17 Ott, 2008
Gli scioperati salveranno il mondo. Diventa un super eroe. Venerdì 17 Ottobre 08: sciopero generale nazionale
Manifestazioni centrali a:
MILANO L.GO CAIROLI( MM1) ORE 10.00
ROMA P.ZA ESEDRA ORE 10.00
- CONTRO LA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO BERLUSCONI-BRUNETTA-SACCONI
- PER FORTI AUMENTI SALARIALI CHE RECUPERINO ALMENO L' INFLAZIONE REALE
- PER LA REINTRODUZIONE DELLA SCALA MOBILE
- PER LA RIDUZIONE DEI PREZZI DEI BENI DI PRIMA NECESSITA’
- PER L’ABOLIZIONE DELLA LEGGE TREU E DELLA LEGGE BIAGI (NO AL PRECARIATO!)
- PER DIFENDERE TUTTI I DIRITTI ACQUISITI
- PER DIFENDERE LA SCUOLA PUBBLICA DALL’AGGRESSIONE DEL GOVERNO E DEI CLERICALI!
- TOLLERANZA ZERO E SANZIONI PENALI PER CHI PROVOCA INFORTUNI GRAVI O MORTALI
- PER COMBATTERE E BOICOTTARE NEI FATTI LA LEGGE BRUNETTA SUL PUBBLICO IMPIEGO
- PER IMPEDIRE LA CONTRORIFORMA AUTORITARIA DEL MODELLO CONTRATTUALE NEL SETTORE PRIVATO
- PER DIFENDERE E RILANCIARE I SERVIZI PUBBLICI
15 Ott, 2008
i cpt dei "negri" ignoranti e selvaggi (verso le leggi razziali)
http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/classi-inserimento/classi-inserimento/classi-inserimento.html
ovvero libera traduzione dall'italiano all'incoscio leghista-xenofobo.
"classi ponte che consentano agli studenti stranieri di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutiche all'ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti". LE CLASSI CPT DEI NEGRI IGNORANTI?
"nelle classi ponte, l'attuazione di percorsi monodisciplinari e interdisciplinari, attraverso l'elaborazione di un curriculum formativo essenziale, che tenga conto di progetti interculturali, oltre che dell'educazione alla legalità e alla cittadinanza".
L'EDUCAZIONE DEI NEGRI SELVAGGI?
Dal forum del corriere.it: "ho insegnato l'italiano a tre bambini marocchini (due fratelli e una sorella) perchè potessero essere inseriti senza troppi problemi nelle classi di appartenenza per età anagrafica. Fu un'esperienza assai gratificante per me dal punto di vista umano e i ragazzini si divertirono molto. Tuttavia, perchè i tre potessero cominciare a padroneggiare la lingua italiana fummo costretti ad inserirli con gli altri bambini italiani. Ce ne accorgemmo dopo poche settimane: imparavano di più nel tempo di ricreazione che in aula con me. Lo scoglio maggiore era che io non conoscevo l'arabo e neppure ero in grado di impararlo (come avevo inizialmente creduto). Come pensa la Lega di gestire queste situazioni, considerando una classe nella quale insieme all'arabo si parlano anche il cinese, il lituano, il brasiliano, il tedesco e via dicendo? Ecco a quale domanda mi piacerebbe che rispondessero il ministro Gelmini e l'0onorevole Cota"
13 Ott, 2008
no alla Gelmini, no ai baroni! (lettera immaginaria al Manifesto)
Cari compagni,
penso che la vostra copertura della "riforma gelmini" sull'università (legge 133/08) sia insufficiente.
E'
vero che dietro alla Gelmini c'è Tremonti ma è anche vero che la realtà
è sempre più complessa di quello che gli slogan ci fanno urlare.
Mi riferisco all'immorale sistema mafioso-feudale che ormai attanaglia
tutta l'università italiana e che rende praticamente (quasi) tutti i
professori strutturati suoi complici. Un sistema basato sull'arbitrio
più totale, sulla simpatia, sulla parentela, sulle conoscenze, sulla
sudditanza supina e silenziosa come precondizione per una successiva
probabile cooptazione, (quasi) mai sul merito.
Che ci siano casi d'eccellenza è inutile raccontarcelo. L'eccellenza,
nell'università, deve essere sempre ricercata e pretesa. I professori
che non producono risultati scientifici (articoli in primis, basterebbe
già questo) possono accomodarsi su una cattedra delle scuole superiori.
Quando ci renderemo conto (e lo urleremo forte) che l'improduttività e
l'impreparazione scientifica di un professore sono esattamente
identiche alla tanto vituperata rendita? E a noi le rendite non
piacciono perché tolgono arbitrariamente con la forza ed il sopruso.
Qual'è il problema dell'università? I baroni con annesso sistema
mafioso e concorsi truccati (quindi causa e prodotto di regole malate)
oppure la Gelmini? Sicuramente entrambi ma senza i primi la seconda
avrebbe molte più difficoltà nel far passare in parlamento quello
scempio che fa passare. E ancora, è vero che le fondazioni di diritto
privato pongono problemi. Quanto meno quel "privato" desta qualche
preoccupazione - qualcuno ci dirà mai esattamente cos'è una fondazione
di diritto privato? Ma che dire invece del buco di bilancio di 140
milioni che l'ex rettore di Siena Tosi, il suo attuale successore e
tutti coloro che li hanno sostenuti e votati in senato accademico hanno
gentilmente regalato a tutto l'ateneo senese e, più in generale, a
studenti e cittadini che quel debito lo ripagheranno con tasse e rette?
Siamo nella cosa pubblica o nell'affare privato e/o di casta?
In questo campo produttività e merito non devono essere mostri contro
cui far scattare le solite reazioni, lasciatemelo dire, a volte
letteralmente automatiche. Anzi, devono essere le bandiere da
sventolare per chiedere una riforma dell'università che punti
all'eccellenza, ad un sistema di borse di studio e rette che aboliscano
le barriere di classe e ad un accesso alla carriera accademica basato
sul merito.
O vogliamo prendere a modello i tanto cari luddisti inglesi? Se un
nemico utilizza uno strumento (il merito) quello strumento non deve
diventare automaticamente il nostro nemico. Marx almeno ci ha insegnato
che non è così. Anche perché tra merito e baroni io non avrei dubbi,
sceglierei senza dubbio il primo. Non mi aspetto certo queste
riflessioni da una manifestazione di piazza - eppure ricercatori e
studenti se ne stanno accorgendo e, finalmente, si stanno chiaramente
smarcando. Da un giornale d'opinione come il vostro invece una
riflessione su questi temi è d'obbligo . Certo, sarebbe falso dire che
l'argomento "baroni" non è mai stato affrontato. Ma se si vuole
ragionare attorno ad una riforma ed alla protesta ad essa collegata
bisogna ritornarci sopra più e più volte, non ci si può appiattire
sempre e solo sulla piazza o su vecchi modelli che ormai garantiscono
solo i rentiers
accademici. Bisogna scavare ed andare a fondo ed a parer mio non è
stato fatto abbastanza in questa direzione. E se si scrive - come ho
letto tempo fa - che una riforma universitaria deve essere valutata in
base al numero di baroni che riesce a far uscire dall'università,
bisogna discutere su quali siano le misure necessarie a portare a
termine il compito. E sul perché invece la riforma Gelmini non sia in
grado di farlo. Ed anche, prima di tutto, bisogna dire cos'è
esattamente l'università italiana oggi: una sorta di società basata sul
modello pre-moderno delle classi d'età, una gerontocrazia dove gli
anziani sono intoccabili ed hanno potere di vita o di morte
(accademica) sui più giovani che li devono servire e riverire. Dopo di
che ovviamente vi annuncio di aver sottoscritto qualche giorno fa la
mia parte. Ed a giorni provvederò ad un nuovo versamento. Il manifesto
deve vivere!
8 Ott, 2008
I selvaggi?
Il ciclo della vita kamba è suddiviso in gradi d’età che non dipendono strettamente dall’età anagrafica ma dai riti di passaggio che sanciscono lo status sociale di ogni essere umano kamba. Le classi d’età costituiscono dei gruppi corporativi che comprendono tutti i membri della società iniziati nello stesso periodo. Gli individui sono raggruppati in base a dei criteri d’età e possono quindi appartenere anche a gruppi di discendenza e gruppi territoriali differenti. L’appartenenza ad una classe d’età implica specifici rapporti sociali, culturali e di solidarietà verso i membri della propria classe ed anche verso gli individui esterni.
[...] Sono soprattutto gli anziani a ricoprire questi ruoli preminenti e prestigiosi nella comunità kamba. Il sistema sociale kamba è, infatti, una gerontocrazia incentrata sull’estremo rispetto e sulla totale obbedienza agli anziani.Che differenza c'è tra i kamba e l'università italiana? entrambe funzionano sulle base della classi d'età?
http://cbr.debord.ortiche.net/letterasullostatuto-6-07-08.htm
Tutti i membri del Senato sanno benissimo che, a fronte di circa 3.000 unità di personale strutturato, questo Ateneo conta un numero di non strutturati stimato tra le 3.000 e le 6.000 persone.
Nella situazione attuale, con una piccola eccezione per i dottorandi, non esiste alcuna possibilità da parte della maggior parte delle persone che fanno ricerca a Bologna di partecipare ad alcun processo decisionale, né sulle linee e gli indirizzi di ricerca, né sugli aspetti economici e finanziari, né sul raccordo tra ricerca e didattica.si potrebbe iniziare da qui: regole di rappresentanza per permettere un vero autogoverno dell'università e, nello stesso tempo, carriera e fondi concessi in base ai risultati.
3 Ott, 2008
La riforma dell'università : il punto della situazione
La riforma universitaria,
approvata alla chetichella e senza clamore ad agosto, sta per far
sentire i suoi effetti disastrosi su tutta l'accademia italiana.
Privatizzazione e chiusure delle sedi minori le conseguenze più
probabili.
Per capire esattamente la posta in
gioco della cosiddetta riforma dell'università è
innanzitutto necessario esaminare il decreto legge
112 (detto anche decreto Brunetta e disponibile on line al seguente
indirizzo: http://www.parlamento.it/leggi/decreti/08112d.htm),
emanato dal governo il 25 giugno 2008 e convertito in legge dal
parlamento il 6 agosto. E' infatti qui che è possibile
trovare i termini della suddetta riforma, ad onor del vero mai
annunciata perché in effetti mai ne abbozzata ne discussa. Il decreto legge infatti ha come scopo,
lo dice l'articolo 1 intitolato "Finalità e ambiti di
intervento", la riduzione del debito e la crescita del prodotto
interno lordo attraverso, tra gli altri, investimenti in innovazione
e ricerca ed il rilancio delle privatizzazioni e dell'edilizia.
Si tratta dunque di una delle tante discutibili maxi raccolte di articoli di legge riguardanti ogni genere di materia, dal costo dei libri scolastici (art. 15) alla battaglia "anti fannulloni" del ministro Brunetta (art. 71). La conversione dello stesso decreto in legge, la numero 113, ad una settimana da ferragosto, ha reso impossibile un serio dibattito in parlamento e sui media italiani, più impegnati a dare spazio alle intemperanze verbali di Brunetta che ad analizzare compiutamente l'attività del governo e del parlamento. D'altronde c'è da dire che un discussione su un decreto del genere è stata resa nella pratica impossibile dell'estrema eterogeneità dei contenuti e dalle necessità politiche di un governo che sempre più sta strozzando l'autonomia del parlamento a vantaggio di un decisionismo poco consono ad un sistema democratico maturo e, appunto, parlamentare. Come si sia arrivati a questo punto non è compito di questo articolo dirlo e non è nemmeno suo compito spiegare perché il passaggio da 5 a 10 anni della durata della carta d'identità sia materia da decreto legge. Resta il fatto che in Italia ormai da tempo si emanano decreti contenenti « misure necessarie e urgenti » che comprendono al loro interno tutto ed il contrario di tutto: università, provvedimenti per la riduzione delle emissione di CO2 e della carta nelle pubbliche amministrazioni, regolamentazione della banda larga e della “ricerca e coltivazione di idrocarburi nelle acque del golfo di Venezia” . E sopratutto, cosa ormai non più sorprendente ma francamente immorale, resto il fatto che si chieda al parlamento di votare il polpettone di turno senza uno straccio di riflessione ed un dibattito pubblico e partecipato. Ovviamente un atteggiamento responsabile avrebbe consigliato di votare no ma non è il caso di disquisire troppo su di un tema che ci porterebbe lontano.
Facoltà
di trasformazione in fondazioni delle università
Per quello che ci riguarda mi limiterò
qui ad illustrare ciò che concerne l'università
italiana.
Il primo articolo di
nostro interesse e forse il più importante è l'articolo
16, intitolato “Facoltà
di trasformazione in fondazioni delle università”. Si
permette cioè a ciascuna università, attraverso un voto
a maggioranza assoluta del proprio senato accademico, di trasformarsi
in fondazioni di diritto privato. Tutte le proprietà
immobiliari saranno dunque trasferite alle nuove fondazioni che
potranno aprirsi a “nuovi soggetti, pubblici o privati.” Avranno
inoltre "autonomia gestionale, organizzativa e contabile" e
potranno adottare regolamenti "anche in deroga alle norme
dell'ordinamento contabile dello Stato e degli enti pubblici".
Sarà infine loro cura raggiungere "l'equilibrio di
bilancio" fermo restando, così dice l'ambiguo comma 9, il
sistema di finanziamento pubblico che terrà conto, a "fini
perequativi", dell'entità del finanziamento privato. Pur sforzandosi di fare astrazione delle valutazioni politiche è
indubbia l'assoluta rilevanza di questo articolo. Si configura qui
una vera rivoluzione copernicana dell'università italiana che,
da pubblica, diventa totalmente privata ed autonoma. L'intervento
pubblico si limiterebbe così a colmare i buchi nel bilancio
che la mano privata lascerebbe scoperti (i “fini perequativi”) ma
in una prospettiva di futura totale autonomia gestionale e
finanziaria delle fondazioni universitarie stesse. Anche
i contratti di lavoro del personale insegnante e non sarebbero
lasciati alla libera contrattazione tra le parti ed infatti il
penultimo comma, il 13, dichiara che “il trattamento economico e
giuridico” rimarrà in vigore “fino alla stipulazione del
primo contratto collettivo di lavoro”.
Incentivi
alla trasformazione
Risulta
evidente che un trasformazione del genere di quella proposta
dall'articolo 16 potrebbe essere sicuramente avversata, quanto meno
per principio, da parti anche consistenti o addirittura maggioritarie
del corpo docente e studentesco. Come fare dunque per ottenere un
voto in tal senso dal senato accademico di ciascuna università?
In
nostro soccorso viene il titolo III, “Stabilizzazione della finanza
pubblica”.
L'articolo 66, comma 13, riduce infatti il fondo per
il finanziamento ordinario delle università di “63,5 milioni
di euro per l'anno 2009, di 190 milioni di euro per l'anno 2010, di
316 milioni di euro per l'anno 2011, di 417 milioni di euro per
l'anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall'anno 2013.”
La strategia che si delinea qui è con evidenza improntata
allo strangolamento finanziario delle università pubbliche
che, già provate da anni di continui tagli (Mussi e Moratti,
tanto per citare gli ultimi due ministri), saranno messe con le
spalle al muro: o morire e chiudere i battenti o aprirsi
nell'organizzazione e nella gestione ai privati sperando di poter
incassare in cambio qualcosa dal punto di vista finanziario. Risulta
a questo punto quasi derisoria la rassicurazione del già
citato articolo 16 comma 9 riguardante l'attività
compensatoria dello stato nei confronti del bilancio delle nuove
fondazioni. Da un lato si dichiara di voler sostenere gli oneri
finanziari dell'università, dall'altro si taglia quasi un
miliardo e mezzo di euro da qui al 2013.
E' stato però
fatto notare che le università trarranno graduale e costante
sollievo finanziario dai pensionamenti di larga parte della classe
docente entrata in università negli anni 60 e 70 – e quindi,
visto l'anzianità, costosa – e da altri risparmi legati agli
art. 67 e 74. Questo è solo in parte vero. Innanzitutto, se
da un lato molti docenti andranno in pensione, dall'altro non si
prevede una loro adeguata sostituzione. Fino al 2011 infatti non sarà
permesso che un rimpiazzo del 20% del personale uscente mentre per
l'anno 2012 si parla del 50%.
Certo si tratta di stabilizzazioni,
quindi contratti a tempo indeterminato. L'effetto però sarà
quello di accrescere sempre più il numero dei precari in
università. Precari a cui si provvede ad abbassare lo
stipendio già magro di suo. Gli aumenti salariali per
anzianità non saranno infatti più biennali ma triennali
ed i risparmi ottenuti non saranno disponibili alle università
stesse ma confluiranno in un capitolo generale (comma 2 dell'art. 69)
di cui si ignora l'utilizzo.
Obiettivamente è difficile
raccapezzarsi e trovare un senso in questi articoli. Il perché
lo spiega l'interlocutorio comma 6 dell'art. 66 che permette per
quest'anno di assumere a tempo indeterminato fino ad un massimo di 75
milioni di euro a regime. Il risultato è stato una vera e
propria “corsa
alla spesa:
tra aprile e giugno le università hanno bandito 685 posti di
professore ordinario e 1093 posti di professore associato. “
(1)
Cosa
cambia in soldoni
"Il Paese deve sapere che con tale misura [si riferisce agli articoli 66 e 69, ndr], se mantenuta e non modificata, si determinerà una condizione finanziaria del tutto incontrollabile e ingestibile, con effetti dirompenti per gli atenei. Si renderà sempre più difficile l'ingresso nei ruoli di giovani di valore; peggiorerà il livello di funzionalità delle Università, anche come conseguenza dell'ulteriore mortificazione delle condizioni retributive del personale tecnico e amministrativo; diventerà sempre più difficile se non impossibile reggere alla concorrenza/collaborazione in atto a livello internazionale; si annullerà di fatto il fondamento stesso dell'autonomia universitaria, come definita negli anni '90, basata sulla gestione responsabile dei budget."
E' questo ciò che ha dichiarato il CRUI, la conferenza dei rettori italiani, il 24 luglio scorso.
L'università
viene, grazie ad un decreto votato sull'onda della guerra ai
fannulloni di Brunetta, privata del 20% delle proprie risorse
finanziarie. Per rimediare a questo stato di cose e per tentare di
rinnovare - e trattenere visto la continua fuga dei nostri
ricercatori all'estero - davvero il suo personale l'università
pubblica italiana sarà costretta ad auto privatizzarsi.
Il
come è lasciato all'autonomia di ciascun istituto che, una
volta diventato fondazione, sarà amministrato anche da privati
che potranno gestire e disporre del patrimonio immobiliare.
Il
rettore della statale di Milano nonché presidente del CRUI
stesso si era d'altra parte già espresso piuttosto
chiaramente:
"Il nostro sistema universitario è già largamente sottofinanziato rispetto agli standard europei. Ci viene chiesto di sommare l'aumento inevitabile delle spese obbligatorie ai tagli che vengono ora previsti in crescita per cinque anni. L'università non reggerà l'impatto. Una situazione che determinerà inevitabilmente aumenti delle entrate proprie. Ivi comprese le contribuzioni studentesche. Ma che in ogni caso porterà inevitabilmente l'intero sistema universitario pubblico al dissesto. Inoltre, la limitazione delle assunzioni di personale a tempo indeterminato al 20% del turn over danneggerà gravemente la funzionalità scientifica e didattica degli Atenei. E le prime vittime sarebbero i giovani ricercatori, le cui possibilità di ingresso nel sistema universitario verrebbero drasticamente ridotte".
Il
decreto legge 112 è un decreto "pesante" che sta
portando alla mobilitazione addirittura il CRUI, di solito propenso
al dialogo ed alla conciliazione sempre e comunque. Il perché
l'abbiamo già detto: si tagliano i fondi di 1 miliardo e 400
mila euro nei prossimi 5 anni e di quasi mezzo miliardo per il 2009
quando, stando all'ultimo rapporto Ocse (Education at a Glance 2007),
la percentuale del prodotto interno lordo italiano dedicato
all'università è dello 0,8% contro una media dell'1.3
dei paesi avanzati. Per ogni studente in italia si stanziano (dati
riferiti al 2004) 7.700 dollari contro i 9.400 della Spagna, i 10.700
della Francia e i 12.200 della Germania.
Paradossalmente le
tasse di iscrizione dovranno diminuire nei prossimi anni – siamo
tutti però sicuri che questo, per i più svariati
motivi, non avverrà mai – e questo perché non possono
per legge superare il 20% del fondo ordinario che è stato
saccheggiato di un miliardo e mezzo di euro. O gli atenei si
atterranno alla legge e, come sta avvenendo a Firenze, andranno
incontro alla bancarotta, oppure cresceranno le proteste e la
tensione con le organizzazioni ed i sindacati studenteschi attenti ai
diritti dei propri rappresentati. Anche qui rimane la via d'uscita
indicata in apertura: la privatizzazione e la conseguente
liberalizzazione – o dovremo dire deregulation selvaggia? – della
gestione, tasse universitarie e borse di studio comprese. Inutile
dire che si tratterà di un innalzamento brusco e
repentino.
Università privatizzata e tasse raddoppiate
da un anno all'altro? (S)vendita del patrimonio immobiliare di pregio
delle grandi università? Indebitamento con le banche e
gestione privata dell'istruzione e della ricerca che dovrebbe essere
pubblica? Senato accademico svuotato di ogni residua
rappresentatività e potere ai consigli dei sindaci delle nuove
fondazioni private?
Non è una prospettiva così
peregrina. Giudo Barbujani ha parlato esplicitamente di “atti
vandalici contro il sistema universitario” (2) e si chiede che
senso abbia un decreto legge che, per garantire lo sviluppo
economico, punti esclusivamente a disinvestire. Anche negli USA, dove
l'università è molto differente dalla nostra, i
finanziamenti pubblici sono il doppio di quelli italiani. Per lui la
situazione è chiara: o si privatizza con lo sponsor e ci si
laurea a prezzi di mercato oppure si chiude.
“Resta
da capire – aggiunge – come potranno scommettere sul proprio
talento i nostri migliori laureati, senza investimenti nella ricerca,
senza borse di studio, senza futuro nel sistema accademico.”
E'
inutile negarlo: l'università italiana era già allo
sbando prima della legge 113/08. Questa riforma appare però
come il definitivo colpo di grazia.
"La
situazione è talmente grave e netta che dobbiamo essere in
grado di dare risposte nette. È necessario che non parta il
prossimo anno accademico" ha dichiarato il coordinatore
nazionale dei ricercatori nonché membro del senato accademico
della Sapienza Marco Serafina."
1)
http://www.lavoce.info/articoli/-scuola_universita/pagina1000555.html
2)
Il pane per la ricerca,
Il Sole 24 Ore, 28 settembre 2008
Approfondimenti:
http://universita-ricerca.wetpaint.com/page/Materiale
http://attachments.wetpaintserv.us/m1h9B6N7MhatWr63Iu5v4A%3D%3D393439
http://www.lavoce.info/articoli/-scuola_universita/
22 Set, 2008
Il berlusconismo non è fascismo è dittatura del semiocapitale
è dittatura del semiocapitale
Franco Berardi Bifo
All'inizio di agosto è venuta fuori una discussione che meriterebbe di essere approfondita: il regime instaurato dalla terza vittoria di Berlusconi può essere considerato come un regime fascista? In un articolo uscito sul Manifesto all'inizio di agosto Alberto Asor Rosa rispondeva di sì, anzi sarebbe «anche peggio». In un'intervista uscita sul Corriere della sera Massimo Cacciari reagiva facendo spallucce. Macché fascismo e fascismo, figuriamoci. Mica si mettono in carcere gli oppositori, e poi Berlusconi non porterebbe mai l'Italia in un conflitto mondiale.
La risposta di Cacciari, poche battute forse travisate o mal comprese dal giornale, m'è parsa, più che codarda, superficiale. Ma la posizione di Asor Rosa, fondata su una visione noceventesca della democrazia, rischia di interpretare con un concetto vecchio le forme attuali del totalitarismo.
Cacciari, un pensatore che un tempo suscitava ammirazione profonda, da alcuni anni sembra divenire tanto più tranchant quanto più inconcludente e futile si fa il suo ragionamento. Il precipitare della crisi internazionale in cui l'Italia è coinvolta, è sempre più vicina a trasformarsi in un conflitto generalizzato.
E cosa induce l’ottimo Cacciari a garantire
che l’Italia non sarà trascinata a combattere
per il solito vincitore, che poi,
strada facendo diventa lo sconfitto?
Perché insistere a chiederci se si tratta o
no di fascismo? Quello prodotto da trent’anni
di bombardamento televisivo è
probabilmente peggio del fascismo storico,
perché non si fonda sulla repressione
del dissenso, non si fonda sull’obbligo
del silenzio, ma tutto al contrario, si fonda
sulla proliferazione della chiacchiera,
sull’irrilevanza dell’opinione e del discorso,
sulla banalizzazione e la ridicolizzazione
del pensiero, del dissenso e della
critica. Il totalitarismo di oggi non è fondato
sulla censura del dissenso ma su un
immenso sovraccarico informativo, su
un vero e proprio assedio all’attenzione.
Non si può in alcun modo assimilare
l’attuale composizione sociale del paese
con la composizione sociale, prevalentemente
contadina e strapaesana dell’Italia
degli anni Venti. Nei primi decenni del
secolo ventesimo, il modernismo futurista
dei fascisti introduceva un elemento
di innovazione e di progresso sociale,
mentre oggi il regime forzitaliota non
porta dentro di sé alcun germe di progresso,
e la sua politica economica si fonda
sulla dilapidazione del patrimonio accumulato
nel passato. In questo Asor
Rosa ha visto giusto. Il fascismo è un fenomeno
di modernizzazione totalitaria,
il berlusconismo è un fenomeno di devastazione
della civiltà sociale della modernità.
Mentre il fascismo avviò un processo
di modernizzazione produttiva del
paese, il regime forzitaliota ha dissipato
le risorse accumulate dal paese negli anni
dello sviluppo industriale, come aveva
fatto Carlos Menem in Argentina nel
decennio che ha preceduto il crollo di
quell’economia e di quella società. Ma
questo carattere dissipativo è perfettamente
coerente con la tendenza principale
che si manifesta nel pianeta nell’epoca
neoliberista.
Il capitalismo moderno era fondato su
alcune regole direttamente riconducibili
all’etica protestante. Regole su cui si fondava
la fiducia, elemento decisivo dell’economia
borghese moderna.
Ma ora la forma weberiana dello sviluppo
si esaurisce per il capitalista post-borghese
il quale sa che il credito non dipende
dai valori protestanti dell’affidabilità,
dell’onestà, della competenza, ma dal ricatto,
dalla violenza, dalla protezione familiare
e mafiosa. Non si tratta di una
temporanea caduta del rigore morale, di
un’ondata di corruzione. E non si tratta
neppure di un fenomeno di arretratezza.
Si tratta di un mutamento della natura
profonda del processo di produzione. La
determinazione del valore ha perduto la
sua base materiale, oggettiva (il tempo di
lavoro socialmente necessario, come dice
Marx), e ora dipende dal gioco di simulazione
linguistica, dei media, della
pubblicità, della produzione semiotica,
ma anche dalla violenza.
Ecco allora che la prospettiva in cui vedemmo
l’Italia nella passata epoca moderna
ora si ribalta: proprio ciò che aveva
fatto dell’Europa meridionale controriformata
un luogo arretrato, ora ne fa laboratorio
delle forme di potere postmoderno.
Proprio ciò che aveva messo l’Italia
alla retroguardia dello sviluppo capitalistico
moderno, diviene il motivo della
sua capacità di anticipazione. Proprio
perché predomina la cultura del familismo
immorale, della violenza mafiosa e
del raggiro mediatico, negli anni Novanta
di Berlusconi l’Italia diviene il laboratorio
culturale e politico del capitalismo
criminale iperliberista. La scarsa penetrazione
dell’autorità statale nelle pieghe
della società e dell’economia è sempre
stata considerata un fattore di arretratezza
e di debolezza, ma il neo-liberismo ha
creato una situazione in cui gli interessi
privati, gli interessi di famiglia e di clan
prevalgono sugli interessi pubblici. In
nome di un’ideologia della libera impresa
e del libero mercato si è in effetti aperta
la strada a una sorta di privatizzazione
dello stato. La macchina statale non è stata
ridimensionata, ma si è messa al servizio
di interessi di famiglia. Questo processo
non si è svolto solamente in Italia,
ma qui le condizioni culturali erano particolarmente
ben predisposte.
La deregulation economica ha liberato
immense energie produttive, e al tempo
stesso ha indebolito o distrutto le difese
che la società moderna aveva costruito
per proteggersi dall’aggressività predatoria
del capitale.
Come al capitalismo proprietario si addiceva
il decoro gotico e severo, così al
capitalismo finanziarizzato si confanno
sembianze barocche. A partire dagli
anni ottanta, lo spirito barocco della
Controriforma, che aveva impacciato
le società meridionali fino a tutto il novecento,
non è più un elemento di arretratezza.
Il borghese moderno era legato alla sua
impresa perché le macchine, i luoghi, i lavoratori
dell’industria erano la sua proprietà.
Il capitalismo virtuale separa la
proprietà dall’impresa, l’impresa si finanziarizza
e si immaterializza. La corporation
globale può spostare il suo investimento
in pochi istanti senza render conto
ai sindacati, alla comunità, allo stato.
Il capitale non ha più alcuna responsabilità
verso la società, e ormai, come abbiamo
visto nel caso Enron, neppure nei
confronti dei suoi azionisti. L’etica protestante
non è più redditizia. E’ molto più
efficace l’etica della compromissione mafiosa,
del ricatto e dello scambio illegale.
Nel processo di globalizzazione l’Italia
non è sfavorita dall’illegalismo e dall’immoralità
della sua nuova classe dirigente,
come la sinistra moralista paventa. Al
contrario, l’Italia diviene il paese nel quale
la dittatura tardo-liberista meglio può
svilupparsi.
Qui il regime incorpora comportamenti
del fascismo (la brutalità poliziesca, che
abbiamo visto a Genova nel 2001, l’irresponsabilità
che portò l’Italia di Mussolini
alla guerra catastrofica del 1940-45, il
servilismo che ha sempre caratterizzato
la vita intellettuale italiana). Incorpora caratteristiche
proprie della mafia (il disprezzo
per il bene pubblico, la tolleranza
per l’illegalità economica).
Ma non per questo è una riedizione del
regime fascista né come un sistema di
mafia. Neoliberismo aggressivo e mediapopulismo
sono i suoi ingredienti decisivi,
ed esso funziona obiettivamente come
laboratorio delle forme culturali e politiche
che accompagnano la formazione
del semiocapitale.
3 Set, 2008
Come nacque e come morì il "marxismo occidentale" Domenico Losurdo
3 Set, 2008
Entretien avec Domenico Losurdo
Pour penser la liberté et l’individu, la gauche doit puiser dans son propre corpus. Entretien avec l’auteur d’une « Contre-histoire du libéralisme ».
Le rapport au libéralisme est-il, ou devrait-il être effectivement, le clivage structurant de la gauche française et européenne ?
Domenico Losurdo. En 1948, la Déclaration des droits de l’homme établie par l’Organisation des nations unies (ONU) reconnaissait des droits économiques et sociaux (droit à l’éducation, droit au libre choix de son travail et à la protection contre le chômage, etc…).
Ce à quoi nous assistons actuellement, notamment en Europe, c’est précisément au démantèlement des réalisations concrètes correspondant à ces droits (la Sécurité sociale, les systèmes de retraite par répartition, etc…).
Ce démantèlement s’accompagne de la négation même, au plan théorique, de la valeur de ces droits. C’est ce double phénomène que l’on peut caractériser comme contre-révolution néolibérale. Pour riposter efficacement, il me semble nécessaire de se placer dans une perspective historique.
Cela permet de comprendre que les droits de l’homme ne se sont jamais développés en vertu d’une dynamique interne au libéralisme, qui aurait été empêchée, pour des raisons conjoncturelles, de déployer dans la sphère économique une logique de droit qu’elle aurait par contre réussi à imposer dans la sphère politique contre les divers conservatismes, notamment religieux.
Cette vision linéaire de l’histoire est absolument fausse. En vérité, le libéralisme, par-delà la diversité de ses sensibilités, a eu tendance à récupérer à son crédit des droits que les bourgeoisies ont dû simplement reconnaître de guerre lasse, au siècle dernier, dans le contexte de la guerre froide.
Dans les années 70, Friedrich A. Hayek, alors inspirateur de la politique économique de l’administration Reagan, parlait des droits économiques et sociaux comme d’une invention ruineuse de la révolution bolchévique russe. Il ne raisonnait pas en termes de compatibilité ou pas de ces droits avec les moyens financiers de l’Etat. Il attaquait au contraire les droits en question à la racine, sur leur légitimité même. Aujourd’hui, on voit triompher la posture d’Hayek, mais dans un contexte où il n’y a plus le défi du monde socialiste. Cela ne veut pas dire qu’il faille revoir à la baisse les ambitions sociales. Au contraire !
Le libéralisme défend-il la liberté ?
Domenico Losurdo. Les pères fondateurs de ce courant d’idée justifiaient l’esclavage. Le philosophe anglais Locke était même impliqué personnellement en tant qu’actionnaire de la société qui gérait la traite des esclaves.
Si nous prenons les deux pays les plus représentatifs de la tradition libérale, à savoir l’Angleterre et les Etats-Unis, nous voyons que ce sont également les pays les plus impliqués sur le plan historique dans la tragédie de l’esclavage des Noirs. Les Etats-Unis n’ont aboli l’esclavage des Noirs qu’en 1865. Et même après, les Noirs n’y ont pas joui de la liberté. C’est seulement à la moitié du 20ème siècle qu’ils ont acquis les droits politiques.
Le dépassement de la discrimination raciale, de la discrimination contre les femmes, ou de la discrimination censitaire ne sont donc pas les fruits du libéralisme, ce sont au contraire les acquis, même s’ils sont précaires et incomplets, des grandes luttes populaires du mouvement socialiste et communiste.
Le libéralisme ne peut-il revendiquer aucun apport propre à la démocratie politique ?
Domenico Losurdo. On peut reconnaître au libéralisme, notamment celui de Montesquieu, le mérite d’avoir posé la question de la limitation et de la séparation des pouvoirs. Le marxisme historique, lui, a souvent escamoté le problème, préférant évoquer carrément la disparition totale de l’Etat.
L’enfermement dans cette perspective utopique est venue aggraver les difficultés pour la construction d’un Etat socialiste démocratique. Mais ce n’est pas à partir d’un libéralisme quelconque que l’on peut vraiment critiquer le marxisme sur ce point. Car le libéralisme est en réalité très ambigu.
D’un côté, il revendique effectivement la limitation des pouvoirs ; mais de l’autre, il célèbre le pouvoir absolu sur les esclaves et les peuples coloniaux. John Stuart Mill, considéré comme un des libéraux les plus progressistes, estimait en son temps que certaines « races mineures » - c’est le terme qu’il emploie - sont obligées à une « obéissance absolue » envers les maîtres de l’Occident. Ce n’est donc pas en se proclamant libérale que la gauche en crise peut se racheter une conscience anti-totalitaire, si c’est ce qu’elle cherche. Au contraire, elle ne fait qu’ajouter à la confusion.
Un vrai débat doit par contre s’amorcer sur la question de l’Etat et de la démocratie. Considérant le poids croissant de l’argent et de la richesse dans les élections aux Etats-Unis, Arthur Schlesinger jr., un illustre historien américain, estimait qu’on assiste en fait à la réintroduction de la discrimination censitaire.
Comme éviter cette régression et la perte des droits politiques déjà acquis ? La question décisive est de savoir quel contenu l’on veut donner à la démocratie : est-ce juste la consécration des rapports arbitraires dans la société et notamment dans l’entreprise, mais également entre les nations ? Ou bien s’agit-il du processus de reconnaissance politique des droits conquis et leur développement dans et par les luttes sociales ?
Les ténors de gauche qui se réclament du libéralisme insistent en fait fréquemment sur ce qui s’apparente surtout à un libéralisme des mœurs, que l’on peut en effet défendre au nom du progrès humain…
Domenico Losurdo. Le souci de défendre les libertés individuelles est bien évidemment légitime. Ce qui pose problème, c’est la façon d’envisager la question. On a l’impression que la gauche aurait d’emblée à piocher ailleurs que dans son propre corpus idéologique pour penser les droits de l’individu, son émancipation.
Je pense au contraire qu’il s’agit de développer encore ce corpus, de l’approfondir. Lorsqu’on parle en général de Marx et du marxisme, on considère, plus ou moins explicitement, qu’ils auraient insister sur l’égalité, non sur la liberté. C’est là un préjugé. Le Manifeste du Parti Communiste, dont nous fêtons cette année le 160ème anniversaire, parle de la lutte pour supprimer "le despotisme dans la fabrique". La lutte des classes envisagée par Marx n’est pas censée se limiter à des objectifs matériels. C’est une lutte pour la liberté.
Dissocier les questions sociétales des questions sociales, le plan politique et culturel du plan économique, cela revient même à nier la pensée bourgeoise la plus avancée. Avant Marx, Hegel expliquait dans un texte célèbre de « La philosophie du droit » qu’un homme qui risque de mourir de faim se trouve dans une condition d’absence absolue de droit, c’est-à-dire dans la condition d’un esclave. Lorsque l’inégalité matérielle atteint un certain degré, elle devient alors une condition d’absence de liberté. On revient à la question démocratique.
Mais lorsque la gauche pose la question démocratique en terme de démocratie sociale, elle se voit fréquemment accusée de protectionnisme. De là à l’accuser de nationalisme, il n’y a qu’un pas, parfois franchi allègrement dans le débat sur l’Europe…
Domenico Losurdo. Une chose est l’affirmation, la défense de l’identité ou de la dignité nationale, une autre est le chauvinisme. On a tendance à faire une confusion entre les deux. La distinction me paraît pourtant très simple : d’un côté, nous avons une attitude universalisable ; de l’autre, une posture exclusive.
L’affirmation de la dignité de la nation française, américaine ou italienne est parfaitement compatible avec l’affirmation de la dignité de toute autre nation, de tous les peuples. Par contre, lorsque le président Bush affirme que les Etats-Unis sont la « nation élue par Dieu » pour gouverner le monde, cette attitude n’est pas universalisable. Il suffit qu’un autre pays ait la même prétention pour que ce soit l’affrontement.
Aujourd’hui, le chauvinisme par excellence est celui des Etats-Unis, pays qui se pose en héros du libéralisme. Et l’Union européenne, servile vis-à-vis des Etats-Unis, reproduit leur attitude de « nation élue par Dieu », dans ses rapports avec les pays du Tiers-Monde. Lénine avait très bien expliqué le lien entre l’impérialisme, le nationalisme et le racisme.
L’une de ses définitions de l’impérialisme est la suivante : « l’impérialisme est la prétention d’un petit groupe de soi-disant nations élues » de monopoliser pour elles seules le droit de constituer un Etat national et souverain, autrement dit d’exclure de ce droit les peuples considérés comme inférieurs.
La lutte pour l’égalité des nations est toujours actuelle. Et c’est une lutte progressiste, au nom des libertés et de la démocratie, qui se mène contre le système capitaliste et son idéologie libérale.
Entretien réalisé par Laurent Etre
(Version intégrale de l’entretien publié dans l’Humanité du 30 juin 2008)
Domenico Losurdo est l’auteur d’une « Contre-histoire du libéralisme », non encore traduite en français ; a notamment publié « Gramsci, du libéralisme au communisme critique », éditions Syllepse, 2006.
11 Ago, 2008
IL MINISTRO VA IN GUERRA. CIVILE.
Intervista e articolo sono pubblicati su LEFT dell’8 agosto
IL MINISTRO VA IN GUERRA. CIVILE
di Chiara Agostini e Manuele Bonaccorsi
Ministro Brunetta, è un vero piacere intervistarla, specialmente per un giornale come left, dichiaratamente di sinistra. Non possiamo però non farle notare subito che il governo, con i tagli all’editoria, sta mettendo a rischio l’esistenza di decine di testate. Senza un passo indietro sarebbe la più grande morìa di giornali dai tempi del fascismo.
È mia intenzione preparare una riforma per togliere ai giornali anche i finanziamenti che derivano dalla pubblicazione obbligatoria dei bandi di gara e dei bilanci. Sono soldi buttati, basterebbe pubblicarli sui siti internet dei singoli enti per risparmiare 200, 300, forse 400 milioni di euro ogni anno. Si tratta di una tassa medievale pagata agli editori.
A proposito di tasse medievali. Il governo ha tagliato i fondi alla stampa cooperativa, ma non ai giornali quotati in borsa, che fanno utili. Penso al Sole 24 ore, a Repubblica o al Corsera.
È una cosa che ho denunciato pubblicamente e in risposta sono stato insultato in diretta a Porta a porta. Si parla tanto di caste. Bene, di “caste” ce ne sono tante, quella dei giornalisti è una. Una parte dello stipendio di Stella e Rizzo, ad esempio, viene dallo Stato che dà al loro giornale 22 o 24 milioni di euro l’anno per carta e abbonamenti postali.
Rimane però il problema della stampa cooperativa. Molte voci indipendenti rischierebbero di chiudere.
Si può ragionare su forme di incentivazione. Ma non credo che lo Stato debba soste nere i giornali di partito.
Neppure le cooperative indipendenti di giornalisti?
Neppure quelle.
Non si può chiedere ai giornali, però, di stare sul mercato da soli, in un sistema pubblicitario dominato da un duopolio che non lascia altri spazi.
Il problema del mercato non è la posizione dominante, ma l’abuso di posizione dominante. Proprio questa è la funzione dell’antitrust. Ma passiamo ai nostri temi.
Bene. Partiamo allora dagli ultimi dati che ha diffuso il suo ministero. Voi sostenete che a giugno le assenze dei dipendenti pubblici sono diminuite del 30 per cento.
L’indagine parla da sola. È paradossale che alcuni sindacati e governi locali si siano quasi irritati. Irritarsi di un fenomeno negativo che regredisce mi sembra paradossale. Questo perché l’indagine non è stata fatta passando per il sindacato e per i governi locali. Io sto cercando di dimostrare che grazie a una “coralità di popolo”, di opinione pubblica, a interventi normativi, ad azioni di stigmatizzazione, l’assenteismo è diminuito. Mi stupisce che qualcuno si adonti di questo, il Codacons ad esempio: un’associazione dei consumatori, come il sindacato, dovrebbe avere tutto l’interesse a veder diminuire l’assenteismo.
Quanto è rappresentativa l’in dagine? Si tratta solo di 27 amministrazioni su 9.800, tra cui 7 Comuni su oltre 8mila.
La nostra è un’indagine pilota che riguarda solo alcune amministrazioni, individuate con un minimo di criterio, senza la rappresentatività dei campioni statistici e quindi senza la possibilità di estendere il risultato all’universo. In queste amministrazioni, a maggio l’assenteismo è diminuito del 10 per cento, a giugno del 20 per cento. Non si può estendere questo dato a tutta la P.a., ma è probabile che sia uguale anche altrove.
Quando ci saranno dati più certi?
A luglio, settembre e ottobre ci saranno altre indagini, più esaustive. L’obiettivo è di arrivare all’analisi dell’intero universo, quindi di tutte le amministrazioni. Questi dati dovremmo averli per la fine dell’anno perché c’è l’obbligo di legge di produrli.
I dati ufficiali del conto annuale evidenziano che nel pubblico i giorni persi per malattia sono mediamente 10,8. Secondo Federmeccanica, nel privato sono circa 9,6. Non è una gran differenza. Un giorno all’anno per dipendente.
Per il settore privato i dati non ci sono, queste informazioni infatti non vengono rilevate con scientificità.
Dai dati del Conto annuale, emerge un’elevata presenza di donne nella Pubblica amministrazione, che tendono a fare più assenze per gli impegni familiari. Ad esempio, tra le assenze per malattia e per permessi retribuiti vengono conteggiati anche la gravidanza e la cura dei figli sotto i tre anni. E su tutte le assenze per malattia, quelle delle donne influiscono per oltre il 60 per cento. Si tratta solo di fannulloni, o anche della difficoltà di conciliare famiglia e lavoro?
Il vero problema non è prendersela con qualcuno o con qualcun altro, ma individuare un fenomeno che nel pubblico impiego è certamente rilevante. Per tantissime ragioni, finora poco studiate e soprattutto mai interpretate in termini politici. Il vero problema è che l’assenteismo non costa nulla al cliente finale. O meglio, il cliente finale, ovvero il cittadino, non reagisce all’assenteismo. Nel settore privato, invece, l’assenteismo colpisce direttamente i profitti. Ad esempio, alla Fiat, prima della marcia dei quarantamila, c’erano tassi di assenteismo elevatissimi. Dopo il fenomeno si è ridotto notevolmente. Vuol dire quindi che l’assenteismo è segno di una cattiva organizzazione.
Ma quanti sono i “fannulloni”?
Nessuno lo sa. Potenzialmente tutti. Nella Pubblica amministrazione non c’è nessun controllo e il risultato è che la massa dei dipendenti, se vogliono lavorare, lavorano, altrimenti non lo fanno. È quasi un miracolo che il sistema produca beni e servizi, dato che è lasciato completamente a se stesso.
Come può essere controllata la pubblica amministrazione?
I beni e i servizi pubblici hanno un padrone che non è tale, un dirigente che dovrebbe fare le veci del padrone e spesso non le fa. E non c’è un mercato con i prezzi.
Quindi come si può valutare la produttività?
Quando tu hai un “non mercato”, hai dei beni e dei servizi che costano, ma non hanno un prezzo. La scuola, la sanità, la sicurezza, hanno un costo ma non un prezzo. Come si può allora misurare qualità, efficienza, produttività in un sistema che ha costi e non prezzi? Questo è il problema generale di tutte le amministrazioni che deve essere risolto con dei succedanei, con delle cose che “somigliano a…”. Nella Pubblica amministrazione il padrone è il policy maker (l’eletto) che spesso ha delle funzioniobiettivo diverse rispetto a quelle del padrone che mira al profitto. Il policy maker dovrebbe avere l’obiettivo del benessere dei cittadini, ma spesso punta invece alla massimizzazione del suo potere, che è legata alla quantità di gente che riesce ad assumere. Mentre il privato assume forza lavoro in ragione dell’efficienza e non può assumerne di più, altrimenti vede ridurre il proprio profitto, il policy maker punta a massimizzare l’occupazione a prescindere dai costi.
Ma come si migliora la qualità della Pubblica amministrazione con i tagli a pioggia previsti dalla manovra economica?
Questa è solo banale polemica.
Beh, i tagli sono nero su bianco. Trenta miliardi in tre anni. Comuni e Regioni hanno alzato barricate. Tremonti ha detto: «Faremo come in un condominio, ognuno pagherà la sua parte».
State intervistando me, non Tremonti.
Ci scusi. Forse non ci siamo spiegati bene. Vorremmo capire: come si fa a rilanciare la qualità della Pubblica amministrazione con tagli alla spesa?
Il decreto 112 contiene alcune correzioni di spesa pubblica, comprese quelle inerenti il personale. Sul contratto del pubblico impiego abbiamo sospeso per un anno dei fondi, che saranno ripristinati nel successivo e ridotti del 10 per cento. L’obiettivo è quello di ridurre una parte di spesa legata agli stipendi di una parte di Pubblica amministrazione.
Lei ha lanciato un piano industriale per la Pubblica amministrazione. Ma, chiediamo ancora, come si fa senza nuovi investimenti?
La spesa corrente per la Pubblica amministrazione è di circa 700 miliardi di euro, noi stiamo facendo una correzione di 34,8 miliardi di euro in tre anni per raggiungere l’obiettivo di “zero deficit” e di rapporto debito/pil al di sotto del 100 per cento. I tagli sono stati fatti nella parte di spesa cattiva e improduttiva. Voi mi chiedete come è possibile fare una ristrutturazione tagliando? Normalmente si fa proprio così. Quando si compra un’azienda si devono affrontare i problemi delle singole aree e normalmente, mettendola sul mercato, si può risparmiare il 30 per cento. Parte della riduzione della spesa verrà reinvestita nel settore pubblico per produrre più e meglio e pagare più e meglio l’insieme dei dipendenti pubblici.
Non c’è il rischio che con questi tagli una parte dei servizi saranno costretti ad andare sul mercato?
Non è il mio obiettivo. Al contrario, voglio aumentare beni e servizi pubblici.
Applicando però logiche di mercato nel settore pubblico?
Certo, perché se la logica pubblica offre solo cattivi servizi, io voglio trasportare l’efficienza del settore privato in quello pubblico.
Ma lo scandalo della clinica privata Santa Rita, con pazienti operati inutilmente per aumentare i contributi pubblici, non dovrebbe farci riflettere sui limiti della logica di mercato, perlomeno in alcuni settori?
Il problema non riguarda le logiche di mercato, ma i sistemi di controllo.
La Regione Lombardia, però, ha un sistema amministrativo fra i migliori del Paese.
Ci vuole più analisi e meno pregiudizi. Credo che beni e servizi pubblici non debbano necessariamente essere prodotti da pubblici dipendenti, ma possono essere anche offerti da strutture private in concorrenza fra loro.
Proprio quello che fa la Lombardia in campo sanitario.
Il sistema a volte funziona, altre volte c’è il fallimento del controllo.
Non sono rari, però, i casi di fallimento del mercato.
Assolutamente, c’è una letteratura infinita su questo tema. Ad esempio le public utilities nascono a fine Ottocento per un fallimento del mercato. Il sistema ha funzionato fino a quando le municipalizzate, da produttrici efficienti, non sono diventate luoghi di potere politico. Oggi le public utilities sono uno dei cancri del sistema economico del nostro tempo.
Non sempre, a quanto pare, privatizzare risolve i problemi. C’è, ad esempio, il caso di Acqua Latina: la gestione dell’acqua concessa per trent’anni ai privati ha portato aumenti delle tariffe del 300 per cento, un’inchiesta della magistratura e la sollevazione della popolazione di Aprilia. E di casi del genere se ne contano a decine. Che ne pensa?
C’è anche il caso della multiutility bolognese Hera, che è di totale proprietà dei governi locali. Il caso delle municipalizzate è proprio questo: fallimento del mercato, periodo iniziale di grande efficienza e sistemi di potere subito dopo. Ancora adesso i governi di destra e di sinistra sono stati incapaci di dare una risposta.
Il decreto 112 ha riformato anche i servizi pubblici locali. Si stabilisce l’obbligo della gara per l’assegnazione dei servizi, ma con molte “eccezioni”. L’ex ministra Lanzillotta vi ha accusato di essere poco liberisti.
La Lanzillotta non è riuscita a portare termine la sua riforma.
Voi ci siete riusciti?
Il governo ci sta provando, ma non ho grande sicurezza che ci si riesca.
Confindustria ha affermato: lo Stato faccia solo quello che i privati non possono fare da soli. Lei è d’accordo?
Perché devo commentare quello che dice Confindustria? Io ho fatto 90 giorni di lavoro straordinario, che è contenuto nelle slide sul sito del ministero, mi chieda di quelle. Chissenefrega di Confindustria.
A questo punto il ministro si alza, apre la porta del suo studio e ci invita ad andarcene.
3 Ago, 2008
Quando l'immaginazione fa brutti scherzi. di A. Burgio
http://www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=24887
[...] Insomma, la situazione è seria e raccomanda a ciascuno – compresi i
moderati affezionati alla democrazia borghese – di fare la sua parte. A
difesa non della «buona flessibilità», del libero mercato e della
sicurezza minacciata dagli «zingari». Ma dello Stato di diritto, della
Costituzione e del pluralismo politico. Rinunciando a replicare alle
europee il giochetto delle ultime politiche, quando ci si è
allegramente sbarazzati della sinistra sfruttando gli sbarramenti posti
da una legge-porcata.
Nel caso del fascismo ci fu un solo momento
in cui Mussolini si giocò il tutto per tutto. In occasione
dell’assassinio di Matteotti il regime vacillò per davvero, poiché fu
chiaro che minacciava anche i ceti medi e le fragili conquiste dello
Stato liberale. Poi tutto si richiuse, fino alla disfatta della guerra.
Riflettano dunque bene i nostri odierni «democratici», sempreché i nomi
in politica abbiano ancora un senso. Ma riflettano con altrettanta
attenzione, a sinistra, anche i pervicaci teorici dell’inutilità dei
partiti, gli eterni innamorati della «società civile». L’idea che si
possa contrastare la destra curando reti di relazioni «sul territorio»
e disertando il terreno istituzionale è figlia della stessa ideologia
che vorrebbe combattere. Non c’è una società autosufficiente, estranea
alla politica che la governa e immune per grazia divina dai suoi vizi.
Chi lo crede mostra di non saper rinunciare alle favole del
liberalismo. Predica una radicale alterità ma pone le premesse per una
stabile subordinazione. Noi ci fermiamo qui. Gramsci, che non faceva
sconti, parlò in proposito di «primitivismo».
28 Lug, 2008
Lettera agli amici: "E' al colmo la feccia" di Alex Zanotelli
Napoli 12 luglio 2008
di Alex Zanotelli
Carissimi,
è con la rabbia in corpo che vi scrivo questa lettera dai bassi di Napoli,
dal Rione Sanità nel cuore di quest'estate infuocata.
La mia è una rabbia lacerante perché oggi la Menzogna è diventata la Verità.
Il mio lamento è così ben espresso da un credente ebreo nel Salmo 12: "Solo
falsità l'uno all'altro si dicono: bocche piene di menzogna, tutti a
nascondere ciò che tramano in cuore. Come rettili strisciano, e i più vili
emergono, è al colmo la feccia".
Quando, dopo Korogocho, ho scelto di vivere a Napoli, non avrei mai pensato
che mi sarei trovato a vivere le stesse lotte. Sono passato dalla discarica
di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Korogocho, alle lotte di Napoli
contro le discariche e gli inceneritori. Sono convinto che Napoli è solo la
punta dell'iceberg di un problema che ci sommerge tutti.
Infatti, se a questo mondo, gli oltre sei miliardi di esseri umani vivessero
come viviamo noi ricchi (l'11% del mondo consuma l'88% delle risorse del
pianeta!) avremmo bisogno di altri quattro pianeti come risorse e di altro
quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti.
I poveri di Korogocho, che vivono sulla discarica, mi hanno insegnato a
riciclare tutto, a riusare tutto, a riparare tutto, a rivendere tutto, ma
soprattutto a vivere con sobrietà.
È stata una grande lezione che mi aiuta oggi a leggere la situazione dei
rifiuti a Napoli e in Campania, regione ridotta da vent'anni a sversatoio
nazionale dei rifiuti tossici.
Infatti, esponenti della camorra in combutta con logge massoniche coperte e
politici locali, avevano deciso nel 1989, nel ristorante "La Taverna di
Villaricca", di sversare i rifiuti tossici in Campania. Questo perché
diventava sempre più difficile seppellire i nostri rifiuti in Somalia.
Migliaia di Tir sono arrivati da ogni parte di Italia carichi di rifiuti
tossici e sono stati sepolti dalla camorra nel Triangolo della morte
(Acerra-Nola- Marigliano), nelle Terre dei fuochi (Nord di Napoli ) e nelle
campagne del Casertano.
Questi rifiuti tossici "bombardano" oggi, in particolare i neonati, con
diossine, nanoparticelle che producono tumori, malformazioni, leucemie...
Il documentario Biutiful Cauntri esprime bene quanto vi racconto.
A cui bisogna aggiungere il disastro della politica ormai subordinata ai
potentati economici-finanziari. Infatti questa regione è stata gestita dal
1994 da 10 commissari straordinari per i rifiuti, scelti dai vari governi
nazionali che si sono succeduti.
È sempre più chiaro, per me, l'intreccio fra politica, potentati
economici-finanziari, camorra, logge massoniche coperte e servizi segreti!.
In 15 anni i commissari straordinari hanno speso oltre due miliardi di euro
per produrre oltre sette milioni di tonnellate di "ecoballe", che di eco non
hanno proprio nulla: sono rifiuti tal quale, avvolti in plastica che non si
possono né incenerire (la Campania è già un disastro ecologico!) né
seppellire perché inquinerebbero le falde acquifere. Buona parte di queste
ecoballe, accatastate fuori la città di Giugliano, infestano con il loro
percolato quelle splendide campagne denominate "Taverna del re".
E così siamo giunti al disastro! Oggi la Campania ha raggiunto gli stessi
livelli di tumore del Nord-Est, che però ha fabbriche e lavoro. Noi, senza
fabbriche e senza lavoro, per i rifiuti siamo condannati alla stessa sorte.
Il nostro non è un disastro ecologico - lo dico con rabbia - ma un crimine
ecologico, frutto di decisioni politiche che coprono enormi interessi
finanziari.
Ne è prova il fatto che Prodi, a governo scaduto, abbia firmato due
ordinanze: una che permetteva di bruciare le ecoballe di Giugliano
nell'inceneritore di Acerra, l'altra che permetteva di dare il Cip 6 (la
bolletta che paghiamo all'Enel per le energie rinnovabili) ai 3 inceneritori
della Campania che "trasformano la merda in oro- come dice Guido Viale -
Quanto più merda, tanto più oro!".
Ulteriore rabbia quando il governo Berlusconi ha firmato il nuovo decreto n.
90 sui rifiuti in Campania. Berlusconi ci impone, con la forza militare, di
costruire 10 discariche e quattro inceneritori. Se i 4 inceneritori
funzionassero, la Campania dovrebbe importare rifiuti da altrove per farli
funzionare. Da solo l'inceneritore di Acerra potrebbe bruciare 800.000
tonnellate all'anno!
È chiaro allora che non si vuole fare la raccolta differenziata, perché se
venisse fatta seriamente (al 70 %), non ci sarebbe bisogno di quegli
inceneritori.
È da 14 anni che non c'è volontà politica di fare la raccolta differenziata.
Non sono i napoletani che non la vogliono, ma i politici che la ostacolano
perché devono ubbidire ai potentati economici-finanziari promotori degli
inceneritori. E tutto questo ci viene imposto con la forza militare vietando
ogni resistenza o dissenso, pena la prigione. Le conseguenze di questo
decreto per la Campania sono devastanti. "Se tutti i cittadini hanno pari
dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articolo 3 della
Costituzione), i campani saranno meno uguali, avranno meno dignità
sociale-così afferma un recente Appello ai Parlamentari Campani.
Ciò che è definito "tossico" altrove, anche sulla base normativa
comunitaria, in Campania non lo è; ciò che altrove è considerato
"pericoloso" qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia
e controllo sanitario, qui non saranno in vigore. La polizia giudiziaria e
la magistratura in tema di repressione di violazioni della normativa sui
rifiuti, hanno meno poteri che nel resto d'Italia e i nuovi tribunali
speciali per la loro smisurata competenza e novità, non saranno in grado di
tutelare, come altrove accade, i diritti dei campani".
Davanti a tutto questo, ho diritto ad indignarmi. Per me è una questione
etica e morale. Ci devo essere come prete, come missionario. Se lotto contro
l'aborto e l'eutanasia, devo esserci nella lotta su tutto questo che
costituisce una grande minaccia alla salute dei cittadini campani. Il
decreto Berlusconi straccia il diritto alla salute dei cittadini Campani.
Per questo sono andato con tanta indignazione in corpo all'inceneritore di
Acerra, a contestare la conferenza stampa di Berlusconi, organizzata nel
cuore del Mostro, come lo chiama la gente. Eravamo pochi, forse un centinaio
di persone. (La gente di Acerra, dopo le botte del 29 agosto 2004 da parte
delle forze dell'ordine, è terrorizzata e ha paura di scendere in campo).
Abbiamo tentato di dire il nostro no a quanto stava accadendo. Abbiamo
distribuito alla stampa i volantini :"Lutto cittadino. La democrazia è morta
ad Acerra. Ne danno il triste annuncio il presidente Berlusconi e il
sottosegretario Bertolaso." Nella conferenza stampa (non ci è stato permesso
parteciparvi !) Berlusconi ha chiesto scusa alla Fibe per tutto quello che
ha "subito" per costruire l'inceneritore ad Acerra! (Ricordo che la Fibe è
sotto processo oggi!).
Uno schiaffo ai giudici! Bertolaso ha annunciato che aveva firmato il giorno
prima l'ordinanza con la Fibe perché finisse i lavori! Poi ha annunciato che
avrebbe scelto con trattativa privata, una delle tre o quattro ditte
italiane e una straniera, a gestire i rifiuti. Quella italiana sarà quasi
certamente la A2A (la multiservizi di Brescia e Milano) e quella straniera è
la Veolia, la più grande multinazionale dell'acqua e la seconda al mondo per
i rifiuti. Sarà quasi certamente Veolia a papparsi il bocconcino e così,
dopo i rifiuti , si papperà anche l'acqua di Napoli. Che vergogna!
È la stravittoria dei potentati economici-finanziari, il cui unico scopo è
fare soldi in barba a tutti noi che diventiamo le nuove cavie. Sono infatti
convinto che la Campania è diventata oggi un ottimo esempio di quello che la
Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, chiama appunto l'economia di shock!
Lì dove c'è emergenza grave viene permesso ai potentati economico-finanziari
di fare cose che non potrebbero fare in circostanze normali.
Se funziona in Campania, lo si ripeterà altrove. (New Orleans dopo Katrina
insegna!).
E per farci digerire questa pillola amara, O' Sistema ci invierà un migliaio
di volontari per aiutare gli imbecilli dei napoletani a fare la raccolta
differenziata, un migliaio di alpini per sostenere l'operazione e trecento
psicologi per oleare questa operazione!! Ma a che punto siamo arrivati in
questo paese!?! Mi indigno profondamente! E proclamo la mia solidarietà a
questo popolo massacrato! "Padre Alex e i suoi fratelli " era scritto in una
fotografia apparsa su Tempi (inserto di La Repubblica). Sì, sono fiero di
essere a Napoli in questo momento così tragico con i miei fratelli (e
sorelle) di Savignano Irpino, espropriati del loro terreno seminato a
novembre, con i miei fratelli di Chiaiano, costretti ad accedere nelle
proprie abitazioni con un pass perchè sotto sorveglianza militare.
Per questo, con i comitati come Allarme rifiuti tossici , con le reti come
Lilliput e con tanti gruppi,
continueremo a resistere in Campania. Non ci arrenderemo. Vi chiedo di
condividere questa rabbia, questa collera contro un Sistema
economico-finanziario che ammazza e uccide non solo i poveri del Sud del
mondo, ma anche i poveri nel cuore dell'Impero. Trovo conforto nelle parole
del grande resistente contro Hitler, il pastore luterano danese, Kaj Munk
ucciso dai nazisti nel 1944 . "Qual è dunque il compito del predicatore oggi
? Dovrei rispondere: fede, speranza e carità. Sembra una bella risposta. Ma
vorrei dire piuttosto: coraggio.
Ma no, neppure questo è abbastanza provocatorio per costituire l'intera
verità... Il nostro compito oggi è la temerarietà
Perchè ciò di cui come Chiesa manchiamo non è certamente né di psicologia né
di letteratura. Quello che a noi manca è una santa collera".
Davanti alla menzogna che furoreggia in questa regione campana, non ci resta
che una santa collera. Una collera che vorrei vedere nei miei concittadini,
ma anche nella mia chiesa. "I simboli della chiesa cristiana sono sempre
stati il leone, l'agnello, la colomba e il pesce-diceva sempre Kaj Munk-Ma
mai il camaleonte".
Vi scrivo questo al ritorno della manifestazione tenutasi nelle strade di
Chiaiano, contro l'occupazione militare della cava. Invece di aspettare il
giudizio dei tecnici sull'idoneità della cava, Bertolaso ha inviato
l'esercito per occuparla. La gente di Chiaiano si sente raggirata,
abbandonata e tradita .
Non abbandonateci.
È questione di vita o di morte per tutti. È con tanta rabbia che ve lo
scrivo. Resistiamo!
Alex Zanotelli
26 Lug, 2008
Il patetico muro di Lampedusa
Il governo italiano risponde da par suo al cittadino del mondo Barack Obama, simbolo meticcio della contemporaneità. “Dobbiamo abbattere tutti i muri che ancora dividono i popoli e le razze, i ricchi dai poveri”, invocava giovedì da Berlino il candidato presidente. E noi? L’indomani facciamo finta di edificare il patetico muro di Lampedusa.
Naturalmente è una bugia che il territorio nazionale sia minacciato da un’invasione di “clandestini” tale da richiedere la proclamazione dello stato d’emergenza. Al contrario, una vera emergenza scatterebbe nella malaugurata ipotesi che i lavoratori immigrati privi di permesso di soggiorno abbandonassero le nostre aziende e le nostre famiglie. Ma per il ministro Maroni lo scandalo e la riprovazione internazionale sono boccate d’ossigeno, perseguite cinicamente, come già i commissari etnici, il censimento dei nomadi e la sottolineatura esibita delle impronte digitali obbligatorie per i minori rom.
Di fronte ai funzionari del Viminale e ai prefetti impensieriti da tale crescendo di deroghe alla normale amministrazione dell’ordine pubblico, pare che Maroni si giustifichi sottovoce: lasciate che io lanci i miei proclami urticanti e prometta ai sindaci squattrinati la stella di sceriffo; ci aiuterà quando dovremo far digerire agli enti locali l’inevitabile perpetuazione dei campi nomadi e dei ricoveri provvisori. Logica vorrebbe che il governo della destra autoritaria, come antidoto ai flussi incontrollati, faciliti nuove procedure d’immigrazione regolare. Ma non è questo che vuole. Gli stranieri continueranno ad arrivare con visti turistici per essere assunti in nero. Resteranno estenuanti le pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno, e nel frattempo anche i regolari che perdono il posto verranno lasciati precipitare nel gorgo dell’illegalità. Perché nel paese dell’economia sommersa il sopruso e l’ingiustizia convengono a molti.
Chi ha vinto le elezioni imponendo la percezione di una società preda della criminalità straniera, chi alimenta la leggenda degli immigrati furbi, titolari di privilegi a scapito della popolazione locale, ora accoglie come un complimento perfino l’accusa di disumanità. Ne misura gli effetti benefici sui sondaggi d’opinione.
Il senso comune reazionario viene infatti coltivato a uno scopo preciso: programmare una guerra tra poveri qualora il calo dei redditi acuisca gravemente il disagio sociale. Seminare oggi il falso allarme per “il persistente ed eccezionale afflusso di extracomunitari”; annunciare il potenziamento delle “attività di contrasto”, non rappresenta una deriva fascista ma qualcosa di più subdolo e insidioso: la codificazione della disuguaglianza anche in materia di diritti fondamentali dell’uomo, fra cittadini e non cittadini, fra appartenenti al popolo ed estranei necessari al popolo purchè rassegnati alla condizione di paria. Questa teorizzata disparità di trattamento è alla base delle antimoderne campagne contro la costruzione di moschee a Milano e Genova, città in cui vivono decine di migliaia di musulmani. Ma l’intimidazione degli stranieri irregolari -necessari e quindi tollerati purchè ridotti a paria- già ne condiziona la vita, all’insegna della paura: varie associazioni di medici denunciano un calo drastico dell’utenza di immigrati bisognosi di cura nelle strutture sanitarie. Vogliamo considerarlo un risparmio, o una vergogna?
La destra italiana fu rigenerata quindici anni fa dall’inventore della tv commerciale facendo leva sulla figura universale, moderna, tendenzialmente cosmopolita, del consumatore di prodotti. Oggi, al contrario, la stessa destra propugna una visione etnica dell’italianità. E aspira a dominare il tempo delle vacche magre rifornendosi del combustibile particolarista: quasi un nuovo colonialismo applicato al mercato domestico.
Nel resto d’Europa destra e sinistra si dividono sull’applicazione di norme rigorose che governino il flusso migratorio, sempre finalizzate all’integrazione e alla cittadinanza. Ultima venuta, l’Italia viceversa s’inebria di retorica del “territorio” da purificare con la macumba di un’immensa ronda provvidenziale. Come se per bucare il video dei talk show i politici di entrambi gli schieramenti fossero chiamati solo a gareggiare su chi sia il più bravo a espellere il maggior numero dei famigerati “clandestini”. Eppure non è lontano il tempo in cui le nuove generazioni degli immigrati parteciperanno alla contesa pubblica, chissà, forse esprimendo i loro Obama multicolore. Speriamo solo di non arrivarci per via di una guerra tra poveri, nel segno dell’odio separatista.
8 Lug, 2008
False intercettazioni Berluscon-Confalonieri: alcune considerazioni sparse
AVVERTENZA: Per venire incontro ai meno dotati - questa intercettazione NON ESISTE, è inventata, frutto della fantasia. Capito?
Quali? Queste:
http://74.125.39.104/search?q=cache:DPMJjJue4-IJ:www.laprivatarepubblica.com/le-nostre-inquisizioni/italian-tabloid/une-pipe-au-casino-berlusconi2/+site:http://www.laprivatarepubblica.com/le-nostre-inquisizioni/italian-tabloid/une-pipe-au-casino-berlusconi2/&hl=it&ct=clnk&cd=1&gl=it
http://mau.posterous.com/lintercettazione-fasulla-di-em
http://groups.google.com/group/it.media.tv/browse_thread/thread/2f4c93d5af6a96e6#
Oggi il sito http://www.laprivatarepubblica.com/ ha pubblicato un pezzo finzione,
ironico, satirico, inventato come indicato dall'autore in maniera
chiara, simpatico, divertente, scherzoso, finto, "falso" (chi non l'ha
capito è un Bondi) e contenente le trascrizioni [come già detto
inventate e quindi "false"!!!] delle intercettazioni tra Silvio e
Confalonieri.
Ora il sito dice di essere "in manutenzione" e non è più visibile e nemmeno con la cache di google si riesce a trovare molto.
L'autore, che studia a Bologna ma è di Padova, alla domanda Come ti è venuta l’idea di fare la falsa telefonata? risponde così:
La falsa telefonata era uno sfogo, un pezzo in cui l’obiettivo primario non era tanto Berlusconi quanto l’atteggiamento della stampa. Che si parli del 41-bis, dei boss scarcerati. Delle stragi del ‘92-’93, del ricatto perenne che governa l’ambiente istituzionale».
Tralasciamo la questione della magistratura romana. Possibile che il
porto delle nebbie si attivi con una tale velocità? A volte penso che
si confonda Ghedini con la procura. Detto questo il sito in questione
era ospitato alle Antille...
Peccato che le Antille in questione si riferiscano ad Aruba, una
società con sede a Bibbiena in provincia di Arezzo. E bastava fare il
whois in uno dei mille siti che permettono di farlo.
Come è evidente "Aruba" è il nome dell'azienda,
non la località. Se si è giornalisti ita(g)liani invece e si cerca
Aruba su google ci appare subito la paginetta di quelli di Turisti
per Caso che ad Aruba nelle Antille Olandesi (quindi Olanda anche se dall'altra parte dell'oceano, non Haiti o Marte) ci sono andati oppure
direttamente la mappa con foto di spiagge incluse di google maps.
Poi qualcuno ha scritto che il sito è stato oscurato - da chi? da dio?
- quando invece semplicemente o il server web è andato in tilt per le
troppe richieste oppure è stato bloccato da Aruba che lo ospita perchè
di solito si fa un contratto a traffico. Quando si supera la soglia
pattuita il sito è messo off-line per un tot di tempo. Molto peggio
sarebbe un blocco per eccesso non di traffico ma di fifa. Basta una
telefonata da Dio o dal suo avvocato per violare un contratto?
Il testo integrale delle false intercettazioni, tra l'altro verosimili
e quindi, per quel che mi riguarda, sufficienti per cacciare un governo
di cialtroni come l'attuale, si trova qui:
http://mau.posterous.com/lintercettazione-fasulla-di-em
http://www.spinoza.it/laprivatarepubblica/
http://74.125.39.104/search?q=cache:DPMJjJue4-IJ:www.laprivatarepubblica.com/le-nostre-inquisizioni/italian-tabloid/une-pipe-au-casino-berlusconi2/+site:http://www.laprivatarepubblica.com/le-nostre-inquisizioni/italian-tabloid/une-pipe-au-casino-berlusconi2/&hl=it&ct=clnk&cd=1&gl=it
http://groups.google.com/group/it.media.tv/browse_thread/thread/2f4c93d5af6a96e6#
Se non ci fossero più ecco di seguito l'inizio del post del 22enne che
ha scatenato il panico (Dagospia lo deve aver preso inizialmente per
vero e poi si è un tantino indispettita - ma anche questa è finzione - oppure qualcuno ha spaventato il titolare...) e tanti folli articoli.
Ancora una volta si parla, si
discute, si denuncia, si fanno leggi in base a cose che nessuno a parte
gli eletti in senso lato riescono a leggere.
Si è scatenato un vero e proprio dramma intorno alla sottile linea calda istituzionale. Frotte di italiani infervorati, dopo aver sentito/guardato/letto del succhiogate si sono fiondati sull’internets, i pantaloni slacciati e la manina tremante, alla ricerca di “garfagna pompino berlusconi”, “intercettazione pompino berlusconi” e via googlando. Figurarsi se fosse venuta fuori l’esistenza di un sextape - gli emuli porno di Youtube avrebbero dovuto chiudere i battenti a causa di un’intera nazione che dispiega la sua sgangherata potenza di ricerca.
Oh, la prurigine, che bella cosa! Non ci siamo mai mossi dalla commedia erotica all’italiana. E’ quest’ultima che si è spostata, infatti - dal cinema all’aula parlamentare, tra festini a base di coca (in attesa che i parlamentari scoprano l’iDoser, ça va sans dire), viados-tour e fellanti ministeri senza portafoglio. Ora che il gruppo Espresso, insieme ad altre redazioni, si è calato le braghe di fronte al padrone, finalmente c’è la certezza che nulla verrà pubblicato - una gustosa anteprima di quello che avverrà in futuro dopo il varo della legge-cancella-intercettazioni: il villaggio del ricatto globale.
Bene, cioè male. Non tutto è perduto, però: a questo punto subentriamo noi. Eh già. Grazie ad un eroico anonimo, che rimarrà tale per ovvi motivi di sopravvivenza (quindi niente professione, ambienti frequentati, gole profonde corrotte, etc.), siamo riusciti a venire in possesso di uno dei verbali di trascrizione, tutto nudo e tutto caldo, supersegretissimo. Fatene buon uso, magari per estorcere pacatamente e serenamente il vicino, la suocera, il provider o i genitori che non vi danno i soldi per commettere reati finanziari ed entrare in Parlamento. Ma non ditelo troppo in giro, mi raccomando.
Le casino berlusconi
VERBALE: di trascrizione di conversazioni telefoniche in arrivo ed in partenza sull’utenza avente il numero XXX XXXXXXX in uso a F. C., come da decreto del 12.2.2008 emesso dalla Procura della Repubblica di Milano.
LEGENDA
S.P. = Segretaria de Il Presidente
F.C. = (omissis)
B. = Il Presidente
23.04.2008 / Durata: 8:49 minuti
F.C.: Pronto?
S.P.: Si, segreteria…
F.C.: Eh, sono io.
S.P.: Ah! Le passo subito il presidente. Arrivederci, stia bene.
F.C.: Anche lei, grazie.
(Secondi di attesa)
B.: Carissimo! Come va?
F.C.: Ciao, eh…non propriamente, diciamo, ecco…
[molti molti ecc ecc]
AVVERTENZA: Per venire incontro ai meno dotati - questa intercettazione NON ESISTE, è inventata, frutto della fantasia. Capito?
Giusta per dirla tutta: di
Berlusconi che è presidente del consiglio non possiamo sapere se e da che
velina si fa fare i pompini prima di nominarla ministra mentre
dell'autore di questo post sappiamo anche il numero di telefono. Perchè
se il sito è suo e registrato a lui allora lui è costui, classe 1986 e
probabilmente iscritto ad Ingegneria Informatica a Bologna. Ma a parte
Gilioli dell'Espresso non lo scoprirà nessuno se non i carabinieri dopo
mesi di ricerche e il sequestro di tutta Aruba Italia compreso le sedie
e le scrivanie.
In conclusione un post dichiaratamente satirico su di un sito personale
e una valanga di merda e stronzate raccontate per tutto il giorno dai
giornali e dagli sgherri di turno.
Esemplare questa dichiarazioni di Ghidini, vero ministro ombra della "giustizia di
Silvio" nonchè suo dipendente fisso in quanto suo avvocato 24h su 24
(caso evidente di rapporto a tempo indeterminato mascherato da un
contratto di collaborazione o da una partita iva, quindi da assumere
immeditamente col pagamento dei contributi pregressi):
«In relazione alla pubblicazione in un sito Internet di una comunicazione telefonica, asseritamente intercorsa nell'ambito di un procedimento penale fra il presidente Berlusconi ed il dottor Confalonieri, si tratta con assoluta evidenza di un falso plateale completamente inventato e surrettiziamente costruito. Trattasi di un testo con ogni evidenza gravemente diffamatorio e per il quale saranno esperite tutte le azioni giudiziarie del caso, diffidando chiunque nel contempo a pubblicarlo o a riprenderne anche parzialmente il contenuto»E anche il dipendente Confalonieri, da par suo, «diffida quindi ogni organo di informazione alla diffusione in tutto o in parte di questa falsa telefonata la cui pubblicazione sarebbe gravemente e gratuitamente diffamatoria. Contro chi dovesse contravvenire saranno proposte tutte le azioni giudiziarie in ogni sede competente».
Ovviamente invito tutti alla moderazione e alla NON diffusione dei link con il testo integrale delle verosimili-finte intercettazioni di Silvio B. O ancora meglio: prima di NON inviarlo modificatelo a piacere.
8 Lug, 2008
False intercettazioni: il testo integrale
Le false intercettazioni di Silvio e Confalonieri su Mara si trovano qui
http://mau.posterous.com/lintercettazione-fasulla-di-em
http://www.spinoza.it/laprivatarepubblica/
6 Lug, 2008
[Aggiornamento TotoPompini] si mette male per Silvio "cento colpi di cazzo" B.
APPENA SBARCATA DAL VOLO RIO-MALPENSA VERONICA AVREBBE VISTO I LEGALI
PERCHÈ LA PUBBLICAZIONE DELLE INTERCETTAZIONI AVREBBE FAVORITO LA LARIO
PERCHÉ IL GRUPPO ESPRESSO E MIELI NON HANNO DIVULGATO SILVIO-HARDCORE
Quest’ultimo “a titolo personale”, se si può dire, vale a dire non le avrebbe mai portate a via Solferino e consegnate al redazione. Le ha tenute gelosamente per sé e solo da qualche allusione maliziosa e fotina birichina si è capito che il direttore del Corriere conosce – e bene – il contenuto delle chiacchiere a ruota arrapata dell’infojato Cavaliere.
Per quanto riguarda ‘La Repubblica’ e ‘L’espresso’ si è capito ieri, leggendo il pezzo “riassuntivo” delle prodezze & nefandezze intercettate, a cura del vice direttore Giuseppe D’Avanzo, che gli hard-core–files non sarebbero mai state pubblicati – e oggi Curzio Maltese lo scrive: “la festa appena iniziata è già finita”.
Bene. Come mai non è arrivata la spallata di carta al governo berluscone? (Ma fino al giorno 8 luglio tutto potrebbe succedere, in base a ciò che sentenzierà il gup di Napoli). Intanto perché, la legge vieta di intercettare due deputati della Repubblica (senza previa autorizzazione del Parlamento).
Secondo punto: lo studio legale del Gruppo Espresso (Ripa di Meana) avrebbe formulato – dicono – parere negativo sulla pubblicazione. Forse sono troppo “intime” le conversazioni, comunque se pubblicate scatenerebbero un’apocalisse su De Benedetti e compagni. E dato che in italia, il più pulito ha una rogna così, come ha ricordato Cossiga alludendo alla fedeltà coniugale di Scalfari, insomma mejo abbassare penna e saracinesca.
E torniamo al silenzio di Veronica, di cui Dagospia è stato il primo a scriverne. Ora va da sé che ciò che scriviamo sono solo indiscrezioni di cui non abbiamo nessuna conferma ma le fonti son ben autorevoli.
Quindi, la bomba: Lady Lario, appena sbarcata alla Malpensa, avrebbe contattato i suoi legali. Infatti, sotto il primo strato di orgoglio ferito di Veronica batte sempre la ferita della divisione dell’impero berlusconiano. Secondo gli “addetti ai livori”, in parole povere, il reale motivo della crisi eterna tra Silvio e la moglie avrebbe origine dalla diversità di opinione sul frazionamento del patrimonio billionaire tra i 5 figli.
Ora il frutto di primo letto della carica fecondativa del Cavaliere sono Marina (capo della Mondadori) e Piersilvio (capo di Mediaset), quelli sfornati dai lombi della Lario sono invece tre: Luigi, Barbara ed Eleonora. Che per ora, vista anche l’età, non ricoprono nulla di importante se non il ruolo di consigliere.
Ora se la matematica non è un’opinione si prende il montepremi dei sudori del Cav infojato e lo si divide per 5: 20% ciascheduno. Facile, no? Invece, qui sta il cas



