28 Apr, 2008

Fine di un compromesso sociale - Giulietto Chiesa

Inviato da gioegio 20:19 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | Generale

di Giulietto Chiesa, Megachip – da Galatea

Metabolizzare la batosta, davvero storica, del 13-14 aprile 2008, sarà complicato per la sinistra, anche per quelli che hanno votato PD credendo di votare a sinistra. “Vi ricordate quel 18 aprile?”- suonava una canzone per ricordare altri momenti infausti (il 1948) - “d'aver votato democristiani/ senza pensare all'indomani / a rovinare la gioventù”.

Questa volta è andata addirittura peggio. Sparita la sinistra dal Parlamento italiano. Sparita la sinistra in generale? Non mi pare. L'operazione è stata una cospicua stratificazione di trucchi. Il risultato dice che sei o sette milioni di italiani non hanno più una loro rappresentanza in Parlamento.

Metabolizzare sarà difficile anche perché c'è già molta gente, appunto a sinistra, e in modo particolare tra gli inetti che hanno costruito la sconfitta con le loro mani, che pensa di riprendersi il maltolto in tempi brevi, che anela alla rivincita, e che sta già imboccando scorciatoie nelle quali sarà facile graffiarsi le ginocchia, se non rompersi le gambe.

Questo aprile epocale ha una data di nascita lontana, anzi ne ha tante che è perfino difficile metterle tutte in fila. E' necessario ricominciare con fatica e fare analisi che non si facevano da una ventina d'anni. Dal fatidico 1989, per esempio, quando cadde l'ancor più fatidico “muro di Berlino”. Di cui, per altro, i giovani che hanno votato in questo aprile non sanno un bel niente.

Si è rotto il compromesso sociale che, bene o male, aveva retto gli equilibri della società italiana dal dopoguerra. E' il primo segnale di una rottura che diventerà assai presto molto più grande. Sono state le classi dominanti italiane che hanno rotto questo compromesso. E stavano provando a imporre la loro interpretazione della modernizzazione attraverso Veltroni e il Partito Democratico. Ma l'operazione è fallita. Gli è scappata di mano, e dal loro cappello a cilindro è venuto fuori di nuovo Berlusconi. E la Lega, che è componente essenziale e una delle cose più inquietantemente interessanti tra le molte che stanno accadendo.

Hanno rotto il compromesso perché pensavano di poter far pagare ai lavoratori e ai ceti medi la modernizzazione, per tenere alta la competitività e mantenere il livello altissimo di profitti e rendite su cui hanno prosperato in questi anni. La sinistra, divisa e in disarmo, ha offerto poca resistenza o nulla a quell'operazione.

Anche la sinistra non aveva capito dove stava andando la globalizzazione. Né ha capito l'11 settembre e i suoi molteplici significati. E quindi, insieme al pacifismo, non ha capito le ragioni della grande guerra in corso. Ha pensato – mentre è in corso una lotta mortale per la sopravvivenza - di potersi limitare a condurre con successo qualche ritirata tattica. Di ritirata in ritirata si è visto che milioni di persone - la maggioranza - stavano perdendo fette consistenti di potere d'acquisto, cioè di tenore di vita.

Le scaramucce si sono svolte tutte “dentro” la logica del mercato, come se il mercato fosse un campo di calcio dove si rispettano le regole. Invece il mercato finanziario, globale e italiano, era diventato sempre più gaglioffo e canagliesco. E ad esso si sono aggiunte due crisi, entrambe epocali, quella energetica e quella ambientale, che avrebbero dovuto sollevare la loro attenzione, e che sono state ignorate.

E' stato un accavallarsi di errori. Anche le classi dominanti hanno sbagliato. Pensavano, con ingenuità imperdonabile, che il buonismo veltroniano potesse tenere le briglie di un cavallo a tal punto impazzito. E pensavano che il moderato riformismo compassionevole del PD potesse reggere un progettino di ripresa della crescita, proprio nel momento in cui cominciava a vedersi con chiarezza che nessuna crescita sarà più possibile. Certamente non lo sarà più nei termini e con le modalità con cui vi è stata fino al 2001: gestione dell'esistente, proprio nel momento in cui l'esistente diventa insopportabile.

La sinistra avrebbe avuto margine di azione, se fosse stata capace di proporre qualche cosa di diverso. In mancanza di una proposta alternativa, e in presenza di un mugolio riformista indistinto e palesemente poco credibile, ampie masse popolari – non solo e non tanto “operaie”, ma grandi masse di individui, molto differenziate, di cui la classe operaia è solo parte, includenti artigiani, commercianti, piccoli imprenditori etc - sono andate a cercare protezione altrove.

Cioè non in bocca al nemico - perché il nemico era ed è proprio chi tentava l'operazione cosiddetta “modernizzatrice”, l'ideatore del precariato della crescita a oltranza, dell'accelerazione dei consumi - ma da un'altra parte. Hanno fatto la mossa del cavallo, spiazzando tutti. E votando Berlusconi e Lega. La gente sta peggio di prima, sebbene consumi ancora di più (ma indebitandosi), e quando comincia a essere costretta anche a consumare di meno - esattamente l'opposto dell'unico “valore” che le è stato inculcato - ecco che l'equilibrio si incrina. La mandria dei consumatori non sa più dove andare. Quasi nessuno capisce bene perché, quali sono le cause, chi sono i responsabili - il sistema dei media glielo nasconde accuratamente e li inganna sistematicamente - ma l'inquietudine cresce, per cento motivi, di cui si vedono solo quelli superficiali, l'ordine pubblico, la corruzione, la casta politica.

La giungla è bello vederla al cinema, non viverci dentro. Il mercato, tanto magnificato tutti i giorni dai media dei padroni del vapore, e dalle televisioni degli stessi, è diventato ringhioso, e morde troppa gente. A chi piace la competizione quando non sai se vincerai domani, e nemmeno se potrai mai più vincere?

Qui ci sarebbe voluta una sinistra capace di parlare alla gente dicendo la verità: cioè che il tipo di sviluppo conosciuto in questi ultimi cinquant'anni non è più riproducibile perché sono apparsi i “limiti”, e non se ne andranno più. Il picco avviene una sola volta nella storia dell'Umanità, e finite le riserve fossili, non ce ne sarà più.

Ma questa sinistra non c'è più. Perché per fare questo sarebbe stata necessaria una nuova sintesi, una nuova idea della transizione a “un'altra società umana”, non solo a un altro sistema sociale. E per fare queste sintesi bisogna avere organizzato lo studio, la ricerca, un livello alto dell'analisi della complessità moderna. La sinistra si è anch'essa imbolsita nel provincialismo ottuso della casta italiana, ed ecco che si è aperto un baratro.

E' avvenuta una specie di regressione collettiva: una fuga dalla realtà, a metà strada tra l'imbambolamento di chi chiede di poter continuare a divertirsi - a imitazione dei ricchi, ma accettando che sia in tono minore, una specie di voyeurismo anch'esso molto televisivo, come tutto il resto - e nello stesso tempo si rifugia impaurito nel proprio territorio, tra le cose che conosce e riconosce, tra i simili, tra quelli che parlano il tuo dialetto e che fanno le stesse cose che fai tu. Anche come difesa istintiva contro gli “alieni”, che pregano un altro dio e che ti rubano il lavoro. Anche perché è meno alieno il tuo datore di lavoro, che ti fa fare lo straordinario, i soldi te li da anche se ti fa lavorare come una bestia, e poi è bene tenerselo buono perché non si sa mai con quest'aria che tira…

Per questo hanno votato Berlusconi e Lega.

Non modernizzazione ma regressione: un salto indietro rispetto alla globalizzazione, che è diventata cinese e non piace più. Un salto indietro anche rispetto all'Europa, anch'essa troppo amante della competitività. Una fuga al quadrato, insomma. E a grande maggioranza. Che è anch'essa la ricerca di un nuovo compromesso sociale: del tutto subalterno e illusorio, naturalmente, ma è l'unico che hanno potuto vedere, perché i loro occhi erano puntati sullo schermo televisivo, dove non si può vedere, almeno in Italia, altro che quello, racchiuso tra le tette delle soubrettes del Bagaglino.

Questo non era quello che volevano i banchieri italiani che hanno appoggiato Veltroni. Volevano ridurre i costi della modernizzazione, e farli pagare ai lavoratori. Dimostrando così di essere la padella, alternativa alla brace berlusconiana. Invece i costi della modernizzazione aumenteranno, invece che ridursi.

Il compromesso che loro hanno rotto la gente lo ha cercato, al ribasso, con la regressione leghista-berlusconiana. Questo nuovo compromesso passa attraverso la fine della democrazia, anche dal punto di vista delle forme. Questo blocco sociale vincitore non ha un disegno che non sia la frantumazione del paese e l'illusione – che lo distingue non di molto da quello di Montezemolo – di poter contare sulla fortuna di una qualche “ripresina”. E poiché le “perturbazioni sociali” della transizione sono destinate ad aumentare, la cosa più probabile è che ricorreranno alla forza per comprimerle. Insieme alla delimitazione di tutti i diritti e libertà che l'attuale Costituzione ancora per poco tutela.

Lo scenario a sinistra è ancora polveroso. Come un'esplosione vista al ralenti, quando i frammenti e le schegge si allontanano caoticamente e lentamente gli uni dagli altri. Poi si dovrà costruire le casematte per la difesa, prima della tempesta.

27 Apr, 2008

Sostanze nocive anche nei tessuti di cotone?

Inviato da gioegio 15:20 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | Generale
 
 
Vestire più sano?
Attenzione
a canotte e slip
 

Monica Di Sisto
E' un po' come una "seconda pelle" ma può anche trasformarsi in una tra le più insidiose trappole per la nostra salute. Parliamo dell'abbigliamento intimo: magliette, canotte, slip e vezzosità varie che nascondiamo (o meno) sotto gli abiti per proteggerci, scaldarci o tenerci più freschi. Oggi i loro tessuti contengono molte componenti sintetiche che rendono più elastiche anche fibre di cotone molto economiche, più convenienti ma di per sé più rigide. Esse, però, fanno perdere a questi capi la capacità di far respirare bene la pelle e ci possono imprigionare in una sorta di sauna permanente. Se anche ci si volesse affidare al caro, vecchio cotone, bisogna stare con gli occhi ben aperti perché l'etichetta "100% cotone" molte volte è stata sbugiardata dai test di laboratorio condotti dalle associazioni dei consumatori.
Non basta: sulle piante di cotone, che occupano circa il 2,5% della superficie agricola mondiale, viene scaricato il 25% del totale degli insetticidi utilizzati al mondo e 11% di tutti i pesticidi. C'è di più: su ogni chilo di tessuto bianco sono stati applicati ben più di un chilo tra acidi, enzimi, sbiancanti e coloranti. Dopo tutte le fasi di lavorazione del cotone, dal campo all'armadio, anche sugli indumenti più sensibili potrebbero essere rimaste, a sorpresa, sostanze pericolose come formaldeide, residui di metalli pesanti quali cromo, rame, cobalto, nichel, argento di mercurio, ma anche pesticidi e pentaclorofenol.
Pochi immaginano, in effetti, che l'impiego di sostanze chimiche nei processi di lavorazione dei prodotti tessili determini effetti negativi non soltanto sulla salute dei lavoratori del settore, che sono tra i più sfruttati e più a rischio di intossicazione, ma anche su chi li indossa. Le Dermatiti Allergiche da Contatto, infatti, sono in costante aumento anche nel nostro Paese e la maggior parte dei casi è da attribuire proprio ai coloranti utilizzati per tingere le fibre tessili.
Per salvare la pelle è molto importante affidarsi a fibre davvero naturali, in particolare per l'intimo, che possano contare su una coltivazione della fibra bio ed una lavorazione che non coinvolga agenti così tanto aggressivi. Tra le pioniere di questo settore c'è una piccola azienda di Roma, Bio on Body, la cui linea di biancheria, pur non rinunciando a lampi di colori e sexy baby doll in jersey, è stata addirittura certificata dall'Associazione italiana per il biologico (Aiab) e si trova in molti bio-shop. Chi vuole comunque trovare un'alternativa al cotone, può provare i capi notte e intimo in morbido jersey "Ali di Canapa", sviluppati dall'azienda italiana Ali Organic Wear e sempre certificati da Aiab. Nella Pianura Padana la canapa è stata coltivata per la fibra tessile fin dall'epoca romana: per sua natura, infatti, è poco soggetta agli attacchi degli infestanti e cresce anche in terreni non particolarmente fertili, motivo per cui ha un'ottima resa anche se coltivata senza supporti chimici (www.aiab.it/nuovosito/campo/marchi/tessile/aziende.shtml).
Per chi, però, vuole fare anche la sua parte per promuovere i diritti di chi lavora, ci sono alcune proposte interessanti nel panorama equo e solidale. Ctm Altromercato, ad esempio, ha creato Birbanda: una linea di intimo e abitini per bambini confezionati con cotone nativo originario del Perù che ha la caratteristica, oltre ad essere coltivato con i criteri del bio, di nascere già colorato sulla pianta in delicate varietà di panna, beige, marrone, caffè e malva (www.altromercato.it/it/prodotti/MODA).
Grazie ad una collaborazione tra l'organizzazione equosolidale Fair, infine, è nato il progetto di auto-impresa "Made in No": una linea di intimo e di capi di base in cotone biologico e "Made in Dignity" co-realizzata da piccoli artigiani tessili di Novara e dalla rete di produttori brasiliani Justa Trama, che dice "no" allo sfruttamento del subappalto e al ricatto delle delocalizzazioni nel Sud del mondo come a casa nostra (www.made-in-no.com). Per vestire più sano ma anche un po' più giusto.


27/04/2008

25 Apr, 2008

RESISTENZA OGGI. Ma prima facciamo i conti con maschilismo e omofobia.

Inviato da gioegio 14:22 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | Generale
RESISTENZA OGGI
Ma prima facciamo i conti con maschilismo e omofobia

Antifascismo: come non farla restare una parola vuota, ma viva, attuale?
Rivisitiamo criticamente la storiografia ufficiale. All'indomani della Liberazione,
ha voluto dare un'idea normalizzata della lotta contro il nazifascismo cancellando
il vero ruolo di donne, lesbiche, gay e occultando le discriminazioni che i regimi
avevano attuato nei loro confronti. Se ne parla a Verona, grazie al Circolo Pink

Elena Biagini (da Liberazione di oggi)
«Poi siamo andati a Torino. Io non ho potuto partecipare alla sfilata, i compagni non mi hanno lasciata andare. Nessuna partigiana garibaldina ha sfilato, ma avevano ragione loro. Mi ricordo che strillavo: "Io vengo a ficcarmi in mezzo a voi, nel bello della manifestazione! Voglio vedere un po' se mi sbattete fuori!". "Tu non vieni, se no ti pigliamo a calci in culo! La gente non sa cos'hai fatto in mezzo a noi, e noi dobbiamo qualificarci con estrema serietà!". E alla sfilata non ho partecipato: ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante, poi ho visto Mauri, poi tutti i distaccamenti di Mauri con le donne che avevano insieme. Loro sì che c'erano. Mamma mia, per fortuna che non ero andata anch'io! La gente diceva che erano delle puttane».
Questa le parole di Tersilla, nome di battaglia Trottolina, sulla manifestazione delle brigate partigiane che si svolsero a Torino per celebrare la liberazione nel 1945, una delle testimonianze raccolte in La resistenza taciuta , il testo dal titolo-manifesto che Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, pubblicarono nel 1973, aprendo la lunga strada della de-virilizzazione dell'antifascismo. Così inizia l'antifascismo dell'epoca repubblicana: all'insegna del perbenismo che deve rimettere tutto a posto, riportare le donne in casa, a fare le massaie, subordinate all'antico ordine patriarcale, dopo che alcune di loro avevano combattuto in montagna, molte avevano contribuito a sconfiggere "la carogna fascista" con forme di resistenza civile, tutte erano uscite dalle mura domestiche, avevano acquistato visibilità sociale. «La mobilità/visibilità delle donne, che in tutta Europa passano ore davanti ai negozi e alle rivendite clandestine, attraversano le città e percorrono le campagne in cerca di cibo e di ricoveri di fortuna, prendono treni per sfollare, dopo l'occupazione peregrinano tra comandi tedeschi e fascisti per conoscere la sorte di mariti, fratelli e figli, chiedendone la liberazione», come scrive Anna Bravo in In guerra senza armi (Roma, 1995).
Come la nascente repubblica porta via le armi ai e alle resistenti per fermare il processo rivoluzionario, così si assiste anche ad una forte restaurazione dei costumi, ad una rinnovata ruolizzazione di genere della società.
Dopo la fine della guerra, la memorialistica si è per lo più limitata a celebrare alcune icone femminili, mentre le opere storiografiche di sintesi, all'unisono, hanno trattato le donne come una categoria meritevole ma indistinta ed hanno definito quello delle partigiane un "contributo", come si trattasse di una convergenza momentanea, non di una appartenenza vera e propria delle donne al movimento resistenziale. La partecipazione delle donne alla Resistenza non è stata cancellata ma svuotata del suo carattere politico, secondo un processo che la pioniera italiana della storia delle donne Pieroni Bortolotti sintetizza in maniera efficace nel seguente passo: «Le donne della Resistenza erano sempre mamme e spose di casa, capaci di un doppio lavoro, di un doppio dovere, e se non si parlava di una doppia morte, era proprio soltanto perché al mondo si muore - perfino le donne - una volta sola». Fino a pochi anni fa le celebrazioni ufficiali hanno costruito una figura stereotipata della resistente, di cui è simbolo la protagonista di L'Agnese va a morire di Renata Viganò, a discapito di tutte quelle donne che, nella loro partecipazione politica e armata, si sono distaccate dal modello femminile precostituito dalla ruolizzazione di genere, dalla tradizione cattolica e patriarcale.
Non è probabilmente un caso, in questo quadro, se le testimonianze di resistenti lesbiche o gay sono sparute e poco conosciute: negli anni Cinquanta il perbenismo del Pci ha certamente contribuito a far tacere anche al proprio interno chi già nel paese doveva fare i conti con una società fortemente normalizzata dallo Stato e dalla chiesa.
Allo stesso modo per anni, le vittime della violenza nazi-fascista sono state scelte: solo triangoli rossi dei prigionieri politici e le stelle di David hanno trovato posto nelle celebrazioni ufficiali mentre sono sempre stati trattati come secondari i triangoli verdi dei criminali comuni, viola dei testimoni di Geova, i blu di migranti e apolidi, e addirittura taciuti, perché imbarazzanti, i triangoli neri di asociali, "malati di mente", mendicanti, prostitute e di lesbiche in alcuni campi, marroni di zingari e rosa degli omosessuali.
In questo contesto è particolarmente interessante l'esperienza del Circolo Pink di Verona che, in un territorio vessato da rigurgiti fascisti, tensioni razziste e violenza integralista, spinge dal 1997 fino al 2000 per portare nelle celebrazioni ufficiali lo striscione "Uccisi dalla barbarie, sepolti dal silenzio" che dia dignitosa visibilità a lesbiche, omosessuali e transessuali e con loro a sinti, rom, barboni, migranti, altri gruppi particolarmente "scomodi" nella città scaligera, perennemente soggetta ad azioni di "pulizia" operate da giunte locali per lo più di destra ma anche di centro sinistra.
La storiografia accademica nel nostro Paese, ancora oggi, per lo più tace rispetto alla misoginia come tratto connotante dell'ideologia e della repressione fascista, anche se studi di genere importanti hanno chiarito che «la dittatura mussoliniana costituì un episodio particolare e distinto del dominio patriarcale. (…) Le concezioni antifemministe furono parte integrante del credo fascista al pari del suo violento antiliberalismo, razzismo e militarismo» (Vittoria De Grazia). Il silenzio sulle connotazioni omofobiche del fascismo è stato rotto solo negli ultimi anni da testi come Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario antifascista di Lorenzo Benadusi, La città e l'isola. Omosessuali al confino nell'Italia fascista , di Giartosio e Goretti e Fuori della norma. Storie lesbiche nell'Italia della prima metà del novecento a cura di Milletti e Passerini. Ma se l'analisi dell'omosessualità maschile sotto il fascismo ha raggiunto una certa sistematicità (tanto da comparire la voce nel dizionario del fascismo), tutt'oggi l'unico testo sulla storia delle lesbiche italiane, peraltro non focalizzato sul fascismo, rimane il succitato Fuori della Norma .
Ma tutto questo ovviamente non riguarda solo l'impostazione di una corretta conoscenza storica ma condiziona e plasma l'idea che oggi abbiamo di antifascismo, o meglio, cosa significa praticare l'antifascismo, renderlo vivo, attuale, performante. «Parlare di antifascismo e di antirazzismo senza valutare gli attacchi subiti dagli orientamenti sessuali, dalle identità di genere e dalle donne, rischia oggi di mutuare il solito atto di coscienza maschile, imbalsamato nella commemorazione, che non intende approfondire in analisi e in capacità di decostruzione del sistema etero-patriarcale, fascista per eccellenza e quindi negandosi/ci la possibilità di una liberazione effettiva e a tutto tondo», scrivono i compagni e le compagne del Pink di Verona nell'Appello per un 25 aprile di orgoglio e resistenza (www.circolopink.it). Il 25 aprile, già svuotato a livello istituzionale dalla teoria dell'equidistanza, perseguita da anni da chi oggi ha costituto il Partito democratico, ha bisogno di ritrovare una forza propulsiva nel rifiuto di pratiche e pensieri fascisti sempre più assimilati e quindi invisibili: il razzismo di chi sgombera campi rom o abbatte baracche e edifici fatiscenti senza minimamente curarsi delle persone ospitate all'interno, di chi lancia campagne contro gruppi etnici in nome della sbandierata sicurezza, ma anche il ritorno in grande stile della categoria del "naturale", che stigmatizza stili di vita e soggettività non conformi, presente nelle parole dei neofascisti, ma anche in quelle pronunciate dai pulpiti vaticani e dai loro epigoni istituzionali o meno.