ridurre l’invadenza delle merci e dei consumi
nella nostra vita è l’unico modo per migliorarne la qualità: siamo
giunti a un tale livello di spreco che qualsiasi attività umana può
essere fatta con minore impiego di risorse naturali, minori scarti e
minore inquinamento. Si tratta di una riflessione che proponiamo
all’intera classe politica italiana per sollecitare un cambiamento
epocale di cultura e mentalità oggi più che mai necessario.
5 Mag, 2008
Quel pasticciaccio brutto dei contributi all'editoria - Megachip
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di Marco Niro - Megachip
Ripubblichiamo
l'articolo del nostro Marco Niro che avevamo già proposto ai nostri
lettori lo scorso 22 gennaio, perché ci pare ponga in maniera corretta
la questione al centro di uno dei referendum di Grillo: quella del
finanziamento pubblico alle imprese editoriali |
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Il Paese dell'Informazione Facciamo un esempio terra terra, per permettere a tutti di capire meglio di cosa stiamo parlando. Immaginiamo di vivere nel Paese dell'Informazione, dove esistono 10 imprese private che fanno informazione, 3 tv e 7 giornali. Queste 10 imprese operano in condizioni di mercato del tutto libero, e vivono esclusivamente delle vendite: di pubblicità e, per i giornali, delle copie. Gli inserzionisti pubblicitari, che guardano al portafoglio, decidono di investire tutti i loro soldi in televisione, perché il pubblico guarda quella e legge poco. I 7 giornali protestano duramente, dicendo che così li si costringe a chiudere, con perdita di pluralismo (e lesione del dettato costituzionale). Segue quindi il primo intervento del legislatore a correggere il mercato editoriale: per legge, almeno un quarto degli investimenti pubblicitari dovrà finire alla stampa. Ma anche così i 7 giornali arrancano, stremati dalla concorrenza televisiva. Cinque di loro trovano subito la soluzione: diventare attraenti, come la televisione, o quasi. Inseguirla a colpi di informazione spettacolarizzata, gridata, intrisa di gossip e di gadgets. Diminuisce la qualità dell'informazione, ma aumentano i lettori, e i bilanci tornano a quadrare, anzi diventano floridi, per la gioia degli editori. E gli altri 2 giornali? No, quelli hanno deciso di non compromettere la qualità della loro informazione, e di continuare a privilegiare l'approfondimento e l'inchiesta, per quanto meno attraenti per il pubblico, che infatti diminuisce, e con esso gli investimenti pubblicitari. I bilanci iniziano ad avere buchi enormi e allora i 2 giornali decidono di farsi sentire, perché la loro chiusura significherebbe perdita di pluralismo (e lesione del dettato costituzionale). Ed ecco il secondo intervento del legislatore a correggere il mercato editoriale. I 2 giornali hanno ragione, meritano un finanziamento pubblico. Cioè, meritano che la collettività decida di contribuire alla loro esistenza come si contribuisce all'esistenza del trasporto pubblico o del servizio di approvvigionamento di acqua nelle case. In altre parole, meritano tutela in nome della massima di Victor Hugo: “Non essere ascoltati non è un buon motivo per tacere”. Un bene per il pluralismo Il finanziamento all'editoria nasce dunque dall'esigenza di finanziare chi decide di non trattare l'informazione come una merce al pari delle altre, per permettere anche a tali soggetti di farsi udire. Il finanziamento pubblico all'editoria, quindi, di per sé, non è qualcosa di negativo. Tutt'altro. Senza di esso, rimarrebbero udibili solo le voci di chi confeziona un'informazione attraente, dipendente dagli imperativi del mercato, non importa se di qualità o meno. Peccato che interventi come quello di Milena Gabanelli, che al tema ha dedicato una puntata di “Report” nel 2006, e di Beppe Lopez, che invece nel 2007 vi ha scritto un libro (“La casta dei giornali”, Stampa Alternativa), nella foga di condannare l'attuale regime di finanziamento pubblico all'editoria, abbiano finito col gettare via il bambino con l'acqua sporca, o almeno con l'indurre gli spettatori e i lettori a farlo: l'impressione ricavabile e ricavata dai più è stata: “è una porcheria, meglio abolirlo”. Le loro documentate inchieste sulle storture del sistema, infatti, non sono purtroppo state precedute da una premessa a nostro avviso essenziale e doverosa: il finanziamento pubblico all'editoria (se erogato correttamente) garantisce il pluralismo. La domanda chiave non è dunque “finanziare o no l'editoria?”, ma “chi finanziare?”. La risposta sembrerebbe piuttosto semplice. Siccome io legislatore ti finanzio perché tu non vuoi, per scelta, mercificare la tua informazione, ti chiederò di rinunciare alla possibilità di ricavare utili dalla stessa. E siccome chi non vuole fare utili con l'informazione in genere non trova un editore disposto a stipendiarlo, io legislatore finanzierò solo i giornali di proprietà dei giornalisti che li scrivono, ovvero le cooperative di giornalisti (i cui soci siano tutti giornalisti e che associno almeno la metà dei giornalisti dipendenti). Inoltre, io legislatore mi accerterò di due cose: primo, che i tuoi ricavi pubblicitari non superino una determinata percentuale dei tuoi costi (bisogna infatti scegliere: o ci si fa finanziare dalla pubblicità o dalla collettività); secondo: che tu abbia davvero un pubblico, per quanto ristretto, perché non voglio finanziare “giornali fantasma”, che non vengano acquistati e letti da nessuno: ovvero, mi accerterò che almeno una parte delle copie da te stampate sia effettivamente acquistata a un prezzo di mercato (non simbolico!): poniamo una copia su quattro. Tutto qui. E invece, cosa è accaduto? Che, anziché scrivere una norma di questo genere, semplice e stringata, il legislatore abbia prodotto, negli ultimi venticinque anni, un coacervo di leggi, leggine, codici e codicilli - sovrapponibili, incastrabili e scomponibili – che han reso la materia disorganica e incomprensibile, talvolta persino agli stessi addetti ai lavori. Questo caos ha portato con sé, in taluni casi, un allargamento eccessivo delle maglie, che ha ammesso al finanziamento anche chi non lo meritava, e in certi altri casi una loro assurda restrizione, che ha tagliato fuori chi ne aveva davvero bisogno. Facciamo alcuni esempi concreti, per capirci. Maglie sciaguratamente larghe Il legislatore ha ammesso al contributo non solo le testate edite da cooperative giornalistiche, ma anche quelle possedute a maggioranza da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi scopo di lucro. Conseguenza? Possono avvalersi del contributo anche Avvenire , quotidiano della potente Conferenza Episcopale Italiana, che giuridicamente è una fondazione e si “merita” 6 milioni di euro di contributo (questa e le seguenti somme si riferiscono all'anno 2003), e ItaliaOggi , quotidiano della ClassEditori, gruppo quotato in Borsa, ma formalmente posseduto al 50,1% dalla coop Coitalia, che si ingoia 5 milioni di contributo. Bisognosi? Non diremmo… Come non sono certo bisognosi i grandi gruppi editoriali che però incassano pure loro ingenti contributi. La legge, infatti, li prevedeva per la carta (fino al 2005), e li prevede per le spese telefoniche e postali. Tali finanziamenti sono erogati “a pioggia” (si parla di contributi indiretti): cioè, ne ha diritto chiunque, al di là di assetti societari e bilanci. Così, il 70% dei fondi pubblici destinati all'editoria (circa 450 milioni l'anno sui complessivi 700 erogati) se ne va nelle casse di grandi gruppi “for profit” come “Editoriale-L'Espresso” e “RCS”. Precisamente, oltre 23 milioni di euro vanno al Corriere della Sera , quasi 20 a Il Sole-24 Ore, oltre 16 a la Repubblica . Il legislatore ha poi ammesso a contributo anche i giornali di partito. Giusto? Sbagliato? Evitiamo di addentrarci nella risposta (che presupporrebbe un ragionamento più ampio sul finanziamento pubblico ai partiti), limitandoci a rilevare le falle del finanziamento a questa categoria di giornali. Per ricevere il contributo, il giornale di partito, oggi, deve legarsi a un gruppo parlamentare. Ma ricordiamo che il legislatore ha dissennatamente permesso, fino all'anno 2000, che il contributo finisse anche a quelle testate organi di movimenti politici sostenuti anche solo da due parlamentari italiani. Conseguenza? Si è verificata la moltiplicazione dei “movimenti politici”, esistenti solo nella fantasia di chi ne ha trovato i nomi, spesso davvero pittoreschi. Così, sostanziosi contributi sono finiti a rimpinguare le casse di quotidiani come Il Foglio , organo del movimento politico “Convenzione per la Giustizia” (3,5 milioni di euro di contributo) o Libero , organo del “Movimento Monarchico Italiano” (oltre 5 milioni di euro). Nel 2000, lo scandalo si chiudeva… “all'italiana”: la norma veniva abrogata, ma le testate che avevano già ricevuto contributi in quanto organi di movimenti politici avrebbero potuto continuare a riceverli trasformandosi in cooperative. Tutte più o meno fasulle, e per nulla giornalistiche, ovviamente. Va poi rilevata la disparità di trattamento oggi esistente tra i giornali di partito e i giornali editi da cooperative, in relazione al requisito delle vendite. I giornali editi dalle cooperative devono vendere almeno il 25% delle copie stampate se testate nazionali e almeno il 40% se locali. Invece i quotidiani di partito non sono sottoposti a questo vincolo, e potrebbero, per assurdo, anche regalare tutte le copie che stampano. E questo nonostante parte del contributo sia erogato proprio in base alla tiratura! Risultato? L'Unità , giornale dei DS, vende 60.000 copie, ma ne stampa più del doppio, per arrivare ad assicurarsi oltre 6 milioni di euro di contributo. Ancora più eclatante il caso di Europa , giornale della Margherita, che vende poche migliaia di copie, ma ne stampa 30.000, arrivando a incassare oltre 3 milioni di euro. E che dire proprio del requisito imposto alle cooperative di vendere almeno una copia su quattro di quelle stampate? Questo vincolo oggi può essere (e viene) aggirato allegramente: basta vendere sottocosto. Così, ad esempio, l'Opinione delle Libertà , già organo del “Movimento delle Libertà per le garanzie e i diritti civili”, tira 30.000 copie e, per vendere le 7.500 necessarie a papparsi il contributo di 1 milione e 700.000 euro, le piazza sottocosto, a 10 centesimi l'una. Oppure, si esce in abbinamento a testate realmente vendute in edicola, facendo il cosiddetto “panino”: con questo sistema, i quotidiani locali del gruppo Ciarrapico ( Ciociaria Oggi , Latina Oggi e Oggi Nuovo Molise ), che escono in abbinamento con Il Giornale , riescono a garantirsi contributi compresi fra i 2 e i 2,5 milioni di euro. Maglie sciaguratamente strette Fin qui, le critiche alle maglie larghe della legge, quelle denunciate da Gabanelli, Lopez e molti altri in questi ultimi tempi. Ma raramente, accanto alla critica alle maglie larghe, si è affiancata l'altrettanto doverosa critica alle restrizioni inserite senza apparente ragione e con grave danno proprio per chi del contributo avrebbe più bisogno. Partiamo dall'assurdità più grande: per ricevere il contributo, la cooperativa giornalistica deve editare la testata da almeno 5 anni. Non si vede quale cooperativa possa fondare un giornale e tenerlo in vita per 5 anni senza alcun sostegno, con la prospettiva di ricevere, se tutto va bene, alla fine del settimo anno i contributi relativi al sesto anno di vita. Questa norma non è altro che un modo per escludere dall'accesso al contributo tutti i nuovi soggetti. E, assurdità nell'assurdità, se cambi periodicità, riparti da zero. Ovvero, ipotizzando che un quindicinale che già percepisca i contributi voglia diventare mensile (anche per ridurre i costi), dovrà lasciar passare 5 anni per poterli ricevere nuovamente. Dovrebbe invece accadere il contrario. E' proprio all'inizio del percorso che una cooperativa giornalistica dovrebbe poter beneficiare del contributo più cospicuo, che poi potrebbe anche ridursi progressivamente, una volta trascorso il periodo iniziale di 5 anni necessario al rodaggio. Altra assurdità: per ricevere il contributo, è necessario far certificare il bilancio da una società di revisione iscritta all'apposito elenco della Consob. Se per una testata nazionale questo implica una spesa relativamente bassa, per una testata locale può comportarne una insostenibile. Dovrebbe esserci una differenza (che non c'è) tra il regime contributivo per le piccole cooperative, locali, e quello per le grandi, nazionali, che tirano più copie e fatturano di più. Questo è ancora più vero se si pensa a un ulteriore requisito che verrebbe introdotto dalla nuova disciplina in materia di contributi all'editoria, da mesi ferma in Parlamento in attesa di essere approvata: si tratta dell'obbligo di avere alle proprie dipendenze almeno 5 giornalisti se testate quotidiane e 3 se testate periodiche. La ragione per cui si è pensato di introdurre questo requisito è di per sé valida: si vuole evitare che il contributo finisca a giornali di poche pagine fatti da redazioni “inesistenti”, farcite di precari e di giornalisti prestanome. Ma è evidente che, se per una grande testata il costo di 5 (o 3) giornalisti non è solo sostenibile ma necessario a confezionare un buon prodotto, per una piccola, magari locale (appunto), sarebbe insostenibile e anche superfluo. Per evitare di finanziare le “redazioni fantasma”, sarebbe meglio, allora fare come suggerito da Mediacoop (l'Associazione nazionale delle cooperative editoriali), ossia variare il contributo sulla base del numero di giornalisti dipendenti assunti dal giornale: più ce ne sono, più sarà alto. E che dire, infine, dell'ostacolo rappresentato dall'esistenza degli stessi contributi indiretti di cui beneficiano soprattutto le grandi imprese editoriali “for profit”? Si pensi che ben 270 milioni di euro finiscono ogni anno, a pioggia, nelle casse di oltre 7.000 testate, come contributo alle spese postali. Se, come suggerito sempre da Mediacoop, il diritto a tale contributo venisse concesso solo alle imprese che rinuncino alla distribuzione degli utili, gran parte della somma potrebbe essere risparmiata, e servire, ad esempio, a finanziare i primi 5 anni di vita di una nuova cooperativa giornalistica, come si diceva sopra. |
2 Mag, 2008
LSD
durante una passeggiata a Rittimatte,
Albert Hofmann è tornato a
ribadire quale ruolo secondo lui potrebbe
svolgere l’Lsd, il suo Bambino
difficile: «L’Lsd è già stato usato
con grossi benefici dagli anni Cinquanta
fino all’inizio degli anni Sessanta
nel campo della psicoterapia,
perché aiuta a migliorare le
condizioni del paziente infrangendo
le barriere che esistono tra paziente
e terapeuta, facilitandone il
rapporto. Aiuta a tirar fuori, a fare
emergere ilmateriale inconscio represso,
dovemagari sono sedimentate
esperienze drammatiche, su
cui è necessario intervenire per
progredire nel processo terapeutico.
Ma al di là degli aspetti medici,
le sostanze psichedeliche possono
svolgere una funzione essenziale
nella prospettiva di arrivare a un
superamento del dualismo che è
alla base della cultura materialista
ora dominante. Se non si giungerà
a questa ricomposizione non si potrà
guarire dalla malattia del materialismo,
l’uomo scisso in se stesso,
con l’altro e con il mondo. Nell’antichità
avevano questa funzione
i riti misterici, come quello di
Eleusi, dove veniva assunta una sostanza
psicoattiva, il kykeon, estratto
conmolta probabilità dall’ergot,
un parassita delle graminacee, che
sta alla base anche della sintesi dell’Lsd.
È necessaria una nuova conessione
con la natura, condizione
irrinunciabile per impedire la catastrofe
ecologica incombente. La situazione
sociale, economica, psicologica
del mondo sta diventando
talmente drammatica che la gente
sarà costretta a cambiare direzione.
Dovremo toccare il fondo affinchè
il circolo vizioso possa essere
spezzato».
Auguriamo al dr. Albert Hofmann
un buon viaggio e ci piace
immaginare che a riceverlo nell’aldilà
troverà un comitato d’accoglienza
composto da un nutrito
manipolo di «drogati» come Eraclito,
Pindaro, Euripide, Eschilo, Platone,
Aristotele, Plutarco, Cicerone,
tutti iniziati ai Misteri eleusini. (dal manifesto del primo maggio)
29 Apr, 2008
Un punto di vista eclettico sulle elezioni - di Valerio Evangelisti
Azzarderò
– pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche
considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I
commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il
permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del
Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento
“La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il
consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia
sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel
2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta,
portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni
(se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo
a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento
non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.
Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista
radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo
(come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe
pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di
“sussunzione reale” (del lavoro al capitale). Una fase avanzata del
capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di
lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina
l’intera esistenza, non-lavoro incluso. Lungi da me l’idea di difendere
l’integralità del pensiero di Marx, che non era Nostradamus e non
poteva prevedere altro che ciò che aveva sotto gli occhi. Poteva però
estrapolare. Tra le sue estrapolazioni più felici vi fu quella che,
prima o poi, lo sfruttamento non sarebbe passato solo attraverso la
fabbrica.
Sulla scorta di questa nozione, tra gli anni Sessanta e i Settanta,
numerosi teorici “estremisti” (gli “operaisti”) si accorsero che la
classe operaia tradizionale perdeva terreno, e veniva smembrata pezzo
per pezzo. Vi fu il “decentramento produttivo”, per cui la grande
fabbrica cedeva attività a imprese minori nelle quali operai e
impiegati godevano di un numero irrisorio di diritti. Seguì l’inganno
del falso “lavoro autonomo”, in cui l’impresa stipulava con soggetti
presuntivamente indipendenti accordi di collaborazione a termine. La
caduta del Muro di Berlino e la globalizzazione permisero di impiantare
attività produttive in ogni parte del globo, purché il lavoro vi fosse
mal pagato e gli oneri fiscali vi fossero labili. Infine la
glorificazione del precariato, con la Legge Biagi e altre, consentì di
disporre di manodopera per il periodo voluto, dentro o fuori la
tradizionale officina. Ciò stava avvenendo anche con l’immigrazione
massiccia innescata dalle imposizioni del Fondo Monetario
Internazionale e della Banca Mondiale su paesi non in grado di
reggerla.
Il ricatto ai lavoratori italiani era: o accettate le condizioni che vi
offriamo, o andiamo a produrre in Croazia, in Polonia, in India, in
Cina. Oppure assumiamo al vostro posto poveracci pronti a piegarsi a
qualsiasi salario che li strappi alla fame. E voi, di lavoro, non ne
troverete mai più.
In un quadro simile, la classe operaia poteva solo contrarsi e
indebolirsi, come in effetti è accaduto. Si parla tanto dei
metalmeccanici della FIOM, ma quanti sono oggi gli operai della
categoria, rispetto a trenta anni fa? Hanno forse lo stesso grado di
“coscienza di classe”?
No, non l’hanno. Decimati, sulla difensiva, stentano a riconoscersi
persino come categoria. I sindacati che dicono di rappresentarli (e
che, crollati i partiti di riferimento, si passano la staffetta del
comando al di là di ogni procedura democratica, per investitura
diretta) sono composti per metà da pensionati reclutati a forza nei
Caaf. Hanno sopportato di tutto da chi doveva difenderli:
flessibilizzazione, decentramento, allungamento dell’orario di lavoro
attraverso l’imposizione di fatto dello straordinario, ecc. Se vogliono
ancora protestare, lo faranno contro chi è pagato ancor meno di loro
(gli immigrati), e su base territoriale, non di classe. E’ logico che
chi sta fuggendo si rifugi anzitutto in casa propria.
Il voto alla Lega Nord (peraltro ampiamente sopravvalutato) meraviglia,
a questo punto, solo gli ingenui. Ma passiamo ai restanti segmenti
delle classi subalterne.
La sinistra, quando aveva un cervello e leggeva ancora, poteva trovare
qualche indicazione sulla mappa perduta di classe in un aureo libretto
dell’americano Henry Braverman, Lavoro e capitale monopolistico,
Einaudi, Torino, 1978. Braverman, un ex operaio americano, scriveva che
la classe lavoratrice “protesta e si sottomette, si ribella o si lascia
integrare nella società borghese, si considera classe o perde coscienza
della propria esistenza, a seconda delle forze che agiscono su di essa
e degli umori, delle congiunture e dei conflitti della vita politica e
sociale. Ma poiché nella sua esistenza permanente essa è la parte viva
del capitale, la sua struttura occupazionale, i modi di lavorare e la
distribuzione nei settori industriali della società vengono determinati
dal processo di accumulazione. Essa è presa, abbandonata, gettata in
varie parti del meccanismo sociale ed espulsa da altre non in base alla
propria volontà e attività, ma secondo il movimento del capitale” (pp.
379-380).
Il proletariato, in effetti, nella sussunzione reale non è affatto
sparito, in particolare quello giovanile. Come aveva cercato di
spiegare un’ampia letteratura fin dagli anni Settanta, si trova oggi
disperso in mille forme di lavoro precario, falsamente autonomo,
falsamente intellettuale. Si salda oggettivamente ad altri lavoratori,
importati per eseguire quel tanto di lavoro manuale che è ancora
indispensabile. Perseguitati, reclusi nei CPT, condannati socialmente
perché la loro condizione non diventi mai regolare – ciò che
condurrebbe a un intollerabile aumento di costo delle loro prestazioni.
Non ne posso più di sentire portare a esempio di precariato i
“lavoratori dei call center”, come se facessero parte di una sorta di
mercato accessorio e marginale, e la loro precarietà discendesse da
quella delle loro imprese. Andrebbe capito il ruolo sociale di un “call
center”, nella sussunzione reale. Si tratta di aggiungere valore alle
merci unendovi la comunicazione e l’informazione. Un “Tonno X” è
identico a un “Tonno Y”, sugli scaffali. Ma se io faccio in modo che
“X” sia legato alla nozione stessa di tonno, il “Tonno Y” resterà
invenduto, al di là del suo valore d’uso, mentre il “Tonno X” andrà a
ruba.
Comunicazione e informazione aggiungono valore, nell’attuale assetto
del capitalismo. Ciò anche se questo non avviene in un luogo di lavoro
riconoscibile. Anzi, la sua sede è proprio esterna. Cosa che vale per
tantissime altre forme di immaterialità produttiva (altro tema
ampiamente esaminato negli anni Settanta). L’obiettivo è sussumere il
soggetto subalterno fuori dell’orario canonico di lavoro, quando si
illude che il suo tempo sia “libero”. Condizionarne fantasia,
immaginario, reazioni. Fargli produrre valore allorché si crede a
riposo. Buona parte delle attività precarie è indirizzata a questa
conquista. Antitetica alla vecchia formula socialista “Otto ore per
lavorare, otto ore per istruirsi, otto ore per riposare”. Istruirsi e
lavorare (nel senso di aggiungere valore alle merci) è diventato la
stessa cosa. Ma si potrebbe aggiungere il riposo, visto che è il
momento dei sogni, e quei sogni nascono condizionati.
Discorso astratto e visionario? Mica tanto. Negli Stati Uniti e in
buona parte dell’Occidente l’industria dello spettacolo (cinema e
soprattutto tv) e quella informatica sono oggi trainanti. Entrambe sono
“immateriali”. Invece la finanza si è completamente staccata dalle
attività concretamente produttive, e raggiunge livelli di scambio
quotidiano impressionanti, senza riferimento al valore effettivo delle
singole aziende.
In un quadro simile, in cui l’Occidente si specializza nella
valorizzazione delle merci brute provenienti da altri continenti o da
aree depresse, il proletariato bisognerebbe andarlo a cercare tra chi
sta molto in basso (gli immigrati) o chi, apparentemente collocato
meglio, ai margini della produzione diretta, in realtà contribuisce in
maniera strategica all’aggiunta di valore alle merci. Operatori dei
“call center”, certo, ma anche informatici subalterni, studenti
inseriti nella “scuola-impresa”, figure effimere che transitano da un
lavoro temporaneo a un altro, immigrati eternamente disponibili a
reperire risorse con qualsiasi mezzo (“angeli” per la sinistra,
“demoni” per la destra, quando non sono né l’una né l’altra cosa, bensì
semplicemente proletari disperati), disoccupati, insegnanti, e via
enumerando. Le nuove forme che il capitale ha modellato per la propria
autovalorizzazione. Agenti e vittime dell’estensione del potere del
sistema alle ore di non-lavoro, in cui è l’immaginario che domina, e
prefigura i comportamenti del giorno dopo. Anche le “otto ore per
riposarsi” si sono saldate, nel dominio, alle restanti sedici.
Soggetti di questo tipo o votano (in minoranza) per Berlusconi, che in
qualche modo ha capito la loro funzione, sia pure da padrone, o non
votano affatto. Come si potrebbero sentire rappresentati da una
sinistra parlamentare (parlo della sconcia “La Sinistra l’Arcobaleno”,
non del Partito Democratico, che è una sfumatura della destra) che non
ha nemmeno capito la configurazione attuale della società? Che,
suddivisa in molteplici “partiti comunisti”, è rimasta ancorata ai
canoni di tre decenni orsono? La “centralità operaia” è indiscutibile,
la FIOM (tanto antidemocratica quanto i vertici di CGIL-CISL-UIL) ne è
il cuore. Spazio marginale abbiano i Cobas, le RdB, le varie
espressioni del sindacalismo di base. I centri sociali, naturale
raggruppamento a sinistra di migliaia, o decine di migliaia, di
giovani, stiano calmi. Idem per i movimenti locali: No TAV, No Dal
Molin, decine di altri. La lotta di classe diventa lotta per le
poltrone. Bertinotti pontifica e lancia diktat: la non violenza è un
dogma inviolabile, l’adesione alla dialettica parlamentare è fatto
acquisito, le “liberalizzazioni” sono un valore da accettare
criticamente però da appoggiare, il comunismo è un’idea puramente
filosofica.
Raccoglie omaggi e consensi dagli avversari. “Che brava persona”, “Che uomo distinto”, “Con lui sì che si può ragionare”.
Peccato che l’attuale composizione di classe non lo segua. La classe
operaia che reggeva il PCI gli preferisce la Lega e la sua concretezza
territoriale. Le aree che costituiscono la composizione proletaria
presente ed egemonica non vanno nemmeno alle urne, per votare un
partito comunista qualsiasi, tra i quattro o cinque in lizza. In chi
mai dovrebbero identificarsi? Nessuno sembra capire le loro istanze e
l’attuale assetto del lavoro. Le loro posizioni sono ferme agli anni
Cinquanta. Trotzkismo? E che diavolo è oggi il trotzkismo?
Una composizione di classe nuova attende oggi risposte concrete. Ha
trascinato i burocrati fuori dal Parlamento per farli, a forza,
extraparlamentari. O troveranno una nuova vita nelle piazze, o Beppe
Grillo seguiterà a godere dei frutti di una scelta strategica giusta.
La sinistra consapevole di sé è diffusa nella marcia società italiana.
Centinaia di centri sociali, di organizzazioni locali nate su problemi
specifici, di istanze sindacali di base attendono di prendere la parola.
La si pianti di essere partitino – la falce e martello, chissenefrega –
e si sia composizione di classe. Forse, allora, si troveranno i voti
necessari, se è a questo a cui si tiene.
Altrimenti si riceveranno pernacchie. Il degno accompagnamento delle
ultime elezioni. Una composizione di classe non ha pietà. Spernacchia
ex alleati passati al nemico, “classi operaie” prossime alla pensione e
diventate razziste, forme istituzionali che non la rispettano, sindaci
che si inventano nemici per meglio abbatterli.
Che tutto ciò vada affanculo. Si vota (a volte) per dovere, ogni tanto
per piacere. E’ nella società che li si contrasta, i porconi. Qui,
nelle piazze, è atteso ciò che resta della sinistra parlamentare. O
viene in tempi utili o si farà da soli.
28 Apr, 2008
Fine di un compromesso sociale - Giulietto Chiesa
di Giulietto Chiesa, Megachip – da Galatea
Metabolizzare
la batosta, davvero storica, del 13-14 aprile 2008, sarà complicato per
la sinistra, anche per quelli che hanno votato PD credendo di votare a
sinistra. “Vi ricordate quel 18 aprile?”- suonava una canzone per
ricordare altri momenti infausti (il 1948) - “d'aver votato
democristiani/ senza pensare all'indomani / a rovinare la gioventù”.
Questa volta è andata addirittura peggio. Sparita la sinistra dal Parlamento italiano. Sparita la sinistra in generale? Non mi pare. L'operazione è stata una cospicua stratificazione di trucchi. Il risultato dice che sei o sette milioni di italiani non hanno più una loro rappresentanza in Parlamento.
Metabolizzare sarà difficile anche perché c'è già molta gente, appunto a sinistra, e in modo particolare tra gli inetti che hanno costruito la sconfitta con le loro mani, che pensa di riprendersi il maltolto in tempi brevi, che anela alla rivincita, e che sta già imboccando scorciatoie nelle quali sarà facile graffiarsi le ginocchia, se non rompersi le gambe.
Questo aprile epocale ha una data di nascita lontana, anzi ne ha tante che è perfino difficile metterle tutte in fila. E' necessario ricominciare con fatica e fare analisi che non si facevano da una ventina d'anni. Dal fatidico 1989, per esempio, quando cadde l'ancor più fatidico “muro di Berlino”. Di cui, per altro, i giovani che hanno votato in questo aprile non sanno un bel niente.
Si è rotto il compromesso sociale che, bene o male, aveva retto gli equilibri della società italiana dal dopoguerra. E' il primo segnale di una rottura che diventerà assai presto molto più grande. Sono state le classi dominanti italiane che hanno rotto questo compromesso. E stavano provando a imporre la loro interpretazione della modernizzazione attraverso Veltroni e il Partito Democratico. Ma l'operazione è fallita. Gli è scappata di mano, e dal loro cappello a cilindro è venuto fuori di nuovo Berlusconi. E la Lega, che è componente essenziale e una delle cose più inquietantemente interessanti tra le molte che stanno accadendo.
Hanno rotto il compromesso perché pensavano di poter far pagare ai lavoratori e ai ceti medi la modernizzazione, per tenere alta la competitività e mantenere il livello altissimo di profitti e rendite su cui hanno prosperato in questi anni. La sinistra, divisa e in disarmo, ha offerto poca resistenza o nulla a quell'operazione.
Anche la sinistra non aveva capito dove stava andando la globalizzazione. Né ha capito l'11 settembre e i suoi molteplici significati. E quindi, insieme al pacifismo, non ha capito le ragioni della grande guerra in corso. Ha pensato – mentre è in corso una lotta mortale per la sopravvivenza - di potersi limitare a condurre con successo qualche ritirata tattica. Di ritirata in ritirata si è visto che milioni di persone - la maggioranza - stavano perdendo fette consistenti di potere d'acquisto, cioè di tenore di vita.
Le scaramucce si sono svolte tutte “dentro” la logica del mercato, come se il mercato fosse un campo di calcio dove si rispettano le regole. Invece il mercato finanziario, globale e italiano, era diventato sempre più gaglioffo e canagliesco. E ad esso si sono aggiunte due crisi, entrambe epocali, quella energetica e quella ambientale, che avrebbero dovuto sollevare la loro attenzione, e che sono state ignorate.
E' stato un accavallarsi di errori. Anche le classi dominanti hanno sbagliato. Pensavano, con ingenuità imperdonabile, che il buonismo veltroniano potesse tenere le briglie di un cavallo a tal punto impazzito. E pensavano che il moderato riformismo compassionevole del PD potesse reggere un progettino di ripresa della crescita, proprio nel momento in cui cominciava a vedersi con chiarezza che nessuna crescita sarà più possibile. Certamente non lo sarà più nei termini e con le modalità con cui vi è stata fino al 2001: gestione dell'esistente, proprio nel momento in cui l'esistente diventa insopportabile.
La sinistra avrebbe avuto margine di azione, se fosse stata capace di proporre qualche cosa di diverso. In mancanza di una proposta alternativa, e in presenza di un mugolio riformista indistinto e palesemente poco credibile, ampie masse popolari – non solo e non tanto “operaie”, ma grandi masse di individui, molto differenziate, di cui la classe operaia è solo parte, includenti artigiani, commercianti, piccoli imprenditori etc - sono andate a cercare protezione altrove.
Cioè non in bocca al nemico - perché il nemico era ed è proprio chi tentava l'operazione cosiddetta “modernizzatrice”, l'ideatore del precariato della crescita a oltranza, dell'accelerazione dei consumi - ma da un'altra parte. Hanno fatto la mossa del cavallo, spiazzando tutti. E votando Berlusconi e Lega. La gente sta peggio di prima, sebbene consumi ancora di più (ma indebitandosi), e quando comincia a essere costretta anche a consumare di meno - esattamente l'opposto dell'unico “valore” che le è stato inculcato - ecco che l'equilibrio si incrina. La mandria dei consumatori non sa più dove andare. Quasi nessuno capisce bene perché, quali sono le cause, chi sono i responsabili - il sistema dei media glielo nasconde accuratamente e li inganna sistematicamente - ma l'inquietudine cresce, per cento motivi, di cui si vedono solo quelli superficiali, l'ordine pubblico, la corruzione, la casta politica.
La giungla è bello vederla al cinema, non viverci dentro. Il mercato, tanto magnificato tutti i giorni dai media dei padroni del vapore, e dalle televisioni degli stessi, è diventato ringhioso, e morde troppa gente. A chi piace la competizione quando non sai se vincerai domani, e nemmeno se potrai mai più vincere?
Qui ci sarebbe voluta una sinistra capace di parlare alla gente dicendo la verità: cioè che il tipo di sviluppo conosciuto in questi ultimi cinquant'anni non è più riproducibile perché sono apparsi i “limiti”, e non se ne andranno più. Il picco avviene una sola volta nella storia dell'Umanità, e finite le riserve fossili, non ce ne sarà più.
Ma questa sinistra non c'è più. Perché per fare questo sarebbe stata necessaria una nuova sintesi, una nuova idea della transizione a “un'altra società umana”, non solo a un altro sistema sociale. E per fare queste sintesi bisogna avere organizzato lo studio, la ricerca, un livello alto dell'analisi della complessità moderna. La sinistra si è anch'essa imbolsita nel provincialismo ottuso della casta italiana, ed ecco che si è aperto un baratro.
E' avvenuta una specie di regressione collettiva: una fuga dalla realtà, a metà strada tra l'imbambolamento di chi chiede di poter continuare a divertirsi - a imitazione dei ricchi, ma accettando che sia in tono minore, una specie di voyeurismo anch'esso molto televisivo, come tutto il resto - e nello stesso tempo si rifugia impaurito nel proprio territorio, tra le cose che conosce e riconosce, tra i simili, tra quelli che parlano il tuo dialetto e che fanno le stesse cose che fai tu. Anche come difesa istintiva contro gli “alieni”, che pregano un altro dio e che ti rubano il lavoro. Anche perché è meno alieno il tuo datore di lavoro, che ti fa fare lo straordinario, i soldi te li da anche se ti fa lavorare come una bestia, e poi è bene tenerselo buono perché non si sa mai con quest'aria che tira…
Per questo hanno votato Berlusconi e Lega.
Non modernizzazione ma regressione: un salto indietro rispetto alla globalizzazione, che è diventata cinese e non piace più. Un salto indietro anche rispetto all'Europa, anch'essa troppo amante della competitività. Una fuga al quadrato, insomma. E a grande maggioranza. Che è anch'essa la ricerca di un nuovo compromesso sociale: del tutto subalterno e illusorio, naturalmente, ma è l'unico che hanno potuto vedere, perché i loro occhi erano puntati sullo schermo televisivo, dove non si può vedere, almeno in Italia, altro che quello, racchiuso tra le tette delle soubrettes del Bagaglino.
Questo non era quello che volevano i banchieri italiani che hanno appoggiato Veltroni. Volevano ridurre i costi della modernizzazione, e farli pagare ai lavoratori. Dimostrando così di essere la padella, alternativa alla brace berlusconiana. Invece i costi della modernizzazione aumenteranno, invece che ridursi.
Il compromesso che loro hanno rotto la gente lo ha cercato, al ribasso, con la regressione leghista-berlusconiana. Questo nuovo compromesso passa attraverso la fine della democrazia, anche dal punto di vista delle forme. Questo blocco sociale vincitore non ha un disegno che non sia la frantumazione del paese e l'illusione – che lo distingue non di molto da quello di Montezemolo – di poter contare sulla fortuna di una qualche “ripresina”. E poiché le “perturbazioni sociali” della transizione sono destinate ad aumentare, la cosa più probabile è che ricorreranno alla forza per comprimerle. Insieme alla delimitazione di tutti i diritti e libertà che l'attuale Costituzione ancora per poco tutela.
Lo scenario a sinistra è ancora polveroso. Come un'esplosione vista al ralenti, quando i frammenti e le schegge si allontanano caoticamente e lentamente gli uni dagli altri. Poi si dovrà costruire le casematte per la difesa, prima della tempesta.28 Apr, 2008
Sole che sorgi libero e giocondo
Inno a Roma
Roma divina, a Te sul Campidoglio
dove eterno verdeggia il sacro alloro
a Te nostra fortezza e nostro orgoglio,
ascende il coro
Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme, all'ultimo orizzonte
sta la Vittoria.
Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.
Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina:
il tricolore canta sul cantiere,
su l'officina.
Madre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il Sol che nasce,
benedici l'aratro antico e il gregge
folto che pasce!
Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.
Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d'amore,
la giovinezza florida e l'antica
età che muore.
Madre di uomini e di lanosi armenti,
d'opere schiette e di penose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
e sorge il sole.
Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.
27 Apr, 2008
Sostanze nocive anche nei tessuti di cotone?
| Vestire più sano? Attenzione a canotte e slip |
|
|
Monica Di Sisto |
25 Apr, 2008
RESISTENZA OGGI. Ma prima facciamo i conti con maschilismo e omofobia.
Ma prima facciamo i conti con maschilismo e omofobia
Antifascismo: come non farla restare una parola vuota, ma viva, attuale?
Rivisitiamo criticamente la storiografia ufficiale. All'indomani della Liberazione,
ha voluto dare un'idea normalizzata della lotta contro il nazifascismo cancellando
il vero ruolo di donne, lesbiche, gay e occultando le discriminazioni che i regimi
avevano attuato nei loro confronti. Se ne parla a Verona, grazie al Circolo Pink
Elena Biagini (da Liberazione di oggi)
«Poi siamo andati a Torino. Io non ho potuto partecipare alla sfilata, i compagni non mi hanno lasciata andare. Nessuna partigiana garibaldina ha sfilato, ma avevano ragione loro. Mi ricordo che strillavo: "Io vengo a ficcarmi in mezzo a voi, nel bello della manifestazione! Voglio vedere un po' se mi sbattete fuori!". "Tu non vieni, se no ti pigliamo a calci in culo! La gente non sa cos'hai fatto in mezzo a noi, e noi dobbiamo qualificarci con estrema serietà!". E alla sfilata non ho partecipato: ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante, poi ho visto Mauri, poi tutti i distaccamenti di Mauri con le donne che avevano insieme. Loro sì che c'erano. Mamma mia, per fortuna che non ero andata anch'io! La gente diceva che erano delle puttane».
Questa le parole di Tersilla, nome di battaglia Trottolina, sulla manifestazione delle brigate partigiane che si svolsero a Torino per celebrare la liberazione nel 1945, una delle testimonianze raccolte in La resistenza taciuta , il testo dal titolo-manifesto che Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, pubblicarono nel 1973, aprendo la lunga strada della de-virilizzazione dell'antifascismo. Così inizia l'antifascismo dell'epoca repubblicana: all'insegna del perbenismo che deve rimettere tutto a posto, riportare le donne in casa, a fare le massaie, subordinate all'antico ordine patriarcale, dopo che alcune di loro avevano combattuto in montagna, molte avevano contribuito a sconfiggere "la carogna fascista" con forme di resistenza civile, tutte erano uscite dalle mura domestiche, avevano acquistato visibilità sociale. «La mobilità/visibilità delle donne, che in tutta Europa passano ore davanti ai negozi e alle rivendite clandestine, attraversano le città e percorrono le campagne in cerca di cibo e di ricoveri di fortuna, prendono treni per sfollare, dopo l'occupazione peregrinano tra comandi tedeschi e fascisti per conoscere la sorte di mariti, fratelli e figli, chiedendone la liberazione», come scrive Anna Bravo in In guerra senza armi (Roma, 1995).
Come la nascente repubblica porta via le armi ai e alle resistenti per fermare il processo rivoluzionario, così si assiste anche ad una forte restaurazione dei costumi, ad una rinnovata ruolizzazione di genere della società.
Dopo la fine della guerra, la memorialistica si è per lo più limitata a celebrare alcune icone femminili, mentre le opere storiografiche di sintesi, all'unisono, hanno trattato le donne come una categoria meritevole ma indistinta ed hanno definito quello delle partigiane un "contributo", come si trattasse di una convergenza momentanea, non di una appartenenza vera e propria delle donne al movimento resistenziale. La partecipazione delle donne alla Resistenza non è stata cancellata ma svuotata del suo carattere politico, secondo un processo che la pioniera italiana della storia delle donne Pieroni Bortolotti sintetizza in maniera efficace nel seguente passo: «Le donne della Resistenza erano sempre mamme e spose di casa, capaci di un doppio lavoro, di un doppio dovere, e se non si parlava di una doppia morte, era proprio soltanto perché al mondo si muore - perfino le donne - una volta sola». Fino a pochi anni fa le celebrazioni ufficiali hanno costruito una figura stereotipata della resistente, di cui è simbolo la protagonista di L'Agnese va a morire di Renata Viganò, a discapito di tutte quelle donne che, nella loro partecipazione politica e armata, si sono distaccate dal modello femminile precostituito dalla ruolizzazione di genere, dalla tradizione cattolica e patriarcale.
Non è probabilmente un caso, in questo quadro, se le testimonianze di resistenti lesbiche o gay sono sparute e poco conosciute: negli anni Cinquanta il perbenismo del Pci ha certamente contribuito a far tacere anche al proprio interno chi già nel paese doveva fare i conti con una società fortemente normalizzata dallo Stato e dalla chiesa.
Allo stesso modo per anni, le vittime della violenza nazi-fascista sono state scelte: solo triangoli rossi dei prigionieri politici e le stelle di David hanno trovato posto nelle celebrazioni ufficiali mentre sono sempre stati trattati come secondari i triangoli verdi dei criminali comuni, viola dei testimoni di Geova, i blu di migranti e apolidi, e addirittura taciuti, perché imbarazzanti, i triangoli neri di asociali, "malati di mente", mendicanti, prostitute e di lesbiche in alcuni campi, marroni di zingari e rosa degli omosessuali.
In questo contesto è particolarmente interessante l'esperienza del Circolo Pink di Verona che, in un territorio vessato da rigurgiti fascisti, tensioni razziste e violenza integralista, spinge dal 1997 fino al 2000 per portare nelle celebrazioni ufficiali lo striscione "Uccisi dalla barbarie, sepolti dal silenzio" che dia dignitosa visibilità a lesbiche, omosessuali e transessuali e con loro a sinti, rom, barboni, migranti, altri gruppi particolarmente "scomodi" nella città scaligera, perennemente soggetta ad azioni di "pulizia" operate da giunte locali per lo più di destra ma anche di centro sinistra.
La storiografia accademica nel nostro Paese, ancora oggi, per lo più tace rispetto alla misoginia come tratto connotante dell'ideologia e della repressione fascista, anche se studi di genere importanti hanno chiarito che «la dittatura mussoliniana costituì un episodio particolare e distinto del dominio patriarcale. (…) Le concezioni antifemministe furono parte integrante del credo fascista al pari del suo violento antiliberalismo, razzismo e militarismo» (Vittoria De Grazia). Il silenzio sulle connotazioni omofobiche del fascismo è stato rotto solo negli ultimi anni da testi come Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario antifascista di Lorenzo Benadusi, La città e l'isola. Omosessuali al confino nell'Italia fascista , di Giartosio e Goretti e Fuori della norma. Storie lesbiche nell'Italia della prima metà del novecento a cura di Milletti e Passerini. Ma se l'analisi dell'omosessualità maschile sotto il fascismo ha raggiunto una certa sistematicità (tanto da comparire la voce nel dizionario del fascismo), tutt'oggi l'unico testo sulla storia delle lesbiche italiane, peraltro non focalizzato sul fascismo, rimane il succitato Fuori della Norma .
Ma tutto questo ovviamente non riguarda solo l'impostazione di una corretta conoscenza storica ma condiziona e plasma l'idea che oggi abbiamo di antifascismo, o meglio, cosa significa praticare l'antifascismo, renderlo vivo, attuale, performante. «Parlare di antifascismo e di antirazzismo senza valutare gli attacchi subiti dagli orientamenti sessuali, dalle identità di genere e dalle donne, rischia oggi di mutuare il solito atto di coscienza maschile, imbalsamato nella commemorazione, che non intende approfondire in analisi e in capacità di decostruzione del sistema etero-patriarcale, fascista per eccellenza e quindi negandosi/ci la possibilità di una liberazione effettiva e a tutto tondo», scrivono i compagni e le compagne del Pink di Verona nell'Appello per un 25 aprile di orgoglio e resistenza (www.circolopink.it). Il 25 aprile, già svuotato a livello istituzionale dalla teoria dell'equidistanza, perseguita da anni da chi oggi ha costituto il Partito democratico, ha bisogno di ritrovare una forza propulsiva nel rifiuto di pratiche e pensieri fascisti sempre più assimilati e quindi invisibili: il razzismo di chi sgombera campi rom o abbatte baracche e edifici fatiscenti senza minimamente curarsi delle persone ospitate all'interno, di chi lancia campagne contro gruppi etnici in nome della sbandierata sicurezza, ma anche il ritorno in grande stile della categoria del "naturale", che stigmatizza stili di vita e soggettività non conformi, presente nelle parole dei neofascisti, ma anche in quelle pronunciate dai pulpiti vaticani e dai loro epigoni istituzionali o meno.
25 Apr, 2008
25 Aprile sempre!
Fui affascinato soprattutto dal Che fare?, dove il partito,
diventato il centro di un grande movimento di popolo, inviava i suoi
ambasciatore in tutti gli strati della popolazione, respingeva ogni
tendenza operaistica a chiudersi in una politica “tradeunionistica” di
difesa degli interessi immediati e particolari di categoria. Mi colpì
l’affermazione di Lenin che il socialismo era l’erede e il continuatore
delle più alte tradizioni del pensiero moderno, della economia politica
inglese, della filosofia tedesca e dell’illuminismo ed utopismo
francese.
Non avevo letto nulla di Gramsci. I “temi” sulla
questione meridionale, pubblicati nel numero 1~ del 1930 di Stato
Operaio, giunsero a Napoli dopo che io mi ero già iscritto al partito.
Ma il riconoscimento della necessità di un’alleanza rivoluzionaria tra
classe operaia del Nord e contadini del Mezzogiorno era un tema che,
sottolineato con forza da Sereni, veniva particolarmente accolto e
compreso da chi, come me, poneva già la questione meridionale come
problema politico essenziale dell’intera nazione.
Dall’altra parte, quanto ho già raccontato sull’inesistenza di una
opposizione valida al fascismo che non fosse quella comunista, mi
confortava sulla validità della scelta che mi accingevo a fare. O
l'atesismo di Croce, il rinchiudersi nello studio nell’accettazione
pratica del regime, e quindi nella rinuncia alla lotta, o l’impotenza
rissosa degli antifascisti emigrati, perduti nelle loro vane
vociferazioni. Perché il PCI era il solo a battersi, a prezzo di tanti
sacrifici? Perché era un partito internazionalista, forte quindi del
sostegno (e della indispensabile disciplina) di un grande movimento
mondiale. Perché gli operai, i braccianti e i contadini erano spinti,
dalla necessità di vita, a porre rivendicazioni concrete in contrasto
con i padroni e con il regime che sosteneva i padroni. Trovavo nei
fatti la conferma della validità della affermazione di Gobetti, essere
il pro-letariato l’unica classe portatrice di avvenire.
(da «Una scelta di vita», Giorgio Amendola)
La prima giornata di Torino liberata è stata ancora una giornata di lotta.
Torino non ha potuto abbandonarsi a festose manifestazioni di giubilo,
ma è restata, vigile, in armi. I partigiani e le SAP hanno continuato
la pulizia della città, rastrellando numerosi “cecchini” fascisti ed
eliminando gli ultimi disperati focolai di resistenza. Per tutto il
giorno, nel centro della città, non è cessato il crepitio delle
mitragliatrici.(...)
Il criminale Srarnek non ha ancora innalzato bandiera bianca ed ha
respinto l’intimazione di resa, che gli è stata rivolta. In altri punti
del Piemonte vi sono ancora nuclei e forze tedesche, non numerose, ma
ben armate, che tengo- no ancora e che tentano ancora di sottrarsi o di
ritardare momento della resa e dell’annientamento.(...)
La lotta continua ancora, dunque. Ma le condizioni son cambiate Le
forze nazionali sono ormai saldamente padrone della situazione. Torino
è il centro di direzione e d organizzazione del movimento di
liberazione di tutto il Pie monte. Il CLNP esercita la sua funzione di
governo coordina e dirige tutta la guerra. I tedeschi e gli ultimi
gruppi di banditi neri sono ormai nelle condizioni di fuori legge. Le
condizioni della lotta si sono ormai capovolte. I patrioti potevano,
ieri, contare sull’appoggio di tutta la popolazione ed è grazie a
questo appoggio che essi hanno vinto. nazifascisti sono ormai ridotti
nella posizione di banditi in fuga, braccati da tutte le parti, e che
bisogna abbattere senza pietà.
La mobilitazione e la salda unità di tutto il popolo sono, ancora oggi,
le condizioni essenziali per porre rapidamente e vittoriosamente
termine alle ultime operazioni. Accanto alle valorose formazioni
partigiane sono tutti i lavoratori che devono dare la caccia ai
disperati fascisti dell’ultima ora, che devono rastrellare e pulire i
quartieri, che devono consegnare ai tribunali del popolo le spie, i
provocatori, i delinquenti che devono essere giustiziati.
Pulizia pronta e radicale, è questa la condizione perché si possa
iniziare la nuova vita democratica e ci si possa accingere al duro
lavoro della ricostruzione.
Pietà l’è morta. E’ il grido che abbiamo lanciato quando più dura era
la lotta, quando i nostri migliori cadevano assassinati. E’ la parola
d’ordine del momento. I nostri morti devono essere vendicati, tutti. I
criminali devono essere eliminati. La peste fascista deve essere
annientata. Solo così potremo finalmente marciare avanti.
Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affodato nella piaga,
tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l'ora questa, mentre non
sono ancora sepolti i caduti della battaglia liberatrice, di
abbandonarsi ad indulgenze, che sarebbero tradimento della causa per
cui abbiamo lottato.
Pietà l’è morta.
(da «Lettere a Milano», Giorgio Amendola - L ‘Unità - 29.04.1945)



