11 Ago, 2008
IL MINISTRO VA IN GUERRA. CIVILE.
Intervista e articolo sono pubblicati su LEFT dell’8 agosto
IL MINISTRO VA IN GUERRA. CIVILE
di Chiara Agostini e Manuele Bonaccorsi
Ministro Brunetta, è un vero piacere intervistarla, specialmente per un giornale come left, dichiaratamente di sinistra. Non possiamo però non farle notare subito che il governo, con i tagli all’editoria, sta mettendo a rischio l’esistenza di decine di testate. Senza un passo indietro sarebbe la più grande morìa di giornali dai tempi del fascismo.
È mia intenzione preparare una riforma per togliere ai giornali anche i finanziamenti che derivano dalla pubblicazione obbligatoria dei bandi di gara e dei bilanci. Sono soldi buttati, basterebbe pubblicarli sui siti internet dei singoli enti per risparmiare 200, 300, forse 400 milioni di euro ogni anno. Si tratta di una tassa medievale pagata agli editori.
A proposito di tasse medievali. Il governo ha tagliato i fondi alla stampa cooperativa, ma non ai giornali quotati in borsa, che fanno utili. Penso al Sole 24 ore, a Repubblica o al Corsera.
È una cosa che ho denunciato pubblicamente e in risposta sono stato insultato in diretta a Porta a porta. Si parla tanto di caste. Bene, di “caste” ce ne sono tante, quella dei giornalisti è una. Una parte dello stipendio di Stella e Rizzo, ad esempio, viene dallo Stato che dà al loro giornale 22 o 24 milioni di euro l’anno per carta e abbonamenti postali.
Rimane però il problema della stampa cooperativa. Molte voci indipendenti rischierebbero di chiudere.
Si può ragionare su forme di incentivazione. Ma non credo che lo Stato debba soste nere i giornali di partito.
Neppure le cooperative indipendenti di giornalisti?
Neppure quelle.
Non si può chiedere ai giornali, però, di stare sul mercato da soli, in un sistema pubblicitario dominato da un duopolio che non lascia altri spazi.
Il problema del mercato non è la posizione dominante, ma l’abuso di posizione dominante. Proprio questa è la funzione dell’antitrust. Ma passiamo ai nostri temi.
Bene. Partiamo allora dagli ultimi dati che ha diffuso il suo ministero. Voi sostenete che a giugno le assenze dei dipendenti pubblici sono diminuite del 30 per cento.
L’indagine parla da sola. È paradossale che alcuni sindacati e governi locali si siano quasi irritati. Irritarsi di un fenomeno negativo che regredisce mi sembra paradossale. Questo perché l’indagine non è stata fatta passando per il sindacato e per i governi locali. Io sto cercando di dimostrare che grazie a una “coralità di popolo”, di opinione pubblica, a interventi normativi, ad azioni di stigmatizzazione, l’assenteismo è diminuito. Mi stupisce che qualcuno si adonti di questo, il Codacons ad esempio: un’associazione dei consumatori, come il sindacato, dovrebbe avere tutto l’interesse a veder diminuire l’assenteismo.
Quanto è rappresentativa l’in dagine? Si tratta solo di 27 amministrazioni su 9.800, tra cui 7 Comuni su oltre 8mila.
La nostra è un’indagine pilota che riguarda solo alcune amministrazioni, individuate con un minimo di criterio, senza la rappresentatività dei campioni statistici e quindi senza la possibilità di estendere il risultato all’universo. In queste amministrazioni, a maggio l’assenteismo è diminuito del 10 per cento, a giugno del 20 per cento. Non si può estendere questo dato a tutta la P.a., ma è probabile che sia uguale anche altrove.
Quando ci saranno dati più certi?
A luglio, settembre e ottobre ci saranno altre indagini, più esaustive. L’obiettivo è di arrivare all’analisi dell’intero universo, quindi di tutte le amministrazioni. Questi dati dovremmo averli per la fine dell’anno perché c’è l’obbligo di legge di produrli.
I dati ufficiali del conto annuale evidenziano che nel pubblico i giorni persi per malattia sono mediamente 10,8. Secondo Federmeccanica, nel privato sono circa 9,6. Non è una gran differenza. Un giorno all’anno per dipendente.
Per il settore privato i dati non ci sono, queste informazioni infatti non vengono rilevate con scientificità.
Dai dati del Conto annuale, emerge un’elevata presenza di donne nella Pubblica amministrazione, che tendono a fare più assenze per gli impegni familiari. Ad esempio, tra le assenze per malattia e per permessi retribuiti vengono conteggiati anche la gravidanza e la cura dei figli sotto i tre anni. E su tutte le assenze per malattia, quelle delle donne influiscono per oltre il 60 per cento. Si tratta solo di fannulloni, o anche della difficoltà di conciliare famiglia e lavoro?
Il vero problema non è prendersela con qualcuno o con qualcun altro, ma individuare un fenomeno che nel pubblico impiego è certamente rilevante. Per tantissime ragioni, finora poco studiate e soprattutto mai interpretate in termini politici. Il vero problema è che l’assenteismo non costa nulla al cliente finale. O meglio, il cliente finale, ovvero il cittadino, non reagisce all’assenteismo. Nel settore privato, invece, l’assenteismo colpisce direttamente i profitti. Ad esempio, alla Fiat, prima della marcia dei quarantamila, c’erano tassi di assenteismo elevatissimi. Dopo il fenomeno si è ridotto notevolmente. Vuol dire quindi che l’assenteismo è segno di una cattiva organizzazione.
Ma quanti sono i “fannulloni”?
Nessuno lo sa. Potenzialmente tutti. Nella Pubblica amministrazione non c’è nessun controllo e il risultato è che la massa dei dipendenti, se vogliono lavorare, lavorano, altrimenti non lo fanno. È quasi un miracolo che il sistema produca beni e servizi, dato che è lasciato completamente a se stesso.
Come può essere controllata la pubblica amministrazione?
I beni e i servizi pubblici hanno un padrone che non è tale, un dirigente che dovrebbe fare le veci del padrone e spesso non le fa. E non c’è un mercato con i prezzi.
Quindi come si può valutare la produttività?
Quando tu hai un “non mercato”, hai dei beni e dei servizi che costano, ma non hanno un prezzo. La scuola, la sanità, la sicurezza, hanno un costo ma non un prezzo. Come si può allora misurare qualità, efficienza, produttività in un sistema che ha costi e non prezzi? Questo è il problema generale di tutte le amministrazioni che deve essere risolto con dei succedanei, con delle cose che “somigliano a…”. Nella Pubblica amministrazione il padrone è il policy maker (l’eletto) che spesso ha delle funzioniobiettivo diverse rispetto a quelle del padrone che mira al profitto. Il policy maker dovrebbe avere l’obiettivo del benessere dei cittadini, ma spesso punta invece alla massimizzazione del suo potere, che è legata alla quantità di gente che riesce ad assumere. Mentre il privato assume forza lavoro in ragione dell’efficienza e non può assumerne di più, altrimenti vede ridurre il proprio profitto, il policy maker punta a massimizzare l’occupazione a prescindere dai costi.
Ma come si migliora la qualità della Pubblica amministrazione con i tagli a pioggia previsti dalla manovra economica?
Questa è solo banale polemica.
Beh, i tagli sono nero su bianco. Trenta miliardi in tre anni. Comuni e Regioni hanno alzato barricate. Tremonti ha detto: «Faremo come in un condominio, ognuno pagherà la sua parte».
State intervistando me, non Tremonti.
Ci scusi. Forse non ci siamo spiegati bene. Vorremmo capire: come si fa a rilanciare la qualità della Pubblica amministrazione con tagli alla spesa?
Il decreto 112 contiene alcune correzioni di spesa pubblica, comprese quelle inerenti il personale. Sul contratto del pubblico impiego abbiamo sospeso per un anno dei fondi, che saranno ripristinati nel successivo e ridotti del 10 per cento. L’obiettivo è quello di ridurre una parte di spesa legata agli stipendi di una parte di Pubblica amministrazione.
Lei ha lanciato un piano industriale per la Pubblica amministrazione. Ma, chiediamo ancora, come si fa senza nuovi investimenti?
La spesa corrente per la Pubblica amministrazione è di circa 700 miliardi di euro, noi stiamo facendo una correzione di 34,8 miliardi di euro in tre anni per raggiungere l’obiettivo di “zero deficit” e di rapporto debito/pil al di sotto del 100 per cento. I tagli sono stati fatti nella parte di spesa cattiva e improduttiva. Voi mi chiedete come è possibile fare una ristrutturazione tagliando? Normalmente si fa proprio così. Quando si compra un’azienda si devono affrontare i problemi delle singole aree e normalmente, mettendola sul mercato, si può risparmiare il 30 per cento. Parte della riduzione della spesa verrà reinvestita nel settore pubblico per produrre più e meglio e pagare più e meglio l’insieme dei dipendenti pubblici.
Non c’è il rischio che con questi tagli una parte dei servizi saranno costretti ad andare sul mercato?
Non è il mio obiettivo. Al contrario, voglio aumentare beni e servizi pubblici.
Applicando però logiche di mercato nel settore pubblico?
Certo, perché se la logica pubblica offre solo cattivi servizi, io voglio trasportare l’efficienza del settore privato in quello pubblico.
Ma lo scandalo della clinica privata Santa Rita, con pazienti operati inutilmente per aumentare i contributi pubblici, non dovrebbe farci riflettere sui limiti della logica di mercato, perlomeno in alcuni settori?
Il problema non riguarda le logiche di mercato, ma i sistemi di controllo.
La Regione Lombardia, però, ha un sistema amministrativo fra i migliori del Paese.
Ci vuole più analisi e meno pregiudizi. Credo che beni e servizi pubblici non debbano necessariamente essere prodotti da pubblici dipendenti, ma possono essere anche offerti da strutture private in concorrenza fra loro.
Proprio quello che fa la Lombardia in campo sanitario.
Il sistema a volte funziona, altre volte c’è il fallimento del controllo.
Non sono rari, però, i casi di fallimento del mercato.
Assolutamente, c’è una letteratura infinita su questo tema. Ad esempio le public utilities nascono a fine Ottocento per un fallimento del mercato. Il sistema ha funzionato fino a quando le municipalizzate, da produttrici efficienti, non sono diventate luoghi di potere politico. Oggi le public utilities sono uno dei cancri del sistema economico del nostro tempo.
Non sempre, a quanto pare, privatizzare risolve i problemi. C’è, ad esempio, il caso di Acqua Latina: la gestione dell’acqua concessa per trent’anni ai privati ha portato aumenti delle tariffe del 300 per cento, un’inchiesta della magistratura e la sollevazione della popolazione di Aprilia. E di casi del genere se ne contano a decine. Che ne pensa?
C’è anche il caso della multiutility bolognese Hera, che è di totale proprietà dei governi locali. Il caso delle municipalizzate è proprio questo: fallimento del mercato, periodo iniziale di grande efficienza e sistemi di potere subito dopo. Ancora adesso i governi di destra e di sinistra sono stati incapaci di dare una risposta.
Il decreto 112 ha riformato anche i servizi pubblici locali. Si stabilisce l’obbligo della gara per l’assegnazione dei servizi, ma con molte “eccezioni”. L’ex ministra Lanzillotta vi ha accusato di essere poco liberisti.
La Lanzillotta non è riuscita a portare termine la sua riforma.
Voi ci siete riusciti?
Il governo ci sta provando, ma non ho grande sicurezza che ci si riesca.
Confindustria ha affermato: lo Stato faccia solo quello che i privati non possono fare da soli. Lei è d’accordo?
Perché devo commentare quello che dice Confindustria? Io ho fatto 90 giorni di lavoro straordinario, che è contenuto nelle slide sul sito del ministero, mi chieda di quelle. Chissenefrega di Confindustria.
A questo punto il ministro si alza, apre la porta del suo studio e ci invita ad andarcene.
3 Ago, 2008
Quando l'immaginazione fa brutti scherzi. di A. Burgio
http://www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=24887
[...] Insomma, la situazione è seria e raccomanda a ciascuno – compresi i
moderati affezionati alla democrazia borghese – di fare la sua parte. A
difesa non della «buona flessibilità», del libero mercato e della
sicurezza minacciata dagli «zingari». Ma dello Stato di diritto, della
Costituzione e del pluralismo politico. Rinunciando a replicare alle
europee il giochetto delle ultime politiche, quando ci si è
allegramente sbarazzati della sinistra sfruttando gli sbarramenti posti
da una legge-porcata.
Nel caso del fascismo ci fu un solo momento
in cui Mussolini si giocò il tutto per tutto. In occasione
dell’assassinio di Matteotti il regime vacillò per davvero, poiché fu
chiaro che minacciava anche i ceti medi e le fragili conquiste dello
Stato liberale. Poi tutto si richiuse, fino alla disfatta della guerra.
Riflettano dunque bene i nostri odierni «democratici», sempreché i nomi
in politica abbiano ancora un senso. Ma riflettano con altrettanta
attenzione, a sinistra, anche i pervicaci teorici dell’inutilità dei
partiti, gli eterni innamorati della «società civile». L’idea che si
possa contrastare la destra curando reti di relazioni «sul territorio»
e disertando il terreno istituzionale è figlia della stessa ideologia
che vorrebbe combattere. Non c’è una società autosufficiente, estranea
alla politica che la governa e immune per grazia divina dai suoi vizi.
Chi lo crede mostra di non saper rinunciare alle favole del
liberalismo. Predica una radicale alterità ma pone le premesse per una
stabile subordinazione. Noi ci fermiamo qui. Gramsci, che non faceva
sconti, parlò in proposito di «primitivismo».



