29 Mag, 2008
Sulle dichiarazioni razziste e xenofobe di Manganelli
Manganelli è il braccio violento dello stato. Non pensate male, è semplicemente il gestore del monopolio statale di forza e violenza. Ora quello che lui dovrebbe fare, e che sa fare benissimo, è appunto eseguire gli ordini e manganellare quando glielo ordinano. E dovrebbe anche preoccuparsi del suo personale segmento delinquenziale ad intermittenza ed a tendenza moderatamente fascista che si chiama polizia.
Invece lui si dedica, durante le sue audizioni, a discorsi utilissimi alla causa della montante marea nera e xenofoba.
NON SI E' FATTO NULLA - «Viviamo una situazione di indulto quotidiano - dice alle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia del Senato - di cui tutti parlano. Ma su cui non si è fatto nulla negli ultimi anni».
La pena, aggiunge Manganelli, «oggi è quando di più incerto esiste in Italia»; un qualcosa che rende «assolutamente inutile» la risposta dello Stato e «vanifica» gli sforzi di polizia e magistratura. «Non gioco a fare il giurista - prosegue il capo della Polizia - nè voglio entrare nelle prerogative del Parlamento, ma quella che abbiamo oggi è una situazione vergognosa».
CRIMINALITA' E CLANDESTINITA' - «La criminalità diffusa in Italia ha un segmento di fascia delinquenziale ben identificato che si chiama immigrazione clandestina» ha aggiunto il capo della polizia. «Il 30 per cento degli autori di reato di criminalità diffusa sono immigrati clandestini - ha spiegato ancora Manganelli - ma questa media nazionale del 30 per cento va disaggregata». Così, ha proseguito il capo della polizia, si scopre, che se al Sud i reati commessi da clandestini incidono relativamente poco («i reati compiuti da irregolari si attesta intorno al 30 per cento»), al Nord e in particolare nel Nord est «si toccano picchi del 60-70 per cento». La maggior parte degli immigrati clandestini, sottolinea poi Manganelli, entra in Italia non attraverso gli sbarchi ma con un visto turistico. «Solo il 10 per cento dei clandestini entra nel nostro Paese attraverso gli sbarchi a Lampedusa- dice il capo della polizia- mentre il 65-70 per cento arriva regolarmente e poi si intrattiene irregolarmente». E conclude: «Il 70 per cento di quei crimini commessi nel Nord est da irregolari è compiuta proprio da chi arriva con visto turistico e poi rimane clandestinamente sul nostro territorio». Per contrastare la clandetinità, riflette Manganelli, «occorre quindi non solo il contrasto all'ingresso, ma il controllo della permanenza sul territorio dei clandestini».
CPT - Dal primo gennaio a oggi, «le forze dell'ordine hanno fermato 10.500 immigrati clandestini per i quali è stata avviata la procedura di espulsione: ma solo 2.400 di loro hanno trovato posto nei Centri di permanenza temporanea» ha reso noto Manganelli. «È un dato che io trovo inquietante - ha ammesso Manganelli -, perchè significa che oltre 8 mila clandestini sono stati "perdonati" sul campo essendosi visti consegnare un foglietto su cui c'è scritto "devi andar via", che equivale a niente».
«Noi forze dell'ordine diciamo che l'immigrazione clandestina va contrastata con rigore, ma di fatto rinunciamo già in partenza a qualsiasi possibilità di farlo» ha detto ancora Manganelli. In tutto il 2007 - ha spiegato Manganelli - «gli immigrati clandestini fermati e avviati ad espulsione sono stati 33.897, ma solo 6.366 di loro hanno trovato posto nei Cpt: di fatto, 27 mila sono stati destinatari di un ordine scritto (di allontanamento), naturalmente non accolto nella stragrande maggioranza, se non nella totalità, dei casi».
Che lui possa dire cose del genere e che le dica ora e non due mesi fa
è indicativo della degenerazione violenta e razzista che la vittoria
delle destre ha avviato in Italia così come è anche indicativo dell'aria nuova che si respira da qualche tempo l'articolo 9 del decreto sicurezza che recita:
Art. 9.Qualcuno direbbe che almeno, dopo i fatti di Torino, è stato eleminato l'ipocrita riferimento all'assistenza ma tant'è...
Centri di identificazione ed espulsione
1. Le parole: «centro di permanenza temporanea» ovvero: «centro di
permanenza temporanea ed assistenza» sono sostituite, in generale, in
tutte le disposizioni di legge o di regolamento, dalle seguenti:
«centro di identificazione ed espulsione» quale nuova denominazione
delle medesime strutture.
Torniamo a Manganelli. Il sillogismo che ci propone è semplice e forse si presta bene ai suoi gusti personali.
La criminalità deve essere repressa con forza e rigore. La
clandestinità è un crimine. Ergo i clandestini sono criminali e devono
essere reppressi con forza e vigore, cacciati o ficcati nelle carceri e
nei cpt, veri campi di concentramento moderni dove la gente muore senza
le più elementari cure mediche, vedi Torino, e dove viene
sistematicamente privata dei più elementari diritti umani (per info sui
cpt il sito di Amnesty è utilissimo). Non che le carceri siano meglio
invece.
Che Manganelli trovi inquietante che 8mila clandestini non siano stati
sbattuti nei vari cpt fa capire come sia solo un brutale esecutore di
ordini e che, come tale, dovrebbe restarsene zitto senza sparlare, senza sventolare dati e senza disaggregarli.
Per quello ci sono i sociologi e i politici, c'è il rapport annuale
istat. Anche perchè i dati sono oggettivi ma il modo di presentarli, lo
sceglierli e il discorso di contorno sono suoi, quindi risultato di una
scelta personale e politica come tutte le scelte personali.
Manganelli, ma si sà, lui è uomo d'azione, si dimentica di dire che è
clandestino ciò che noi decidiamo che clandestino sia. Quando il
decreto flussi 07 ha regolarizzato 170mila persone su 600mila circa si
sono creati per scelta 430mila irregolari e altrettanti italiani datori
di lavoro in nero.
Lasciare irregolare (oggi si dice clandestino e criminale) una persona
che lavora e che chiede il riconoscimento è un crimine perchè relega
quella persona in una zona oscura dominata da ricatti, miseria e paura.
Prendere quelle persone e metterle in un cpt o in un carcere è anche
peggio perchè alimenta non solo la pauperizzazione sociale ed economica
degli interessati ma anche delle loro famiglie.
E spesso rende questo processo irreversibile creando criminali per necessità e per fame.
A meno di non voler sostenere che gli irregolari siano
ontologicamente differenti dagli stranieri che vivono regolarmente in
italia. Una razza a parte di criminali pericolosi e da reprimere.
Insomma a meno di non essere dei responsabili, moderni e moderati
razzisti. Sarebbe interessante capire, senza Manganelli però, come sia
possibile diventare immigrato regolare in italia. Ebbene l'unico modo è
entrare irregolarmente da clandestino e sperare nei vari decreti flussi
pregando nel frattempo di non essere presi dai ragazzi di Manganelli
prima di avere in mano il fatidico foglietto di carta. Inoltre bisogna
anche avere come padrone un buon italiano che non voglia lucrare troppo sul lavoro
altrui ma che invece abbia intenzione di richiedere le regolarizzazioni.
Apro e chiudo una parentesi: ora che essere clandestino è un reato probabilmente il bravo italiano non avrà più il coraggio di dare una mano al migrante perchè avrà paura, poco importa se fondata o meno, di incorrere nel reato di omissione di denuncia (di migrante, cioè un reato fattosi persona). Un modo come un altro per tagliare tutti quei pochi legami che in qualche modo avrebbero potuto aiutare lo straniero ad uscire dal suo stato di irregolare.
Ma torniamo a Manganelli: prima parlavo del suo dare i dati a metà, ora parlerò del suo populismo.
Se si fosse letto il V capitolo del Rapporto Istat riguardante
immigrazione e stabilizzazioni avrebbe scoperto che i 100mila stranieri
denunciati nel 2006 erano al 94% sanza permesso di soggiorno.
Questo significa che gli stranieri regolari hanno un tasso criminogeno
pari a quello degli "indigeni" della penisola. E che gli unici che si
danno al crimine sono gli irregolari.
Tralasciando questo, tralasciando ogni considerazione sul processo e
sulle dinamiche che portano all'irregolarità, Manganelli si dedica al
populismo - il Giornale di domani ringrazierà - proponendo per un
problema complesso e delicato la soluzione più semplice e violenta: il manganello.
Nomen omen.
26 Mag, 2008
I bambini di Alemanno
martedì 20 maggio 2008
Verano, distrutta l'urna dei deportati di Mauthausen.
L’urna che custodiva le ceneri dei deportati nel campo di sterminio nazista di Mauthausen è stata distrutta da vandali introdottisi nel cimitero del Verano. La denuncia del grave episodio è stata fatta dal deputato democratico Emanuele Fiano, cui sono immediatamente seguite le condanne del sindaco Alemanno e del presidente della Provincia Nicola Zingaretti.
“Mani vandale e vigliacche hanno violato e distrutto - si legge in un comunicato dell’Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti - l’urna che, nel Memoriale dei deportati nei Lager nazisti al Cimitero romano del Verano, custodiva le ceneri di deportati raccolte nel Krematorium del campo di sterminio nazista di Mauthausen. Bambini, donne, uomini sacrificati all’odio razzista, antisemita e fascista, all’intolleranza, alla negazione dei principi fondamentali della vita umana stessa”.
Fascisti? Nazisti? No! Nessun movente politico-ideologico. Sono stati i bambini di Alemanno, un po troppo rumorosi e vivaci di questi tempi.
25 Mag, 2008
da indymedia: analisi sulla crisi rifiuti a Napoli
Giovedì 22 Maggio, prima che venisse ufficialmente pubblicato, abbiamo chiesto al professor Franco Ortolani, ordinario di geologia alla Federico II ed esperto della situazione rifiuti in Campania, un parere sul decreto governativo del governo Berlusconi. Ecco il testo dell'intervista
Professor Ortolani lei ha fatto parte della commissione
paritetica che valutò l’idoneità del sito di Serre e già all'epoca ebbe
modo di criticare le scelte dell’allora commissario Bertolaso. Cosa
pensa della sua nomina a sottosegretario con poteri straordinari?
Io portai gli unici dati di conoscenza geologica che erano relativi a
Valle della Masseria che il commissariato non aveva quando continuava a
sostenere l’idoneità del sito. Dalle relazioni ufficiali del
commissariato si evinceva che la conoscenza geologica si basava su un
sorvolo da elicottero. Questo dai dati ufficiali. Io feci rilievi ed
evidenzia le sedi problematiche esistenti. Non solo ma la vicinanza al
rilievo delle acque che irrigano tutta la piana del Sele, dove già
adesso esistono 2 discariche (Macchia Soprana e Basso dell'Olmo a cui
si deve aggiungere quella abusiva di contrada Paraglione ndr),
era estremamente pericoloso e dannoso per l’economia perchè andava a
minare anche la credibilità della purezza dei prodotti della piana del
Sele. Dalla mozzarella agli ortaggi. Dal punto di vista della
pianificazione mettere 2 discariche regionali su un prelievo di 250
milioni di metri cubi di acqua diciamo è una follia.
Il nome di Valle della Masseria però è tornato in circolazione
Non so se è entrato in circolazione perchè collegato a Bertolaso, ma
spero si sbaglino. Macchia Soprana tra un mese è chiuso. Terzigno è a
zero e a meno che non cambino la legge 87 dello scorso anno lì deve
andare solo la frazione organica stabilizzata, quindi non vedo come
potrebbe entrare in funzione. Terzigno poi dobbiamo pensare che è in
zona di vulcanismo attivo e la legge italiana prescrive che in queste
zone non si facciano discariche perchè un’eventuale eruzione potrebbe
determinare la rottura dell’impianto e quindi provocare l’inquinamento
ambientale. Questo non lo dico io ma la legge italiana. Il problema
della salute è un problema non derogabile a meno che non si voglia
cambiare la costituzione
Adesso, con l’equiparazione delle discariche a siti
militari, i controlli esterni a quelli del governo saranno praticamente
impossibili
Finché non si elimina l’articolo 32 della costituzione deve essere
sempre tutelata la salute dei cittadini. I militari non possono andare
sopra la costituzione italiana, anzi devono rispettala e farla
rispettare. Quindi non è che con la forza si riesca a superare il
problema che riguarda la salute e la tutela delle risorse idriche che
poi noi continueremo ad usare e a bere. Non confondiamo. L’uso militare
può facilitare un’azione fattibile ma se l’azione non è fattibile, nel
rispetto delle leggi nazionali e comunitarie, l’uso della forza porta a
realizzare un impianto di tipo pericoloso e le ricadute vi saranno per
la salute dei cittadini della Campania.
Quale sarebbe la strada più giusta da intraprendere allora per un corretto ed efficace smaltimento?
Il ciclo naturale porta alla riduzione dei rifiuti, all’uso industriale
dei materiali riciclabili e all’ubicazione in discarica di un 30-40% di
scarti. Questo è il ciclo. Ma questi scarti vanno ubicati in siti che
non si determinino pericolosi. Io davanti al decreto metterei “il tutto
deve essere attuato nel rispetto delle risorse idriche e delle risorse
naturali di importanza strategica per la regione”. Poi è naturale che
deve essere garantito il rispetto dell’articolo 32 della costituzione,
che deve essere riguardato il diritto alla salute per tutti i
cittadini, non solo per quelli delle città forti. L’uso di uno
strumento speciale deve essere accompagnato da una base
tecnico-scientifica attenta. Questo consentirebbe una rapida
risoluzione dello scandalo rifiuti. Ma da esperienza fatta sin ora
l’uso della potenza si è sempre risolto in una scarsa attenzione per la
salute, l’ambiente e le risorse naturali. Spero che questa tendenza si
inverta. In passato più il potere è stato forte meno era attento a
tutelare salute e ambiente. Se ora abbiamo ancora un potere maggiore e
non si inverte quella linea potete trarre delle conclusioni.
Ritiene che fino ad ora quindi non siano stati fatti i giusti controlli?
Scienza e tecnica fin ora non sono mai state applicate. La sicurezza è
stata sempre l’ultimo parametro. Le scelte sono state fatti per altri
aspetti, per altri parametri. Naturalmente alla verifica tecnica molte
di queste scelte hanno rivelato grossi problemi.
Pensi a quanti errori sarebbero stati commessi se questo decreto fosse
stato fatto un anno fa. Pensi a Pianura, si sarebbe realizzata, Napoli
orientale (manifattura tabacchi) idem, Pignataro Maggiore, Carinola,
Difesa Grande, Forcone, Lo Uttaro. Tutte scelte fatte e sponsorizzate,
fortemente volute che causarono anche lo scontro con i cittadini. Poi
lo stesso commissario fu costretto a riconoscere che erano state un
errore e le richiuse. Con scienza tecnica e buon senso i problemi
sarebbero stati risolti da tempo. Ci vuole la volontà di risolvere i
problemi ma con questi parametri. L’uso di un potere speciale a queste
condizione avrebbe permesso di uscire dalla crisi già 5 anni fa, 10
anni fa
Ma in quali aree allora dovrebbero essere aperti i siti di stoccaggio?
Di aree geologicamente idonee ce ne sono a centinaia. Il problema è che
c'è bisogno di una pianificazione corretta dello smaltimento dei
rifiuti. Io non posso prescindere da una forte riduzione dei rifiuti.
Se io non attuo questa concertazione è chiaro che io politicamente non
sono credibile. Io non ragiono, non discuto, non pianifico. Allora la
popolazione ha visto che gli attuali detentori dei poteri democratici
come amministrazioni locali, regionali oppure dei poteri commissariali
(citando gli errori riconosciuti che abbiamo detto prima) offrono
scarsissima o nulla credibilità che l’intervento sia fatto con
correttezza, sia il migliore, sia giusto. C’è uno spazio che il potere
non può colmare. È quello della credibilità, della concertazione. Un
piano deve prevedere una possibilità di trasferire risorse e sviluppo
nelle aree in cui dovrebbero andare le discariche, e non portare
solamente le cose cattive.
Mancano insomma interventi decisivi sulla produzione dei rifiuti e si lavora invece solo sullo smaltimento
Pensiamo a parte della provincia di Napoli e a tutta quella parte della
provincia di Caserta e di Salerno che si affaccia su Agro Nocerino e
Pianura Campana. Queste sono tre le aree più fertili del mondo in cui
c’è terreno, risorse idriche in abbondanza, grande capacità dell’uso
agricolo della terra. In un’area di questo tipo è un crimine sottrarre
terreno per mettere grandi impianti. È un crimine determinare un
inquinamento. È un crimine. In questo caso io non posso allocare
materiale inquinante o impianti inquinanti. Devo per forza andare
obbligatoriamente a ridurre i rifiuti da smaltire. Ma non per una
spinta ideologica sfrenata. Non uso la parola rifiuti zero perchè può
apparire una scelta ideologica, ma io devo ridurre assolutamente i
rifiuti perchè non so dove metterli. Ed ecco quindi che, per Napoli e
per quella parte che dicevo prima, un progetto strategico che da qui ad
un anno e mezzo, due anni, portasse ad una drastica riduzione del 50-60
% sarebbe una operazione di buon senso, di conservazione della risorsa
idrica e di quella suolo. Per il futuro dobbiamo ridurre drasticamente
la quantità di rifiuti da dover smaltire perché se noi realizziamo un
inceneritore a Napoli certamente non lo costruiamo in un anno. Ci
vorranno due o tre anni. Nel frattempo io avrei anche avviato una
raccolta spinta che arrivasse al 50-60% . Il discorso va fatto sempre
nella tutela dell’ambiente dove noi viviamo. Perchè noi campiano con
l’acqua col terreno con le coltivazioni. E questo ragionamento deve
essere fatto con la partecipazione costruttiva, democratica della gente
che vive nel territorio. Il decreto così come sembra delinearsi (dico
sembra perché non lo abbiamo letto) si configura come un
commissariamento di fatto della regione e del comune di Napoli. Non è
detto e non è scritto, Ma di fatto è così.
Le decisioni non sarebbero quindi sindacabili da amministratori locali e società civile
Ma stiamo scherzando? Tutto questo per colpa di poche persone che hanno
amministrato male a scapito anche delle province in cui magari si
svolge una grande attività di differenziazione e di riciclaggio.
Un’altra proposta è quella di costruire addirittura 4
termovalorizzatori. Quello di Acerra sarà il più grande d’Europa e,
semmai entrerà in funzione, pare che se la differenziata in regione
arrivasse al 35% potrebbe essere sufficiente. Lei cosa ne pensa?
Sempre ragionando col buon senso e guardando alla tutela del territorio
è automatico arrivare ai numeri che lei dice. È come se all’esterno non
importasse niente di quello che succede in Campania, delle risorse
della Campania. Anzi se la regione va in malora è meglio.
Se il governo di questa iniziativa è al di fuori della regione e la
regione non entra in maniera costruttiva è chiaro che c’è solo in
deperimento dell’ambiente, dell’economia e dell’assetto socio economico
per il territorio regionale così commissariato.
Si parla di un partito dei no, della mancanza di proposte alternative
Negli anni novanta elaborai, insieme ad altri scienziati, una piano per
la provincia di Avellino individuando circa trenta siti. Il presidente
della provincia di allora Anzalone secretò i risultati e non si sa che
fine abbiano fatto. Questo per dire come scienza e tecnica consentano
di individuare le caratteristiche territoriali giuste e trovare
soluzioni. Se lei va a chiedere al commissariato se ha fatto una mappa
di tutti i siti potenzialmente utilizzabili in Campania voglio vedere
cosa le risponde. Noi l’abbiamo fatto con alcune tesi di laurea. In un
mese utilizzando queste metodologie che abbiamo messo appunto si
potrebbe avere il quadro di tutta la regione Campania. Poi la
metodologia qual è, è normale, banale: una commissione costituita da
esperti multidisciplinari presi tra tutte le università campane e tra
tutte le istituzioni democratiche della Campania individua sulla prima
base geologica l’approfondimento di quali aree per gli altri aspetti
possono essere idonee. Una volta così definite le aree praticamente c’è
una base conoscitiva inattaccabile. E se una istituzione dice" le
discariche possono essere messe qui, qui e qui" è una proposta
inattaccabile perchè basata su una conoscenza completa di tutta la
regione e di tutte le discipline necessarie a valutare l’area. Questo è
l’abc del governo e della pianificazione. Questo si deve fare in modo
tale che nessuno, se si oppone, può avere argomenti validi che dicano
che il sito non è idoneo. Allora veramente si potrebbe dire che si
oppongono perchè non lo vogliono nel proprio giardino. Invece oggi non
abbiamo questa base conoscitiva da parte delle istituzioni purtroppo.
Sono metodologie normali attuate anche in altre regioni. Solo chi non
vuole risolvere il problema non applica metodi corretti che consentano
di avere questa visione. Lo Stato è stato presente per 14 anni in
Campania, perchè non è che arriva adesso con questo decreto, sappiamo
bene che i commissariati sono stati emanazione dello Stato. Sono stati
nominati ogni volta, facendo riferimento alla legge di protezione
civile, dal presidente del consiglio di turno. Quindi lo Stato era
presente e ha speso, forse ha speso male.
Anche sulla questione di Valle della Masseria, lei affermò
che il sito fu scelto più per una vicinanza all’autostrada che per
altri aspetti
Si. L’altro motivo della scelta era la presenza di argilla. Allora io
feci un esempio. Immaginiamo che si debba proteggere il porto di Capri
e che si debba fare in fretta perché può arrivare l’inverno e una
mareggiata. Allora visto che le scogliere sono fatte di grossi blocchi
di roccia calcarea ed i Faraglioni sono fatti per l’appunto di roccia
calcarea, allora smantelliamo i Faraglioni ed i blocchi li utilizziamo
per fare i moli di Capri. Tanto è roccia calcarea. A me pare che i
Faraglioni siano un monumento ambientale e quindi sarebbe
improponibile. Serre, l’oasi, con la diga fatta per prelevare le acque
per irrigare tutta la pianura del Sele, sono un monumento ambientale.
Quindi lo stesso discorso facciamolo a Serre. Non è attuabile come non
è attuabile smantellare i faraglioni per fare il molo di Capri. C’è
argilla è vero, ma fa parte di un monumento ambientale. Non solo, un
monumento ambientale che regge tutta l’economia della piana del Sele.
La gestione emergenziale porta avanti se stessa
Esatto, almeno guardano i risultati, è stato questo. Può darsi anche
che la volontà ci fosse ma non sono state scelte le persone giuste.
Insomma o non sono state nominate le persone giuste o peggio ancora è
mancata la volontà di risolvere veramente questa crisi.
Ma è possibile avere i rilievi da voi effettuati?
Non li abbiamo pubblicati ma sono a disposizione delle istituzioni
perchè si tratta di una situazione estremamente delicata. Non è che li
teniamo segreti ma capirà che vista anche la militarizzazione della
questione immagini cosa sarebbe successo se avessimo pubblicato i
risultati. Ma ripeto sono a disposizione delle istituzioni.
25 Mag, 2008
da rk: questo non è un paese per giovani
To: "rekombinant" <rekombinant@liste.rekombinant.org>
Date: Sat, 17 May 2008 19:34:40 +0200
Subject: questo non è un paese per giovani
Pur particolarmente refrattario ad ogni genere di commissione, mi trovo ad analizzare dei curriculum. E s'è c'è una lettura istruttiva di biografie personali, dove si legano mancanza di esperienza reale e presenza di titoli, è proprio l'analisi del curriculum.
Nella nostra società l'esperienza o è una possibilità mancata o è una realtà che deve lasciare il passo all'accumulo disordinato dei titoli. In ogni caso, l'entrata nel mondo del lavoro precario e discontinuo presuppone la negazione dell'esperienza in nome del protocollo curriculare.
Esperienza che nei curriculum rientra in modo periferico nelle voci aggiunte del tipo "dotata di forte empatia personale" o "particolarmente propenso ai lavori di relazione con il pubblico". Allo stesso tempo la varietà di embrioni di differenti specializzazioni, presenti nella maggior parte di laureati e dottori di ricerca, indica l'enorme difficoltà a specializzarsi realmente in un definito settore di lavoro. Si procede per tentativi, in tanti percorsi curriculari non c'è l'itinerario irregolare di una creatività che cerca se stessa ma solo quello dettato dalla paura.
In questo modo nè l'esperienza reale nè i tentativi di specializzazione professionale servono per stare sul mercato: è il circolo vizioso del lavoro professionalizzato italiano. Ci sono persone che nei curriculum che mostrano comunque un grado di specializzazione, e di varietà di competenze, di gran lunga maggiore della generazione dei loro genitori. Non basterà loro per garantirsi un tipo di reddito che all'epoca dei loro genitori sarebbe spettato ai casi di marginalità sociale rientrati nella norma dopo anni di devianza e quindi di specializzazione mancata. Decisamente, questo non è un paese per giovani.
Ed è una frase che mi circola tra i neuroni al momento in cui, in qualche commissione di tesi, vedo persone abbracciare i propri genitori all'avvenuta proclamazione di una laurea tra la disattenzione dei commissari e il fatto che il certificato ottenuto si inflaziona sempre più in modo simile ad un biglietto da un marco durante la repubblica di Weimar.
Devo dire che quando mi laureai il mio professore mi mise antropologicamente sul piede di guerra: "la tesi non è più un rito di passaggio" disse " dopo la funzione dall'altra parte non c'è un cambiamento di stato, praticamente c'è solo il nulla".
In questi anni se si può parlare ancora di rito di passaggio possiamo dire che questo, nella società italiana, è invertito di segno. Il primo antropologo che ha parlato di riti di passaggio, Van Gennep all'inizio del '900, rimarcava come questo genere di rito fosse connesso alla mutazione di status dell'iniziato, al suo acquisire nuove facoltà da spendere in un nuovo ruolo.
Ebbene, il rito di passaggio della tesi, ma vale anche per i successivi riti di specializzazione, nella società italiana consegna all'iniziato un ruolo sempre più incerto del precedente proprio per chi ha acquisito delle facoltà maggiori grazie al rito iniziatico. Se c'è quindi un contributo al nichilismo delle generazioni più giovani viene proprio dal carattere non più iniziatico, o inversamente iniziatico, del mercato del lavoro. Il rito della professionalizzazione si compie comunque ma a differenza del passato, termina con la riduzione ad impotenza dell'iniziato non con un suo accrescimento delle facoltà.
Allo stesso tempo, lo stato di instabilità del mercato del lavoro, e delle sue forme di garanzia, è talmente elevato che per molti nella piena maturità lavorativa c' è il rischio di un improvviso ritorno a condizioni professionali tipiche dell'incertezza dello stato iniziatico.
Non c'è quindi da stupirsi se una società spoliticizzata come quella italiana, incapace cioè di darsi risposte sul piano delle strutture collettive, questa situazione di incertezza, questa riduzione all'impotenza delle migliori energie giovanili generi il desiderio di dispositivi espiatori.
Classicamente il rito espiatorio è di tipo mimetico, rappresenta sempre qualcosa d'altro rispetto al soggetto scelto per la cerimonia di espiazione. Non a caso il rito espiatorio viene analizzato a partire dal capro che viene rivestito di differenti abiti simbolici a seconda delle società, e dei momenti storici, che lo applicano.
E qui bisogna ricordare che i Rom e gli zingari di oggi rappresentano l'abito simbolico del rito espiatorio dell'instabilità del mercato del lavoro. Nel colpire il Rom concreto, si mette in scena il rito della distruzione simbolica dell'instabilità che permea nelle metropoli grazie alle caratteristiche attuali del mercato del lavoro.
Visto come nomade, portatore di insicurezza e di incertezza il Rom assume su di sè queste caratteristiche che sono anche del mercato del lavoro. Ma l'ideologia della indiscutibilità del mercato porta a trasferire il desiderio di riti di espiazione nei confronti di figure concrete, come i Rom, che se uccise simbolicamente devono trascinare con sè anche la condanna trasfigurata e sublimata dell'incertezza generata dal mercato.
In The Origin of Language un girardiano critico come Gans descrive il rito espiatorio come un processo in cui i partecipanti si dividono il corpo della vittima come reliquia della crisi risolta. Impossibile non ricordare immediatamente l'assalto dei campi Rom a Napoli dove, successivamente al rito espiatorio delle bottiglie molotov, i partecipanti si sono divisi i beni rimasti sul campo come a simbolizzare proprio la risoluzione della crisi. Le stesse istituzioni, che smembrano i campi Rom a Milano o a Roma, partecipano direttamente a questo rito nella stessa operazione di simbolizzazione della crisi risolta tramite l'appropriazione di elementi significativi appartenenti al corpo della vittima (le baracche, le roulotte, gli effetti personali).
Nella società italiana l'inversione di senso del rito di passaggio genera quindi la necessità di riti espiatori. Che sono riti di stabilizzazione e risoluzione delle crisi e quindi di conservazione di una società. Decisamente un qualcosa che non è per giovani anche se le stesse fasce giovanili sono spesso consenzienti, quando non sono indifferenti, verso questi processi di espiazione.
Per quanto tutto questo sia raggelante non dobbiamo attenderci niente di differente finchè la composizione sociale del lavoro è frammentata. E in Italia ad una frammentazione sociale del lavoro caratterizzata da una color line (tra nativi ed extracomunitari) se ne aggiunge una di tipo generazionale, dove persino a parità di mansioni, la forza lavoro più giovane è separata da quella di differente età.
Così tra la paura che attraversa la forza lavoro e la ricerca di fantasmi da uccidere, ci avviamo ad un "compiuto processo di riforme" almeno così dice il linguaggio della politica ufficiale
mcs
25 Mag, 2008
Chiaiano, c'è il primo morto.
da Indymedia Napoli: Ancora una volta le donne animano i presidi e si assumono la
responsabilità della difesa di un’intera comunità. Anche ieri a
Chiaiano, donne giovani e anziane, unite resistevano alle brutali
cariche della polizia. Il ruolo di madre imposto dalla società le
vorrebbe ai fornelli, e invece queste madri si ribellano e scendono in
piazza e per curare davvero il futuro dei loro figli scendono in piazza
a resistere in prima linea. Una giovane donna, all’ ottavo mese di
gravidanza, proprio per “garantire la vita del nascituro” era in piazza
con tutte le altre a protestare, negli scontri, tra le cariche ha
abortito. Stavolta chi difende la vita e chi è l’assassino?
Dal manifesto di oggi:
[...]Proprio per questo vista dal ministero
degli Interni, quella di Chiaiano
sta diventando una «battaglia
» simbolo: «Se i no-discarica
passano lì, passano ovunque»,
spiega più di un funzionario.Quanto
accaduto venerdì, con la polizia
che carica duecento cittadini che
occupano la piazza del quartiere,
del resto è significativo. Non esistevano
esigenze di ordine pubblico
che giustificassero l’intervento degli
agenti, eppure è stato scelto di
caricare come prova di forza. Colpirne
duecento per evitare di ritrovarsene
duemila il giorno dopo.
Ma soprattutto liberare la strada
che porta alla cava dove sorgerà la
discarica, in modo da dare un segnale
forte a tutti.
Morto numero 2: da peace link:
Il nuovo Cpt di Torino
TORINO - Per indicare il punto esatto in cui è successo, i ragazzi
magrebini dietro alle sbarre, passandosi un telefonino di mano in mano,
spiegano: "Zona rossa, cella numero 2". Lì, ieri mattina alle 8, è stato
trovato morto Hassan Nejl, nato Casablanca il 27 marzo 1970, trattenuto da
dieci giorni al Cpt con un decreto di espulsione firmato dal questore di
Padova. "Era nel suo letto con la schiuma alla bocca - raccontano -
abbiamo urlato tutta la notte per chiamare i soccorsi, ma non è venuto
nessuno. L'hanno trattato come un cane".
[...]
Il prefetto Paolo Padoin è stato avvisato quasi subito: "I primi riscontri
hanno stabilito che quel ragazzo è morto per una malattia - spiega - forse
una polmonite. So che era stato visitato da un medico della Croce Rossa
nel primo pomeriggio di venerdì. Se ci fossero state davvero delle
omissioni di soccorso durante la notte, ma è un fatto ancora tutto da
accertare, toccherà alla magistratura chiarire eventuali responsabilità".
E' già stata disposta l'autopsia.
[...]
Vicino a lui, fino all'ultimo, è rimasto Mohammed
Alhuiri, 25 anni, iracheno: "Per tutta la giornata di venerdì stava
malissimo. Si lamentava. Non si reggeva in piedi. Aveva la febbre alta, mi
ha persino chiesto di toccargli la fronte perché sentissi anch'io". Alle 3
è stato visitato dal medico di guardia, nell'infermeria della Croce Rossa.
"Ma forse pensavano fosse una cosa leggera o non gli hanno creduto -
racconta Alhuiri - perché gli hanno dato una medicina, se ho capito bene
un antibiotico, senza nemmeno verificare se potesse essere allergico.
Hassan era tossicodipendente, prendeva il metadone, aveva problemi, stava
ancora male. Eppure non hanno voluto più saperne di lui. L'hanno lasciato
solo. L'hanno trattato come un animale".
A mezzanotte e mezza la situazione si è aggravata. "Ho perso la voce a
furia di urlare - spiega Alhuiri - a mezzanotte e quarantacinque gridavamo
tutti. Dopo un po' è arrivato un addetto della Croce Rossa. "Fino a domani
mattina non c'è il medico", ha spiegato. Poi se n'è andato. Hassan si è
steso sul suo letto, era caldo, stava malissimo...".
Ieri mattina suo fratello voleva parlargli. Visto che Hassan Nejl non ha
il telefono, ha chiamato al numero di cellulare di un altro immigrato
marocchino trattenuto nel Cpt. "Sono andato per passargli la chiamata e
l'ho visto - racconta - aveva gli occhi sbarrati e la bava alla bocca. Non
respirava più". L'hanno portato di nuovo in infermeria. Ma era troppo
tardi. Alle 8 di mattina il medico di guardia ha constatato il decesso.
24 Mag, 2008
La gente aveva le braccia alte, quelli strappavano gli orologi per farle abbassare.
Ecco il racconto di una docente di Storia testimone oculare
degli scontri dell'altra sera davanti alla discarica di Chiaiano
"Così ho visto i poliziotti scatenati
picchiare donne e persone anziane"
"Ho avuto la netta sensazaione che tutto fosse preordinato. Una carica non motivata
La gente aveva le braccia alte, quelli strappavano gli orologi per farle abbassare"
NAPOLI - Dalla professoressa Elisa Di Guida, docente di storia e filosofia in un liceo di Napoli, riceviamo questa testimonianza suglia scontri di ieri sera a Chiaiano: "Io sono nata in quella zona - ci ha raccontato per telefono - ma non abito più lì da tempo. Però mi sento legata a quella gente e a questa brutta vicenda. Così ieri sera ero lì e ho visto cose terribili. Ho avuto la sensazione che tutto fosse preparato, che la polizia abbia caricato improvvisamente senza una ragione, una scintilla. Perciò ho deciso di provare a scrivere quello che avevo visto".
Ecco il racconto della professoressa Di Guida
"Datemi voce e spazio perché sui giornali di domani non si leggerà quello che è accaduto. Si leggerà che i manifestanti di Chiaiano sono entrati in contatto con la polizia. Ma io ero lì. E la storia è un'altra".
"Alle 20 e 20 almeno 100 uomini, tra poliziotti, carabinieri e guardie di finanza hanno caricato la gente inerme. In prima fila non solo uomini, ma donne di ogni età e persone anziane. Cittadini tenaci ma civili - davanti agli occhi vedo ancora le loro mani alzate - che, nel tratto estremo di via Santa Maria a Cubito, presidiavano un incrocio. Tra le 19,05 e le 20,20 i due schieramenti si sono solo fronteggiati. Poi la polizia, in tenuta antisommossa, ha iniziato a caricare. La scena sembrava surreale: a guardarli dall'alto, i poliziotti sembravano solo procedere in avanti. Ma chi era per strada ne ha apprezzato la tecnica. Calci negli stinchi, colpi alle ginocchia con la parte estrema e bassa del manganello. I migliori strappavano orologi o braccialetti. Così, nel vano tentativo di recuperali, c'era chi abbassava le mani e veniva trascinato a terra per i polsi. La loro avanzata non ha risparmiato nessuno. Mi ha colpito soprattutto la violenza contro le donne: tantissime sono state spinte a terra, graffiate, strattonate. Dietro la plastica dei caschi, mi restano nella memoria gli occhi indifferenti, senza battiti di ciglia dei poliziotti. Quando sono scappata, più per la sorpresa che per la paura, trascinavano via due giovani uomini mentre tante donne erano sull'asfalto, livide di paura e rannicchiate. La gente urlava ma non rispondeva alla violenza, inveiva - invece - contro i giornalisti, al sicuro sul balcone di una pizzeria, impegnati nel fotografare".
"Chiusa ogni via di accesso, alle 21, le camionette erano già almeno venti. Ma la gente di Chiaiano non se ne era andata. Alle 21.30, oltre 1000 persone erano ancora in strada. La storia è questa. Datemi voce e spazio. Perché si sappia quello che è accaduto. Lo stato di polizia e l'atmosfera violenta di questa sera somigliano troppo a quelli dei regimi totalitaristi. Proprio quelli di cui racconto, con orrore, ai miei studenti durante le lezioni di storia".
Elisa Di Guida
(docente di Storia e Filosofia - Napoli)
21 Mag, 2008
sulle mani di Togliatti imbevute del sangue degli anarchici e dei trotzskisti...
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Togliatti, gli anarchici e i trotzskisti: |
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Caro direttore |
20 Mag, 2008
Di passaggio...
«Che l'immigrazione clandestina divenga reato è indispensabile per il nostro Paese». Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori.
«Se rendi il reato penale non puoi espellere il clandestino fino a
quando non è stato fatto un processo. Quindi nel frattempo te lo devi
tenere in carcere. In questo modo l'espulsione immediata non la puoi
fare, i tempi del processo possono essere anche non immediati. Il
rischio - prosegue - è che nel giro di poco tempo le carceri siano
piene di clandestini e che il governo di centrodestra si trova di
fronte ad situazione che magari lo porta a riproporre un indulto che è
stato fortemente criticato quando lo abbiamo fatto noi. Dico che ci
vuole un pò di ragione e di buonsenso nell'affrontare il problema: non
serve lanciare parole d'ordine soltanto per fare propaganda. La lotta
alla criminalitàclandestinità è un impegno comune. Penso - conclude Fassino - che
la vera cosa su cui dobbiamo concentrare tutti gli sforzi è migliorare
i meccanismi di espulsione» Piero Fassino
20 Mag, 2008
Ancora sui Rom
Un editoriale apparso sul sito dei wu-ming. Se volete leggerlo tutto http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap22_VIIIa.htm#editoriale
Terza Regola: eliminare le minoranze. Nel Paese Semplice democrazia fa rima con maggioranza.
A
seguire parte un servizio, credo girato in Romagna, credo per
dimostrare che anche i bonari comunisti d'antan non ne possono più
degli stranieri. Forse vale la pena ricordare che in provincia di
Bologna il giornale più venduto è sempre stato il Resto del Carlino, anche quando il direttore era un entusiasta della Repubblica di Salò. E l’espressione maruchèin (marocchino = meridionale) non è mai stata un complimento, da queste parti.
Intervistano un tizio che con l'aria dell'illuminista sostiene:
- Quelli che lavorano è giusto che restino. Ma i clandestini no, quelli fuori.
Milioni di italiani, di destra o di sinistra, sottoscriverebbero una
frase del genere, sentendosi più o meno nipotini di Voltaire.
Se capisco bene, l'uomo che la pronuncia è appena uscito da una
fabbrica. Lavora lì insieme a molti stranieri, in gran parte senza
permesso di soggiorno. Solo che nella sua cornice mentale clandestino
significa "senza lavoro" e non è disposto a modificarla nemmeno davanti
ai fatti. D’altra parte qualunque teoria può essere difesa dall’attacco
della realtà. Copernico rigettò il sistema tolemaico non perché non
riuscisse a spiegare nuovi fenomeni, ma perché per farlo aveva bisogno
di calcoli troppo complessi. Il problema non è la scomparsa dei fatti,
ma l'uso di un linguaggio allo stesso tempo troppo semplice e troppo
oscuro per poterli descrivere.
Quarta Regola: eliminare le informazioni. Il Paese Semplice ammette solo tautologie.
Ci sono leggi che si scrivono per sancire l'illegalità, l'arbitrio, l'assenza di diritto.
L'attuale legislazione italiana in materia di immigrazione dai paesi
extra-comunitari (promulgata da un governo di centrodestra e lasciata
tale e quale dal governo di centrosinistra) è un caso paradigmatico.
La legge Bossi-Fini stabilisce che per ottenere un permesso di
soggiorno è necessario avere un contratto di lavoro. Ma per avere un
contratto è inevitabile... venire in Italia. Ovvero entrare
clandestinamente, trovare un datore di lavoro disponibile, il quale
spedirà una formale richiesta di assunzione all'ambasciata italiana nel
paese d'origine, fingendo di non avere già in organico il lavoratore
(in nero). Il quale lavoratore dovrà poi tornare al suo paese a proprie
spese, fingere a sua volta di non essere mai entrato clandestinamente
in Italia, presentarsi all'ambasciata italiana per ottenere i documenti
e quindi rientrare in Italia da regolare.
Che l'iter sia questo lo sanno anche i sassi, ma tutti, dai legislatori
alle autorità preposte al personale diplomatico, fino ai diretti
interessati, fanno finta di niente. Nessuno affiderebbe la cura dei
propri anziani o della propria casa a un estraneo, che in teoria
dovrebbe vivere a Kiev, a Bucarest o a Manila. Vogliamo parlarci,
vederla in faccia, la persona che cambierà il pannolone a nostra nonna,
sapere qualcosa di lei, prima di assumerla, metterla in regola (ammesso
che si sia disposti a farlo). E possiamo scommettere che anche
l'impresa edile che ci ristruttura casa non ha assunto il muratore
rumeno sulla parola, scegliendolo da una lista di collocamento
internazionale.
Ci sono leggi "contro la clandestinità" che si fanno per favorire la clandestinità.
Il dipendente perfetto è quello che deve al proprio datore di lavoro la
garanzia di non essere sbattuto in un CPT, quello sottoposto al doppio
ricatto di perdere il lavoro ed essere espulso oltre frontiera.
Ci sono leggi che sembrano paradossali, ma in realtà rispondono a una
logica ferrea. Quella dell'esclusione per poter includere al minor
costo possibile. Quella del profitto spacciato per sicurezza. La stessa
logica che porta a gridare "padroni a casa nostra" mentre si appoggiano
operazioni di guerra in casa d'altri.
Quelli che per ultimi in Europa si sono sbarazzati di un regime
fascista e ne hanno ancora fresca memoria se ne sono accorti che
l'Italia sta marcendo al passo dell'oca (no, non è un refuso, marciare
è troppa fatica) e ce lo dicono in faccia. Gli spagnoli non ci vanno
certo teneri con gli immigrati, men che meno con i clandestini, ma in
Spagna non si respira l'aria pesante che asfissia il Paese Semplice,
togliendoci l'ossigeno necessario a riconoscere le cose e chiamarle con
il loro nome. Colpa dei miasmi della spazzatura, dei gas di scarico,
dell'odore di benzina bruciata.
Per onorare le promesse elettorali si è appena istituito un Commissario
straordinario ai rom. Le istituzioni si occuperanno degli zingari. Non
di cittadini italiani o stranieri, ma di un'etnia. E' un bel salto di
qualità, un passo in avanti nella storia a ritroso di questo paese e di
questo continente. E possiamo stare certi che ci sarà sempre qualcuno
disposto a discuterne... pacatamente, serenamente.
17 Mag, 2008
Emergenza rom. Chi tace è complice.
Con il termine pogrom, ci dice wikipedia, si intendono le azioni violente contro la proprietà e la vita di appartenenti a minoranze politiche, etniche o religiose.
In Italia stiamo assistendo a veri e propri pogrom
contro i "Rom". Pogrom appoggiati attivamente dall'attuale governo, dai
media televisivi e da alcuni giornali e non avversati dall'opposizione
istituzionale che anzi spesso si adegua, lascia correre o si allinea in
qualche modo per i soliti infami e beceri calcoli politici. E si sa che
chi tace, magari occupandosi di tutt'altro, acconsente.
Dopo anni di politiche e campagne elettorali securitarie, tolleranza
zero verso immigrati clandestini, accattoni, barboni, lavavetri,
semplici diversi che disturbano la quiete e l'ordine pubblico dei
benpensanti, il risultato è sotto gli occhi di tutti ed è un miracolo
che non ci sia già scappato il morto.
Sempre wikipedia riporta la seguente frase, riferendosi ai pogrom avvenuti in Russia nei primi anni del '900:
Sebbene tali «spedizioni punitive» fossero accreditate come reazioni
spontanee della popolazione verso gli usi religiosi ebraici, sembra
certo che esse furono volutamente organizzate dal governo zarista per
convogliare verso l'intolleranza religiosa e l'odio etnico la protesta
di contadini e lavoratori salariati sottoposti a dure condizioni di
vita.
Non
è difficile vedere come le cose non siano cambiate più di tanto. Anzi
forse si sta facendo di più e peggio chiedendo ronde miste di
poliziotti e militari, un commissario straordinario per rom e nomadi
(tentando forse di ritornare così ai fasti delle leggi razziali
fasciste) e giustificando pubblicamente e spudoratamente le violenze
popolari - vere e proprie guerre tra poveri - contro rom e immigrati.
Bisogna che tutti prendano posizione e con forza. Chi tace è e sarà complice di questa folle ondata di violenza.
15 Mag, 2008
Non c’è più spazio per crescere
di Massimo De Maio
Apprendiamo dai mezzi d’informazione che “crescita” è la parola
chiave del discorso con il quale Silvio Berlusconi ha chiesto alla
Camera la fiducia al suo quarto governo.
Al Presidente del Consiglio vogliamo ricordare che sono già cresciuti a
dismisura gli indicatori ambientali e sociali che suggeriscono, invece,
un deciso cambio di rotta nella direzione di una riduzione drastica dei
consumi. Sono cresciuti i rifiuti urbani del 12% negli ultimi 5 anni
fino a raggiungere i 32 milioni di tonnellate/anno nel 2006. È
cresciuta la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera fino
alle 390 parti per milione - negli ultimi 650.000 anni non aveva mai
superato le 300 parti per milione. Allo stesso tempo crescono le
temperature medie del pianeta e i fenomeni climatici estremi crescono
in numero e intensità. È cresciuto il livello di inquinamento delle
nostre città e il numero di persone, soprattutto bambini, che si
ammalano a causa della cattiva qualità dell’aria. È cresciuta la
percentuale di terreni agricoli desertificati a causa dell’agricoltura
chimica e intensiva, fino al 27%, un terzo del totale. È cresciuta
l’impronta ecologica degli italiani: oggi consumiamo 2 volte e mezza le
risorse naturali che un territorio grande quanto l’Italia sarebbe
capace di produrre. È cresciuto il prezzo del petrolio, fino a superare
i 120 dollari al barile. È cresciuta la disoccupazione e la precarietà
del lavoro contemporaneamente alla crescita della globalizzazione dei
mercati e dell’economia. È cresciuta la disoccupazione anche in seguito
all’introduzione di impianti altamente automatizzati come gli
inceneritori di rifiuti - l’inceneritore di Brescia occupa una decina
di persone a fronte di un investimento di 350 milioni di euro, il
centro di riciclo di Vedelago (TV), ne occupa 64!
Sono decine gli indicatori che indicano l’impossibilità di crescere
ancora senza compromettere definitivamente la qualità della nostra
vita: non c’è più lo spazio fisico per proporre, come si fa da decenni,
una crescita infinita e senza limiti. C’è, invece, lo spazio per
migliorare il nostro benessere attraverso una drastica riduzione dei
nostri consumi, che in gran parte sono sprechi. Per produrre e
consumare energia elettrica, sprechiamo la metà dei combustibili
fossili che importiamo. Il 40% dei nostri rifiuti sono imballaggi che
sprecano plastica, vetro, carta, metalli. Le nostre case sprecano oltre
il 70% dell’energia usata per il riscaldamento. Crescere ancora
significherebbe soprattutto far crescere ancora questi ed altri
sprechi. Ridurre i consumi significherebbe, invece, creare nuove
occasioni di lavoro nell’industria della riduzione dei rifiuti, del
riciclaggio, dell’efficienza energetica, delle fonti rinnovabili di
energia, ma significherebbe anche migliorare la qualità dell’aria,
dell’acqua, del territorio e, in definitiva, della vita.
La qualità della nostra vita non dipende da quante merci riusciamo a
consumare. Al contrario, ridurre l’invadenza delle merci e dei consumi
nella nostra vita è l’unico modo per migliorarne la qualità: siamo
giunti a un tale livello di spreco che qualsiasi attività umana può
essere fatta con minore impiego di risorse naturali, minori scarti e
minore inquinamento. Si tratta di una riflessione che proponiamo
all’intera classe politica italiana per sollecitare un cambiamento
epocale di cultura e mentalità oggi più che mai necessario.
5 Mag, 2008
Quel pasticciaccio brutto dei contributi all'editoria - Megachip
|
di Marco Niro - Megachip
Ripubblichiamo
l'articolo del nostro Marco Niro che avevamo già proposto ai nostri
lettori lo scorso 22 gennaio, perché ci pare ponga in maniera corretta
la questione al centro di uno dei referendum di Grillo: quella del
finanziamento pubblico alle imprese editoriali |
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Il Paese dell'Informazione Facciamo un esempio terra terra, per permettere a tutti di capire meglio di cosa stiamo parlando. Immaginiamo di vivere nel Paese dell'Informazione, dove esistono 10 imprese private che fanno informazione, 3 tv e 7 giornali. Queste 10 imprese operano in condizioni di mercato del tutto libero, e vivono esclusivamente delle vendite: di pubblicità e, per i giornali, delle copie. Gli inserzionisti pubblicitari, che guardano al portafoglio, decidono di investire tutti i loro soldi in televisione, perché il pubblico guarda quella e legge poco. I 7 giornali protestano duramente, dicendo che così li si costringe a chiudere, con perdita di pluralismo (e lesione del dettato costituzionale). Segue quindi il primo intervento del legislatore a correggere il mercato editoriale: per legge, almeno un quarto degli investimenti pubblicitari dovrà finire alla stampa. Ma anche così i 7 giornali arrancano, stremati dalla concorrenza televisiva. Cinque di loro trovano subito la soluzione: diventare attraenti, come la televisione, o quasi. Inseguirla a colpi di informazione spettacolarizzata, gridata, intrisa di gossip e di gadgets. Diminuisce la qualità dell'informazione, ma aumentano i lettori, e i bilanci tornano a quadrare, anzi diventano floridi, per la gioia degli editori. E gli altri 2 giornali? No, quelli hanno deciso di non compromettere la qualità della loro informazione, e di continuare a privilegiare l'approfondimento e l'inchiesta, per quanto meno attraenti per il pubblico, che infatti diminuisce, e con esso gli investimenti pubblicitari. I bilanci iniziano ad avere buchi enormi e allora i 2 giornali decidono di farsi sentire, perché la loro chiusura significherebbe perdita di pluralismo (e lesione del dettato costituzionale). Ed ecco il secondo intervento del legislatore a correggere il mercato editoriale. I 2 giornali hanno ragione, meritano un finanziamento pubblico. Cioè, meritano che la collettività decida di contribuire alla loro esistenza come si contribuisce all'esistenza del trasporto pubblico o del servizio di approvvigionamento di acqua nelle case. In altre parole, meritano tutela in nome della massima di Victor Hugo: “Non essere ascoltati non è un buon motivo per tacere”. Un bene per il pluralismo Il finanziamento all'editoria nasce dunque dall'esigenza di finanziare chi decide di non trattare l'informazione come una merce al pari delle altre, per permettere anche a tali soggetti di farsi udire. Il finanziamento pubblico all'editoria, quindi, di per sé, non è qualcosa di negativo. Tutt'altro. Senza di esso, rimarrebbero udibili solo le voci di chi confeziona un'informazione attraente, dipendente dagli imperativi del mercato, non importa se di qualità o meno. Peccato che interventi come quello di Milena Gabanelli, che al tema ha dedicato una puntata di “Report” nel 2006, e di Beppe Lopez, che invece nel 2007 vi ha scritto un libro (“La casta dei giornali”, Stampa Alternativa), nella foga di condannare l'attuale regime di finanziamento pubblico all'editoria, abbiano finito col gettare via il bambino con l'acqua sporca, o almeno con l'indurre gli spettatori e i lettori a farlo: l'impressione ricavabile e ricavata dai più è stata: “è una porcheria, meglio abolirlo”. Le loro documentate inchieste sulle storture del sistema, infatti, non sono purtroppo state precedute da una premessa a nostro avviso essenziale e doverosa: il finanziamento pubblico all'editoria (se erogato correttamente) garantisce il pluralismo. La domanda chiave non è dunque “finanziare o no l'editoria?”, ma “chi finanziare?”. La risposta sembrerebbe piuttosto semplice. Siccome io legislatore ti finanzio perché tu non vuoi, per scelta, mercificare la tua informazione, ti chiederò di rinunciare alla possibilità di ricavare utili dalla stessa. E siccome chi non vuole fare utili con l'informazione in genere non trova un editore disposto a stipendiarlo, io legislatore finanzierò solo i giornali di proprietà dei giornalisti che li scrivono, ovvero le cooperative di giornalisti (i cui soci siano tutti giornalisti e che associno almeno la metà dei giornalisti dipendenti). Inoltre, io legislatore mi accerterò di due cose: primo, che i tuoi ricavi pubblicitari non superino una determinata percentuale dei tuoi costi (bisogna infatti scegliere: o ci si fa finanziare dalla pubblicità o dalla collettività); secondo: che tu abbia davvero un pubblico, per quanto ristretto, perché non voglio finanziare “giornali fantasma”, che non vengano acquistati e letti da nessuno: ovvero, mi accerterò che almeno una parte delle copie da te stampate sia effettivamente acquistata a un prezzo di mercato (non simbolico!): poniamo una copia su quattro. Tutto qui. E invece, cosa è accaduto? Che, anziché scrivere una norma di questo genere, semplice e stringata, il legislatore abbia prodotto, negli ultimi venticinque anni, un coacervo di leggi, leggine, codici e codicilli - sovrapponibili, incastrabili e scomponibili – che han reso la materia disorganica e incomprensibile, talvolta persino agli stessi addetti ai lavori. Questo caos ha portato con sé, in taluni casi, un allargamento eccessivo delle maglie, che ha ammesso al finanziamento anche chi non lo meritava, e in certi altri casi una loro assurda restrizione, che ha tagliato fuori chi ne aveva davvero bisogno. Facciamo alcuni esempi concreti, per capirci. Maglie sciaguratamente larghe Il legislatore ha ammesso al contributo non solo le testate edite da cooperative giornalistiche, ma anche quelle possedute a maggioranza da cooperative, fondazioni o enti morali non aventi scopo di lucro. Conseguenza? Possono avvalersi del contributo anche Avvenire , quotidiano della potente Conferenza Episcopale Italiana, che giuridicamente è una fondazione e si “merita” 6 milioni di euro di contributo (questa e le seguenti somme si riferiscono all'anno 2003), e ItaliaOggi , quotidiano della ClassEditori, gruppo quotato in Borsa, ma formalmente posseduto al 50,1% dalla coop Coitalia, che si ingoia 5 milioni di contributo. Bisognosi? Non diremmo… Come non sono certo bisognosi i grandi gruppi editoriali che però incassano pure loro ingenti contributi. La legge, infatti, li prevedeva per la carta (fino al 2005), e li prevede per le spese telefoniche e postali. Tali finanziamenti sono erogati “a pioggia” (si parla di contributi indiretti): cioè, ne ha diritto chiunque, al di là di assetti societari e bilanci. Così, il 70% dei fondi pubblici destinati all'editoria (circa 450 milioni l'anno sui complessivi 700 erogati) se ne va nelle casse di grandi gruppi “for profit” come “Editoriale-L'Espresso” e “RCS”. Precisamente, oltre 23 milioni di euro vanno al Corriere della Sera , quasi 20 a Il Sole-24 Ore, oltre 16 a la Repubblica . Il legislatore ha poi ammesso a contributo anche i giornali di partito. Giusto? Sbagliato? Evitiamo di addentrarci nella risposta (che presupporrebbe un ragionamento più ampio sul finanziamento pubblico ai partiti), limitandoci a rilevare le falle del finanziamento a questa categoria di giornali. Per ricevere il contributo, il giornale di partito, oggi, deve legarsi a un gruppo parlamentare. Ma ricordiamo che il legislatore ha dissennatamente permesso, fino all'anno 2000, che il contributo finisse anche a quelle testate organi di movimenti politici sostenuti anche solo da due parlamentari italiani. Conseguenza? Si è verificata la moltiplicazione dei “movimenti politici”, esistenti solo nella fantasia di chi ne ha trovato i nomi, spesso davvero pittoreschi. Così, sostanziosi contributi sono finiti a rimpinguare le casse di quotidiani come Il Foglio , organo del movimento politico “Convenzione per la Giustizia” (3,5 milioni di euro di contributo) o Libero , organo del “Movimento Monarchico Italiano” (oltre 5 milioni di euro). Nel 2000, lo scandalo si chiudeva… “all'italiana”: la norma veniva abrogata, ma le testate che avevano già ricevuto contributi in quanto organi di movimenti politici avrebbero potuto continuare a riceverli trasformandosi in cooperative. Tutte più o meno fasulle, e per nulla giornalistiche, ovviamente. Va poi rilevata la disparità di trattamento oggi esistente tra i giornali di partito e i giornali editi da cooperative, in relazione al requisito delle vendite. I giornali editi dalle cooperative devono vendere almeno il 25% delle copie stampate se testate nazionali e almeno il 40% se locali. Invece i quotidiani di partito non sono sottoposti a questo vincolo, e potrebbero, per assurdo, anche regalare tutte le copie che stampano. E questo nonostante parte del contributo sia erogato proprio in base alla tiratura! Risultato? L'Unità , giornale dei DS, vende 60.000 copie, ma ne stampa più del doppio, per arrivare ad assicurarsi oltre 6 milioni di euro di contributo. Ancora più eclatante il caso di Europa , giornale della Margherita, che vende poche migliaia di copie, ma ne stampa 30.000, arrivando a incassare oltre 3 milioni di euro. E che dire proprio del requisito imposto alle cooperative di vendere almeno una copia su quattro di quelle stampate? Questo vincolo oggi può essere (e viene) aggirato allegramente: basta vendere sottocosto. Così, ad esempio, l'Opinione delle Libertà , già organo del “Movimento delle Libertà per le garanzie e i diritti civili”, tira 30.000 copie e, per vendere le 7.500 necessarie a papparsi il contributo di 1 milione e 700.000 euro, le piazza sottocosto, a 10 centesimi l'una. Oppure, si esce in abbinamento a testate realmente vendute in edicola, facendo il cosiddetto “panino”: con questo sistema, i quotidiani locali del gruppo Ciarrapico ( Ciociaria Oggi , Latina Oggi e Oggi Nuovo Molise ), che escono in abbinamento con Il Giornale , riescono a garantirsi contributi compresi fra i 2 e i 2,5 milioni di euro. Maglie sciaguratamente strette Fin qui, le critiche alle maglie larghe della legge, quelle denunciate da Gabanelli, Lopez e molti altri in questi ultimi tempi. Ma raramente, accanto alla critica alle maglie larghe, si è affiancata l'altrettanto doverosa critica alle restrizioni inserite senza apparente ragione e con grave danno proprio per chi del contributo avrebbe più bisogno. Partiamo dall'assurdità più grande: per ricevere il contributo, la cooperativa giornalistica deve editare la testata da almeno 5 anni. Non si vede quale cooperativa possa fondare un giornale e tenerlo in vita per 5 anni senza alcun sostegno, con la prospettiva di ricevere, se tutto va bene, alla fine del settimo anno i contributi relativi al sesto anno di vita. Questa norma non è altro che un modo per escludere dall'accesso al contributo tutti i nuovi soggetti. E, assurdità nell'assurdità, se cambi periodicità, riparti da zero. Ovvero, ipotizzando che un quindicinale che già percepisca i contributi voglia diventare mensile (anche per ridurre i costi), dovrà lasciar passare 5 anni per poterli ricevere nuovamente. Dovrebbe invece accadere il contrario. E' proprio all'inizio del percorso che una cooperativa giornalistica dovrebbe poter beneficiare del contributo più cospicuo, che poi potrebbe anche ridursi progressivamente, una volta trascorso il periodo iniziale di 5 anni necessario al rodaggio. Altra assurdità: per ricevere il contributo, è necessario far certificare il bilancio da una società di revisione iscritta all'apposito elenco della Consob. Se per una testata nazionale questo implica una spesa relativamente bassa, per una testata locale può comportarne una insostenibile. Dovrebbe esserci una differenza (che non c'è) tra il regime contributivo per le piccole cooperative, locali, e quello per le grandi, nazionali, che tirano più copie e fatturano di più. Questo è ancora più vero se si pensa a un ulteriore requisito che verrebbe introdotto dalla nuova disciplina in materia di contributi all'editoria, da mesi ferma in Parlamento in attesa di essere approvata: si tratta dell'obbligo di avere alle proprie dipendenze almeno 5 giornalisti se testate quotidiane e 3 se testate periodiche. La ragione per cui si è pensato di introdurre questo requisito è di per sé valida: si vuole evitare che il contributo finisca a giornali di poche pagine fatti da redazioni “inesistenti”, farcite di precari e di giornalisti prestanome. Ma è evidente che, se per una grande testata il costo di 5 (o 3) giornalisti non è solo sostenibile ma necessario a confezionare un buon prodotto, per una piccola, magari locale (appunto), sarebbe insostenibile e anche superfluo. Per evitare di finanziare le “redazioni fantasma”, sarebbe meglio, allora fare come suggerito da Mediacoop (l'Associazione nazionale delle cooperative editoriali), ossia variare il contributo sulla base del numero di giornalisti dipendenti assunti dal giornale: più ce ne sono, più sarà alto. E che dire, infine, dell'ostacolo rappresentato dall'esistenza degli stessi contributi indiretti di cui beneficiano soprattutto le grandi imprese editoriali “for profit”? Si pensi che ben 270 milioni di euro finiscono ogni anno, a pioggia, nelle casse di oltre 7.000 testate, come contributo alle spese postali. Se, come suggerito sempre da Mediacoop, il diritto a tale contributo venisse concesso solo alle imprese che rinuncino alla distribuzione degli utili, gran parte della somma potrebbe essere risparmiata, e servire, ad esempio, a finanziare i primi 5 anni di vita di una nuova cooperativa giornalistica, come si diceva sopra. |
2 Mag, 2008
LSD
durante una passeggiata a Rittimatte,
Albert Hofmann è tornato a
ribadire quale ruolo secondo lui potrebbe
svolgere l’Lsd, il suo Bambino
difficile: «L’Lsd è già stato usato
con grossi benefici dagli anni Cinquanta
fino all’inizio degli anni Sessanta
nel campo della psicoterapia,
perché aiuta a migliorare le
condizioni del paziente infrangendo
le barriere che esistono tra paziente
e terapeuta, facilitandone il
rapporto. Aiuta a tirar fuori, a fare
emergere ilmateriale inconscio represso,
dovemagari sono sedimentate
esperienze drammatiche, su
cui è necessario intervenire per
progredire nel processo terapeutico.
Ma al di là degli aspetti medici,
le sostanze psichedeliche possono
svolgere una funzione essenziale
nella prospettiva di arrivare a un
superamento del dualismo che è
alla base della cultura materialista
ora dominante. Se non si giungerà
a questa ricomposizione non si potrà
guarire dalla malattia del materialismo,
l’uomo scisso in se stesso,
con l’altro e con il mondo. Nell’antichità
avevano questa funzione
i riti misterici, come quello di
Eleusi, dove veniva assunta una sostanza
psicoattiva, il kykeon, estratto
conmolta probabilità dall’ergot,
un parassita delle graminacee, che
sta alla base anche della sintesi dell’Lsd.
È necessaria una nuova conessione
con la natura, condizione
irrinunciabile per impedire la catastrofe
ecologica incombente. La situazione
sociale, economica, psicologica
del mondo sta diventando
talmente drammatica che la gente
sarà costretta a cambiare direzione.
Dovremo toccare il fondo affinchè
il circolo vizioso possa essere
spezzato».
Auguriamo al dr. Albert Hofmann
un buon viaggio e ci piace
immaginare che a riceverlo nell’aldilà
troverà un comitato d’accoglienza
composto da un nutrito
manipolo di «drogati» come Eraclito,
Pindaro, Euripide, Eschilo, Platone,
Aristotele, Plutarco, Cicerone,
tutti iniziati ai Misteri eleusini. (dal manifesto del primo maggio)



