29 Apr, 2008

Un punto di vista eclettico sulle elezioni - di Valerio Evangelisti

Inviato da gioegio 13:50 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | lavoro e capitale

Azzarderò – pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento “La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel 2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta, portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni (se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.

Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo (come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di “sussunzione reale” (del lavoro al capitale). Una fase avanzata del capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina l’intera esistenza, non-lavoro incluso. Lungi da me l’idea di difendere l’integralità del pensiero di Marx, che non era Nostradamus e non poteva prevedere altro che ciò che aveva sotto gli occhi. Poteva però estrapolare. Tra le sue estrapolazioni più felici vi fu quella che, prima o poi, lo sfruttamento non sarebbe passato solo attraverso la fabbrica.
Sulla scorta di questa nozione, tra gli anni Sessanta e i Settanta, numerosi teorici “estremisti” (gli “operaisti”) si accorsero che la classe operaia tradizionale perdeva terreno, e veniva smembrata pezzo per pezzo. Vi fu il “decentramento produttivo”, per cui la grande fabbrica cedeva attività a imprese minori nelle quali operai e impiegati godevano di un numero irrisorio di diritti. Seguì l’inganno del falso “lavoro autonomo”, in cui l’impresa stipulava con soggetti presuntivamente indipendenti accordi di collaborazione a termine. La caduta del Muro di Berlino e la globalizzazione permisero di impiantare attività produttive in ogni parte del globo, purché il lavoro vi fosse mal pagato e gli oneri fiscali vi fossero labili. Infine la glorificazione del precariato, con la Legge Biagi e altre, consentì di disporre di manodopera per il periodo voluto, dentro o fuori la tradizionale officina. Ciò stava avvenendo anche con l’immigrazione massiccia innescata dalle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale su paesi non in grado di reggerla.
Il ricatto ai lavoratori italiani era: o accettate le condizioni che vi offriamo, o andiamo a produrre in Croazia, in Polonia, in India, in Cina. Oppure assumiamo al vostro posto poveracci pronti a piegarsi a qualsiasi salario che li strappi alla fame. E voi, di lavoro, non ne troverete mai più.
In un quadro simile, la classe operaia poteva solo contrarsi e indebolirsi, come in effetti è accaduto. Si parla tanto dei metalmeccanici della FIOM, ma quanti sono oggi gli operai della categoria, rispetto a trenta anni fa? Hanno forse lo stesso grado di “coscienza di classe”?
No, non l’hanno. Decimati, sulla difensiva, stentano a riconoscersi persino come categoria. I sindacati che dicono di rappresentarli (e che, crollati i partiti di riferimento, si passano la staffetta del comando al di là di ogni procedura democratica, per investitura diretta) sono composti per metà da pensionati reclutati a forza nei Caaf. Hanno sopportato di tutto da chi doveva difenderli: flessibilizzazione, decentramento, allungamento dell’orario di lavoro attraverso l’imposizione di fatto dello straordinario, ecc. Se vogliono ancora protestare, lo faranno contro chi è pagato ancor meno di loro (gli immigrati), e su base territoriale, non di classe. E’ logico che chi sta fuggendo si rifugi anzitutto in casa propria.
Il voto alla Lega Nord (peraltro ampiamente sopravvalutato) meraviglia, a questo punto, solo gli ingenui. Ma passiamo ai restanti segmenti delle classi subalterne.
La sinistra, quando aveva un cervello e leggeva ancora, poteva trovare qualche indicazione sulla mappa perduta di classe in un aureo libretto dell’americano Henry Braverman, Lavoro e capitale monopolistico, Einaudi, Torino, 1978. Braverman, un ex operaio americano, scriveva che la classe lavoratrice “protesta e si sottomette, si ribella o si lascia integrare nella società borghese, si considera classe o perde coscienza della propria esistenza, a seconda delle forze che agiscono su di essa e degli umori, delle congiunture e dei conflitti della vita politica e sociale. Ma poiché nella sua esistenza permanente essa è la parte viva del capitale, la sua struttura occupazionale, i modi di lavorare e la distribuzione nei settori industriali della società vengono determinati dal processo di accumulazione. Essa è presa, abbandonata, gettata in varie parti del meccanismo sociale ed espulsa da altre non in base alla propria volontà e attività, ma secondo il movimento del capitale” (pp. 379-380).
Il proletariato, in effetti, nella sussunzione reale non è affatto sparito, in particolare quello giovanile. Come aveva cercato di spiegare un’ampia letteratura fin dagli anni Settanta, si trova oggi disperso in mille forme di lavoro precario, falsamente autonomo, falsamente intellettuale. Si salda oggettivamente ad altri lavoratori, importati per eseguire quel tanto di lavoro manuale che è ancora indispensabile. Perseguitati, reclusi nei CPT, condannati socialmente perché la loro condizione non diventi mai regolare – ciò che condurrebbe a un intollerabile aumento di costo delle loro prestazioni.
Non ne posso più di sentire portare a esempio di precariato i “lavoratori dei call center”, come se facessero parte di una sorta di mercato accessorio e marginale, e la loro precarietà discendesse da quella delle loro imprese. Andrebbe capito il ruolo sociale di un “call center”, nella sussunzione reale. Si tratta di aggiungere valore alle merci unendovi la comunicazione e l’informazione. Un “Tonno X” è identico a un “Tonno Y”, sugli scaffali. Ma se io faccio in modo che “X” sia legato alla nozione stessa di tonno, il “Tonno Y” resterà invenduto, al di là del suo valore d’uso, mentre il “Tonno X” andrà a ruba.
Comunicazione e informazione aggiungono valore, nell’attuale assetto del capitalismo. Ciò anche se questo non avviene in un luogo di lavoro riconoscibile. Anzi, la sua sede è proprio esterna. Cosa che vale per tantissime altre forme di immaterialità produttiva (altro tema ampiamente esaminato negli anni Settanta). L’obiettivo è sussumere il soggetto subalterno fuori dell’orario canonico di lavoro, quando si illude che il suo tempo sia “libero”. Condizionarne fantasia, immaginario, reazioni. Fargli produrre valore allorché si crede a riposo. Buona parte delle attività precarie è indirizzata a questa conquista. Antitetica alla vecchia formula socialista “Otto ore per lavorare, otto ore per istruirsi, otto ore per riposare”. Istruirsi e lavorare (nel senso di aggiungere valore alle merci) è diventato la stessa cosa. Ma si potrebbe aggiungere il riposo, visto che è il momento dei sogni, e quei sogni nascono condizionati.
Discorso astratto e visionario? Mica tanto. Negli Stati Uniti e in buona parte dell’Occidente l’industria dello spettacolo (cinema e soprattutto tv) e quella informatica sono oggi trainanti. Entrambe sono “immateriali”. Invece la finanza si è completamente staccata dalle attività concretamente produttive, e raggiunge livelli di scambio quotidiano impressionanti, senza riferimento al valore effettivo delle singole aziende.
In un quadro simile, in cui l’Occidente si specializza nella valorizzazione delle merci brute provenienti da altri continenti o da aree depresse, il proletariato bisognerebbe andarlo a cercare tra chi sta molto in basso (gli immigrati) o chi, apparentemente collocato meglio, ai margini della produzione diretta, in realtà contribuisce in maniera strategica all’aggiunta di valore alle merci. Operatori dei “call center”, certo, ma anche informatici subalterni, studenti inseriti nella “scuola-impresa”, figure effimere che transitano da un lavoro temporaneo a un altro, immigrati eternamente disponibili a reperire risorse con qualsiasi mezzo (“angeli” per la sinistra, “demoni” per la destra, quando non sono né l’una né l’altra cosa, bensì semplicemente proletari disperati), disoccupati, insegnanti, e via enumerando. Le nuove forme che il capitale ha modellato per la propria autovalorizzazione. Agenti e vittime dell’estensione del potere del sistema alle ore di non-lavoro, in cui è l’immaginario che domina, e prefigura i comportamenti del giorno dopo. Anche le “otto ore per riposarsi” si sono saldate, nel dominio, alle restanti sedici.
Soggetti di questo tipo o votano (in minoranza) per Berlusconi, che in qualche modo ha capito la loro funzione, sia pure da padrone, o non votano affatto. Come si potrebbero sentire rappresentati da una sinistra parlamentare (parlo della sconcia “La Sinistra l’Arcobaleno”, non del Partito Democratico, che è una sfumatura della destra) che non ha nemmeno capito la configurazione attuale della società? Che, suddivisa in molteplici “partiti comunisti”, è rimasta ancorata ai canoni di tre decenni orsono? La “centralità operaia” è indiscutibile, la FIOM (tanto antidemocratica quanto i vertici di CGIL-CISL-UIL) ne è il cuore. Spazio marginale abbiano i Cobas, le RdB, le varie espressioni del sindacalismo di base. I centri sociali, naturale raggruppamento a sinistra di migliaia, o decine di migliaia, di giovani, stiano calmi. Idem per i movimenti locali: No TAV, No Dal Molin, decine di altri. La lotta di classe diventa lotta per le poltrone. Bertinotti pontifica e lancia diktat: la non violenza è un dogma inviolabile, l’adesione alla dialettica parlamentare è fatto acquisito, le “liberalizzazioni” sono un valore da accettare criticamente però da appoggiare, il comunismo è un’idea puramente filosofica.
Raccoglie omaggi e consensi dagli avversari. “Che brava persona”, “Che uomo distinto”, “Con lui sì che si può ragionare”.
Peccato che l’attuale composizione di classe non lo segua. La classe operaia che reggeva il PCI gli preferisce la Lega e la sua concretezza territoriale. Le aree che costituiscono la composizione proletaria presente ed egemonica non vanno nemmeno alle urne, per votare un partito comunista qualsiasi, tra i quattro o cinque in lizza. In chi mai dovrebbero identificarsi? Nessuno sembra capire le loro istanze e l’attuale assetto del lavoro. Le loro posizioni sono ferme agli anni Cinquanta. Trotzkismo? E che diavolo è oggi il trotzkismo?
Una composizione di classe nuova attende oggi risposte concrete. Ha trascinato i burocrati fuori dal Parlamento per farli, a forza, extraparlamentari. O troveranno una nuova vita nelle piazze, o Beppe Grillo seguiterà a godere dei frutti di una scelta strategica giusta. La sinistra consapevole di sé è diffusa nella marcia società italiana. Centinaia di centri sociali, di organizzazioni locali nate su problemi specifici, di istanze sindacali di base attendono di prendere la parola.
La si pianti di essere partitino – la falce e martello, chissenefrega – e si sia composizione di classe. Forse, allora, si troveranno i voti necessari, se è a questo a cui si tiene.
Altrimenti si riceveranno pernacchie. Il degno accompagnamento delle ultime elezioni. Una composizione di classe non ha pietà. Spernacchia ex alleati passati al nemico, “classi operaie” prossime alla pensione e diventate razziste, forme istituzionali che non la rispettano, sindaci che si inventano nemici per meglio abbatterli.
Che tutto ciò vada affanculo. Si vota (a volte) per dovere, ogni tanto per piacere. E’ nella società che li si contrasta, i porconi. Qui, nelle piazze, è atteso ciò che resta della sinistra parlamentare. O viene in tempi utili o si farà da soli.

23 Apr, 2008

Un mandante politico dello stupro a Roma, Stazione della Storta?

Inviato da gioegio 16:40 | Permalink Permalink | Comments Commenti (1) | Trackback Trackback (0) | lavoro e capitale

Su Dagospia, noto sito di gossip e informazione varia e avariata, è apparsa una lettera che, se verificata e confermata nelle circostanze esposte, sarebbe scandalosa. 

http://dagospia.excite.it/esclusivo.html


Informazione che ci allarma da far girare. Come può un rumeno senza fissa dimora, mezz'ora dopo aver aggredito la povera ragazza nei pressi della Stazione della Storta ad avere come difensore l'avvocato Francesco Saverio Pettinari famoso penalista difensore del magistrato Metta, indagato nell'ambito del processo Lodo Mondadori che vedeva indagati Berlusconi, Pacifico, Previti e Squillante?

Inoltre l'avvocato Pettinari risulta iscritto in gioventù all'MSI. Guarda caso uno dei soccorritori della ragazza firma con Alemanno con tanto di foto sul Messaggero del 22 aprile 2008, il patto per la legalità e la sicurezza. Agatha Christie faceva dire a Poirot che quando ci sono tre coincidenze diventano un indizio.
MD

22 Apr, 2008

Rassegna stampa sulla crisi Alitalia

Inviato da gioegio 20:16 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | lavoro e capitale
Chi Malpensa... fa peccato ma a volte... (da il Manifesto)
Guglielmo Ragozzino
L'emergenza dei rifiuti a Napoli e il nodo dell'Alitalia sono state due carte vincenti della destra alle recenti elezioni politiche. In questo secondo caso vi era un discorso generale, sulla compagnia di bandiera che poi significa solo tenere in funzione poltrone gratis per gli alti poteri e rotte in perdita, anche copiosa, per favorire determinati rapporti internazionali. L'Alitalia, disperata, voleva abolirle o ridisegnarle. Il punto vero del dissidio era però un altro, il destino di Malpensa.
Dell'aeroporto lombardo, sempre in procinto di decollare ma il cui decollo era sempre rimandato a tempi migliori, si è parlato a fondo nella campagna elettorale. Ma non era una novità discutere di Malpensa. In passato, già con l'avvento dei jet commerciali, la pista di Milano Linate, in fondo al Viale Forlanini era considerata insufficiente. Inoltre l'area era particolarmente nebbiosa. Radar antinebbia ce n'era qualcuno, in aeroporti stranieri particolarmente tecnologici, ma era una scienza infida, strana e molto costosa. Molto meglio spostare tutto verso la limpida brughiera, verso Varese. Una bella colata di cemento, e via...
Più avanti negli anni l'esclusiva del traffico aereo tra Fiumicino e Linate diventò il punto decisivo dell'Alitalia. La compagnia si sosteneva e pagava gli extracosti da compagnia di bandiera con gli exrtraprofitti di quei voli detenuti in monopolio. Ma non poteva durare. La compagnia fu per esempio costretta a spostare voli su Malpensa, pur ritenendoli inutili.
Malpensa allora non era troppo popolare in Lombardia e in Piemonte. Forse una decina di città avevano altrettanti progetti di aeroporti alternativi. La rivalutazione dei terreni e dei paesi vicini a una possibile pista, una ricca colata di cemento, alberghi e magazzini per hub di serie B: visioni ripetute di provincia in provincia. Il caso del grande aeroporto di Orio al Serio a est di Milano, cioè dalla parte opposta di Malpensa, è ben presente a tutti. Ogni iniziativa per dare risalto all'aeroporto di tutti i lombardi era continuamente ostacolata. C'erano problemi di collegamenti, di treni, di alloggi per gli equipaggi: difficoltà vere e inventate, piccoli e grandi fastidi per affossare sempre più definitivamente l'ipotesi del mega aeroporto del nord.
A questo punto intervenne la decisione di Alitalia: salviamo la compagnia, dissero i massimi dirigenti, buttando a mare Malpensa e i suoi voli. Si decise di tagliare due terzi dei voli da e per Malpensa, soprattutto quelli intercontinentali. Per raggiungere destinazioni lontane, si sarebbe dovuto partire da Roma, oppure da Parigi. «Fate voi», disse il governo, nel massimo del suo liberismo di recente acquisizione. Air France, principale interlocutore, era d'accordo; anzi faceva capire che la chiusura di Malpensa era un passaggio indispensabile per l'affare.
La posizione di Air France era sospetta. La destra politica italiana, in sostanza la Lega, puntava il dito sullo spostamento dei traffici aerei dalla Lombardia ad altri aeroporti francesi, come Lione o Nizza o altri ancora più lontani, per raggiungere hub più comodi per la compagnia. I passeggeri calcolavano tempi di viaggio di almeno tre ore più lunghi. I politici lombardi, in rappresentanza di una parte preponderante della popolazione chiesero una moratoria: mantenete i traffici per al massimo tre anni, per consentire un avvicendamento di altre compagnie, magari low cost e mantenere in piedi (e in vita) il sistema aeroportuale. Il principale documento lombardo aggiungeva un particolare: va tenuta in considerazione «la rilevanza delle decisioni che dovranno essere assunte in merito all'assegnazione dell'Expo». Era una richiesta ragionevole, veniva da uno schieramento molto ampio in cui era ricompresa anche la Provincia di Milano, a presidenza di sinistra. Ma non fu accolta neppure questa sollecitazione a ragionare. Non ci si accorse dell'egemonia della Lega sul tema di Malpensa e dei commerci lombardi. Oramai si era deciso. Silvio Berlusconi ebbe tutto il tempo di pasticciare tra figli, cordate, Aeroflot, di turbare la trattativa, come si dice in gergo. Glielo lasciarono fare, indisturbato.
Con un vero e proprio gioco al massacro si voleva regalare centinaia di migliaia di voti alla destra.


Il voto appeso a una cordata

Galapagos
Giorgio Chinaglia, mitico bomber della Lazio, anni fa affermò che era pronto a lanciare un'Opa sulla sua ex squadra. In parecchi sentirono odore di bruciato. Intervenne la Consob e per Giorgione finì male, sommerso da una serie di accuse pesanti: aggiotaggio e turbativa dei mercati. Oggi la storia si ripete, con Alitalia, ma la Consob, ufficialmente, resta alla finestra, anche se il presidente dell'Autorità, Lamberto Cardia, lancia dalle pagine del Sole 24-ore un ultimatum: «La politica rispetti le regole del mercato». Cardia sarebbe stato molto più chiaro se avesse affermato: «Berlusconi, rispetti le regole del mercato».
Per Berlusconi il mercato è l'ultimo dei problemi. Non a caso ieri il Wall Street Journal ha scritto che «più che liberal, Berlusconi è un corporativo». Vi sembra normale l'affermazione del cavaliere che avvisa: sarà il prossimo governo, cioè io sicuro vincitore delle elezioni, a decidere sull'Alitalia. Poi ha aggiunto: nel futuro non ci sarà Air France, ma una cordata di imprenditori italiani tra i quali sarà presente mio figlio. Chi altro avrebbe potuto fare una affermazione simile, senza ritrovarsi con i carabinieri dietro l'uscio?
Ieri in borsa le azioni di Alitalia sono volate: in chiusura i titoli segnavano un guadagno di oltre il 33% e c'è chi ha guadagnato palate di soldi facendo trading sulle voci di un intervento diretto di Berlusconi nella vicenda. Non è il leader dell'attuale opposizione a pompare i mercati con un aggiotaggio senza precedenti? Che differenza c'è tra le dichiarazioni di Chinaglia e le sue?
Le difficoltà di Alitalia non nascono oggi: nel 2001 quando Berlusconi andò al governo, era già evidente che la compagnia di bandiera era sull'orlo di una crisi senza ritorno. Ma Berlusconi e Tremonti non fecero nulla per Alitalia. Anzi fecero di peggio: avallarono le ipotesi leghiste di una fusione per l'incorporazione di Alitalia in Volare, una piccola compagnia aerea del Nord. Ma Volare è fallita prima che il progetto si realizzasse. Oggi il cavaliere non trova di meglio che fare di Alitalia un tema di campagna elettorale, attaccando Prodi e Padoa Schioppa per nascondere le sue responsabilità. Anzi, la sua irresponsabilità, come ha sottolineato sempre ieri il Wall Street Journal facendo osservare che se Alitalia fosse stata privatizzata alcuni anni fa lo stato avrebbe incassato più soldi e gli esuberi sarebbero stati minori.
Alitalia ha offerto a Berlusconi lo spunto per tornare sulle prime pagine dei giornali, tagliando l'erba sotto i piedi a Veltroni. In Italia nessuno è felice di cedere Alitalia ai francesi, ma l'ipotesi dell'italianità della compagnia (avanzata da Air One con l'appoggio di Banca Intesa) purtroppo non aveva gambe per camminare. A questo punto l'unica soluzione che rimane è quella - dolorosa per i dipendenti - di una trattativa con Air France. I sindacati la stanno facendo. Berlusconi invece «gioca» sulla pelle delle lavoratori, puntando unicamente a una manciata di voti in più che il Nord potrebbe dargli, per essere stato lasciato a terra.

Vola la campagna antisindacale dell'Alitalia
Giorgio Cremaschi
Da Prodi a Padoa Schioppa, dai più importanti quotidiani al tg1, si sono tutti scatenati contro l'irrigidimento sindacale che ha fatto fuggire Air France e provocato quindi la crisi finale di Alitalia. In qualsiasi altro paese questa sarebbe una classica campagna della destra. Da noi la guidano prima di tutto i poteri economici e culturali aggregati attorno al centrosinistra. Ma veniamo alla sostanza. Dopo il fallimento bipartitico della gestione di Alitalia, si è deciso di vendere al meglio (al peggio) alla principale compagnia estera concorrente. Come sa chi conosce l'abc dei mercati e dei loro effetti sulle condizioni di lavoro, è chiaro che una vendita organizzata in questo modo consegna all'acquirente tutto il potere e lascia al venduto solo il compito di chiedere pietà. Inoltre il ministro del Tesoro ha incentivato le rigidità di Air France. Minacciando la chiusura dell'azienda se non si fossero accettate le condizioni dei francesi.
Da quel che abbiamo capito Air France non ha neppure iniziato un negoziato, ma ha riaffermato la propria impostazione chiedendo al sindacato e al governo di smussarne gli angoli con gli ammortizzatori sociali. Non c'è nulla di cui stupirsi: le multinazionali, quando comprano, all'inizio promettono mari e monti, ma poi in concreto tagliano, chiudono, licenziano. Così fa l'Electrolux, contro la quale hanno scioperato il 4 aprile tutti i dipendenti italiani, così Nokia e Thyssen, così fan tutte. Toccherebbe allora alla politica porre dei limiti, sia sul piano delle strategie industriali, sia su quelle dell'occupazione. Nulla di tutto questo c'è stato. Berlusconi ha fatto il baüscia vantando inesistenti cordate, Prodi e Padoa Schioppa hanno sostenuto i francesi e minacciato i sindacati. Ora invece si preferisce dare la colpa al corporativismo sindacale.
E' vero che i sindacati dei trasporti sono stati spesso coinvolti in pratiche cogestionali e corporative, volute dai dirigenti aziendali sia di destra che di sinistra. E' vero che i sindacati confederali spesso hanno rinunciato al conflitto e al consenso democratico dei lavoratori, per essere associati al potere delle aziende. Non solo in Alitalia, ma nelle Ferrovie, nelle municipalizzate (l'8 aprile a Firenze scioperano i dipendenti dell'Ataf contro un accordo che non ha il consenso né delle Rsu né dei lavoratori). E' vero che con la concertazione e la cogestione è passata un'adesione sindacale a strategie aziendali sbagliate. Ma è paradossale che proprio questa volta che sindacati dell'Alitalia, tutti assieme, propongono alla controparte un negoziato responsabile sulle politiche industriali e sull'occupazione, costruito con il consenso dei lavoratori, sono sotto accusa. E' questo il segnale di quanto stia precipitando a destra l'asse sociale, politico e culturale del paese. Il segno di quanto la politica fin qui seguita dal centrosinistra prepari un'accelerazione liberista tanto fuori tempo, vista la crisi economica mondiale, quanto pervicacemente acclamata. I giornali esaltano i «quadri» aziendali che si schierano con i francesi e contro il sindacato, mentre per tutti gli altri lavoratori si alimenta la paura. Ripartirà la campagna contro i privilegi di chi lavora, perché in Italia l'unico lavoratore che raccoglie attenzione e rispetto è quello che muore negli incidenti sul lavoro. Tutti gli altri sono o invisibili o corporativi. Se ogni diritto e ogni condizione di miglior favore diventano privilegio, cosa vogliono quelli dell'Alitalia? Conservare uno stipendio decente e un minimo di scurezza sul lavoro? Che imparino dai precari dei call center. Ancora il solito tg1 ha mostrato tutto contento i lavoratori licenziati da Swissair, che si sono dati da fare per trovare un'occupazione. E' utile ricordare che la distruzione del sindacato e di tutti i diritti dei lavoratori americani cominciò nel 1980, quando Reagan licenziò in un sol colpo 18 mila controllori di volo: anche quelli erano lavoratori privilegiati. Dobbiamo percorrere allora tutti i passaggi del disastro sociale negli Usa, perché le parole di Obama divengano concrete da noi? Magari è proprio questo il disegno di Veltroni. I lavoratori di Alitalia, con le loro paure, ragioni e contraddizioni, sono soli. Sotto una campagna che fa sembrare di sinistra persino il buon senso di Cesare Romiti, che si domanda perché non si possa far continuare a lavorare l'azienda, tagliando gli sprechi ma conservando il patrimonio industriale, forzando tutte le regole del mercato come si è fatto per la Fiat. Ma oramai siamo in attesa del ritorno di Spinetta che, nuovo Carlo D'Angiò, venga a salvare l'Italia. Che classe dirigente inetta e priva di capacità e dignità. Che vergogna scaricare tutto sui lavoratori. Non sappiamo come finirà questa vertenza, ma una cosa è chiara: grazie a Prodi e a Padoa Schioppa il sindacato della concertazione, della cogestione, della collaborazione con governo e azienda è morto. Anche se non è un risultato da essi voluto, grazie a loro niente diventa più utile, serio e attuale del conflitto sociale e dell'indipendenza del sindacato dai governi, dai partiti e dalle aziende.

E' meglio comprare Air France

Giovanni Colonna
La notizia: si cercano 8 imprenditori disposti ad investire 200 milioni ciascuno per salvaguardare l'italianità di Alitalia. Ristrutturare Alitalia non è un' impresa impossibile, ma messa in piedi in fretta e furia sulla spinta di esigenze elettorali rischia di avere il solo effetto di distruggere altra ricchezza e rimandare il problema. Capovolgiamo la questione: con 1,6 miliardi di euro di capitale di rischio si può ottenere un prestito di 1 miliardo da quasi qualsiasi banca nel mondo e, oggi, una somma del genere (2,6 miliardi) è sufficiente a comprare sul mercato la maggioranza delle azioni Air France visto che la compagnia transalpina in borsa vale 5,2 miliardi di euro. Non è forse un investimento migliore che gettarli nella fornace Alitalia?
Nel 2007 Air france ha prodotto 656 milioni di flussi di cassa e utili netti per 891 milioni, i soli dividendi delle azioni sarebbero sufficienti a pagare gli interessi sul debito del prestito contratto; con gli stessi soldi che oggi servirebbero per salvare Alitalia un gruppo di imprenditori potrebbe ottenere il controllo di una delle principali compagnie aeree del mondo e fare un buon affare. Una operazione di capitale non ideologica. Invece ci si concentra su una battaglia sterile - l' italianità della società - senza capire che non esistono cose italiane o cose francesi ma solo cose che funzionano e cose che non funzionano. L'Alitalia è una società che non funziona e così com'è dovrebbe fallire. Se un gruppo di imprenditori del nord comprasse veramente Air France potrebbe pensare con più calma a come sviluppare Malpensa per farne un hub europeo e a come integrare Alitalia. Ma anche da azionisti di riferimento potrebbe farlo solo se il progetto avesse senso, e il giudice del «senso» in un sistema capitalista combacia con il profitto non con l'orgoglio nazionale.
Milano può avere un aeroporto internazionale solo se il tessuto economico che ne usufruisce è capace di pagarne il prezzo. Ogni cosa funziona nella misura in cui ha senso, Altrimenti è vanità. L' idea di una compagnia di bandiera in perdita che mantiene due Hub centripeti (Roma e Milano) quando tutto il mondo sviluppa modelli centrifughi è un vessillo d'oro che svetta su una costruzione senza fondamenta. Salvare Alitalia senza un progetto è sopra la ragione, è la sopravvivenza di un simbolo che è solo facciata; Scriveva Saint Exupéry: «L'autorità riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se tu ordini al tuo popolo di andare a gettarsi in mare, farà la rivoluzione. Ho il diritto di esigere l'ubbidienza perché i miei ordini sono ragionevoli». Cioè possiamo ordinare al sole di tramontare, ma solo la sera verso le sette e quaranta saremo ubbiditi a puntino.
La proprietà da dei diritti sulle cose, e questo è tutto ciò che si può comprare con i soldi, ma nessuna società può prescindere dall' accettazione del fallimento a meno di prescindere dalla democrazia; Se qualcosa non va bene deve cambiare; vogliamo un vettore italiano? Vogliamo un hub a Milano? Compriamo Air France e trattiamo alla pari con i francesi l'integrazione e il risanamento di Alitalia, e lo spazio che può ragionevolmente occupare .Più dei soldi servono coraggio umiltà e fantasia, serve l'idea dell' impresa; quando sono al servizio di un idea i soldi si trovano quasi sempre.

«Ho la cordata, servono i soldi»

L'attivismo del cavaliere come ai tempi della Iar, quando bloccò i piani di Prodi e De Benedetti su Sme. Passera lo corregge ma non chiude. Veltroni svicola, esecutivo preoccupato: se ha delle carte le mostri subito. Entro marzo Berlusconi fa campagna elettorale con Alitalia. «Serve un prestito ponte del governo, Banca Intesa e investitori seguiranno»
Andrea Fabozzi
Roma
Al mattino Silvio Berlusconi rilancia la «cordata di imprenditori italiani» radunati intorno a Banca Intesa per contendere Alitalia ad AirFrance-Klm. Al pomeriggio il presidente di Banca Intesa Corrado Passera frena: «Non c'è nulla sul tavolo, da tre mesi non prendiamo parte ad alcuna trattativa». La borsa crede a lui e blocca la ripresa del titolo. Strana corrispondenza questa tra il cavaliere e il banchiere tradizionalmente vicino a Prodi e al centrosinistra. Berlusconi è in campagna elettorale e si atteggia a paladino dei lavoratori Alitalia (e di Malpensa), a Passera fa piacere che la partita si riapra. Probabilmente è troppo tardi: «Il piano di AirOne era molto bello ma è superato dagli eventi», ammette. Al cavaliere il presidente di Banca Intesa manda a dire che non è lui che comanda il gioco: «Non abbiamo mai investito in qualcosa perché chiamati da qualcuno, ed è per questo che abbiamo sempre fatto buoni affari». Ma uno spiraglio, piccolo, resta aperto: «Dovremmo avere maggiori informazioni, saperne di più - conclude Passera - su queste basi è inimmaginabile un'offerta». A Berlusconi basta questo per potere, a sera, assicurare che la cordata di imprenditori è in piedi - «ne farebbero parte anche i miei figli, se fosse necessario» - e che Banca Intesa non ha gettato la spugna: «Mi risulta in maniera inequivocabile che chiedono che sia data anche a loro la possibilità di una due diligence (una verifica dei conti, ndr) per conoscere la realtà aziendale».
E' chiaro che Banca Intesa non ha intenzione di azzardare un altro passo sapendo di avere contro il governo. Ma rimasto per mesi silenzioso sul caso Alitalia, adesso che ha deciso di giocare anche questa partita in chiave elettorale Berlusconi è inarrestabile. Tanto da riprendere i colloqui con Prodi: lo chiama al mattino presto e gli assicura che l'offerta - ancora coperta - arriverà. Ma il cavaliere ha una richiesta molto pesante: un nuovo prestito ponte da parte dello stato ad Alitalia che conceda all'azienda e dunque all'ipotetica nuova cordata imprenditoriale tre-quattro mesi di tempo per riequilibrare la rotta. Prodi, al telefono con il cavaliere, chiarisce che l'Europa ha regole molto rigide per autorizzare questo genere di intervento pubblico: il prestito deve essere fatto a condizioni di mercato. E poi chi sono questi imprenditori disponibili, oltre ai Toto di AirOne (un nipote del fondatore è candidato con il Popolo delle libertà alla camera in Abruzzo), che fino ad oggi non si sono fatti avanti? Prodi sa di non poter chiudere ad ogni alternativa col rischio di presentarsi come un entusiasta del piano lacrime e sangue di AirFrance. Per questo aveva già mercoledì cercato al telefono Berlusconi per farlo uscire dal vago. Anche perché l'iniziativa del cavaliere sta ridando vita al partito dei «nazionalisti» che vedono male la cessione della compagnia di bandiera, ce ne sono anche nella maggioranza, Rutelli ad esempio. «La scadenza per nuove offerte resta il 31 marzo», chiarisce il presidente del Consiglio uscente. Il rischio altrimenti è che Alitalia si avvii al fallimento e che la colpa venga scaricata sul centrosinistra. Il ministro del tesoro Padoa Schioppa insiste: se c'è qualcuno interessato davvero ad Alitalia «si faccia avanti con atti formali e offerte concrete, altrimenti distrugge una possibilità di vendita anziché costruirne una nuova. I tempi, ormai strettissimi, non possono dipendere dal calendario politico». Cioè niente rinvio a dopo le elezioni. Il ministro però è il primo a non credere all'esistenza di alternative ad AirFrance. Era stato lui stesso a cercarle ormai molti mesi fa.
Piazzata com'è a ridosso del voto politico, la partita per Alitalia resta di grande difficoltà soprattutto per il centrosinistra già in svantaggio nei sondaggi. Veltroni se ne tiene alla larga, limitandosi a punture di spillo nei confronti degli avversari (e ieri Il Sole 24 Ore sfotteva l'ambiguità del segretario Pd). L'attivismo di Berlusconi fa paura soprattutto perché finalizzato solo a un guadagno elettorale. Una cordata fasulla, utile solo per intralciare i piani del governo: il cavaliere lo ha già fatto più di venti anni fa ed anche allora avendo Prodi dall'altra parte. Erano i tempi della Iar, il consorzio con il quale Berlusconi pretese di acquisire la Sme, l'alimentare di stato che l'Iri aveva deciso di cedere alla Cir di De Benedetti. Una vicenda che anni dopo avrebbe originato un processo per corruzione giudiziaria concluso solo nell'autunno scorso. Salvando Berlusconi e Previti, con la prescrizione.

Alitalia: non dalle nostre tasche! - 22 aprile 2008 (da http://www.lavoce.info/)

Ci risiamo. Ancora una volta la politica si è messa nel mezzo e così è saltata la trattativa con AirFrance-Klm, come otto anni fa era saltata quella con Klm. Nel frattempo la compagnia ha perso prestigio, aerei e collegamenti internazionali, con danno rilevante per lo sviluppo del  Paese. Non solo, Alitalia ha perso soldi in 14 degli ultimi 15 anni e ha succhiato (per ricapitalizzazioni) oltre 5 miliardi di euro dalle tasche dei contribuenti italiani; contribuenti che in grande maggioranza non volano. La spregiudicatezza  elettorale del prossimo Presidente del Consiglio, la cecità dei sindacati e un malinterpretato federalismo territoriale hanno spinto anche Air France a ritirarsi. Ora, con la compagnia con l’acqua alla gola e a rischio di fallimento minuto per minuto, si propone un ulteriore sacrificio, un prestito “ponte” di 100-150 milioni di euro, di nuovo sulle spalle del tartassato contribuente italiano. Un prestito oltretutto che la Commissione Europea ha già bollato come illecito aiuto di Stato. Tanto che qualcuno propone di giustificare il prestito con “ragioni di ordine pubblico”. Ma a tutto c’è un limite, quantomeno di decenza. Naturalmente, il ricco Presidente del Consiglio “in pectore” e i suoi amici sono liberissimi di offrire contributi volontari alla compagnia di bandiera, se così desiderano.  Ma il Consiglio dei Ministri ancora in carica non attinga alle nostre tasche. Perché - caduta la trattativa con Air France-Klm – il “ponte” non porta da nessuna parte in tempi brevi: alla fine del ponte sembra esserci solo il vuoto o qualche altro lungo “ponte”. Insomma, tanti altri nostri soldi buttati. Sarebbe meglio che il Governo aspettasse ancora 2 o 3 giorni e poi, se non si manifestassero prospettive serie e concrete (industriali oltre che finanziarie), lasci partire il commissariamento. Probabilmente, così si arriverà al fallimento. Sarebbe forse una lezione salutare per tutti gli sgangherati attori di questa pessima…compagnia di giro.
Andrea Boitani e Massimo Bordignon
Cordate - 19 aprile 2008

AirFrance, Aeroflot. Tutto va bene per migliorare il risultato finale della trattativa. Anche se, fuori dalle polemiche elettorali, Alitalia convolerà a giuste nozze, quasi certamente con Air France. Come ha detto Berlusconi, basta che ci sia “pari dignità – il che non significa nulla, ma aiuta perché si può sempre sostenere che finora Air France non l'avesse data, e che la sua prossima proposta (quasi identica alla prima) soddisfa invece questo requisito.
E va bene così proprio per difendere l’interesse nazionale, per avere qualcuno che ha capacità manageriale, risorse finanziarie e network capaci di rilanciare questa impresa. Questo non basterà per garantire che la nuova Alitalia sappia dare un servizio di qualità a prezzi accettabili – per questo si dovrà far funzionare la concorrenza. E largo ai vari Meridiana, AirOne, ecc., ben vengano, e chi ha pilo (competitivo) farà più tela.
E Malpensa? Non è mai stato un problema del nord. Andate a Bergamo o Brescia per sentire quanto tengono a Malpensa. Eppure i milanesi ricordano bene che l’unica ragione per cui tanti volano da Malpensa è che dieci anni fa un decreto del governo (centro sinistra) chiuse centinaia di voli da Linate, che il mercato voleva tenere lì e cheper decreto sono stati deportati a Malpensa.
Il ridimensionamento di Malpensa è un problema dell’alta Lombardia e dovrà esssere risolto come tale: un problema di sviluppo territoriale.
La lega – a suo tempo contraria all’intervento dello Stato – oggi reclama i soldi di Roma per Malpensa. Ma se diamo aiuti di Stato a una delle regioni più ricche d’Europa, quanto denaro dovremo dare alla Sicilia?
Carlo Scarpa

22 Apr, 2008

Ici e federalismo: uno dei due è di troppo.

Inviato da gioegio 20:02 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | lavoro e capitale

LO STRANO CASO DEI FEDERALISTI ANTI-ICI

di Pietro Reichlin 22.04.2008 (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000377.html)

L'Ici garantisce quasi il 60 per cento delle entrate tributarie dei comuni. Eppure, il nuovo governo si accinge ad azzerarla, almeno sulla prima casa. Certo, trasferire il carico fiscale dalla proprietà alle attività produttive può procurare un vantaggio elettorale, ma rivela una notevole dose di miopia, dei governi e degli stessi elettori. L'abolizione dell'imposta è contraria ai principi di base del federalismo, renderà i comuni meno virtuosi, avvantaggia soprattutto i contribuenti più ricchi e sarà un ulteriore freno alla modernizzazione del paese.

Si può essere dei veri federalisti, come proclamano i politici della Lega e il prossimo governo Berlusconi, e proporre l’azzeramento dell’Ici sulla prima casa?
L’imposta garantisce quasi il 60 per cento delle entrate tributarie dei comuni. La sua abolizione, anche se compensata da un corrispondente trasferimento dallo Stato, limita notevolmente l’autonomia fiscale dei governi locali ed espone i cittadini al rischio concreto di dover pagare nuove tasse nel futuro. Il disavanzo pubblico non può essere ulteriormente aumentato e i trasferimenti necessari a compensare l’abolizione dell’Ici potranno essere coperti solo da un aumento di qualche atro carico tributario o dalla riduzione di qualche servizio. Come diceva Milton Friedman, non esistono “pranzi gratis”.

L'IMPOSTA PIÙ IMPORTANTE PER I COMUNI

Anche se volessimo credere che i pranzi gratis esistano veramente, ci sono altre considerazioni di cui un vero federalista dovrebbe tenere conto.
In primo luogo, la proposta potrebbe incentivare i comuni ad aumentare le imposte locali pochi giorni dopo l’azzeramento forzoso dell’Ici. Se i partiti che governano un comune sono riusciti a vincere le elezioni quando gli elettori pagavano l’imposta, gli stessi partiti penseranno che, dopo l’abolizione dell’Ici, gli stessi elettori saranno disposti ad accettare l’aumento di qualche altro tributo. Di conseguenza, la pressione fiscale complessiva potrebbe aumentare.
Uno dei capisaldi del liberalismo è che i governi possano procurarsi risorse pubbliche solo mediante la tassazione del reddito o della proprietà di cittadini-elettori. In democrazia vince il partito politico che, a parità dei servizi offerti, riesce a tassare di meno. Si tratta di un importante principio di responsabilità ed efficienza. Ma se il livello di tassazione è sottratto alla responsabilità dei governi, questo principio viene meno. I governi possono spendere di più, e in modo ingiustificato, perché i costi di queste spese ricadono su un’entità esterna (il governo federale).
La proposta di Silvio Berlusconi di abolire l’Ici è un classico esempio di cattivo federalismo. L’Ici è la tassa più importante per i comuni. Senza l’Ici, i costi della cattiva politica locale sono trasferiti al governo nazionale.

PERCHÉ TASSARE GLI IMMOBILI

Forse Berlusconi vuole abolire l’Ici perché ritiene ingiusta o inefficiente la tassazione degli immobili? Che sia inefficiente tassare gli immobili è contrario alla più elementare logica economica. Se tassi il lavoro o le attività finanziarie, la gente lavora di meno e investe all’estero. Se tassi gli immobili (ai livelli attualmente vigenti in Italia) gli effetti negativi sull’offerta sono nettamente inferiori: una modesta riduzione degli investimenti immobiliari e qualche cittadino che trasferisce la residenza in un altro paese. In tutte le nazioni sviluppate esistono tasse sui patrimoni, oltre che sul lavoro e sui consumi. In Italia la pressione sui patrimoni è tra le più basse tra i paesi Ocse: preferiamo tassare il lavoro e i profitti d’impresa. Dovremmo fare il contrario: nel nostro paese lavorano troppe poche persone e le imprese sono troppo piccole. Negli Stati Uniti, la tassa sugli immobili serve ai governi locali per finanziare scuole, infrastrutture e programmi sociali. Uno dei motivi principali per delegare alle giurisdizioni locali la tassazione della casa, è proprio il fatto che questo bene è meno mobile di qualsiasi altra forma di ricchezza. Un’altra ragione per cui l’abolizione dell’Ici dovrebbe suscitare l’opposizione di chi crede nel federalismo.
Va poi ricordato che la Finanziaria del 2006 ha trasferito la gestione del catasto ai comuni. La misura è evidentemente ispirata a una logica di decentramento, con l’obiettivo di migliorare i servizi ai cittadini e la qualità dei dati catastali. È vero che la Finanziaria 2007 ha ridimensionato le competenze sull'aggiornamento degli estimi, lasciando ai comuni soltanto un ruolo di collaborazione e riportando questa funzione in capo allo Stato: ma quale incentivo avranno comunque a svolgerla se la prima casa non sarà più tassata?
Berlusconi è un politico abile. Ha capito che l’Ici è la tassa più odiata dagli italiani. Non perché sia troppo elevata. L’ultimo governo Prodi ne aveva già ridotto l’importo oltre il necessario. Forse perché l’80 per cento degli elettori possiede una casa e solo il 60 per cento degli italiani in età lavorativa svolge un’occupazione?
Trasferire il carico fiscale dalla proprietà alle attività produttive può procurare un vantaggio elettorale, ma rivela una notevole dose di miopia, dei governi e degli stessi elettori. L’abolizione dell’Ici è contraria ai principi di base del federalismo, renderà i comuni meno virtuosi, avvantaggerà soprattutto i contribuenti più ricchi e sarà un ulteriore freno alla modernizzazione del paese.

20 Apr, 2008

Quali rischi ci sono nel detassare gli straordinari?

Inviato da gioegio 01:53 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | lavoro e capitale

Quali rischi ci sono nel detassare gli straordinari?
A parte il merito della proposta, che analizzeremo dopo, è la forma in cui viene presentata che svela il reale progetto del prossimo governo, e lo si può leggere in una dichiarazione di Maurizio Sacconi, il quale rivela candidamente che «la detassazione degli straordinari avverrà indipendentemente dall'esistenza o meno di accordi sindacali». Insomma, il futuro governo Berlusconi vuole creare un sistema che praticamente incentiva a non contrattare, e spinge su istituti unilaterali come le elargizioni «una tantum», gli straordinari non contrattati, gli assegni ad personam. E' chiaro che se l'accordo integrativo non è detassato, a fronte di uno straordinario che lo è, l'impresa non avrà alcun interesse a sedersi al tavolo per firmare accordi, ma proporrà una tantum ai lavoratori, che si vedranno costretti ad accettare dato che non hanno alternative. E' successo di recente alla Tod's di Della Valle, avremo tanti casi simili.
Si cancellerebbe il sindacato...
Di fatto sì, perché si offrono ai lavoratori pochi soldi, maledetti e subito, a fronte della «fatica» di dover fare scioperi. Ma nessuno spiega che la contrattazione collettiva offre tante tutele normative che così, in questa contrattazione «individuale», spariscono del tutto. Senza contare poi che dalla riforma degli straordinari sarebbero esclusi milioni di lavoratori, dai precari agli stagionali, diffusissimi in settori come il commercio, l'edilizia, l'agricoltura. E' un discorso che vale solo per il tipico lavoratore a tempo indeterminato full time, e neanche ci guadagnerebbe granché: bisogna fare 250 ore extra l'anno per avere circa 40 euro in più al mese, secondo i calcoli del Sole24Ore su un operaio metalmeccanico. Mi mi si deve spiegare che organizzazione del lavoro c'è in un'azienda dove si fanno tutte queste ore. E poi ci sono rischi per la sicurezza e la salute: dopo 8 ore in fabbrica o in un'infermeria ne faccio altre 2, o 4, come sarò alla fine del turno?

http://ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Aprile-2008/art13.html 

 

Alcune aziende potrebbero concedere aumenti retributivi ai propri collaboratori camuffandoli da ricorso allo straordinario, con un forte calo delle entrate fiscali e contributive a cui occorrerebbe porre rimedio verosimilmente aumentando le tasse, vista la genetica incapacità dei governi europei a tagliare la spesa. Inoltre, la disponibilità di ore lavorative aggiuntive a buon mercato rappresenta un incentivo alle imprese per non espandere l’occupazione anche in presenza di accresciuta domanda dei propri prodotti e per non compiere investimenti innovativi ad alta intensità di capitale. L’esito di simili decisioni, nel lungo periodo, sarebbe rappresentato da una decelerazione del tasso di crescita della produttività francese, e quindi nel declino del tenore di vita.

http://phastidio.net/2007/06/13/gli-straordinari-di-sarkozy/ 

3 Apr, 2008

C’è un “pensiero unico” in economia politica?

Inviato da gioegio 16:08 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | lavoro e capitale
da http://www.proteo.rdbcub.it/stampa.php3?id_article=488

di Rémy Herrera

Critica della critica del “pensiero unico”

1. Introduzione

Sforziamoci, prima di intraprendere questo periplo attraverso l’economia politica, di allacciare il filo conduttore del nostro discorso alla realtà del mondo, la cui evidenza è così brutale da bucare gli occhi. Col rischio, deliberatamente accettato, di sembrare di privilegiare il percetto sul concetto e cadere di colpo dal logos al pathos, contempliamo per un istante quello che il mondo ci fa vedere delle sue differenze. Innanzitutto esistono, altrove e lontano, in periferia, al Sud, immense città di lamiera, di fango e di polvere, la spoliazione generale, le carenze e l’insicurezza, la violenza delle condizioni di vita e di lavoro di masse gigantesche e anonime di uomini e donne, e bambini, umiliati e offesi. Quello che abbiamo inoltre sotto i nostri occhi, che lo vogliamo o no, qui, ma sempre lontano, al centro, al Nord, dei fantasmi erranti del XIX secolo, migliaia di uomini e donne senza casa, vecchi abbandonati, “intoccabili” dai volti deformati dalla miseria, privati di tutto e disumanizzati. Questa visione partigiana e sentimentale, soggetiva, sembra accordarsi abbastanza bene con l’obiettività neutra e rigorosa della statistica. Il 20% della popolazione mondiale più ricca disporrebbe dell’ 83% del reddito totale, mentre il 20% dei più poveri supererebbe appena l’1%1. Il PIL pro capite sarebbe di 22.770 dollari nelle “economie a reddito elevato” (925 milioni di abitanti), contro 3.230 dollari per il resto del mondo, Africa, America latina, Asia, Europa dell’Est (5 miliardi di abitanti), dove 3 miliardi di persone, ossia la metà della popolazione del pianeta, vivono con meno di 3 dollari al giorno2. Lo scarto nei redditi tra i dirigenti di compagnie multinazionali e operai del settore informale potrebbe corrispondere a un rapporto di uno a svariate decine di migliaia negli Stati Uniti, dove la struttura di ripartizione del reddito è quasi disuguale quanto quella dell’India3. Malgrado il loro carattere approssimativo ed esagerato4, queste cifre testimoniano la polarizzazione del sistema mondiale capitalista5, le cui conseguenze in termini di durezza della vita per i popoli della periferia e, in maniera generale, per le classi popolari, si leggono perfino negli indicatori di durata della vita: la speranza di vita è di 77 anni nei paesi del Nord, contro 61 anni in Asia del Sud edi 52 nell’Africa sub-sahariana6; in Francia, la speranza di vita a 35 anni è di altri 44-45 anni per gli ingegneri, quadri superiori e liberi professionisti, contro 38 anni per gli operai specializzati e 35 per i manovali7. Questi dati rivelano un dato di fatto. Ma non forniscono alcuno strumento di analisi per comprendere la concatenazione dei meccanismi che articolano i mercati e le organizzazioni che producono questa polarizzazione sistemica connaturato alla dinamica del capitale, e che lo riproducono su scala sempre maggiore. Questi strumenti analitici non possono essere scoperti che dentro e attraverso la ricerca teorica. Ora, che cosa si osserva oggi nella teoria economica? Il dominio di una corrente di pensiero - che noi classifichiamo molto provvisoriamente come “neoclassica-neoliberale-ortodossa” - che, di fronte alla realtà di queste disuguaglianze, sceglie di escluderle dal suo campo visivo con la negazione, secondo i suoi presupposti, della pertinenza dei concetti e dei metodi suscettibili di rendere conto di questa polarizzazione, e con la costruzione compensatoria di un paradigma fittizio fatto di equilibri ottimali e di armonie immaginarie, tendente alla scienza e all’universalità ma sempre apologetico di un capitalismo scelto come l’unico pensabile in teoria e orizzonte insuperabile della storia. Questo ci porterà alla questione di sapere per quale strano effetto gli economisti neoclassici-neoliberisti-ortodossi si accontentano del fatto di dover formulare delle verità scientifiche e universali sul funzionamento di questo mondo così straordinariamente iniquo e violento nel quale sono immersi e che attraversa da parte a parte la loro neutralità di ricercatori.

2. Un “pensiero unico” è pensabile?

Non si dovrebbe a priori ritenere nemmeno pensabile l’esistenza di un “pensiero unico” in economia politica. In quanto essa è costitutiva - con la sociologia e le scienze politiche (e in qualche misura la storia, l’antropologia e il diritto) - del cuore delle scienze sociali che si è istituzionalizzato nelle sue formazioni e ricerche a partire dal XIX secolo, l’economia è uno di quei domini dove il confronto dei referenti teorici è inerente al lavoro del ricercatore8. Rimane sempre al fondo un conflitto irriducibile tra posizioni avverse inconciliabili, conflitto da intendersi come il motore propulsivo stesso che permette alla disciplina di svilupparsi e di trovare il proprio senso solamente nella contraddizione. Non più del sociologo o il politologo, l’economista non può svincolarsi dall’influenza che ha sulla sua pratica l’ideologia, né allontanarsi da una soggettività che rinvia il suo giudizio alla Weltanschauung e ai riferimenti filosofici che gli sono più o meno consciamente propri. Persona particolare, integrato in un gruppo di persone particolari, è costretto a non poter rivendicare se non una universalità e una verità relative, sempre opposte ad altre concezioni particolari concorrenti. Il suo universalismo nasconde dunque una particolarità (etnocentrica per esempio) - oppressiva nel senso che il rappresentante di una corrente che detiene il potere sociale tende a trovare “naturale” lo stato delle cose che gli è favorevole -, allo stesso modo in cui la sua scienza maschera un’ideologia mistificatrice nel senso in cui nega alla verità scientifica la sua natura profondamente storica. Questa co-presenza dell’ideologia e della scienza lascia d’altronde la sua impronta perfino nell’indeterminazione dell’economia politica a delineare quello che in effetti costituisce l’oggetto della sua analisi, tanto si rivela potente, come ha sottolineato Walras9, l’influenza delle implicazioni politiche che sottende. Da tutto ciò discende l’impossibilità irreversibile di identificare nella disciplina un “nocciolo assiomatico” (concettuale, metodologico, teorico) che formi un corpus comune alle differenti scuole di pensiero e che spinga la ricerca in maniera spontanea ed omogenea. L’aumento delle conoscenze economiche non può realizzarsi se non intorno a paradigmi distinti, esclusivi gli uni degli altri (benché possano dare luogo ad alcuni tentativi di sintesi). Secondo noi, la spaccatura più profonda localizzabile in seno alla “comunità scientifica” (fittizia) degli economisti separa, in ultima analisi, partigiani e avversari del capitalismo, quelli che per una ragione o per l’altra si fermano davanti alla critica del suo ordine sociale che credono non modificabile e quelli che si impegnano nella sua critica radicale rifiutando l’idea della regolazione di un “capitalismo dal volto umano”. Da lì si percepisce quello che distingue irrimediabilmente l’economia politica, e con essa le altre scienze sociali, dalle scienze dette “dure”: come la matematica (dove si disegna una certa unità fra discipline in comunicazione sempre più diretta al di là degli antagonismi tradizionali) e la fisica (la quale, malgrado l’assenza di una teoria unificata delle forze, offre a tutti i ricercatori una matrice di equazioni di base). Le scienze della materia o naturali (chimica, biologia...) possono progredire a partire da un cuore teorico sicuro in maniera cumulativa e (in un senso speciale) trascendente, per allargamento e approfondimento successivi del loro sapere - più che per il rifiuto definitivo delle teorie precedenti. Ma anche in queste discipline, dove un enunciato può essere massicciamente riconosciuto come giusto e essere l’oggetto di un accordo tra specialisti, l’esistenza di un pensiero unico è del tutto incerta, se non inconcepibile. Nelle scienze fisiche per esempio, rimangono delle polemiche la cui soluzione è aperta e non definitivamente stabilita, perché rinviano a dei punti di vista epistemologici, e infine a dibattiti intellettuali più larghi, situati al di qua della fisica, sia nel campo della metafisica10. In economia politica, non più che in qualunque altra scienza dunque, l’idea di un pensiero unico non è nemmeno pensabile. Non potrà trattarsi nella disciplina economica che di pensieri dominanti, fossero anche egemonici, ma sempre concorrenti e contingenti.

3. Che cos’è il cosiddetto “pensiero unico”? Rimane il fatto che la figura di un “pensiero unico”, dai contorni economici, è denunciata, mediaticamente, da alcuni11. Prolungando una discussione sull’“economic correctness” e ingaggiando una polemica con i paladini di un capitalismo naturale e di un’alternanza politica senza alternativa economica, Ramonet fustigava a metà degli anni novanta questa “traduzione in termini ideologici a pretesa universale degli interessi di un insieme di forze economiche, in particolare quelle del capitale internazionale”12, che soffoca il “ragionamento ribelle” e instaura un “regime totalitario” (analogo “alla doxa stalinista degli anni ’50” si affrettò ad aggiungere Halimi). Questa denuncia fu appoggiata da parecchie autorità intellettuali, fra cui Bourdieu, e altri, fra i quali un piccolo numero di economisti riuniti intorno a un “Appello per uscire dal pensiero unico” ed entrare nella “resistenza ideologica”. Tutto il paradosso - e per noi l’interesse di questa agitazione mediatica - viene in realtà dal fatto che non solamente quest’espressione (il summenzionato “pensiero unico”) “è fiorita” ma anche dal fatto che il suo successo ha di gran lunga superato le ambizioni dei suoi iniziatori, al punto di diventare uno dei temi ricorrenti dei discorsi di quelli che essa intendeva precisamente condannare. Così si infilarono confortevolmente in questa “critica”, “giornalisti di mercato” e altri ejusdem farinae (messi in riga durante la guerra del Golfo e appena ravvedutisi dalla loro condanna dei movimenti sociali del 1995), la quasi totalità della classe politica nazionale (di destra come di “sinistra”), e perfino alcuni dei più eminenti rappresentanti delle forze dominanti del sistema mondiale: Greenspan, presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, il quale ha messo in guardia i mercati contro “la loro esuberante irrazionalità”, Stiglitz, economista in capo della Banca Mondiale, che intendeva “regolare i flussi finanziari”, o lo speculatore e dirigente del gruppo finanziario Soros, che nutriva la speranza che fosse ancora possibile “salvare il capitalismo dal neoliberismo”. Il pensiero unico neoliberista si è dunque facilmente fuso con quello dei suoi “avversari”. Ma non per l’effetto, per quanto tremendamente efficace, della sua forza centripeta ma piuttosto perché questi attacchi lasciavano intatto l’essenziale: la perpetuazione del sistema mondiale capitalista, al di qua del perfezionamento delle sue forme, la permanenza dell’egemonia statunitense, al di qua della riorganizzazione delle sue forze. Dato che queste condanne del pensiero unico sono sempre state quelle di un antineoliberismo, mai quelle di un anticapitalismo - allora, di queste due critiche, solamente la seconda appartiene pienamente al progetto socialista. Così, censurando nell’analisi tutti i riferimenti teorici allo sfruttamento e alle classi, all’appropriazione sociale dei mezzi di produzione, alla costruzione di una società autenticamente democratica, alla disconnessione e allo sviluppo autocentrato, alla lotta contro l’imperialismo... (sono poi così superate oggigiorno?13), non si svuota allo stesso tempo il dibattito di qualunque possibilità di elaborare delle proposte di ridefinizione delle regole di accesso al mercato (per esempio della dislocazione delle regole del WTO e dei privilegi degli oligopoli), di riforma dei sistemi monetari e finanziari (per esempio la messa in discussione delle funzioni e senza dubbio anche dell’esistenza stessa del FMI e della Banca Mondiale, per mettere fine alla dominazione delle operazioni speculative, per orientare gli investimenti verso le attività produttive per favorire la stabilizzazione regionale dei cambi), della messa in opera di una fiscalità di portata mondiale (al di là di una tassa Tobin, per esempio tramite la tassazione delle rendite legate allo sfruttamento delle risorse naturali), di una trasformazione democratica dell’ONU (con la costituzione di un organismo capace di conciliare le esigenze dell’universalismo con i diritti sociopolitici degli individui e dei popoli)...14? È chiudendo queste prospettive, che sono quelle di un superamento del capitalismo mondiale e di una transizione al socialismo mondiale, che ci si impedisce di definire i criteri che permettono di tracciare la frontiera tra il dentro e il fuori di questo pensiero unico e che ci si condanna a fare delle realtà di ieri, oggi scomparse (Welfare State in occidente [“capitalismo nazionalsociale”], statalismo dispotico dell’Est [“capitalismo senza capitalisti”], sviluppo nazionalborghese nel Terzo Mondo [“capitalismo periferico”], le utopie capitaliste di domani.

4. Il pensiero unico ha una storia?

In queste condizioni, il pensiero unico non potrebbe essere compreso se non come pensiero unico del capitalismo, ossia quello che Marx e Engels qualificavano come “ideologia dominante della classe dominante”15. Se non possiamo sostenere, secondo loro, e dopo di loro secondo Althusser, che questo pensiero non ha una storia (“propria”)16, ci è tuttavia possibile decifrare una storia dei pensieri unici del capitalismo17 che si sono succeduti - dopo che la scienza economica si era resa autonoma e si era istituzionalizzata in uno spazio-tempo preciso: nel XIX secolo e al centro del sistema mondiale Europa Occidentale / America del Nord. Dovremo dunque individuare l’evoluzione del contenuto di classe di questi pensieri successivi, fino all’attuale dominio della finanza sul capitalismo mondiale. Questa storia cominciò con il pensiero unico borghese che ha avuto luogo nel XIX secolo, l’ideologia “classica” del liberismo, quella dei piccoli proprietari attaccati ai principi della preponderanza dei mercati (auto-regolati) e della libera concorrenza (anti-monopoli), impegnati in una rivoluzione industriale dove gli interventi dello Stato giocano già un ruolo cruciale nella formazione della “società di mercato”, il laissez-faire e l’accumulazione primitiva del capitale. Questo pensiero della “civiltà borghese” seppe diventare quello dei “diritti dell’uomo” nei discorsi, accettando la colonizzazione europea e il razzismo bianco in atto. La storia dei pensieri unici è proseguita con un “liberismo monopolistico”, dalla fine del XIX alla seconda guerra mondiale, generato dalle trasformazioni del capitalismo mediante una fusione banca-industria fortemente appoggiata da uno Stato che aveva completato la sua integrazione nazionale e che aveva considerevolmente aumentato le proprie spese. Questo pensiero unico seppe perfezionare la democrazia borghese sulla base di blocchi politici di classe, tramite l’alleanza del capitale con le classi medie e/o aristocratiche che si trasformò in un dato momento in fascismo (o in uno dei suoi sottoprodotti), laddove la classe operaia conquistata dal comunismo minacciava direttamente la sua egemonia: rivoluzione spartakista in Germania, movimento operaio in Italia, repubblica in Spagna, Fronte popolare in Francia. A partire dal 1945 e fino all’inizio degli anni ’70, il pensiero unico del capitalismo si trasformò, sotto le pressioni congiunte delle vittorie militari dell’Armata Rossa, delle lotte sindacali e partigiane del proletariato occidentale e dei successi dei movimenti popolari periferici anticolonialisti, in “liberismo nazional-sociale”. Questo pensiero, cementato al nord intorno al compromesso keynesiano, seppe perfettamente conciliare progresso sociale intra-muros e guerre coloniali genocide, sostegno criminale diretto alle dittature neofasciste e appoggio statale sistematico alle strategie brutalmente imperialiste delle compagnie multinazionali occidentali all’esterno18. La fine della decade degli anni ’60 ha segnato, come si sa, l’entrata in crisi del sistema capitalista nei paesi del centro, individuabile soprattutto nel declino dei tassi di profitto. Questa crisi si è generalizzata negli anni ’70 con l’oscillazione dell’insieme del sistema nel caos monetario e finanziario internazionale, la disoccupazione di massa e l’esplosione delle disuguaglianze. I fondamenti del Welfare State occidentale (e la progressione di pari passo del salario e della produttività), che per tre decenni avevano dato prova della loro efficacia assicurando lo sviluppo del dopoguerra, diventavano inefficaci. La congiunzione della rimessa in discussione del modello di regolazione del capitalismo al Nord (confrontato con la stagflazione degli anni ’70), e del fallimento dei piani di sviluppo delle borghesie nazionali al Sud (messa in evidenza dalla crisi del debito degli anni ’80) e la disgregazione del blocco sovietico a Est (conclusasi nei primi anni ’90), provocò una modifica molto profonda del rapporto di forza capitale-lavoro su scala mondiale. È solamente in questo nuovo contesto globale di perdita di forza delle posizioni conquistate dai lavoratori e dai popoli della periferia seguite alle vittorie sul fascismo e sul colonialismo, e del conseguente riorientamento delle politiche economiche destinate a gestire la crisi dell’espansione del capitale e a consolidare il ritorno al potere della finanza, che è possibile la comprensione del dispiegamento globalizzato dell’offensiva neoliberista.

5. Il nuovo pensiero borghese neoliberista del capitalismo I dogmi neoliberisti sono noti. A livello nazionale si tratta di: i) adottare una strategia antistatalista aggressiva, che si traduce nelle privatizzazioni delle imprese pubbliche (ossia la deformazione della struttura di proprietà del capitale a vantaggio del settore privato) e la riduzione delle spese di bilancio (associata allo smantellamento della protezione sociale) e ii) di imporre il rigore salariale, consentito dalla cancellazione delle “rigidità sindacali”, come perno di una disinflazione (“competitiva” nella versione francese) che abbia priorità su qualunque altra considerazione (ossia una distribuzione del valore aggiunto favorevole al capitale e il mantenimento di tassi di interesse reali elevati). A livello internazionale mirano: i) a perpetuare la supremazia del dollaro sul sistema monetario internazionale (con l’adozione di cambi flessibili da cui il suo contrappeso europeo di una moneta unica che sottometta alla sua legge tutta la politica economica) e ii) a promuovere il libero scambio (con l’abbattimento delle barriere protezionistiche e la liberalizzazione dei trasferimenti di capitali). La normalizzazione planetaria di questa strategia globale di “deregulation” dei mercati - da concepire come una “ri-regolazione” di questi ultimi da parte dell’unico capitale dominante a livello mondiale - dipende dalle funzioni del complesso formato dalle organizzazioni internazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO) e dalle istanze monetarie e finanziarie locali (banche centrali “indipendenti”, ministeri delle finanze) - l’intero dispositivo è fino ad oggi sottoposto all’egemonia degli Stati Uniti, la cui componente militare garantisce in ultima analisi, per mezzo della guerra se ce n’è bisogno, il funzionamento del sistema mondiale capitalista. Le politiche neoliberiste, condotte sotto l’egida della finanza, cercano in questo modo, come abbiamo detto, di gestire la crisi dell’espansione del capitale. Questa gestione capitalista della crisi consiste, di fronte all’insufficienza delle possibilità di investimenti convenienti per i profitti generati dallo sfruttamento capitalista, nell’allargare gli sbocchi per l’eccedenza dei capitali flottanti al fine di evitare che perdano valore. Benché esse non siano riuscite, dopo tre decenni, a far uscire il sistema dalla crisi, queste politiche sono razionali dal punto di vista del capitale: esse gli offrono, in dei mercati di capitali liberalizzati, l’opportunità di una fuga in avanti degli investimenti finanziari speculativi, estremamente convenienti, e assicurano la continuità dei trasferimenti di surplus dal Sud verso il Nord, grazie alle strategie di gestione del debito (ossia di rimborso degli interessi) e ai programmi di aggiustamento strutturale, imposti unilateralmente ai paesi poveri da istituzioni internazionali sotto il controllo nordamericano. Ma la scelta di questa gestione del sistema, lo ripetiamo, fa delle vittime, numerose - che forse un giorno bisognerà imparare a contare in unità fisiche (numero di morti) e a localizzare nello spazio (essenzialmente alla periferia di un sistema mondiale all’interno del quale la circolazione di tutte le merci è “libera” salvo una - “merce” molto particolare -: il lavoro). L’offensiva recente dell’ideologia neoliberista non è dunque altro che il prodotto intellettuale derivato dalle grandi trasformazioni registratesi nell’ordine conflittuale dei rapporti sociali su scala mondiale. Essa non deve nulla al trionfo, illusorio, della dottrina razionale dei neoliberali sugli argomenti irrazionali dei loro avversari socialisti nello spazio aereo dello spirito o nella sfera eterea delle idee: è la risultante dell’evoluzione di un rapporto di forza sul terreno reale della produzione che è brutalmente e massicciamente scivolato a vantaggio del capitale - e in particolare della sua nuova porzione egemonica: la finanza19. Resta il fatto, tuttavia, che attualmente la supremazia dei valori filosofici e delle preferenze politiche si manifesta in stretta alleanza con la predominanza sulla teoria economica, quasi senza rivali dall’inizio degli anni ’80 della corrente neoclassica, la cui pretesa di scientificità è andata a rinforzare il discorso del nuovo pensiero unico borghese del capitalismo.

6. Un pensiero che si inventa la sua storia Per imporsi come sistema di rappresentazione referenziale e razionale, il nuovo pensiero unico borghese del capitalismo ha ancora bisogno di impegnarsi in una riscrittura della propria storia, che presenterà come l’unica lettura possibile della successione di idee e dottrine, l’unica storia del pensiero. Per fare questo, genealogisti ed epistemologi della corrente dominante si incaricano di inventare per la teoria neoclassica e per la filosofia neoliberista (troppe) prestigiose filiazioni: la prima si iscrive in maniera artificiale e accomodante nella stirpe dell’opera dei classici, che essa andrebbe in qualche modo a prolungare logicamente e a superare20; la seconda ricondotta alle dottrine elaborate dai teorici liberali del XVIII e XIX secolo21. Questa ricostruzione della storia del pensiero economico e filosofico si effettua con un movimento di inversione: delle rotture fondamentali nella teoria sono presentate come continuità; delle continuità teoriche forti sono date come rotture. Così, laddove un’analisi critica approfondita rivela delle regressioni scientifiche nella storia dei pensieri unici borghesi del capitalismo, un racconto storico-mitico costruito ideologicamente, farà apparire dei progressi. Al mainstream non resta che sottolineare, a supporto delle sue pretese, per lui vitali, di scientificità e di universalità, la ricchezza delle sue “nuove teorie” quando la ricerca economica di cui controlla istituzionalmente la produzione non fornisce più, secondo il parere stesso dei suoi rappresentanti più famosi, il minimo risultato innovativo significativo22. La corrente neoclassica ha dunque preso l’abitudine di presentarsi come l’unica erede diretta dei classici. Ora, le rotture che è stata costretta ad operare rispetto a questi ultimi - rotture che gli sviluppi marxiani (distruttori-creatori), parenti prossimi dei lavori classici, rendono assolutamente necessarie - sono state decisive per il percorso che avrebbe preso in seguito la scienza economica moderna. Queste fratture epistemologiche, che gli autori ortodossi si sforzano di risolvere al punto di farne retroattivamente delle crisi di crescita della loro teoria, si riscontrano a livello metodologico (con l’individualismo metodologico scompare in seno al pensiero borghese qualunque visione socio-storica del capitalismo, bloccando così qualunque ricorso alle analisi concepite in termini di classi sociali e di tendenze di lungo periodo), teorico (per l’ancoraggio all’utilità, che cala la realtà sociale su una collezione di homines oeconomici, il ponte tra la teoria del valore e quella dello sfruttamento si interrompe, e al tempo stesso anche un certo rapporto tra l’economia e la politica) e concettuale (con la sostituzione di un equilibrio a corto termine per aggiustamento dei prezzi con un equilibrio di lungo periodo per aggiustamento delle quantità, la riflessione sulla crisi e sui cicli risulta compromesso). Questo ribaltamento delle rotture in continuità (dai classici ai neoclassici) e delle continuità in rotture (tra i classici e Marx) permette di conseguenza di sostenere un continuum ideologico tra “armonia universale” delle teorie (storiche e sociali) dei classici e “equilibrio ottimo” dei teoremi (a-storici e a-sociali) dei neoclassici per un continuum teorico. Ossia, come far comunicare gli uni e gli altri in una visione apologetica unificata del capitalismo. L’effetto di camera obscura è talvolta visibile “a occhio nudo” tanto la distorsione degli scritti classici è grossolana e la manipolazione sommaria23. Ma può mobilitare più sottigliezza, come nel caso (l’abbiamo mostrato altrove24) della “nuova teoria” neoclassica della crescita. Affinché l’efficacia del pensiero unico funzioni al meglio, queste inversioni-invenzioni devono anche operare “sul piano filosofico”. La filosofia che soggiace ai lavori dei neoliberisti (o ultraliberisti) contemporanei è dunque il più delle volte situata nel prolungamento diretto di quella dei liberali del XVIII-XIX secolo. Von Hayek e Friedman in particolare, le cui posizioni (individualiste, anti-stataliste, monetariste...) sono situate sullo sfondo delle politiche economiche condotte da due decenni - nel contesto delle trasformazioni sociali che abbiamo ricordato - sono così considerati come gli eredi diretti dei Turgot e Smith, Bentham e Ricardo, con i quali naturalmente condividono tutto, per una stessa comunanza di spirito, la scelta della “libertà” come criterio etico ultimo. Un semplice prefisso sarebbe sufficiente a dividere le loro visioni di quello che è il “liberismo”? D’altra parte Friedman non dichiara che “in quanto liberisti, noi [ossia fintanto che “noi” perseguiamo l’opera dei liberisti...] prendiamo la libertà dell’individuo come fine ultimo permanente per giudicare le istituzioni sociali”25? Questo vorrebbe dire omettere che il diritto naturale degli uni (Hume, Smith, Bentham...) non ha mai innalzato “la libertà dell’individuo” allo stato di criterio primario, e dissimulare la profonda alterazione che i “nuovi” liberisti hanno introdotto nella teoria degli antichi. Di fatto le nuove generazioni neoliberiste si caratterizzano per un eclettismo assai poco rigoroso nella determinazione dei loro criteri filosofici di giudizio26. Questo meticoloso lavoro di ricostruzione della storia del pensiero, destinato ad assumere, aldilà delle differenze tra queste diverse ideologie borghesi, proprio l’unità ideologica tra tutti i partigiani del capitalismo, è ancora all’opera quando si tratta per questi ultimi di prendere posizione a proposito del coinvolgimento dello Stato nell’allocazione delle risorse. È allora ai Turgot e agli Smith “ non interventisti” che si farà appello per puntellare le argomentazioni anti-stataliste contemporanee - perfino in materia di educazione27. Bisognerebbe riconoscere a questo punto le similitudini esistenti tra questo lavoro di inversione effettuato sulla storia delle idee e un’impresa di fondo molto più vasta, che va sempre di pari passo con quest’ultima, di invenzione della storia dei fatti (della storia universale), intrapresa da molto tempo dagli autori borghesi28. Bernal mostra per esempio come, delle due versioni della storia greca che si sono confrontate, una (il “modello ariano”) che presenta la Grecia antica come essenzialmente europea, l’altra (il “modello antico”) come una civiltà situata all’incrocio delle aree africana (egiziana) e asiatica (semita), nata da una mescolanza feconda fra le culture del Mediterraneo orientale, è il primo modello che è stato imposto negli insegnamenti e nel quale il senso comune di fatto tende a credere. Ora, l’autore ha dimostrato come questo modello ariano è stato creato di sana pianta nel corso della prima metà del XIX secolo coloniale, e in seguito radicalizzato nell’epoca imperialista, in particolar modo durante l’ondata di antisemitismo degli anni 1890-1920, nella sua negazione del fatto reale (attestato dagli autori greci dell’epoca classica) delle colonizzazioni extra-europee, e nel suo riconoscimento del contributo unico alla civilizzazione degli Elleni di lingua indo-europea e di origine nordica rispetto ai popoli dell’Egeo “pre-ellenici”29. In maniera analoga, Diop aveva già ricordato che l’identità nera dell’antico Egitto era “per tutti gli autori anteriori alle falsificazioni grottesche e stizzite della moderna egittologia, e contemporanei degli antici Egizi (...) un fatto assolutamente evidente, cioè sotto gli occhi e che quindi era superfluo dimostrare” - mentre esige oggi da parte nostra uno sforzo per distaccarsi dalla pesantezza ideologica che ci fa di riflesso “tagliare” l’Egitto dal continente africano30. Quello che vale per i fatti storici più remoti continua a maggior ragione ad essere valido per i tempi contemporanei per i quali la pregnanza dell’ideologia dominante, generatrice di mitologia e di mistificazione, è totale31. Il nostro proposito non è di denunciare una macchinazione orchestrata dal cinismo di ideologi di professione, le cui costruzioni in economia non sarebbero che uno degli ingranaggi, ma piuttosto di enunciare le distorsioni introdotte e ripetute in modo compiacente nella storia delle idee e dei fatti (per inversioni, invenzioni, omissioni...), sistematicamente orientati a vantaggio delle forze dominanti del sistema mondiale capitalista. 7. L’impossibilità di costituirsi come scienza contro la storia Per quanto riguarda in modo specifico l’economia, la diffusione dei pensieri unici borghesi del capitalismo ha evidentemente guadagnato in efficacia con la sua mutazione progressiva da “economia politica” (XVIII secolo) in “economia pura” (XX secolo) - il punto di svolta è stato senza dubbio la costruzione dell’”economia politica pura” walrasiana (XIX secolo). Man mano che si staccava dalla filosofia e dal diritto e che si separavano da essa la sociologia (imperniata sulla società civile) e le scienze politiche (che trattano dello Stato), la disciplina affermava, nel suo movimento di istituzionalizzazione, e nella sua ricerca di scientificità, una vocazione apertamente nomotetica e anti-idiografica. Nell’assegnarsi per compito di destituire i metodi storici e olistici a vantaggio del soggettivismo e dell’atomismo dell’individualismo metodologico (“il nostro Robinson” [Bastiat], “individuo isolato” [Jewson], “affetto da miopia su un’isola deserta” [Menger], “nella sua capanna isolata in mezzo alla foresta vergine” [Böhm-Bawerk], “Robinson Crusoe” [Barro])32, i neoclassici hanno potuto non solamente sostenere che il comportamento economico non era che il riflesso di una psicologia individualista universale - piuttosto che di istituzioni socialmente costituite, “astrazioni popolari e pseudo-entità collettive” (von Hayek) - ma ancora affermare il carattere naturale dei principi del laissez-faire e, più in generale, dei fondamenti stessi del sistema capitalista - fra cui evidentemente “il riconoscimento integrale della proprietà privata dei mezzi di produzione” contro “l’antilogica, l’antiscienza, l’antipensiero” che è il marxismo (von Mises). I neoclassici sono ora lanciati alla conquista di soggetti considerati tradizionalmente come appartenenti alla sociologia (economia della famiglia), della scienza politica (scuola del Public Choice) o della storia (cliometria), a partire da un modello analitico standard e su un metodo di discorso che esclude ogni pensiero discorsivo - il formalismo matematico, che non è peraltro che un linguaggio fra gli altri in economia. Il fatto è che la matematica costituisce un dominio dove, come aveva presentito Gauss e più tardi il gruppo di Bourbaki, l’unificazione del cammino della disciplina è relativamente forte e ha come massimo dell’autonomia il suo sollevamento dal reale (a fortiori con rispetto al tempo storico)33, dove la storia del pensiero sembra quella della progressione per astrazione e l’unica determinazione reciproca dei suoi concetti (“orientati da una dialettica interna delle nozioni”), per dirla con Cavaillès34, dove la scienza sembra raggiungere una certa purezza. Come avrebbero potuto i teorici neoclassici sfuggire alla tentazione - loro che hanno sui fisici la superiorità di aver realizzato la prodezza di aver identificato la particella elementare unica (l’homo oeconomicus) e la forza fondamentale unica (la massimizzazione vincolata) - di appropriarsi un po’ del prestigio di quella scienza matematica per stabilire le loro leggi, “vere” in qualunque tempo e in qualunque luogo? I risultati non potevano che essere catastrofici: con uno spiacevole salto mortale, i teorici neoclassici (dei quali la stragrande maggioranza non ha ricevuto un’autentica formazione matematica), che si sforzavano di sviluppare una conoscenza “obiettiva” della realtà sociale, si sono rituffati in quello che cercavano di sfuggire: la speculazione. Il risultato è una disciplina economica apparentemente apolitica35 ma in realtà dominata da una corrente egemonica dogmatica, che la fa tendere, nel migliore dei casi, verso una “ideologia scientifica” (nel senso che dà a questo termine Canguilhem in Idéologie et rationalité), nel peggiore, verso una “fantascienza economica” (come Althusser ha potuto parlare di una “ scienza fanta-politica... il cui ruolo antisociale è evidente”). Il termine “pensiero unico” è stato dunque scelto dalle forze attualmente dominanti del capitalismo per denominare la propria ideologia. Il pensiero borghese del capitalismo che riesce a imporsi è quello che risponde nella maniera più appropriata ai bisogni storici immediati della dinamica di quest’ultimo. Questo pensiero unico 1) articola una teoria economica (neoclassica) con pretesa di scientificità e una filosofia politica (neoliberista) a vocazione universale per edificare un processo “societario” e “culturale” totale; 2) incorpora sussumendola e sormontando le sue contraddizioni qualunque tesi esterna e/o critica come una delle componenti della sua unità; 3) funziona all’unanimità “persecutiva”36 tramite il gioco di una necessaria libertà di pensiero pluralista e democratico (in senso borghese) e di apparati accademici e mediatici autoritariamente normalizzati; 4) esclude dai processi decisionali economici e politici fondamentali le masse, per mezzo della polarizzazione del sapere e la tecnicizzazione dei compiti; 5) deriva da un rapporto di forze nella vita reale tra il capitale e il lavoro su scala mondiale, traducendo l’accesso della finanza all’egemonia; 6) si appoggia sull’egemonia statunitense, minacciata ma tuttora effettiva, a base di monopoli (tra cui quello, regolatore in ultima istanza, delle forze armate); 7) viene a legittimare con una garanzia etica e come a “naturalizzare” la pratica del capitale permettendogli di durare aldilà del fallimento della sua gestione; 8) chiarisce la dinamica del capitale, preservando quello che c’è di essenziale, amministrando quello che c’è di accessorio con il ritorno a politiche neoliberiste; 9) fa corpo con la forma dello Stato (unico su scala nazionale, embrionale sul piano mondiale), che gli conferisce autorità e autonomia, apportando a quest’ultimo la conferma della sua universalità e l’apparenza di un consenso37; 10) produce l’illusione che la lotta si limiti al campo delle idee e al quadro delle istituzioni accademiche dove “le armi della critica” fanno dimenticare “la critica delle armi”38.

Note

* Ricercatore del CNRS e prof. all’Università di Parigi 1 Panthéon-Sorbonne.

1 PNUD, Rapport sur le développement humain, Economica, 1992, pp. 39-40 (popolazione classificata per paese).

2 Banca mondiale, Rapport sur le développement dans le monde, 1999, resp. pp. 213 (en PPA) e 131.

3 M. Beaud, Le Basculement du monde, La Découverte, 1997, pp.167-170 (ripreso da Banca mondiale, 1996).

4 Queste cifre sono certamente esagerate: sottostimano le disuguaglianze, prescindendo dagli scarti intra-nazionali dei redditi, dalla proprietà dei mezzi di produzione, dalle differenze secondo il sesso.

5 Per una discussione analitica del concetto di polarizzazione, si legga: R. Herrera “Les Théories du système mondial capitaliste” in J. Bidet e E. Kouvélakis, Dictionnaire Marx 2000, PUF, in corso di pubblicazione.

6 Banca mondiale, Rapport sur le développement dans le monde, 1997, p. 237

7 S. Milano, La Lutte contre la pauvreté, Problèmes politiques et sociaux, no 751, 1995, pp. 26-27

8 Si veda il Rapporto della Commissione Gulbenkian: Ouvrir les sciences sociales, Descartes & Cie, 1996.

9 “Quello che ha sedotto gli economisti in questa definizione [quella data da J.B Say, per il quale “ le ricchezze si formano, si distribuiscono e si consumano se non da sole, almeno in una maniera in qualche modo indipendente dalla volontà dell’uomo”], è precisamente questo colore esclusivo di scienza naturale che dà a tutta l’economia politica. Questo punto di vista, in effetti, li aiutava singolarmente nella loro lotta contro i socialisti. Qualunque piano di organizzazione della proprietà era da parte loro rifiutato a priori e, per così dire, senza discussioni...” (L. Walras, Eléments d’économie politique pure, in Oeuvres économiques complètes, tomo (, Economica, 1988, p.30).

10 Pensiamo per esempio alla trattazione del concetto di infinito del tutto differente che ne fanno la filosofia (dopo lo scontro frontale dei “paradossi” di Zenone di Elea e dei “paralogismi” della fisica aristotelica) e la matematica (dalla scoperta concomitante del calcolo differenziale da parte di Leibniz e Newton, fino all’invenzione dei transfiniti da parte di Cantor.

11 Leggere: L’Homme et la Société, “Pensée unique “ et pensées critiques”, J.P.Garnier e L.Portis ed., N°. 135, L’Harmattan, 2000/1 e H. ben Hammouda, Les Pensées uniques en économie, L’Harmattan, 1997.

12 I. Ramonet, “La Pensée unique”, Le Monde diplomatique, gennaio 1995.

13 Per chi non vede più il semaforo del comunismo: A. Badiou, D’un Désastre obscur, L’Aube, 1998.

14 S. Amin e R. Herrera, “Le Sud dans le système mondial en transformation”, conférence de l’Association Internationale des Economistes d’Amérique latine et de la Caraïbe, La Havane, gennaio 2000.

15 Rileggere qui quello che la “critica roditrice dei topi” ha lasciato del vecchio manoscritto dei due giovani personaggi (L’Idéologie allemande, Editios sociales, pp. 44-45).

16 L. Althusser, Sur la Reproduction, Actuel Marx, PUF, p. 209.

17 S. Amin, Critique de l’air du temps, L’Harmattan, pp. 27-46.

18 Questi appoggi sono anche sovranazionali. La Banca Mondiale ha pienamente raggiunto il suo sviluppo dopo il 1968 e la presidenza di McNamara - il quale si era già personalmente occupato di sviluppo in Vietnam (prima di presentare le proprie scuse [solamente al popolo americano] per gli “errori commessi”).

19 La conversione brutale e completa della socialdemocrazia al neoliberismo (che ha avuto in Francia l’effetto di trasformare la convivenza da eccezione in regola sotto la V Rebubblica) ha mantenuto questa illusione.

20 Assieme a Marx, noi chiamiamo “classici” gli economisti “scientifici”, secondo Petty e Boisguilbert.

21 Per “liberali”, intendiamo i pensatori della “società liberale”; Hume, Smith, Turgot...

22 Per esempio: E. Malinvaud, “Perché gli economisti non fanno più scoperte”, Revue d’économie politique, Vol 106, n° 6, 1996, pp. 929-943.

23 Un esempio tipico è fornito da Jevons, che attribuisce la paternità del valore-utilità a Ricardo (La Théorie de l’économie politique, Giard & Brière, 1909, pp. 239-241). Il recupero della legge dei vantaggi comparativi dello stesso Ricardo da parte dei neoclassici apologetici del libero scambio è un altro esempio.

24 R. Herrera, “Elementi per una critica della ‘nuova teoria’ neoclassica della crescita”, dattiloscritto, CNRS (UMR 8595), maggio 2000.

25 M. Friedman, Capitalism and Freedom, The University of Chicago Press, 1982, p. 12

26 Von Hayek è esemplare in questa oscillazione che lo fa senza sosta esitare fra diversi criteri e abbandonare, a piacimento nella sua retorica, l’argomento fondato sul “massimo della libertà” per ripiegare altrettanto su quello (unico) scelto dai detentori del diritto naturale - della “conformità alla giustizia” secondo Turgot -, sia su quello (unico) adottato dagli utilitaristi - del “più grande benessere per il maggior numero” secondo Smith - (The Consitution of Liberty, Henley-Routledge & Kegan Paul, 1976, pp. 125 e 309)

27 A questo proposito, secondo Friedman, l’intervento dello Stato aldilà dei servizi educativi spontaneamente offerti dal mercato “non è necessario” e conduce anche a un sistema “molto peggiore di quello che si sarebbe sviluppato se la cooperazione [il mercato] avesse continuato a giocare un ruolo crescente” (Free to Chose, Penguin Books, 1986, p.197). Per il lettore che fosse tentato di pensare che questa posizione non può trovare eco tra chi prende decisioni politiche, lo invitiamo a consultare l’ultimo 1999 World Bank Report, dedicato al sapere (“c’è bisogno di incoraggiare lo sviluppo dell’educazione (...) il miglior modo di procedere è di sostenere l’azione del settore privato in questo campo [dato che] la scuola privata fornisce spesso un’educazione migliore a costi minori”, pp. 44-61. Questa tesi non può tuttavia essere in alcun modo dedotta dai liberisti classici: né da uno Smith, cosciente dell’esigenza di rendere compatibili l’esercizio della cittadinanza e il funzionamento del capitalismo, né da un J.S. Mill, che si confrontava ancora più direttamente alla crescita delle rivendicazioni della classe operaia. Essa presenta al contrario delle somiglianze con quello che dice Bastiat: “Si parla molto, dopo la Repubblica, di istruzione gratuita. È il Comunismo applicato a una branca dell’attività umana. L’istruzione è gratuita! E non è solamente l’istruzione gratuita che bisognerebbe chiedere allo Stato, ma il cibo gratuito, ecc. Ma andiamo! L’alimentazione non è ancora più necessaria? Stiamo in guardia. Il popolo ci è quasi arrivato.Vittime di una parola, abbiamo fatto un passo verso il Comunismo; quale ragione avremmo di non farne un secondo, poi un terzo, fino a che qualunque libertà, qualunque proprietà, qualunque giustizia non vi siano passate? Primo vivere, deinde philosophari, dirà il popolo e in verità non so cosa potremmo rispondergli” (F. Bastiat, Harmonies économiques, in Oeuvres complètes, tomo 6, Guillaumin & Cie, 1864, p.295).

28 Tanto che è vero, come nota I. Wallerstein, che “la storia del passato lontano dipende sempre dagli avvenimenti del passato prossimo”, perché, contrariamente ai nostri schemi logico-deduttivi, è “il presente [che] determina il passato e non viceversa”(Impenser la science sociale, PUF, 1997, pp.151-152).

29 M. Bernal avanza: “Se si dimostra che ho ragione di sperare che si demolisca il Modello Ariano, bisognerà ripensare non solamente le basi della “civiltà occidentale”, ma anche riconoscere l’influenza del razzismo, dello “sciovinismo continentale”, nella nostra storiografia. Il Modello Antico [era] assolutamente intollerabile agli occhi degli ideologi razzisti del XVIII e XIX secolo [come lo era l’idea] che la Grecia, in cui essi vedevano la quintessenza dell’Europa, e che incarnava la purezza dell’infanzia europea, avesse potuto essere il risultato di una mescolanza di Europei autoctoni e di colonizzatori africani e semiti. Bisognava dunque (...) rimpiazzarlo con qualcosa di più sopportabile” (Black Athena, PUF, p.24).

30 C.A. Diop, Civilisation ou barbarie, Présence africaine, 1981 (p.9). È sulla base di questa tesi di una “origine nera della civiltà egitto-nubiana” che l’autore era giunto (per risvegliare “la memoria dell’umanità che lo schiavismo dei neri aveva reso smemorata rispetto al passato di questo popolo”) a risalire fino alla “origine africana e negroide dell’umanità e della civilizzazione” e a ritracciare “il contributo del pensiero nero alla civiltà occidentale nelle scienze,nelle lettere e nelle arti” e “la formazione degli Stati africani [dopo il declino dell’Egitto] su tutto il continente e la continuità dei legami storico-culturali fino all’alba dei tempi moderni” (Nazioni nere e cultura, Présence africaine, 1979, 1979, pp.5-6.

31 S. Kennedy e N. Chomsky hanno saputo con chiarezza rivelare le omissioni della storia (interna per il primo, esterna per il secondo) degli Stati Uniti. Per quel che ci riguarda, la storia collaborazionista, colonialista e neoimperialista della Francia resta ancora da scrivere...

32 “Naturalmente, noi supporremo che le scelte di Robinson siano governate dalla ricerca del suo interesse individuale (...) e adottiamo d’acchito il postulato del comportamento ottimale, centrale in economia” (R.J. Barro, La Macroéconomie, Colin, p.10).

33 Non sembra in effetti che, soprattutto dopo l’emergere delle geometrie non-euclidee (alle quali sono legati i nomi di Bolyai, Lobatchevski e Riemann) che “matematica e realtà sono quasi completamente indipendenti, e i loro contatti più misteriosi che mai”? (J. Dieudonné, in A. Dahan-Dalmedico et J. Peiffer, Une Histoire des mathématiques, Seuil, 1986, p.159).

34 Questa “dialettica” non sarebbe totalmente riducibile all’interpretazione marxista che fa nascere il pensiero dalle condizioni storiche (F.Engels, Anti-Dühring, Editions sociales, p. 69). “Io credo che noi prendiamo dappertutto il necessario.Necessarie le connessioni dei matematici, necessarie perfino le tappe della scienza matematica, necessaria anche questa lotta che conduciamo”, scrive J.Cavaillès, quanto spinozista in questo caso (G. Canguilhem, Vie et mort de Jean Cavaillès, Allia, 1996 p. 29)

35 L’affermazione che “gli economisti devono essere dei matematici a meno di non essere scientifici” non ha impedito a Jevons di confondere analisi normativa e positiva: “la concezione teorica del mercato perfetto è più o meno realizzata in pratica”; né di trasudare razzismo “è evidente che questioni di questo tipo dipendono molto dal carattere della razza. Un uomo di una razza inferiore, un negro per esempio, teme di più il lavoro...”(La Théorie de l’Economie politique, op. cit., resp. pp. 55, 153 e 263).

36 Per parlare come L. Strauss, La Persécution et l’art d’écrire, Agora, 1989, pp. 55-74.

37 G. Deleuze e F. Guattari, Mille Plateaux, Editions de Minuit, 1980, pp. 464-470.

38 “La vera soluzione pratica di questa fraseologia, l’eliminazione di queste rappresentazioni nella coscienza degli uomini, non sarà realizzata, ricordiamolo, se non da una trasformazione delle circostanze e non da delle deduzioni teoriche” (L’Idéologie allemande, op. cit., p.41. F. von Mises preferiva dire: “Senza dubbio la maggior parte degli uomini sono incapaci di seguire un ragionamento difficile. (...) Solamente le masse, precisamente perché non possono pensare da sole, obbediscono alla direzione di quelle che si chiamano le persone colte. Se si riesce a convincere queste ultime, la partita è vinta...” (Le Socialisme, Librairie de Médicis, 1938, p.11).

31 Mar, 2008

A proposito dell'editoriale "Giovani vite sacrificate dalla fretta"

Inviato da gioegio 18:33 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | lavoro e capitale

Un mio "articolo" di qualche tempo fa. Lo posto per iniziare a mettere qualcosa qui dentro.

 

A proposito dell'editoriale "Giovani vite sacrificate dalla fretta" di Mario Chiodetti, apparso su "la Provincia di Varese" del 15 dicembre 2007. O del come sia sempre più necessaria una contro informazione efficace in provincia di varese pena una infinita subalternità ideologicia e di conseguenza politica.

Su "la provincia di Varese" di sabato 15 dicembre scrive molto Mario Chiodetti a proposito delle morti sul lavoro, addirittura si esibisce in un editoriale, chissà in base a quali competenze affidato proprio a lui - un editoriale, voglio solo ricordarlo, molto spesso esprime la linea di tutto il giornale.
Iniziamo dal titolo: "Giovani vite sacrificate dalla fretta"
Il problema sembra chiaro: la fretta. Viene in mente una vecchia battuta di Benigni. Il problema di Palermo? Il traffico.
Poi Chiodetti puntualizza - e da qui in avanti i virgolettati si riferiranno tutti al suo articolo. In realtà il dolore delle vittime del lavoro è "senza nome", saremmo tutti "impotenti a capire", sgomenti e muti "di fronte alla morte che non da spiegazioni".
Ma forse i morti ormai sono troppi (anche quest'anno siamo abbondantemente oltre quota 1000), bisogna concedere qualcosa. Ci spiega che forse non si tratta di fatalità, ma delle "pecche di un sistema produttivo impazzito", una "quotidianità dei consumi selvaggi e della corsa al superfluo" che nasconde l'esistenza di "persone in lotta con la sopravvivenza", "lotta selvaggia, fatta  di orari massacranti, fatiche disumane, spesso frutto di lavori improvvisati accettati per necessità e
disperazione". Universo questo, dice Chiodetti, abbandonato dal "troppo teorizzare della politica".
E aggiunge alla sua analisi la "paura del domani" che "costringe a rischiare, a trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato", "la necessità di sopravvivenza [che] spinge a buttarsi in imprese a volte più grandi di noi", "la nostra civiltà [...] vittima di tempi frenetici", "l'assenza [...] di maestri di lavoro". E ancora, "vite allo sbaraglio", "bruciate in pochi secondi" per "la fretta di terminare il  lavoro e diminuire i costi [che] acceca ogni pudore uccidendo con la persona la sacralità dell'esistenza", "desiderio incoercibile del fare, a ogni costo".
Chiodetti conclude con un'esortazione: "incominciamo a rallentare, per favore."
Io personalmente non posso fare altro che invitare Chiodetti, per la prossima volta, ad astenersi
dallo scrivere.
Le morti sul lavoro non sono un santissimo mistero impossibile da spiegare, che lascia impotenti e muti di fronte alla morte, che non da spiegazioni. Se vogliamo scrivere il temino delle superiori possiamo anche farlo, se vogliamo imitare quei campioni del giornalismo disimpegnato e prezzolato che ormai sono ovunque (mi vengono in mente alcune testate
giornalistiche televisive...) possiamo anche farlo e quindi lasciarci andare a commentini strappalacrime sulla morte incomprensibile e misteriosa. E infatti, come dice l'editorialista diligente, il ragazzo morto schiacciato da una montagna di terra "soltanto un attimo prima sorrideva o se la prendeva con se stesso e col mondo". Certo sorrideva, mentre scavava circondato dalla terra e senza magari nessun tipo di protezione. Certo che sorrideva. E, aggiungo io, magari mentre sorrideva in sottofondo si sentiva una musichetta gioiosa, giusto per terminare di dipingere il quadretto idilliaco.
Chissà, magari sorrideva perché lavorava sottopagato, magari con gli straordinari in nero e in condizioni di insicurezza cronica. O forse digrignava i denti. Non sarebbe uno scenario così alieno per il nostro paese. Magari non se la prendeva con se stesso come si vuole farci immaginare ma con l'azienda che lo sfruttava giorno dopo giorno. E' notevole come in tutto l'articolo non compaia nemmeno una volta la parola azienda e solo una volta il termine impresa, ma solo per illuminarci
sul fatto che è la necessità di sopravvivere a spingerci in "imprese a volte più grandi di noi".
E' la necessità di sopravvivere,la paura del domani, la lotta selvaggia per la sopravvivenza ci viene spiegato. Ah si?
Qui non stiamo niente meno che dipingendo la lotta di tutti contro tutti, dove i più forti sopravvivono. E chi sono i più forti? Chiodetti non ha il coraggio di scriverlo e quindi ripiega - facile facile - sulla naturalizzazione delle caratteristiche assassine della nostra società capitalista: è la civiltà che è vittima di tempi frenetici, è il desiderio incoercibile del fare a ogni costo! Forse il ragazzo morto lavorava freneticamente, forse era il suo dna incoercibile, forse aveva fretta o forse la fretta era più un'impresa più grande di lui? Esatto! Era proprio un'impresa (e per non confonderci le idee io per impresa intendo insieme di uomini e mezzi organizzati per raggiungere un profitto economico) che lo costringeva, per riprendere e parafrasare alcune parole prima citate, a rischiare, a lottare selvaggiamente per la sopravvivenza come un animale, a orari di lavoro massacranti e fatiche disumane. Ecco trovato l'assassino. Non parla l'editoriale di Chiodetti esclusivamente del caso del ragazzo di Cairate, anzi si parte da li per sviluppare una riflessione più generale. E questo ciò che voglio fare anche io. Il caso di Cairate
è una questione che dovrà essere valutata nella sua specificità e non sto ovviamente accusando i suoi datori di lavori. Saranno le indagine e i tempi biblici dei processi italiani a chiarire, forse, le responsabilità di ognuno. Ma visto che di questi tempi è facile parlare di responsabilità morale – anzi di concorso - io voglio qui accusare Chiodetti e tutti quelli come lui di enormi responsabilità politiche e morali per essere i diventati ormai stabilmente i nuovi cani da guardia del sistema
economico dominante: il neo-liberismo. Li accuso di non chiamare le cose col loro nome: di parlare di fretta e non di capitalismo selvaggio; di parlare di flessibilità e modernizzazione del mercato del lavoro e non di precarietà, lavoro notturno, festivo, in nero, sottopagato; di parlare di responsabilità e merito invece che di smantellamento dello stato sociale e clientelismo sfrenato. E quindi li accuso di non puntare il dito contro il vero assassino: non la fretta ma l'economia che ha
scavalcato la politica, il sistema economico-finanziario che ormai spadroneggia incontrastato (BCE,
FMI e banca mondiale sono le vere istituzioni che controllano il mondo senza a loro volta essere in nessuno modo controllabili democraticamente); non la fatalità o l'"incoercibile voglia di fare" (di scavare magari...) ma lo sfruttamento selvaggio e senza più regole attuato da aziende, grandi o piccole, nei confronti dei lavoratori, gli attacchi continui al sindacato (vogliamo parlare di contrattazione decentrata?), l'aumento dell'insicurezza sociale,della povertà, degli impieghi sotto pagati minacciati
costantemente dalla minaccia di licenziamenti brutali.
Li accuso di non puntare il dito contro gli imprenditori italiani che delocalizzano in Cina o chissà dove e che poi, magari, lamentandosi della concorrenza straniera, chiedono di abbassare i costi del lavoro e razionalizzare i flussi aziendali (si legge licenziare, si scrive politiche sociali responsabili e coraggiose). Imprenditori che vengono da loro lodati in ogni occasioni, nemmeno fossero illuminati benefattori dell'umanità che offrono occupazione e stipendio per portare benessere. Li accuso di riproporre ogni anno analisi sugli eccessivi costi della sicurezza che paralizzano le aziende e imprigionano la crescita (di chi?). La loro colpa è di parlare di necessità di riforme strutturali del mercato del lavoro e dello stato sociale, ergendosi a implacabili difensori del capitale - che d'altronde o garantisce i loro privilegi o li piega e domina a forza di precarietà - e quindi del sistema di sfruttamento sistematico che le aziende mettono in atto nei confronti dei dipendenti, vera e proprie "risorse umane", miniere di euro da mungere fino all'ultimo e poi magari licenziare in nome del merito e della flessibilità moderna. In sostanza del profitto sempre più slegato da ogni considerazioni sociale. Insomma liberiamo la crescita appunto. O la bestia, come dir si voglia.
Risorse umane, dicevo, da sfruttare e poi licenziare o da lasciare al loro destino quando prendono fuoco o, come dice Chiodetti, "bruciano in pochi secondi". Ma lui aggiunge che bruciano per la fretta e la voglia di ridurre i costi di "nessuno" ("Vite allo sbaraglio [...] che nessuno ha tempo di prendere per mano"). Non è "nessuno" il responsabile. E' il sistema capitalistico in cui si inseriscono con le loro scelte, spiegabili ma mai giustificabili, anche le aziende italiane, anche la Thyssen Group, anche le Fiat o la Bialetti (giusto per fare due nomi), anche tutte le altre. E' il "capitalismo o barbarie" sostenuto in primis dai grandi giornali ma anche dai giornali di provincia che, si sa, vivono non di lettori ma soprattutto di pubblicità e appoggi politici e che quindi devono piegarsi, gioiosamente o meno, consapevolmente o meno, agli interessi di chi comanda davvero. Il sistema mediatico, il teorico quarto potere che dovrebbe avere funzione di controllo e denuncia, non solo non è autonomo ma è ormai anche manganello nelle mani dei potenti, supino nel riportare integralmente e in maniera acefala ogni tipo di dichiarazione idiota o settaria (16 novembre, intervista, sempre su la Provincia di Varese, a Vittorio Feltri, noto dipendente di Berlusconi a cui viene affidato il compito di commentare, voce unica sull'argomento e ovviamente imparziale, una indagine giudiziaria sul suo padrone...) e pronto a zittire, accusare di irrazionalità, passatismo, corporativismo e, se serve, anche a portare nelle aule di tribunale le voci contro corrente che infastidiscono il normale svolgimento delle loro comode e ben pagate vite da scrivania.
Pronti sempre a definire normale, naturale, incoercibile, il mercantilismo di cose e persone (la legge del mercato come la legge della gravità universale?); disponibili, mai, a indicare chiaramente che ogni situazione è frutto di scelte politiche e che ogni scelta politica ha i propri responsabili e le connesse conseguenze, anche mortali. Pronti ad alzare polveroni - e a parlare di fretta - quando proprio inevitabile e a ritornare felici, il giorno dopo, relegando nell'oblio ogni tragedia e ogni morte, alle care e tanto interessanti ed sicuramente moltissimo indispensabili trame dei palazzi romani.*
Bene, questi signori con i loro scritti e le loro azioni, spiegabili ma certo non giustificabili, contribuiscono, nel loro piccolo, con il loro non vedo non sento non parlo, con il loro sostegno incondizionato al pensiero unico dettato dai potentati economici-politici, a gettare, ogni giorno, una manciata di terra sulla frana che ha ucciso Alessandro Fior, uno che ha "abbandonato la vita" sul posto di lavoro, vita fra le tante "sacrificate dalla fretta". La fretta, certo.

*14 dicembre: muore sul lavoro Alessio Fior, 25 anni di Cairate. Schiacciato da una frana
15 dicembre: la provincia riporta la notizia. In prima pagina notizia ed editoriale:"Giovani vite sacrificate dalla fretta" su cui mi sono dilungato sopra. Poi più nulla fino a pag. 14, sezione VareseCronache. Qui ottimi e chiari articoli illustrano la vicenda e abbozzano un'analisi. Tra la prima pagina e la 14esima di tutto, Berlusconi che denuncia i giudici che starebbero intimidendo i senatori che lui cercava di corrompere ( pag.5), il giallo di perugia (pag.6), un'intera pagina dedicata alla bravata del principe Pierre il "vandalo" (p.9) Evidentemente ognuno ha le proprie priorità, e sensibilità.
16 dicembre: finalmente un'analisi dettagliata, firmata da Piero Orlando, delle possibili e probabili cause di ogni morte sul lavoro. Peccato però serva arrivare a pagina 11 per saperne qualcosa. Il tutto relegato nella sezione VareseCronache mentre i politici locali discutono sul mandare a casa la "casta", sull'ordinanza anti-sbandati e sui fondamentali alberghi da costruire o meno per gli altrettanto fondamentali mondiali di ciclismo. Ovviamente sul morto e sul problema della sicurezza sui luoghi di lavoro nulla.
17 dicembre: in prima pagina si torna a parlare del problema della sicurezza sul lavoro. Editoriale di Francesco Angelini dal titolo: "La sinistra dalla fabbrica al salotto". La tesi dell'articolo è che la situazione attuale così ottimamente descritta (i "lavoratori sono sfruttati, oppressi da turni massacranti ed esposti a discriminazioni e gravi rischi per la loro incolumità. Qualcuno ci lascia la pelle.") dipenda dalla sinistra, di centro o estrema che sia,