11 Ago, 2008

IL MINISTRO VA IN GUERRA. CIVILE.

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Intervista e articolo sono pubblicati su LEFT dell’8 agosto

 

IL MINISTRO VA IN GUERRA. CIVILE
di Chiara Agostini e Manuele Bonaccorsi

 


Ministro Brunetta, è un vero piacere intervistarla, specialmente per un giornale come left, dichiaratamente di sinistra. Non possiamo però non farle notare subito che il governo, con i tagli all’editoria, sta mettendo a rischio l’esistenza di decine di testate. Senza un passo indietro sarebbe la più grande morìa di giornali dai tempi del fascismo.

È mia intenzione preparare una riforma per togliere ai giornali anche i finanziamenti che derivano dalla pubblicazione obbligatoria dei bandi di gara e dei bilanci. Sono soldi buttati, basterebbe pubblicarli sui siti internet dei singoli enti per risparmiare 200, 300, forse 400 milioni di euro ogni anno. Si tratta di una tassa medievale pagata agli editori.

A proposito di tasse medievali. Il governo ha tagliato i fondi alla stampa cooperativa, ma non ai giornali quotati in borsa, che fanno utili. Penso al Sole 24 ore, a Repubblica o al Corsera.

È una cosa che ho denunciato pubblicamente e in risposta sono stato insultato in diretta a Porta a porta. Si parla tanto di caste. Bene, di “caste” ce ne sono tante, quella dei giornalisti è una. Una parte dello stipendio di Stella e Rizzo, ad esempio, viene dallo Stato che dà al loro giornale 22 o 24 milioni di euro l’anno per carta e abbonamenti postali.

Rimane però il problema della stampa cooperativa. Molte voci indipendenti rischierebbero di chiudere.

Si può ragionare su forme di incentivazione. Ma non credo che lo Stato debba soste nere i giornali di partito.

Neppure le cooperative indipendenti di giornalisti?

Neppure quelle.

Non si può chiedere ai giornali, però, di stare sul mercato da soli, in un sistema pubblicitario dominato da un duopolio che non lascia altri spazi.

Il problema del mercato non è la posizione dominante, ma l’abuso di posizione dominante. Proprio questa è la funzione dell’antitrust. Ma passiamo ai nostri temi.

Bene. Partiamo allora dagli ultimi dati che ha diffuso il suo ministero. Voi sostenete che a giugno le assenze dei dipendenti pubblici sono diminuite del 30 per cento.

L’indagine parla da sola. È paradossale che alcuni sindacati e governi locali si siano quasi irritati. Irritarsi di un fenomeno negativo che regredisce mi sembra paradossale. Questo perché l’indagine non è stata fatta passando per il sindacato e per i governi locali. Io sto cercando di dimostrare che grazie a una “coralità di popolo”, di opinione pubblica, a interventi normativi, ad azioni di stigmatizzazione, l’assenteismo è diminuito. Mi stupisce che qualcuno si adonti di questo, il Codacons ad esempio: un’associazione dei consumatori, come il sindacato, dovrebbe avere tutto l’interesse a veder diminuire l’assenteismo.

Quanto è rappresentativa l’in dagine? Si tratta solo di 27 amministrazioni su 9.800, tra cui 7 Comuni su oltre 8mila.

La nostra è un’indagine pilota che riguarda solo alcune amministrazioni, individuate con un minimo di criterio, senza la rappresentatività dei campioni statistici e quindi senza la possibilità di estendere il risultato all’universo. In queste amministrazioni, a maggio l’assenteismo è diminuito del 10 per cento, a giugno del 20 per cento. Non si può estendere questo dato a tutta la P.a., ma è probabile che sia uguale anche altrove.

Quando ci saranno dati più certi?

A luglio, settembre e ottobre ci saranno altre indagini, più esaustive. L’obiettivo è di arrivare all’analisi dell’intero universo, quindi di tutte le amministrazioni. Questi dati dovremmo averli per la fine dell’anno perché c’è l’obbligo di legge di produrli.

I dati ufficiali del conto annuale evidenziano che nel pubblico i giorni persi per malattia sono mediamente 10,8. Secondo Federmeccanica, nel privato sono circa 9,6. Non è una gran differenza. Un giorno all’anno per dipendente.

Per il settore privato i dati non ci sono, queste informazioni infatti non vengono rilevate con scientificità.

Dai dati del Conto annuale, emerge un’elevata presenza di donne nella Pubblica amministrazione, che tendono a fare più assenze per gli impegni familiari. Ad esempio, tra le assenze per malattia e per permessi retribuiti vengono conteggiati anche la gravidanza e la cura dei figli sotto i tre anni. E su tutte le assenze per malattia, quelle delle donne influiscono per oltre il 60 per cento. Si tratta solo di fannulloni, o anche della difficoltà di conciliare famiglia e lavoro?

Il vero problema non è prendersela con qualcuno o con qualcun altro, ma individuare un fenomeno che nel pubblico impiego è certamente rilevante. Per tantissime ragioni, finora poco studiate e soprattutto mai interpretate in termini politici. Il vero problema è che l’assenteismo non costa nulla al cliente finale. O meglio, il cliente finale, ovvero il cittadino, non reagisce all’assenteismo. Nel settore privato, invece, l’assenteismo colpisce direttamente i profitti. Ad esempio, alla Fiat, prima della marcia dei quarantamila, c’erano tassi di assenteismo elevatissimi. Dopo il fenomeno si è ridotto notevolmente. Vuol dire quindi che l’assenteismo è segno di una cattiva organizzazione.

Ma quanti sono i “fannulloni”?

Nessuno lo sa. Potenzialmente tutti. Nella Pubblica amministrazione non c’è nessun controllo e il risultato è che la massa dei dipendenti, se vogliono lavorare, lavorano, altrimenti non lo fanno. È quasi un miracolo che il sistema produca beni e servizi, dato che è lasciato completamente a se stesso.

Come può essere controllata la pubblica amministrazione?

I beni e i servizi pubblici hanno un padrone che non è tale, un dirigente che dovrebbe fare le veci del padrone e spesso non le fa. E non c’è un mercato con i prezzi.

Quindi come si può valutare la produttività?

Quando tu hai un “non mercato”, hai dei beni e dei servizi che costano, ma non hanno un prezzo. La scuola, la sanità, la sicurezza, hanno un costo ma non un prezzo. Come si può allora misurare qualità, efficienza, produttività in un sistema che ha costi e non prezzi? Questo è il problema generale di tutte le amministrazioni che deve essere risolto con dei succedanei, con delle cose che “somigliano a…”. Nella Pubblica amministrazione il padrone è il policy maker (l’eletto) che spesso ha delle funzioniobiettivo diverse rispetto a quelle del padrone che mira al profitto. Il policy maker dovrebbe avere l’obiettivo del benessere dei cittadini, ma spesso punta invece alla massimizzazione del suo potere, che è legata alla quantità di gente che riesce ad assumere. Mentre il privato assume forza lavoro in ragione dell’efficienza e non può assumerne di più, altrimenti vede ridurre il proprio profitto, il policy maker punta a massimizzare l’occupazione a prescindere dai costi.

Ma come si migliora la qualità della Pubblica amministrazione con i tagli a pioggia previsti dalla manovra economica?

Questa è solo banale polemica.

Beh, i tagli sono nero su bianco. Trenta miliardi in tre anni. Comuni e Regioni hanno alzato barricate. Tremonti ha detto: «Faremo come in un condominio, ognuno pagherà la sua parte».

State intervistando me, non Tremonti.

Ci scusi. Forse non ci siamo spiegati bene. Vorremmo capire: come si fa a rilanciare la qualità della Pubblica amministrazione con tagli alla spesa?

Il decreto 112 contiene alcune correzioni di spesa pubblica, comprese quelle inerenti il personale. Sul contratto del pubblico impiego abbiamo sospeso per un anno dei fondi, che saranno ripristinati nel successivo e ridotti del 10 per cento. L’obiettivo è quello di ridurre una parte di spesa legata agli stipendi di una parte di Pubblica amministrazione.

Lei ha lanciato un piano industriale per la Pubblica amministrazione. Ma, chiediamo ancora, come si fa senza nuovi investimenti?

La spesa corrente per la Pubblica amministrazione è di circa 700 miliardi di euro, noi stiamo facendo una correzione di 34,8 miliardi di euro in tre anni per raggiungere l’obiettivo di “zero deficit” e di rapporto debito/pil al di sotto del 100 per cento. I tagli sono stati fatti nella parte di spesa cattiva e improduttiva. Voi mi chiedete come è possibile fare una ristrutturazione tagliando? Normalmente si fa proprio così. Quando si compra un’azienda si devono affrontare i problemi delle singole aree e normalmente, mettendola sul mercato, si può risparmiare il 30 per cento. Parte della riduzione della spesa verrà reinvestita nel settore pubblico per produrre più e meglio e pagare più e meglio l’insieme dei dipendenti pubblici.

Non c’è il rischio che con questi tagli una parte dei servizi saranno costretti ad andare sul mercato?

Non è il mio obiettivo. Al contrario, voglio aumentare beni e servizi pubblici.

Applicando però logiche di mercato nel settore pubblico?

Certo, perché se la logica pubblica offre solo cattivi servizi, io voglio trasportare l’efficienza del settore privato in quello pubblico.

Ma lo scandalo della clinica privata Santa Rita, con pazienti operati inutilmente per aumentare i contributi pubblici, non dovrebbe farci riflettere sui limiti della logica di mercato, perlomeno in alcuni settori?

Il problema non riguarda le logiche di mercato, ma i sistemi di controllo.

La Regione Lombardia, però, ha un sistema amministrativo fra i migliori del Paese.

Ci vuole più analisi e meno pregiudizi. Credo che beni e servizi pubblici non debbano necessariamente essere prodotti da pubblici dipendenti, ma possono essere anche offerti da strutture private in concorrenza fra loro.

Proprio quello che fa la Lombardia in campo sanitario.

Il sistema a volte funziona, altre volte c’è il fallimento del controllo.

Non sono rari, però, i casi di fallimento del mercato.

Assolutamente, c’è una letteratura infinita su questo tema. Ad esempio le public utilities nascono a fine Ottocento per un fallimento del mercato. Il sistema ha funzionato fino a quando le municipalizzate, da produttrici efficienti, non sono diventate luoghi di potere politico. Oggi le public utilities sono uno dei cancri del sistema economico del nostro tempo.

Non sempre, a quanto pare, privatizzare risolve i problemi. C’è, ad esempio, il caso di Acqua Latina: la gestione dell’acqua concessa per trent’anni ai privati ha portato aumenti delle tariffe del 300 per cento, un’inchiesta della magistratura e la sollevazione della popolazione di Aprilia. E di casi del genere se ne contano a decine. Che ne pensa?

C’è anche il caso della multiutility bolognese Hera, che è di totale proprietà dei governi locali. Il caso delle municipalizzate è proprio questo: fallimento del mercato, periodo iniziale di grande efficienza e sistemi di potere subito dopo. Ancora adesso i governi di destra e di sinistra sono stati incapaci di dare una risposta.

Il decreto 112 ha riformato anche i servizi pubblici locali. Si stabilisce l’obbligo della gara per l’assegnazione dei servizi, ma con molte “eccezioni”. L’ex ministra Lanzillotta vi ha accusato di essere poco liberisti.

La Lanzillotta non è riuscita a portare termine la sua riforma.

Voi ci siete riusciti?

Il governo ci sta provando, ma non ho grande sicurezza che ci si riesca.

Confindustria ha affermato: lo Stato faccia solo quello che i privati non possono fare da soli. Lei è d’accordo?

Perché devo commentare quello che dice Confindustria? Io ho fatto 90 giorni di lavoro straordinario, che è contenuto nelle slide sul sito del ministero, mi chieda di quelle. Chissenefrega di Confindustria.

 

A questo punto il ministro si alza, apre la porta del suo studio e ci invita ad andarcene.

3 Ago, 2008

Quando l'immaginazione fa brutti scherzi. di A. Burgio

Inviato da gioegio 15:26 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

http://www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=24887

 

[...] Insomma, la situazione è seria e raccomanda a ciascuno – compresi i moderati affezionati alla democrazia borghese – di fare la sua parte. A difesa non della «buona flessibilità», del libero mercato e della sicurezza minacciata dagli «zingari». Ma dello Stato di diritto, della Costituzione e del pluralismo politico. Rinunciando a replicare alle europee il giochetto delle ultime politiche, quando ci si è allegramente sbarazzati della sinistra sfruttando gli sbarramenti posti da una legge-porcata.
Nel caso del fascismo ci fu un solo momento in cui Mussolini si giocò il tutto per tutto. In occasione dell’assassinio di Matteotti il regime vacillò per davvero, poiché fu chiaro che minacciava anche i ceti medi e le fragili conquiste dello Stato liberale. Poi tutto si richiuse, fino alla disfatta della guerra. Riflettano dunque bene i nostri odierni «democratici», sempreché i nomi in politica abbiano ancora un senso. Ma riflettano con altrettanta attenzione, a sinistra, anche i pervicaci teorici dell’inutilità dei partiti, gli eterni innamorati della «società civile». L’idea che si possa contrastare la destra curando reti di relazioni «sul territorio» e disertando il terreno istituzionale è figlia della stessa ideologia che vorrebbe combattere. Non c’è una società autosufficiente, estranea alla politica che la governa e immune per grazia divina dai suoi vizi. Chi lo crede mostra di non saper rinunciare alle favole del liberalismo. Predica una radicale alterità ma pone le premesse per una stabile subordinazione. Noi ci fermiamo qui. Gramsci, che non faceva sconti, parlò in proposito di «primitivismo».

28 Lug, 2008

Lettera agli amici: "E' al colmo la feccia" di Alex Zanotelli

Inviato da gioegio 10:50 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica
Lettera agli amici: "E' al colmo la feccia"
Napoli 12 luglio 2008
di Alex Zanotelli

Carissimi,
è con la rabbia in corpo che vi scrivo questa lettera dai bassi di Napoli,
dal Rione Sanità nel cuore di quest'estate infuocata.
La mia è una rabbia lacerante perché oggi la Menzogna è diventata la Verità.
Il mio lamento è così ben espresso da un credente ebreo nel Salmo 12: "Solo
falsità l'uno all'altro si dicono: bocche piene di menzogna, tutti a
nascondere ciò che tramano in cuore.  Come rettili strisciano, e i più vili
emergono, è al colmo la feccia".

Quando, dopo Korogocho, ho scelto di vivere a Napoli, non avrei mai pensato
che mi sarei trovato a vivere le stesse lotte. Sono passato dalla discarica
di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Korogocho, alle lotte di Napoli
contro le discariche e gli inceneritori. Sono convinto che Napoli è solo la
punta dell'iceberg di un problema che ci sommerge tutti.

Infatti, se a questo mondo, gli oltre sei miliardi di esseri umani vivessero
come viviamo noi ricchi (l'11% del mondo consuma l'88% delle risorse del
pianeta!) avremmo bisogno di altri quattro pianeti come risorse e di altro
quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti.
I poveri di Korogocho, che vivono sulla discarica, mi hanno insegnato a
riciclare tutto, a riusare tutto, a riparare tutto, a rivendere tutto, ma
soprattutto a vivere con sobrietà.

È stata una grande lezione che mi aiuta oggi a leggere la situazione dei
rifiuti a Napoli e in Campania, regione ridotta da vent'anni a sversatoio
nazionale dei rifiuti tossici.
Infatti, esponenti della camorra in combutta con logge massoniche coperte e
politici locali, avevano deciso nel 1989, nel ristorante "La Taverna di
Villaricca", di sversare i rifiuti tossici in Campania. Questo perché
diventava sempre più difficile seppellire i nostri rifiuti in Somalia.
Migliaia di Tir sono arrivati da ogni parte di Italia carichi di rifiuti
tossici e sono stati sepolti dalla camorra nel Triangolo della morte
(Acerra-Nola- Marigliano), nelle Terre dei fuochi (Nord di Napoli ) e nelle
campagne del Casertano.
Questi rifiuti tossici "bombardano" oggi, in particolare i neonati, con
diossine, nanoparticelle che producono tumori, malformazioni, leucemie...

Il documentario Biutiful Cauntri esprime bene quanto vi racconto.
A cui bisogna aggiungere il disastro della politica ormai subordinata ai
potentati economici-finanziari. Infatti questa regione è stata gestita dal
1994 da 10 commissari straordinari per i rifiuti, scelti dai vari governi
nazionali che si sono succeduti.

È sempre più chiaro, per me, l'intreccio fra politica, potentati
economici-finanziari, camorra, logge massoniche coperte e servizi segreti!.
In 15 anni i commissari straordinari hanno speso oltre due miliardi di euro
per produrre oltre sette milioni di tonnellate di "ecoballe", che di eco non
hanno proprio nulla: sono rifiuti tal quale, avvolti in plastica che non si
possono né incenerire (la Campania è già un disastro ecologico!) né
seppellire perché inquinerebbero le falde acquifere. Buona parte di queste
ecoballe, accatastate fuori la città di Giugliano, infestano con il loro
percolato quelle splendide campagne denominate "Taverna del re".

E così siamo giunti al disastro! Oggi la Campania ha raggiunto gli stessi
livelli di tumore del Nord-Est, che però ha fabbriche e lavoro. Noi, senza
fabbriche e senza lavoro, per i rifiuti siamo condannati alla stessa sorte.
Il nostro non è un disastro ecologico - lo dico con rabbia - ma un crimine
ecologico, frutto di decisioni politiche che coprono enormi interessi
finanziari.

Ne è prova il fatto che Prodi, a governo scaduto, abbia firmato due
ordinanze: una che permetteva di bruciare le ecoballe di Giugliano
nell'inceneritore di Acerra, l'altra che permetteva di dare il Cip 6 (la
bolletta che paghiamo all'Enel per le energie rinnovabili) ai 3 inceneritori
della Campania che "trasformano la merda in oro- come dice Guido Viale -
Quanto più merda, tanto più oro!".

Ulteriore rabbia quando il governo Berlusconi ha firmato il nuovo decreto n.
90 sui rifiuti in Campania. Berlusconi ci impone, con la forza militare, di
costruire 10 discariche e quattro inceneritori. Se i 4 inceneritori
funzionassero, la Campania dovrebbe importare rifiuti da altrove per farli
funzionare. Da solo l'inceneritore di Acerra potrebbe bruciare 800.000
tonnellate all'anno!
È chiaro allora che non si vuole fare la raccolta differenziata, perché se
venisse fatta seriamente (al 70 %), non ci sarebbe bisogno di quegli
inceneritori.

È da 14 anni che non c'è volontà politica di fare la raccolta differenziata.
Non sono i napoletani che non la vogliono, ma i politici che la ostacolano
perché devono ubbidire ai potentati economici-finanziari promotori degli
inceneritori. E tutto questo ci viene imposto con la forza militare vietando
ogni resistenza o dissenso, pena la prigione. Le conseguenze di questo
decreto per la Campania sono devastanti. "Se tutti i cittadini hanno pari
dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articolo 3 della
Costituzione), i campani saranno meno uguali, avranno meno dignità
sociale-così afferma un recente Appello ai Parlamentari Campani.

Ciò che è definito "tossico" altrove, anche sulla base normativa
comunitaria, in Campania non lo è; ciò che altrove è considerato
"pericoloso" qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia
e controllo sanitario, qui non saranno in vigore. La polizia giudiziaria e
la magistratura in tema di repressione di violazioni della normativa sui
rifiuti, hanno meno poteri che nel resto d'Italia e i nuovi tribunali
speciali per la loro smisurata competenza e novità, non saranno in grado di
tutelare, come altrove accade, i diritti dei campani".

Davanti a tutto questo, ho diritto ad indignarmi. Per me è una questione
etica e morale. Ci devo essere come prete, come missionario. Se lotto contro
l'aborto e l'eutanasia, devo esserci nella lotta su tutto questo che
costituisce una grande minaccia alla salute dei cittadini campani. Il
decreto Berlusconi straccia il diritto alla salute dei cittadini Campani.

Per questo sono andato con tanta indignazione in corpo all'inceneritore di
Acerra, a contestare la conferenza stampa di Berlusconi, organizzata nel
cuore del Mostro, come lo chiama la gente. Eravamo pochi, forse un centinaio
di persone. (La gente di Acerra, dopo le botte del 29 agosto 2004 da parte
delle forze dell'ordine, è terrorizzata e ha paura di scendere in campo).
Abbiamo tentato di dire il nostro no a quanto stava accadendo. Abbiamo
distribuito alla stampa i volantini :"Lutto cittadino. La democrazia è morta
ad Acerra. Ne danno il triste annuncio il presidente Berlusconi e il
sottosegretario Bertolaso." Nella conferenza stampa (non ci è stato permesso
parteciparvi !) Berlusconi ha chiesto scusa alla Fibe per tutto quello che
ha "subito" per costruire l'inceneritore ad Acerra! (Ricordo che la Fibe è
sotto processo oggi!).

Uno schiaffo ai giudici! Bertolaso ha annunciato che aveva firmato il giorno
prima l'ordinanza con la Fibe perché finisse i lavori! Poi ha annunciato che
avrebbe scelto con trattativa privata, una delle tre o quattro ditte
italiane e una straniera, a gestire i rifiuti. Quella italiana sarà quasi
certamente la A2A (la multiservizi di Brescia e Milano) e quella straniera è
la Veolia, la più grande multinazionale dell'acqua e la seconda al mondo per
i rifiuti. Sarà quasi certamente Veolia a papparsi il bocconcino e così,
dopo i rifiuti , si papperà anche l'acqua di Napoli. Che vergogna!

È la stravittoria dei potentati economici-finanziari, il cui unico scopo è
fare soldi in barba a tutti noi che diventiamo le nuove cavie. Sono infatti
convinto che la Campania è diventata oggi un ottimo esempio di quello che la
Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, chiama appunto l'economia di shock!
Lì dove c'è emergenza grave viene permesso ai potentati economico-finanziari
di fare cose che non potrebbero fare in circostanze normali.
Se funziona in Campania, lo si ripeterà altrove. (New Orleans dopo Katrina
insegna!).

E per farci digerire questa pillola amara, O' Sistema ci invierà un migliaio
di volontari per aiutare gli imbecilli dei napoletani a fare la raccolta
differenziata, un migliaio di alpini per sostenere l'operazione e trecento
psicologi per oleare questa operazione!! Ma a che punto siamo arrivati in
questo paese!?! Mi indigno profondamente! E proclamo la mia solidarietà a
questo popolo massacrato! "Padre Alex e i suoi fratelli " era scritto in una
fotografia apparsa su Tempi (inserto di La Repubblica). Sì, sono fiero di
essere a Napoli in questo momento così tragico con i miei fratelli (e
sorelle) di Savignano Irpino, espropriati del loro terreno seminato a
novembre, con i miei fratelli di Chiaiano, costretti ad accedere nelle
proprie abitazioni con un pass perchè sotto sorveglianza militare.

Per questo, con i comitati come Allarme rifiuti tossici , con le reti come
Lilliput e con tanti gruppi,
continueremo a resistere in Campania. Non ci arrenderemo. Vi chiedo di
condividere questa rabbia, questa collera contro un Sistema
economico-finanziario che ammazza e uccide non solo i poveri del Sud del
mondo, ma anche i poveri nel cuore dell'Impero. Trovo conforto nelle parole
del grande resistente contro Hitler, il pastore luterano danese, Kaj Munk
ucciso dai nazisti nel 1944 . "Qual è dunque il compito del predicatore oggi
? Dovrei rispondere: fede, speranza e carità. Sembra una bella risposta. Ma
vorrei dire piuttosto: coraggio.

Ma no, neppure questo è abbastanza provocatorio per costituire l'intera
verità... Il nostro compito oggi è la temerarietà
Perchè ciò di cui come Chiesa manchiamo non è certamente né di psicologia né
di letteratura. Quello che a noi manca è una santa collera".
Davanti alla menzogna che furoreggia in questa regione campana, non ci resta
che una santa collera. Una collera che vorrei vedere nei miei concittadini,
ma anche nella mia chiesa. "I simboli della chiesa cristiana sono sempre
stati il leone, l'agnello, la colomba e il pesce-diceva sempre Kaj Munk-Ma
mai il camaleonte".

Vi scrivo questo al ritorno della manifestazione tenutasi nelle strade di
Chiaiano, contro l'occupazione militare della cava. Invece di aspettare il
giudizio dei tecnici sull'idoneità della cava, Bertolaso ha inviato
l'esercito per occuparla. La gente di Chiaiano si sente raggirata,
abbandonata e tradita .
Non abbandonateci.
È questione di vita o di morte per tutti. È con tanta rabbia che ve lo
scrivo. Resistiamo!

Alex Zanotelli

26 Lug, 2008

Il patetico muro di Lampedusa

Inviato da gioegio 16:47 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica
di Gad Lerner.

Il governo italiano risponde da par suo al cittadino del mondo Barack Obama, simbolo meticcio della contemporaneità. “Dobbiamo abbattere tutti i muri che ancora dividono i popoli e le razze, i ricchi dai poveri”, invocava giovedì da Berlino il candidato presidente. E noi? L’indomani facciamo finta di edificare il patetico muro di Lampedusa.
Naturalmente è una bugia che il territorio nazionale sia minacciato da un’invasione di “clandestini” tale da richiedere la proclamazione dello stato d’emergenza. Al contrario, una vera emergenza scatterebbe nella malaugurata ipotesi che i lavoratori immigrati privi di permesso di soggiorno abbandonassero le nostre aziende e le nostre famiglie. Ma per il ministro Maroni lo scandalo e la riprovazione internazionale sono boccate d’ossigeno, perseguite cinicamente, come già i commissari etnici, il censimento dei nomadi e la sottolineatura esibita delle impronte digitali obbligatorie per i minori rom.
Di fronte ai funzionari del Viminale e ai prefetti impensieriti da tale crescendo di deroghe alla normale amministrazione dell’ordine pubblico, pare che Maroni si giustifichi sottovoce: lasciate che io lanci i miei proclami urticanti e prometta ai sindaci squattrinati la stella di sceriffo; ci aiuterà quando dovremo far digerire agli enti locali l’inevitabile perpetuazione dei campi nomadi e dei ricoveri provvisori. Logica vorrebbe che il governo della destra autoritaria, come antidoto ai flussi incontrollati, faciliti nuove procedure d’immigrazione regolare. Ma non è questo che vuole. Gli stranieri continueranno ad arrivare con visti turistici per essere assunti in nero. Resteranno estenuanti le pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno, e nel frattempo anche i regolari che perdono il posto verranno lasciati precipitare nel gorgo dell’illegalità. Perché nel paese dell’economia sommersa il sopruso e l’ingiustizia convengono a molti.
Chi ha vinto le elezioni imponendo la percezione di una società preda della criminalità straniera, chi alimenta la leggenda degli immigrati furbi, titolari di privilegi a scapito della popolazione locale, ora accoglie come un complimento perfino l’accusa di disumanità. Ne misura gli effetti benefici sui sondaggi d’opinione.
Il senso comune reazionario viene infatti coltivato a uno scopo preciso: programmare una guerra tra poveri qualora il calo dei redditi acuisca gravemente il disagio sociale. Seminare oggi il falso allarme per “il persistente ed eccezionale afflusso di extracomunitari”; annunciare il potenziamento delle “attività di contrasto”, non rappresenta una deriva fascista ma qualcosa di più subdolo e insidioso: la codificazione della disuguaglianza anche in materia di diritti fondamentali dell’uomo, fra cittadini e non cittadini, fra appartenenti al popolo ed estranei necessari al popolo purchè rassegnati alla condizione di paria. Questa teorizzata disparità di trattamento è alla base delle antimoderne campagne contro la costruzione di moschee a Milano e Genova, città in cui vivono decine di migliaia di musulmani. Ma l’intimidazione degli stranieri irregolari -necessari e quindi tollerati purchè ridotti a paria- già ne condiziona la vita, all’insegna della paura: varie associazioni di medici denunciano un calo drastico dell’utenza di immigrati bisognosi di cura nelle strutture sanitarie. Vogliamo considerarlo un risparmio, o una vergogna?
La destra italiana fu rigenerata quindici anni fa dall’inventore della tv commerciale facendo leva sulla figura universale, moderna, tendenzialmente cosmopolita, del consumatore di prodotti. Oggi, al contrario, la stessa destra propugna una visione etnica dell’italianità. E aspira a dominare il tempo delle vacche magre rifornendosi del combustibile particolarista: quasi un nuovo colonialismo applicato al mercato domestico.
Nel resto d’Europa destra e sinistra si dividono sull’applicazione di norme rigorose che governino il flusso migratorio, sempre finalizzate all’integrazione e alla cittadinanza. Ultima venuta, l’Italia viceversa s’inebria di retorica del “territorio” da purificare con la macumba di un’immensa ronda provvidenziale. Come se per bucare il video dei talk show i politici di entrambi gli schieramenti fossero chiamati solo a gareggiare su chi sia il più bravo a espellere il maggior numero dei famigerati “clandestini”. Eppure non è lontano il tempo in cui le nuove generazioni degli immigrati parteciperanno alla contesa pubblica, chissà, forse esprimendo i loro Obama multicolore. Speriamo solo di non arrivarci per via di una guerra tra poveri, nel segno dell’odio separatista.

8 Lug, 2008

False intercettazioni Berluscon-Confalonieri: alcune considerazioni sparse

Inviato da gioegio 01:21 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

 AVVERTENZA: Per venire incontro ai meno dotati - questa intercettazione NON ESISTE, è inventata, frutto della fantasia. Capito?
Quali? Queste:
http://74.125.39.104/search?q=cache:DPMJjJue4-IJ:www.laprivatarepubblica.com/le-nostre-inquisizioni/italian-tabloid/une-pipe-au-casino-berlusconi2/+site:http://www.laprivatarepubblica.com/le-nostre-inquisizioni/italian-tabloid/une-pipe-au-casino-berlusconi2/&hl=it&ct=clnk&cd=1&gl=it

http://mau.posterous.com/lintercettazione-fasulla-di-em


http://groups.google.com/group/it.media.tv/browse_thread/thread/2f4c93d5af6a96e6#

 

Oggi il sito http://www.laprivatarepubblica.com/ ha pubblicato un pezzo finzione, ironico, satirico, inventato come indicato dall'autore in maniera chiara, simpatico, divertente, scherzoso, finto, "falso" (chi non l'ha capito è un Bondi) e contenente le trascrizioni [come già detto inventate e quindi "false"!!!] delle intercettazioni tra Silvio e Confalonieri.
Ora il sito dice di essere "in manutenzione" e non è più visibile e nemmeno con la cache di google si riesce a trovare molto.
L'autore, che studia a Bologna ma è di Padova, alla domanda Come ti è venuta l’idea di fare la falsa telefonata? risponde così:

«Mi è venuta perchè l’atteggiamento intero della stampa è stato ridicolo. Per settimane ci sono state allusioni, veleni, parlamentari che nominavano la Lewinsky, persone che dicevano “Io le ho viste, sono una bomba, cade il governo!”. Ah, per una telefonatina di basso gossip politico cade il governo? Non per tutte le altre questioni, tra cui il disprezzo totale della legge, l’attacco perenne alla magistratura (salvo poi servirsene per massacrare chi scrive sul web, chapeau), lo sfacelo morale ed etico in cui versa l’Italia.
La falsa telefonata era uno sfogo, un pezzo in cui l’obiettivo primario non era tanto Berlusconi quanto l’atteggiamento della stampa. Che si parli del 41-bis, dei boss scarcerati. Delle stragi del ‘92-’93, del ricatto perenne che governa l’ambiente istituzionale».

Le "bestie" del giornalismo ita(g)liano invece si sono scatenate e sono arrivate a scrivere questo:

Roma, 7 lug.- (Adnkronos) - A quanto apprende l’ADNKRONOS, la magistratura romana sarebbe in procinto di oscurare il sito, registrato alle Antille, che ha pubblicato il testo di una falsa telefonata tra Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri.

Tralasciamo la questione della magistratura romana. Possibile che il porto delle nebbie si attivi con una tale velocità? A volte penso che si confonda Ghedini con la procura. Detto questo il sito in questione era ospitato alle Antille...
Peccato che le Antille in questione si riferiscano ad Aruba, una società con sede a Bibbiena in provincia di Arezzo. E bastava fare il whois in uno dei mille siti che permettono di farlo.
Come è evidente "Aruba" è il nome dell'azienda, non la località. Se si è giornalisti ita(g)liani invece e si cerca Aruba su google ci appare subito la paginetta di quelli di Turisti per Caso che ad Aruba nelle Antille Olandesi (quindi Olanda anche se dall'altra parte dell'oceano, non Haiti o Marte) ci sono andati oppure direttamente la mappa con foto di spiagge incluse di google maps.

Poi qualcuno ha scritto che il sito è stato oscurato - da chi? da dio? - quando invece semplicemente o il server web è andato in tilt per le troppe richieste oppure è stato bloccato da Aruba che lo ospita perchè di solito si fa un contratto a traffico. Quando si supera la soglia pattuita il sito è messo off-line per un tot di tempo. Molto peggio sarebbe un blocco per eccesso non di traffico ma di fifa. Basta una telefonata da Dio o dal suo avvocato per violare un contratto?

Il testo integrale delle false intercettazioni, tra l'altro verosimili e quindi, per quel che mi riguarda, sufficienti per cacciare un governo di cialtroni come l'attuale, si trova qui:
http://mau.posterous.com/lintercettazione-fasulla-di-em
http://www.spinoza.it/laprivatarepubblica/
http://74.125.39.104/search?q=cache:DPMJjJue4-IJ:www.laprivatarepubblica.com/le-nostre-inquisizioni/italian-tabloid/une-pipe-au-casino-berlusconi2/+site:http://www.laprivatarepubblica.com/le-nostre-inquisizioni/italian-tabloid/une-pipe-au-casino-berlusconi2/&hl=it&ct=clnk&cd=1&gl=it
http://groups.google.com/group/it.media.tv/browse_thread/thread/2f4c93d5af6a96e6#

Se non ci fossero più ecco di seguito l'inizio del post del 22enne che ha scatenato il panico (Dagospia lo deve aver preso inizialmente per vero e poi si è un tantino indispettita - ma anche questa è finzione - oppure qualcuno ha spaventato il titolare...) e tanti folli articoli.
Ancora una volta si parla, si discute, si denuncia, si fanno leggi in base a cose che nessuno a parte gli eletti in senso lato riescono a leggere.

Si è scatenato un vero e proprio dramma intorno alla sottile linea calda istituzionale. Frotte di italiani infervorati, dopo aver sentito/guardato/letto del succhiogate si sono fiondati sull’internets, i pantaloni slacciati e la manina tremante, alla ricerca di “garfagna pompino berlusconi”, “intercettazione pompino berlusconi” e via googlando. Figurarsi se fosse venuta fuori l’esistenza di un sextape - gli emuli porno di Youtube avrebbero dovuto chiudere i battenti a causa di un’intera nazione che dispiega la sua sgangherata potenza di ricerca.

Oh, la prurigine, che bella cosa! Non ci siamo mai mossi dalla commedia erotica all’italiana. E’ quest’ultima che si è spostata, infatti - dal cinema all’aula parlamentare, tra festini a base di coca (in attesa che i parlamentari scoprano l’iDoser, ça va sans dire), viados-tour e fellanti ministeri senza portafoglio. Ora che il gruppo Espresso, insieme ad altre redazioni, si è calato le braghe di fronte al padrone, finalmente c’è la certezza che nulla verrà pubblicato - una gustosa anteprima di quello che avverrà in futuro dopo il varo della legge-cancella-intercettazioni: il villaggio del ricatto globale.

Bene, cioè male. Non tutto è perduto, però: a questo punto subentriamo noi. Eh già. Grazie ad un eroico anonimo, che rimarrà tale per ovvi motivi di sopravvivenza (quindi niente professione, ambienti frequentati, gole profonde corrotte, etc.), siamo riusciti a venire in possesso di uno dei verbali di trascrizione, tutto nudo e tutto caldo, supersegretissimo. Fatene buon uso, magari per estorcere pacatamente e serenamente il vicino, la suocera, il provider o i genitori che non vi danno i soldi per commettere reati finanziari ed entrare in Parlamento. Ma non ditelo troppo in giro, mi raccomando.

Le casino berlusconi

VERBALE: di trascrizione di conversazioni telefoniche in arrivo ed in partenza sull’utenza avente il numero XXX XXXXXXX in uso a F. C., come da decreto del 12.2.2008 emesso dalla Procura della Repubblica di Milano.

LEGENDA

S.P. = Segretaria de Il Presidente

F.C. = (omissis)

B. = Il Presidente

23.04.2008 / Durata: 8:49 minuti

F.C.: Pronto?

S.P.: Si, segreteria…

F.C.: Eh, sono io.

S.P.: Ah! Le passo subito il presidente. Arrivederci, stia bene.

F.C.: Anche lei, grazie.

(Secondi di attesa)

B.: Carissimo! Come va?

F.C.: Ciao, eh…non propriamente, diciamo, ecco…

[molti molti ecc ecc]

AVVERTENZA: Per venire incontro ai meno dotati - questa intercettazione NON ESISTE, è inventata, frutto della fantasia. Capito?

Giusta per dirla tutta: di Berlusconi che è presidente del consiglio non possiamo sapere se e da che velina si fa fare i pompini prima di nominarla ministra mentre dell'autore di questo post sappiamo anche il numero di telefono. Perchè se il sito è suo e registrato a lui allora lui è costui, classe 1986 e probabilmente iscritto ad Ingegneria Informatica a Bologna. Ma a parte Gilioli dell'Espresso non lo scoprirà nessuno se non i carabinieri dopo mesi di ricerche e il sequestro di tutta Aruba Italia compreso le sedie e le scrivanie.

In conclusione un post dichiaratamente satirico su di un sito personale e una valanga di merda e stronzate raccontate per tutto il giorno dai giornali e dagli sgherri di turno.

Esemplare questa dichiarazioni di Ghidini, vero ministro ombra della "giustizia di Silvio" nonchè suo dipendente fisso in quanto suo avvocato 24h su 24 (caso evidente di rapporto a tempo indeterminato mascherato da un contratto di collaborazione o da una partita iva, quindi da assumere immeditamente col pagamento dei contributi pregressi):

«In relazione alla pubblicazione in un sito Internet di una comunicazione telefonica, asseritamente intercorsa nell'ambito di un procedimento penale fra il presidente Berlusconi ed il dottor Confalonieri, si tratta con assoluta evidenza di un falso plateale completamente inventato e surrettiziamente costruito. Trattasi di un testo con ogni evidenza gravemente diffamatorio e per il quale saranno esperite tutte le azioni giudiziarie del caso, diffidando chiunque nel contempo a pubblicarlo o a riprenderne anche parzialmente il contenuto»
E anche il dipendente Confalonieri, da par suo, «diffida quindi ogni organo di informazione alla diffusione in tutto o in parte di questa falsa telefonata la cui pubblicazione sarebbe gravemente e gratuitamente diffamatoria. Contro chi dovesse contravvenire saranno proposte tutte le azioni giudiziarie in ogni sede competente».


Ovviamente invito tutti alla moderazione e alla NON diffusione dei link con il testo integrale delle verosimili-finte intercettazioni di Silvio B. O ancora meglio: prima di NON inviarlo modificatelo a piacere.


 

20 Giu, 2008

Avec quel socialisme le libéralisme est-il incompatible ?

Inviato da gioegio 10:38 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

La Tribune.fr - 17/06/08 à 9:34 - 920 mots

Avec quel socialisme le libéralisme est-il incompatible ?

L'incompatibilité radicale entre les deux doctrines n'existe plus pour une raison simple: ce qui dans le socialisme était incompatible avec le libéralisme a disparu pour l'essentiel, estime Gérard Grunberg, directeur de recherche au CNRS/Sciences po.

En prenant parti clairement pour la compatibilité du socialisme et du libéralisme (*), Bertrand Delanoë a relancé un débat presque aussi vieux que le socialisme lui-même. Dans le passé, à chaque fois que les socialistes ont eu à trancher politiquement cette question, ils ont réaffirmé l'incompatibilité entre les deux doctrines. Ils avaient de fortes raisons pour le faire compte tenu de la définition qu'ils avaient alors du socialisme. Mais le socialisme d'alors a-t-il encore quelque chose à voir avec celui d'aujourd'hui?

Originellement, le socialisme français, largement nourri du marxisme, s'opposait alors aux trois dimensions du libéralisme, politique, culturelle et idéologique. Politiquement, les socialistes s'intéressaient peu aux formes de la "démocratie bourgeoise" et de son système représentatif, même si sous l'influence déterminante de Jaurès ils jouèrent le jeu électoral et parlementaire.

La perspective de la révolution prolétarienne rendait inutile une réflexion poussée sur le libéralisme politique. La dictature du prolétariat, quelle que soit la définition qui en était donnée, réglerait, au moins pour un temps, la question de la forme du pouvoir.

Culturellement, la vision collectiviste des socialistes, malgré l'attachement fort de Jaurès et de Blum aux libertés individuelles, et plus généralement à l'héritage républicain, condamnait l'individualisme bourgeois. L'épanouissement de l'individu ne pouvait venir que de celui de l'humanité tout entière.

Economiquement, le but ultime du socialisme était la disparition de l'entrepreneur capitaliste. Le collectivisme était à la fois le but et la réalisation du socialisme lui-même. Le profit individuel, donc le libéralisme économique, était économiquement et moralement condamnable. La ligne de clivage entre socialisme et libéralisme était alors claire et fondée sur des incompatibilités théoriques.

Mais aujourd'hui? Le socialisme français actuel est en réalité beaucoup plus proche du libéralisme historique sur ces trois dimensions qu'il ne l'est de ses propres origines. Politiquement, avec la fondation de la IVème, dans laquelle ils ont joué un rôle majeur, les socialistes ont enfin clairement revendiqué leur choix de la démocratie représentative et réaffirmé leur attachement aux grandes libertés publiques. Accolant de manière assumée le libéralisme politique à la démocratie, c'est-à-dire au suffrage universel, les socialistes, après la guerre, ont participé, en France comme ailleurs, au rétablissement et/ou au développement des régimes de démocratie représentative.

Libéralisme politique et suffrage universel ont été dès lors inséparables à leurs yeux. En se déclarant désormais clairement réformistes, ils ont fait leurs adieux à la révolution. Culturellement, depuis la césure historique de Mai 68, les socialistes ont été les principaux acteurs de la traduction législative et réglementaire du libéralisme culturel, même si la droite a également joué un rôle important en ce sens au milieu des années 1970.

Ils ont porté politiquement de manière continue les aspirations à l'élargissement des libertés individuelles, publiques et privées. Face à Nicolas Sarkozy combattant les valeurs de Mai 68, ils revendiquent les valeurs du libéralisme culturel.

Economiquement, les socialistes ont fini par admettre que l'économie administrée était à la fois inefficace pour produire des richesses et liberticide, car cette inefficacité incitait les dirigeants à y répondre par la suppression des libertés et l'oppression. Ils ont compris qu'il fallait produire les richesses avant de les distribuer et que seul un régime qui autorisait et encourageait l'initiative économique privée permettait d'y parvenir.

Ils sont ainsi devenus libéraux économiquement. Leur nouvelle déclaration de principe du parti opte clairement pour l'économie de marché, c'est-à-dire pour le libéralisme économique.

Certes, cela ne signifie pas que les socialistes soient devenus simplement des libéraux car, de même que politiquement ils ont accolé la démocratie au libéralisme, économiquement, ils entendent donner un pouvoir important à la puissance publique et prônent la régulation de l'économie. Etre socialiste aujourd'hui, c'est être socialiste dans une société libérale. Les socialistes auraient tort d'analyser cette évolution du socialisme comme une défaite historique.

L'histoire, au contraire, a condamné les régimes qui ont voulu contrer cette évolution de manière radicale et ont ainsi abouti soit à la terreur, soit à la faillite, soit aux deux. Dans ces conditions, Bertrand Delanoë ne ferait qu'énoncer une banalité en se disant à la fois libéral et socialiste si le mot libéral ne conservait encore aujourd'hui à gauche une charge symbolique aussi forte.

Le libéralisme n'est pas l'ennemi des socialistes, il est la doctrine avec laquelle ils doivent trouver le meilleur compromis possible pour atteindre leurs objectifs propres: la justice sociale, la réduction des inégalités, le soutien des plus faibles, les moyens d'une action publique forte au service de tous. Le débat entre le socialisme et le libéralisme demeure à la fois nécessaire et compliqué.

La mondialisation en renouvelle pour partie les termes. Mais l'incompatibilité radicale entre les deux doctrines n'existe plus pour une raison simple: ce qui dans le socialisme était incompatible avec le libéralisme a disparu pour l'essentiel. Les réformistes s'en réjouiront, les révolutionnaires le dénonceront. Mais c'est ainsi, et les débats sémantiques sur cette question n'y changeront rien!

(*) voir l'article de Laurent Bouvet ("Socialisme et libéralisme sont-ils compatibles?") publié par Telos le 28 mai.

Copyright Telos (www.telos-eu.com)

Gérard Grunberg, directeur de recherche au CNRS/Sciences po

25 Mag, 2008

da rk: questo non è un paese per giovani

Inviato da gioegio 15:20 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica
From: "mcsilvan_\@libero\.it" <mcsilvan_@libero.it>
To: "rekombinant" <rekombinant@liste.rekombinant.org>
Date: Sat, 17 May 2008 19:34:40 +0200
Subject: questo non è un paese per giovani
Pur particolarmente refrattario ad ogni genere di commissione, mi trovo ad analizzare dei curriculum. E s'è c'è una lettura istruttiva di biografie personali, dove si legano mancanza di esperienza reale e presenza di titoli, è proprio l'analisi del curriculum.
Nella nostra società l'esperienza o è una possibilità mancata o è una realtà che deve lasciare il passo all'accumulo disordinato dei titoli. In ogni caso, l'entrata nel mondo del lavoro precario e discontinuo presuppone la negazione dell'esperienza in nome del protocollo curriculare.
Esperienza che nei curriculum rientra in modo periferico nelle voci aggiunte del tipo "dotata di forte empatia personale" o "particolarmente propenso ai lavori di relazione con il pubblico". Allo stesso tempo la varietà di embrioni di  differenti specializzazioni, presenti nella maggior parte di laureati e dottori di ricerca, indica l'enorme difficoltà a specializzarsi realmente in un definito settore di lavoro. Si procede per tentativi, in tanti percorsi curriculari non c'è l'itinerario irregolare di una creatività che cerca se stessa ma solo quello dettato dalla paura.
In questo modo nè l'esperienza reale nè i tentativi di specializzazione professionale servono per stare sul mercato: è il circolo vizioso del lavoro professionalizzato italiano. Ci sono persone che nei curriculum che mostrano comunque un grado di specializzazione, e di varietà di competenze, di gran lunga maggiore della generazione dei loro genitori. Non basterà loro per garantirsi un tipo di reddito che all'epoca dei loro genitori sarebbe spettato ai casi di marginalità sociale rientrati nella norma dopo anni di devianza e quindi di specializzazione mancata. Decisamente, questo non è un paese per giovani.
Ed è una frase che mi circola tra i neuroni al momento in cui, in qualche commissione di tesi, vedo persone abbracciare i propri genitori all'avvenuta proclamazione di una laurea tra la disattenzione dei commissari e il fatto che il certificato ottenuto si inflaziona sempre più in modo simile ad un biglietto da un marco durante la repubblica di Weimar.
Devo dire che quando mi laureai il mio professore mi mise antropologicamente sul piede di guerra: "la tesi non è più un rito di passaggio" disse " dopo la funzione dall'altra parte non c'è un cambiamento di stato, praticamente c'è solo il nulla".
In questi anni se si può parlare ancora di rito di passaggio possiamo dire che questo, nella società italiana, è invertito di segno. Il primo antropologo che ha parlato di riti di passaggio, Van Gennep all'inizio del '900, rimarcava come questo genere di rito fosse connesso alla mutazione di status dell'iniziato, al suo acquisire nuove facoltà da spendere in un nuovo ruolo.
Ebbene, il rito di passaggio della tesi, ma vale  anche per i successivi riti di specializzazione, nella società italiana consegna all'iniziato un ruolo sempre più incerto del precedente proprio per chi ha acquisito delle facoltà maggiori  grazie al rito iniziatico. Se c'è quindi un contributo al nichilismo delle generazioni più giovani viene proprio dal carattere non più iniziatico, o inversamente iniziatico, del mercato del lavoro. Il rito della professionalizzazione si compie comunque ma a differenza del passato, termina con la riduzione ad impotenza dell'iniziato non con un suo accrescimento delle facoltà.
Allo stesso tempo, lo stato di instabilità del mercato del lavoro, e delle sue forme di garanzia, è talmente elevato che per molti nella piena maturità lavorativa c' è il rischio di un improvviso ritorno a condizioni professionali tipiche dell'incertezza dello stato iniziatico.
Non c'è quindi da stupirsi se una società spoliticizzata come quella italiana, incapace cioè di darsi risposte sul piano delle strutture collettive, questa situazione di incertezza, questa riduzione all'impotenza delle migliori energie giovanili generi il desiderio di dispositivi espiatori.
Classicamente il rito espiatorio è di tipo mimetico, rappresenta sempre qualcosa d'altro rispetto al soggetto scelto per la cerimonia di espiazione. Non a caso il rito espiatorio viene analizzato a partire dal capro che viene rivestito di differenti abiti simbolici a seconda delle società, e dei momenti storici, che lo applicano.
E qui bisogna ricordare che i Rom e gli  zingari di oggi rappresentano l'abito simbolico del rito espiatorio dell'instabilità del mercato del lavoro. Nel colpire il Rom concreto, si mette in scena il rito della distruzione simbolica dell'instabilità che permea nelle metropoli grazie alle caratteristiche attuali del mercato del lavoro.
Visto come nomade, portatore di insicurezza e di incertezza il Rom assume su di sè queste caratteristiche che sono anche del mercato del lavoro. Ma l'ideologia della indiscutibilità del mercato porta a trasferire il desiderio di riti di espiazione nei confronti di figure concrete, come i Rom, che se uccise simbolicamente devono trascinare con sè anche la condanna trasfigurata e sublimata dell'incertezza generata dal mercato.
In The Origin of Language un girardiano critico come Gans descrive il rito espiatorio come un processo in cui i partecipanti si dividono il corpo della vittima come reliquia della crisi risolta. Impossibile non ricordare immediatamente l'assalto dei campi Rom a Napoli dove, successivamente al rito espiatorio delle bottiglie molotov, i partecipanti si sono divisi i beni rimasti sul campo come a simbolizzare proprio la risoluzione della crisi. Le stesse istituzioni, che smembrano i campi Rom a Milano o a Roma, partecipano direttamente a questo rito nella stessa operazione di simbolizzazione della crisi risolta tramite l'appropriazione di elementi significativi appartenenti al corpo della vittima (le baracche, le roulotte, gli effetti personali).
Nella società italiana l'inversione di senso del rito di passaggio genera quindi la necessità di riti espiatori. Che sono riti di stabilizzazione e risoluzione delle crisi e quindi di conservazione di una società. Decisamente un qualcosa che non è per giovani anche se le stesse fasce giovanili sono spesso consenzienti, quando non sono indifferenti, verso questi processi di espiazione.
Per quanto tutto questo sia raggelante non dobbiamo attenderci niente di differente finchè la composizione sociale del lavoro è frammentata. E in Italia ad una frammentazione sociale del lavoro caratterizzata da una color line (tra nativi ed extracomunitari) se ne aggiunge una di tipo generazionale, dove persino a parità di mansioni, la forza lavoro più giovane è separata da quella di differente età.
Così tra la paura che attraversa la forza lavoro e la ricerca di fantasmi da uccidere, ci avviamo ad un "compiuto processo di riforme" almeno così dice il linguaggio della politica ufficiale

mcs

25 Mag, 2008

Chiaiano, c'è il primo morto.

Inviato da gioegio 13:24 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

da Indymedia Napoli: Ancora una volta le donne animano i presidi e si assumono la responsabilità della difesa di un’intera comunità. Anche ieri a Chiaiano, donne giovani e anziane, unite resistevano alle brutali cariche della polizia. Il ruolo di madre imposto dalla società le vorrebbe ai fornelli, e invece queste madri si ribellano e scendono in piazza e per curare davvero il futuro dei loro figli scendono in piazza a resistere in prima linea. Una giovane donna, all’ ottavo mese di gravidanza, proprio per “garantire la vita del nascituro” era in piazza con tutte le altre a protestare, negli scontri, tra le cariche ha abortito. Stavolta chi difende la vita e chi è l’assassino?

Dal manifesto di oggi:
[...]Proprio per questo vista dal ministero
degli Interni, quella di Chiaiano
sta diventando una «battaglia
» simbolo: «Se i no-discarica
passano lì, passano ovunque»,
spiega più di un funzionario.Quanto
accaduto venerdì, con la polizia
che carica duecento cittadini che
occupano la piazza del quartiere,
del resto è significativo. Non esistevano
esigenze di ordine pubblico
che giustificassero l’intervento degli
agenti, eppure è stato scelto di
caricare come prova di forza. Colpirne
duecento per evitare di ritrovarsene
duemila il giorno dopo.
Ma soprattutto liberare la strada
che porta alla cava dove sorgerà la
discarica, in modo da dare un segnale
forte a tutti.

 

Morto numero 2: da peace link:

Il nuovo Cpt di Torino
TORINO - Per indicare il punto esatto in cui è successo, i ragazzi
magrebini dietro alle sbarre, passandosi un telefonino di mano in mano,
spiegano: "Zona rossa, cella numero 2". Lì, ieri mattina alle 8, è stato
trovato morto Hassan Nejl, nato Casablanca il 27 marzo 1970, trattenuto da
dieci giorni al Cpt con un decreto di espulsione firmato dal questore di
Padova. "Era nel suo letto con la schiuma alla bocca - raccontano -
abbiamo urlato tutta la notte per chiamare i soccorsi, ma non è venuto
nessuno. L'hanno trattato come un cane".
[...]


Il prefetto Paolo Padoin è stato avvisato quasi subito: "I primi riscontri
hanno stabilito che quel ragazzo è morto per una malattia - spiega - forse
una polmonite. So che era stato visitato da un medico della Croce Rossa
nel primo pomeriggio di venerdì. Se ci fossero state davvero delle
omissioni di soccorso durante la notte, ma è un fatto ancora tutto da
accertare, toccherà alla magistratura chiarire eventuali responsabilità".
E' già stata disposta l'autopsia.
[...]

Vicino a lui, fino all'ultimo, è rimasto Mohammed
Alhuiri, 25 anni, iracheno: "Per tutta la giornata di venerdì stava
malissimo. Si lamentava. Non si reggeva in piedi. Aveva la febbre alta, mi
ha persino chiesto di toccargli la fronte perché sentissi anch'io". Alle 3
è stato visitato dal medico di guardia, nell'infermeria della Croce Rossa.
"Ma forse pensavano fosse una cosa leggera o non gli hanno creduto -
racconta Alhuiri - perché gli hanno dato una medicina, se ho capito bene
un antibiotico, senza nemmeno verificare se potesse essere allergico.
Hassan era tossicodipendente, prendeva il metadone, aveva problemi, stava
ancora male. Eppure non hanno voluto più saperne di lui. L'hanno lasciato
solo. L'hanno trattato come un animale".

A mezzanotte e mezza la situazione si è aggravata. "Ho perso la voce a
furia di urlare - spiega Alhuiri - a mezzanotte e quarantacinque gridavamo
tutti. Dopo un po' è arrivato un addetto della Croce Rossa. "Fino a domani
mattina non c'è il medico", ha spiegato. Poi se n'è andato. Hassan si è
steso sul suo letto, era caldo, stava malissimo...".

Ieri mattina suo fratello voleva parlargli. Visto che Hassan Nejl non ha
il telefono, ha chiamato al numero di cellulare di un altro immigrato
marocchino trattenuto nel Cpt. "Sono andato per passargli la chiamata e
l'ho visto - racconta - aveva gli occhi sbarrati e la bava alla bocca. Non
respirava più". L'hanno portato di nuovo in infermeria. Ma era troppo
tardi. Alle 8 di mattina il medico di guardia ha constatato il decesso.

21 Mag, 2008

sulle mani di Togliatti imbevute del sangue degli anarchici e dei trotzskisti...

Inviato da gioegio 13:36 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

Togliatti, gli anarchici e i trotzskisti:
sì, credo proprio che fu un uomo di Stalin...
http://liberazione.it/giornale_articolo.php?id_pagina=50169&pagina=23&versione=testuale&zoom=no&id_articolo=368202

 

Caro direttore
la mia frase sulle mani di Togliatti imbevute del sangue degli anarchici e dei trotzskisti ha suscitato alcune proteste. Provo a rispondere, prima nel merito e poi nella sostanza politica.
Mi si chiede di fornire le prove del coinvolgimento di Togliatti nel massacro degli anarchici e dei trotzkisti russi, spagnoli e italiani ad opera dei sicari stalinisti: e potrei rispondere ricordando che Togliatti, alla richiesta di provare le accuse contro l'anarchico Ghezzi imprigionato in Urss nel '29 (e in seguito assassinato), rispose che «per noi comunisti, la questione delle "prove" è una questione che non si pone: è, anzi, una questione sciocca. Chiedere le prove della condanna del Ghezzi vuol dire sostenere che ogni singolo atto del governo dei soviet deve essere sottoposto a un controllo pubblico». Rispondo invece ricordando che, all'indomani dell'assassinio del compagno Berneri ad opera dei sicari del Comintern, Togliatti scriveva (senza firmarsi), in un editoriale de "Il grido del popolo" (20 maggio 1936) che «Camillo Berneri è stato "giustiziato" dalla Rivoluzione democratica, a cui nessun antifascista può negare il diritto di legittima difesa», mentre la Pravda annunciava che a Barcellona «l'epurazione dei trotzkisti e degli anarco-sindacalisti è già iniziata, e viene condotta con la stessa energia usata in Urss». E sull'"Internazionale comunista" Togliatti spiegava che era necessario «epurate, radicalmente e per sempre, dai banditi che sono penetrati nei loro ranghi per trascinarvi direttive e parole d'ordine fasciste», dunque «liberare definitivamente il movimento operaio internazionale dal lerciume trotzkista». A chi, magari sulla scorta di Luciano Canfora (che almeno non si vergogna a difendere, con Togliatti, Stalin), accampasse la congiuntura internazionale e le "dure leggi della storia" ricordo che sin dal 1926, tacitando Gramsci che criticava le epurazioni che si intravedevano in Urss, Togliatti difendeva la linea stalinista. Diversi anni dopo e in ben altro clima, così Togliatti rispondeva a Salvemini ("Rinascita", marzo 1950) che lo accusava della morte del compagno Berneri: «vi fu la nota rivolta barcellonese del maggio: una serie confusa di sanguinose battaglie di strade, da casa a casa, dai tetti, ecc. Il Berneri cadde in uno di questi scontri: ecco tutto...». Alla lettera aperta di Victor Serge che chiedeva notizie degli antifascisti italiani scomparsi in Urss, come pure alle lettere di Barbara Seidenfeld, la compagna di Pietro Tresso, Togliatti non ha mai risposto. Sono vicende note, sulle quali si possono leggere i romanzi recenti di Stefano Tassinari ("Il vento contro", recensito giusto domenica scorsa su Queer da Antonini) e Alessandro Bertante ("Al diavul"): tutti anticomunisti? Se invece si vuole qualche fonte storica, che consiglio vivamente a Maselli e Curzi, si può cominciare col volume Gulag. Storia e memoria curato per Feltrinelli da Elena Dundovich, Francesca Gori ed Emanuele Quercetti. Per Dundovich non solo Togliatti «evidentemente era al corrente della tragedia complessiva», ma «l'insieme dei documenti provano in maniera inequivocabile come, seppur non continuativamente, vi prese parte». Il resto, per chi vuole vedere, viene da sé: Togliatti ha responsabilità politiche, se non operative, nel massacro di una generazione di rivoluzionari. Negare ciò equivale a sostenere l'esistenza di uno stalinismo senza stalinisti. Ma cosa c'entrino gli stalinisti col comunismo, io non l'ho mai capito.
Vengo al secondo punto: a che vale oggi ricordare i crimini di Togliatti, da alcuni esaltato come grande dirigente? A me certe esaltazioni fanno venire in mente quei bei versi di Brecht: «Il giovane Alessandro conquistò l'India. / Lui, da solo? / Cesare sconfisse i Galli. / Non aveva con sé neanche un cuoco?». Togliatti fece tutto da solo? E le masse? Fu solo grazie alla sua direzione politica che il movimento comunista crebbe nel paese? In Spagna la risposta togliattiana allo slogan di Durruti "fare la rivoluzione per vincere la guerra" fu "vincere la guerra per fare la rivoluzione": una linea politica che equivale all'idea odierna che prima si vincono le elezioni (a qualunque costo, pur di compiacere la borghesia moderata), e poi si pensa a cambiare la società. Gli eredi di Togliatti sono riusciti, allo stesso prezzo, a fare senza spargimento di sangue quello che Togliatti e il Comintern fece negli anni Trenta: liquidare la sinistra per dimostrare di essere credibili agli occhi della borghesia e dei governi europei. Il punto è questo, credo: per fare società, per fare moltitudine, bisogna partire dal basso e dai movimenti reali, non dall'alto delle segreterie, delle tattiche, dei vertici. Marx il comunismo lo pensava non come un'astuzia tattica, ma come un movimento reale che modifica lo stato di cose esistente. Per contro, l'astuzia politica di Togliatti e dei suoi eredi (da Ferrara a D'Alema e Veltroni) mi ricorda il Napoleon della "Fattoria degli animali" di Orwell che ripete saltellando «tattica, compagni, tattica». Ma anche Orwell, come Berneri e come me, fu tacciato di anticomunismo.
Girolamo De Michele


21/05/2008

28 Apr, 2008

Sole che sorgi libero e giocondo

Inviato da gioegio 19:45 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

Inno a Roma 

Roma divina, a Te sul Campidoglio
dove eterno verdeggia il sacro alloro
a Te nostra fortezza e nostro orgoglio,
ascende il coro

Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme, all'ultimo orizzonte
sta la Vittoria.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.

Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina:
il tricolore canta sul cantiere,
su l'officina.
Madre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il Sol che nasce,
benedici l'aratro antico e il gregge
folto che pasce!

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.

Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d'amore,
la giovinezza florida e l'antica
età che muore.
Madre di uomini e di lanosi armenti,
d'opere schiette e di penose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
e sorge il sole.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.

25 Apr, 2008

25 Aprile sempre!

Inviato da gioegio 13:38 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

Fui affascinato soprattutto dal Che fare?, dove il partito, diventato il centro di un grande movimento di popolo, inviava i suoi ambasciatore in tutti gli strati della popolazione, respingeva ogni tendenza operaistica a chiudersi in una politica “tradeunionistica” di difesa degli interessi immediati e particolari di categoria. Mi colpì l’affermazione di Lenin che il socialismo era l’erede e il continuatore delle più alte tradizioni del pensiero moderno, della economia politica inglese, della filosofia tedesca e dell’illuminismo ed utopi­smo francese.
Non avevo letto nulla di Gramsci. I “temi” sulla questione meridionale, pubblicati nel numero 1~ del 1930 di Stato Operaio, giunsero a Napoli dopo che io mi ero già iscritto al partito. Ma il riconoscimento della necessità di un’alleanza rivoluzionaria tra classe operaia del Nord e contadini del Mezzogiorno era un tema che, sottolineato con forza da Sereni, veniva particolarmente accolto e compreso da chi, come me, poneva già la questione meridionale come problema politico essenziale dell’intera nazione.
Dall’altra parte, quanto ho già raccontato sull’inesistenza di una opposizione valida al fascismo che non fosse quella comunista, mi confortava sulla validità della scelta che mi accingevo a fare. O l'atesismo di Croce, il rinchiudersi nello studio nell’accettazione pratica del regime, e quindi nella rinuncia alla lotta, o l’impotenza rissosa degli antifascisti emigrati, perduti nelle loro vane vociferazioni. Perché il PCI era il solo a battersi, a prezzo di tanti sacrifici? Perché era un partito internazionalista, forte quindi del sostegno (e della indispensabile disciplina) di un grande movimento mondia­le. Perché gli operai, i braccianti e i contadini erano spinti, dalla necessità di vita, a porre rivendicazioni concrete in contrasto con i padroni e con il regime che sosteneva i padroni. Trovavo nei fatti la conferma della validità della affermazione di Gobetti, essere il pro-letariato l’unica classe portatrice di avvenire.
(da «Una scelta di vita», Giorgio Amendola)

La prima giornata di Torino liberata è stata ancora una giornata di lotta.
Torino non ha potuto abbandonarsi a festose manifestazioni di giubilo, ma è restata, vigile, in armi. I partigiani e le SAP hanno continuato la pulizia della città, rastrellando numerosi “cecchini” fascisti ed eliminando gli ultimi disperati focolai di resistenza. Per tutto il giorno, nel centro della città, non è cessato il crepitio delle mitragliatrici.(...)
Il criminale Srarnek non ha ancora innalzato bandiera bianca ed ha respinto l’intimazione di resa, che gli è stata rivolta. In altri punti del Piemonte vi sono ancora nuclei e forze tedesche, non numerose, ma ben armate, che tengo- no ancora e che tentano ancora di sottrarsi o di ritardare momento della resa e dell’annientamento.(...)
La lotta continua ancora, dunque. Ma le condizioni son cambiate Le forze nazionali sono ormai saldamente padrone della situazione. Torino è il centro di direzione e d organizzazione del movimento di liberazione di tutto il Pie monte. Il CLNP esercita la sua funzione di governo coordina e dirige tutta la guerra. I tedeschi e gli ultimi gruppi di banditi neri sono ormai nelle condizioni di fuori legge. Le condizioni della lotta si sono ormai capovolte. I patrioti potevano, ieri, contare sull’appoggio di tutta la popolazione ed è grazie a questo appoggio che essi hanno vinto. nazifascisti sono ormai ridotti nella posizione di banditi in fuga, braccati da tutte le parti, e che bisogna abbattere senza pietà.
La mobilitazione e la salda unità di tutto il popolo sono, ancora oggi, le condizioni essenziali per porre rapidamente e vittoriosamente termine alle ultime operazioni. Accanto alle valorose formazioni partigiane sono tutti i lavoratori che devono dare la caccia ai disperati fascisti dell’ultima ora, che devono rastrellare e pulire i quartieri, che devono consegnare ai tribunali del popolo le spie, i provocatori, i delinquenti che devono essere giustiziati.
Pulizia pronta e radicale, è questa la condizione perché si possa iniziare la nuova vita democratica e ci si possa accingere al duro lavoro della ricostruzione.
Pietà l’è morta. E’ il grido che abbiamo lanciato quando più dura era la lotta, quando i nostri migliori cadevano assassinati. E’ la parola d’ordine del momento. I nostri morti devono essere vendicati, tutti. I criminali devono essere eliminati. La peste fascista deve essere annientata. Solo così potremo finalmente marciare avanti.
Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affodato nella piaga, tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l'ora questa, mentre non sono ancora sepolti i caduti della battaglia liberatrice, di abbandonarsi ad indulgenze, che sarebbero tradimento della causa per cui abbiamo lottato.
Pietà l’è morta.
(da «Lettere a Milano», Giorgio Amendola - L ‘Unità - 29.04.1945)

22 Apr, 2008

La sconfitta e la tv

Inviato da gioegio 12:20 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=74747

 Piccoa nota: si chiama egemonia e si basa sul capitale. Di seguito l'articolo.

Compagni, se avessimo guardato un po’ di più la televisione forse l’esito del voto sarebbe stato un altro. Forse la sinistra a sinistra del Pd non sarebbe scomparsa dalla faccia della terra, forse qualcuno avrebbe capito prima la tumultuosa avanzata della Lega. Forse qualcuno avrebbe capito che le radici profonde del berlusconismo sono finite tra di noi. Bisogna sporcarsi le mani, diceva Don Di Liegro: e in qualche modo il concetto si può applicare anche al mondo della televisione. Invece la sinistra (tutta) ha la curiosa abitudine a dimenticarsi che Re Silvio nasce, si nutre, cresce e trionfa con la televisione: guardando industriali truppe di adolescenti vestite, dagli occhiali a sole in giù, in maniera identica alle ragazze «troniste» dei programmi della De Filippi, vedendo i cloni del Grande Fratello e i calendari delle ragazze uscite dall’Isola dei famosi, lo capisci dove è andato il Paese negli ultimi anni.

Ed è pure emblematico il fatto che la televisione non sia cambiata di una virgola con il centrosinistra al governo, incapace di mettere in piedi un progetto alternativo di tv per gli italiani, che sapesse sposare la popolarità non dico con l’intelligenza, che è merce rara, ma almeno con la dignità. Dalle sei del mattino fino a notte inoltrata, il monopensiero televisivo ha formato un mondo, una mentalità dominante, schiacciante. Da Festa italiana a Verissimo, passando per Vespa a Cucuzza, senza considerare Amici e l’incredibile video di «Meno male che Silvio c’è», sorvolando sui giochetti milionari e il cinismo vallettopolaro di Buona Domenica, abbiamo avuto un martellamento ininterrotto, durato anni e anni, che è stato la principale fonte di informazione ed il principale nutrimento intellettuale di milioni e milioni di italiani.

Si dirà: che banalità, questa storia degli italiani manipolati dall’imperium mediatico berlusconiano. Sarà anche una banalità, ma gli effetti si sono avuti fin su nel salotto di Vespa, dove per altrettanti anni degnissimi esponenti del centrosinistra (e, bisogna dirlo, in particolar modo della Sinistra ora finita nel macero) si facevano trattare come degli scolari messi dietro la lavagna da Bruno Vespa. È lì che vedi l’effetto del berlusconismo, quando ti rendi conto di quanto il mondo che noi definiamo «di sinistra» sia stato culturalmente, oltreché politicamente, succube di questa destra.

Qualcuno ha già rilevato che lo spostamento in area leghista di un’infinità di voti provenienti dalla sinistra è sintomo dello smottamento della coscienza civile del paese, dato che indiscutibilmente l’asse portante del leghismo sono «gli sghéi» e «il négher», che deve tornarsene a casa sua anche se la casa non ce l’ha: mettiamo questa immagine accanto a quelle scorse in abbondanza su Retequattro relative al concorso di Miss Padania, shakeratele subito dopo con le «meteorine» di Emilio Fede, con le incursioni di Fabrizio Corona sui luoghi di (vari) delitti, e capite cosa si intende per smottamento della coscienza civile.

Da parte della sinistra c’è sempre stata una sottovalutazione drammatica della questione mediatica. Laddove la destra ha condotto lucidamente e con estrema determinazione la sua strategia in campo televisivo ed editoriale, la sinistra è apparsa distratta, confusa, incerta, assente. Quello berlusconiano è un modello culturale prepotente, pervasivo: va dal rotocalco alla Chi, vero house-organ del berlusconismo e della cultura dell’a-legalità, fino ai talk show politici, dalla curiosa logica dei telegiornali che per malinteso senso dell’istituzionalità sorvolano sugli aspetti più eclatanti dell’azione di Re Silvio, fino alla fatua assurdità delle trasmissioni pomeridiane di gossip, che sposano l’abiezione della cronaca con l’abito da sposa della velina tal de’ tali che si fa impalmare dal calciatore tal de’ tal’altro.

Visioni da incubo: vai nelle enclave operaie del nord e del sud, vai nelle borgate, trovi milioni di ragazzini che sembrano usciti dallo stampino delle televisioni Mediaset. Vai nei paesi di provincia e vedi la pancia dell’italianità sprofondata nella religiosità spettacolare e postmoderna che unisce le stimmate di Padre Pio alle trasmissioni in tema miracolistico di Bruno Vespa. Vai nei supermercati e vedi le mamme che inveiscono contro i prezzi («colpa dell’euro!») e che ti paiono uscite dal pubblico di Forum, vai nelle periferie e vedi la paura degli immigrati e ti ricordi che in tv le uniche straniere sono Aida Yespica e Fernanda Lessa, vedi i salari sprofondati negli abissi e ti ritrovi bombardato dalle televendite di Mediashopping... E poi ti chiedi: dov’era la sinistra in questi anni?

rbrunelli@unita.it

21 Apr, 2008

Una Sinistra unitaria e plurale resta la strada

Inviato da gioegio 00:46 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

...la destra più rozza dell'Europa occidentale s'è impadronita della mente degli italiani, facendo del nostro un paese egoista e miope, nel quale ognuno si è chiuso in quel che crede il suo interesse più immediato mentre d'una democrazia decente più nulla importa (Rossana Rossanda)

 

 

Le ragioni della sconfitta della Sinistra, le condizioni per la ripresa, dalla news letter di Sinistra Democratica del 18 aprile 2008  (di Silvia Bandoli)
Sarà un pezzo più lungo di quelli che scrivo di solito, me ne scuso. Ma il momento è serio. Il Popolo delle libertà e la Lega stravincono le elezioni, il Pd resta inchiodato a oltre nove punti di distanza , Berlusconi torna al governo, la Sinistra Arcobaleno subisce una sconfitta storica e per la prima volta non entra in Parlamento. Siamo stati penalizzati dall’appello ossessivo al voto utile (tanti elettori di sinistra hanno votato Pd illudendosi di poter battere Berlusconi ma il loro voto non è servito) e dall’astensione di un’altra parte delusa dall’operato del Governo Prodi appoggiato anche dalle forze di sinistra.

Questi due elementi però non spiegano una sconfitta tanto bruciante maturata nell’ultimo anno, e che deriva dai nostri enormi e persino incredibili errori.

Non abbiamo convinto gli elettori che avevano votato a sinistra nel 2006, non abbiamo conquistato nuove forze. La Sinistra Arcobaleno in versione lista elettorale finisce qui. Quando nacque il Pd dicemmo che era un terremoto politico, che nulla sarebbe più stato come prima. Che nessuna delle forze della sinistra poteva da sola rispondere al vuoto che si creava a sinistra del Pd: che era necessaria e urgente una sinistra unitaria e plurale, un nuovo soggetto politico. Ma tra il nostro dire e il nostro fare c’è stato di mezzo il mare.

Abbiamo sprecato un anno . Nonostante gli Stati Generali in dicembre, dove tutti i dirigenti della sinistra politica si erano dichiarati pronti a promuovere e a farsi “travolgere” da una costituente della Sinistra , capace di risvegliare la partecipazione alla politica, pochi giorni dopo tornavano a prevalere chiusure, piccoli egoismi e nessuna costituente è partita nei territori. Siamo così arrivati tardi all’appuntamento delle elezioni anticipate, solo con una lista elettorale (la Sinistra Arcobaleno), senza una idea di sviluppo di questo paese, senza un progetto chiaro e credibile per il dopo elezioni, noncuranti di ristabilire un minimo di radicamento sociale.

Abbiamo puntato tutto sul fatto che la sinistra rischiava di scomparire, che bisognava difenderne l’esistenza. Questo appello non poteva essere sufficiente perché per quanto un elettore di sinistra sia sensibile al mantenimento di una Sinistra nel suo Paese egli vuole capire come sarà, dove lo porta, quali politiche concrete propone per cambiare in meglio la vita delle persone, quali principi mette a base del suo progetto. E vuole anche democrazia nelle scelte programmatiche, nella elezione dei gruppi dirigenti, nella definizione delle liste, condivisione e partecipazione. Senza democrazia diventa asfittico qualsiasi organismo politico (oppure diventa leaderistico e personalistico come sono il PDL e il PD). Senza partecipazione siamo stati percepiti come uno dei tanti ceti politici che cercano di salvare loro stessi, e questo, per una sinistra che aveva denunciato la crisi della politica e si era proposta di cambiarla nelle forme e nei modi è risultata una contraddizione enorme. Se ci guardiamo intorno siamo, paradossalmente, noi dirigenti della Sinistra Arcobaleno quelli che più di tutti gli altri risultano travolti dalla pesante critica che montava, spesso con analisi che io non ho condiviso, dalla cosiddetta antipolitica. E a questo voglio aggiungere che l’aver dato una immagine totalmente maschile è stato un limite serissimo che denuncia una cecità profonda e mai superata.

Se sono vere anche solo una parte delle cose che ho scritto fin qui è chiarissimo che siamo di fronte ad una mole enorme di problemi da capire e da risolvere se vogliamo pensare ad una ripartenza. Per ricominciare bisogna avere chiare le ragioni di una sconfitta, rimettere mano in fretta alle pratiche politiche sbagliate che hanno condotto a quegli errori, cambiare con la democrazia (e non con sommarie rese dei conti) coloro che dirigeranno in futuro l’eventuale progetto di rilancio. Ma bisogna anche dirsi con chiarezza e senza prese in giro qual’è la proposta politica e il progetto di paese che vogliamo rimettere in campo. Ho scritto tante volte della Sinistra che vorrei e non potrei adesso scrivere cose diverse .

Vedo moltiplicarsi in questi giorni convulsi appelli di ogni genere ma ciò che li accomuna è un dato chiaro: la richiesta di tornare ognuno nei propri accampamenti e nei vecchi perimetri culturali. Il solito ritornello che vuole i comunisti con i comunisti, i verdi con i verdi, i socialisti con i socialisti..ripropone solo la congenita e maledetta incapacità delle varie culture della sinistra italiana a stare insieme. E’ una resa. Credo che ognuna di queste culture politiche per quanto ben organizzata non possa, da sola, andare da nessuna parte. Temo che andrebbe solo verso il suo esaurimento.

Sento anche che alcuni altri (pochi per fortuna) propongono di trasferirci armi e bagagli nel Pd : mi pare anche questa una proposta disperata e sbagliata. Se siamo uomini e donne di sinistra come potremmo ritrovarci in un partito che , per sua stessa ammissione non è e non vuole essere un partito di Sinistra?

Tutte le ipotesi che ho elencato rinunciano alla sfida che resta intatta davanti a noi e che ci è caduta addosso quando è nato il Pd : come e chi ridarà forza ad una sinistra in italia? Come ricostruirla? E su quali basi? Dobbiamo tenere i nervi saldamente ancorati alla ragione perché in un momento tanto grave i gesti istintivi e frettolosi possono apparire più semplici, ma in genere sono sostenuti da poco pensiero e rischiano di diventare altri errori che si accumulano a quelli già fatti. Io penso che resti tutto intero davanti a noi l’obiettivo di una sinistra unitaria e plurale perché ritengo maturo (anzi oramai quasi scaduto) il tempo nel quale le culture più storiche della sinistra possano convivere insieme a quelle più recenti e nuove (quelle nate dall’ecologia scientifica, dal pensiero della differenza di sesso e dalla libertà femminile, dalla critica alla globalizzazione). E del resto quanti di noi interrogando la loro coscienza (e anche la loro pratica politica quotidiana) potrebbero dirsi oggi solo e soltanto comunisti, o solo socialisti o soltanto verdi? Siamo molte culture (ognuno di noi ne raccoglie nel suo intimo molte più di quel che ci diciamo) e insieme dobbiamo cercare di radicare nel paese una sinistra unitaria e plurale. Che non può essere la somma di tanti partitini e dei suoi gruppi dirigenti, ma un soggetto politico nuovo.

Per quel che attiene al progetto riparto anche qui da cose già dette :

“Se non si cresce non c’è nulla da ridistribuire. La crescita prima di tutto e il Pil come totem” Questo è stato il tema della campagna elettorale del PDL ma purtroppo è diventato anche il motivo dominante di quella del Pd. La Sinistra parte da altri presupposti: è una forza politica che vede il mondo e le sue contraddizioni globali e ha il coraggio di dire al Paese cosa deve crescere e cosa invece deve decrescere.

Devono crescere, ad esempio,i servizi immateriali, i trasporti di merci su ferro e per mare e i mezzi pubblici per le persone, il risparmio energetico e le energie rinnovabili, il salario e gli stipendi, la sicurezza del lavoro e il suo ruolo sociale, l’agricoltura non modificata, le reti idriche, l’edilizia di manutenzione e di recupero , l’impresa sociale, i diritti.

Devono diminuire le rendite, le speculazioni edilizie e finanziarie, l’uso di cemento che ci vede tra i primi Paesi nel mondo, il trasporto di merci su gomma, la dipendenza dal petrolio, il numero di automobili, la chimica più inquinante, le spese per armamenti (che negli ultimi dieci anni toccano il picco). La chiave di volta è una idea di sviluppo fondata sulla riconversione ecologica di settori importanti della nostra economia. Una diversa concezione dei consumi,dei cicli produttivi e delle merci. Lanciare allarmi sui cambiamenti climatici e sui limiti delle risorse naturali non vale nulla se si rinuncia ad indirizzare lo sviluppo verso altri fini, anche attraverso indirizzi chiari e forti dello Stato in economia.

Il cambiamento del modello di sviluppo liberista è il nostro obiettivo e la riconversione ecologica dell’economia è l’insieme di riforme da mettere in campo per conseguirlo. Spesso la Sinistra non ha saputo vedere quanta giustizia sociale passi attraverso la riconversione ecologica, e ha sbagliato. Proviamo a pensare all’acqua. Di quale giustizia sociale si può mai parlare in un mondo nel quale una parte enorme di persone non ha accesso all’acqua e da qualche settimana neppure al cibo minimo? Che l’acqua resti un bene comune, un diritto, e che la gestione delle reti resti pubblica è una scelta precisa, di sinistra, redistributiva, antiliberista. Il Pil misura in modo indifferenziato la produzione di un Paese, non ci parla degli squilibri. Il Pil non misura i diritti e non li garantisce, non riequilibra le risorse, non ci parla di democrazia, non si cura della sicurezza sul lavoro, non ci dice che stiamo consumando troppo territorio agricolo, che cementifichiamo le coste (vera risorsa per un turismo di qualità), che abbiamo il 40 per cento di acqua che si disperde . Il Pil è un indicatore nudo e crudo.

Lo consideriamo, ma non è la bussola della Sinistra. A noi interessa il benessere economico netto . Il disco rotto della crescita indifferenziata gira sul piatto da molti anni. E da molti anni nulla di buono cresce. Noi lavoriamo invece per l’aumento della qualità sociale e ambientale dello sviluppo. Se queste (e molte altre ancora) sono alcune delle nostre idee, dalle quali derivano progetti di cambiamento che migliorano la vita delle persone, un altro nodo va sciolto al nostro interno.

Si tratta del fatto se la Sinistra alla quale pensiamo debba avere oppure no una cultura di governo. Che non vuole dire stare al governo. Io provengo da una forza politica, il Pci, che aveva una solida cultura di governo. Che sapeva misurarsi con tutti i problemi che i lavoratori, i cittadini, gli insegnanti, i tecnici, le città come organismi complessi presentavano. Si può stare all’opposizione con una solida cultura di governo e ottenere risultati importanti, si sta spesso al governo per anni senza ottenere alcun risultato e senza governare (la Campania insegna).

Ebbene io penso che una sinistra unitaria e plurale per diventare una forza popolare, radicata socialmente, presente sui problemi del territorio debba avere una cultura di governo su tutti i temi che si aprono davanti a noi in questo secolo così difficile. Nessuno escluso, anche quelli che ci imbarazzano di più o che vedono una nostra elaborazione assai scarsa. Parlerei di egemonia, una parola fondante per la sinistra, ma non vorrei aprire un confronto filosofico.

Da ultimo le forme, i modi, le relazioni, le nostre parole. L’unica forma per organizzare una forza politica di qualsiasi genere è la democrazia. Nessuno accetta più, a sinistra di vivere senza democrazia. Se la Pdl e il Pd hanno scelto il modello leaderistico e personale di tanti uomini soli al comando io ritengo che la Sinistra non possa farlo perché negherebbe in radice la sua natura. I modi sono quelli della trasparenza delle scelte, della partecipazione e dell’ascolto, del ritorno ad organizzazioni territoriali e a rete.

Le relazioni sono quelle tra le persone nelle quali si riconosce ad ogni livello e si rispettano le differenze e la presenza e la libertà di tutti e due i sessi. Le parole nuove ce le dobbiamo inventare tutti e tutte insieme, e non sarà facile perché spesso, parlando quasi sempre tra noi abbiamo assunto un linguaggio autoreferenziale e incomprensibile a chi ci ascolta, ai giovani in particolare. Vedo in questi giorni tentativi sommari di trovare capri espiatori, di consumare rese dei conti. Inutili pratiche, vecchie come il mondo.

Chiarito il percorso che vorranno fare tutti coloro che non sono disponibili a tornare dentro i recinti di prima allora democraticamente e con un forte collegamento con i territori dovremo trovare tutta la democrazia che serve per eleggere in modo trasparente chi dovrà portare più responsabilità di altri. Vendola nella sua intervista di ieri ha detto un nuovo gruppo dirigente che comprenda al suo interno anche una nuova generazione, e io concordo. Dice anche che si potrebbe pensare ad una direzione duale (un uomo e una donna), può essere e sarebbe un fatto nuovo. Ma la condizione è che percorsi, programmi, persone vengano scelte con la democrazia e con il voto. Abbiamo fretta da una parte ma abbiamo anche un po’ di tempo. Rifondazione è alle prese con un dibattito congressuale difficile che io rispetto e che credo vada svolto. Ma pur seguendo con attenzione quella riflessione non è detto che nel frattempo si debba restare fermi. Ripartiamo dal territorio, dai gruppi unitari che si sono formati in tante realtà, dalle case della sinistra, dalle associazioni che sono disponibili, dagli eletti nei comuni, nelle province e nelle regioni. Costruendo attorno a loro partecipazione , legame con i territori e discussione politica. Riuniamoci, compagne e compagni, diciamoci tutto quello che pensiamo…e poi, finite le critiche e le invettive, rimettiamoci in cammino.

20 Apr, 2008

Registrazione Assemblea Nazionale de La Sinistra L'Arcobaleno, Firenze 19 Aprile

Inviato da gioegio 16:00 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica

Registrazione Assemblea Nazionale de La Sinistra L'Arcobaleno, Firenze 19 Aprile.

Su radio radicale la registrazione completa di tutti gli interventi: 

http://www.radioradicale.it/scheda/252123/assemblea-nazionale-de-la-sinistra-larcobaleno 

 

19 Apr, 2008

I meglio comunisti

Inviato da gioegio 20:52 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | politica
Ora che la sinistra è fuori dal Parlamento tutti a dire che è una storia finita. Ma quale storia? Dovendo proprio parlare di compagni, SDM si diverte di più con quelli di ieri. Altra pasta (dal Foglio del 19 Aprile)


“Mettetevi in testa che questo non è un Parlamento borghese che i deputati proletari devono combattere…”.
(Discorso di Palmiro Togliatti ai
parlamentari del Pci nel dopoguerra).


E adesso, chi a complimentarsi e chi a dolersi – con inevitabile nuovo passo verso un sempre più innocuo modernariato.