29 Apr, 2008
Un punto di vista eclettico sulle elezioni - di Valerio Evangelisti
Azzarderò
– pur non ritenendomi per niente un esperto in politica – qualche
considerazione sulle elezioni che si sono appena svolte in Italia. I
commenti che le hanno seguite si sono incentrati su alcuni temi. Il
permanere del sex appeal di Berlusconi, la sostanziale sconfitta del
Partito Democratico di Walter Veltroni, la scomparsa del raggruppamento
“La Sinistra l’Arcobaleno” (mai denominazione fu così imbecille), il
consenso di larga parte della classe operaia alla Lega Nord.
Quest’ultimo è il solo argomento che mi interessa davvero. Mi lascia
sbalordito la strana nozione di “classe operaia” che pare aversi nel
2008. Si crede ancora che esista una compagine operaia compatta,
portatrice in teoria dei valori della sinistra? Sono almeno trent’anni
(se non quaranta) che il concetto è stato sezionato, sbugiardato, messo
a nudo nella sua incongruità. La classe operaia cui si fa riferimento
non esiste più dagli anni Settanta del Novecento.
Qui si fa sentire il peso della scomparsa di un pensiero marxista
radicale, represso quale “cattiva scuola” introduttiva al terrorismo
(come marijuana e hashish introdurrebbero, in teoria, alle “droghe
pesanti”). Si è scordato completamente il concetto marxiano di
“sussunzione reale” (del lavoro al capitale). Una fase avanzata del
capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di
lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina
l’intera esistenza, non-lavoro incluso. Lungi da me l’idea di difendere
l’integralità del pensiero di Marx, che non era Nostradamus e non
poteva prevedere altro che ciò che aveva sotto gli occhi. Poteva però
estrapolare. Tra le sue estrapolazioni più felici vi fu quella che,
prima o poi, lo sfruttamento non sarebbe passato solo attraverso la
fabbrica.
Sulla scorta di questa nozione, tra gli anni Sessanta e i Settanta,
numerosi teorici “estremisti” (gli “operaisti”) si accorsero che la
classe operaia tradizionale perdeva terreno, e veniva smembrata pezzo
per pezzo. Vi fu il “decentramento produttivo”, per cui la grande
fabbrica cedeva attività a imprese minori nelle quali operai e
impiegati godevano di un numero irrisorio di diritti. Seguì l’inganno
del falso “lavoro autonomo”, in cui l’impresa stipulava con soggetti
presuntivamente indipendenti accordi di collaborazione a termine. La
caduta del Muro di Berlino e la globalizzazione permisero di impiantare
attività produttive in ogni parte del globo, purché il lavoro vi fosse
mal pagato e gli oneri fiscali vi fossero labili. Infine la
glorificazione del precariato, con la Legge Biagi e altre, consentì di
disporre di manodopera per il periodo voluto, dentro o fuori la
tradizionale officina. Ciò stava avvenendo anche con l’immigrazione
massiccia innescata dalle imposizioni del Fondo Monetario
Internazionale e della Banca Mondiale su paesi non in grado di
reggerla.
Il ricatto ai lavoratori italiani era: o accettate le condizioni che vi
offriamo, o andiamo a produrre in Croazia, in Polonia, in India, in
Cina. Oppure assumiamo al vostro posto poveracci pronti a piegarsi a
qualsiasi salario che li strappi alla fame. E voi, di lavoro, non ne
troverete mai più.
In un quadro simile, la classe operaia poteva solo contrarsi e
indebolirsi, come in effetti è accaduto. Si parla tanto dei
metalmeccanici della FIOM, ma quanti sono oggi gli operai della
categoria, rispetto a trenta anni fa? Hanno forse lo stesso grado di
“coscienza di classe”?
No, non l’hanno. Decimati, sulla difensiva, stentano a riconoscersi
persino come categoria. I sindacati che dicono di rappresentarli (e
che, crollati i partiti di riferimento, si passano la staffetta del
comando al di là di ogni procedura democratica, per investitura
diretta) sono composti per metà da pensionati reclutati a forza nei
Caaf. Hanno sopportato di tutto da chi doveva difenderli:
flessibilizzazione, decentramento, allungamento dell’orario di lavoro
attraverso l’imposizione di fatto dello straordinario, ecc. Se vogliono
ancora protestare, lo faranno contro chi è pagato ancor meno di loro
(gli immigrati), e su base territoriale, non di classe. E’ logico che
chi sta fuggendo si rifugi anzitutto in casa propria.
Il voto alla Lega Nord (peraltro ampiamente sopravvalutato) meraviglia,
a questo punto, solo gli ingenui. Ma passiamo ai restanti segmenti
delle classi subalterne.
La sinistra, quando aveva un cervello e leggeva ancora, poteva trovare
qualche indicazione sulla mappa perduta di classe in un aureo libretto
dell’americano Henry Braverman, Lavoro e capitale monopolistico,
Einaudi, Torino, 1978. Braverman, un ex operaio americano, scriveva che
la classe lavoratrice “protesta e si sottomette, si ribella o si lascia
integrare nella società borghese, si considera classe o perde coscienza
della propria esistenza, a seconda delle forze che agiscono su di essa
e degli umori, delle congiunture e dei conflitti della vita politica e
sociale. Ma poiché nella sua esistenza permanente essa è la parte viva
del capitale, la sua struttura occupazionale, i modi di lavorare e la
distribuzione nei settori industriali della società vengono determinati
dal processo di accumulazione. Essa è presa, abbandonata, gettata in
varie parti del meccanismo sociale ed espulsa da altre non in base alla
propria volontà e attività, ma secondo il movimento del capitale” (pp.
379-380).
Il proletariato, in effetti, nella sussunzione reale non è affatto
sparito, in particolare quello giovanile. Come aveva cercato di
spiegare un’ampia letteratura fin dagli anni Settanta, si trova oggi
disperso in mille forme di lavoro precario, falsamente autonomo,
falsamente intellettuale. Si salda oggettivamente ad altri lavoratori,
importati per eseguire quel tanto di lavoro manuale che è ancora
indispensabile. Perseguitati, reclusi nei CPT, condannati socialmente
perché la loro condizione non diventi mai regolare – ciò che
condurrebbe a un intollerabile aumento di costo delle loro prestazioni.
Non ne posso più di sentire portare a esempio di precariato i
“lavoratori dei call center”, come se facessero parte di una sorta di
mercato accessorio e marginale, e la loro precarietà discendesse da
quella delle loro imprese. Andrebbe capito il ruolo sociale di un “call
center”, nella sussunzione reale. Si tratta di aggiungere valore alle
merci unendovi la comunicazione e l’informazione. Un “Tonno X” è
identico a un “Tonno Y”, sugli scaffali. Ma se io faccio in modo che
“X” sia legato alla nozione stessa di tonno, il “Tonno Y” resterà
invenduto, al di là del suo valore d’uso, mentre il “Tonno X” andrà a
ruba.
Comunicazione e informazione aggiungono valore, nell’attuale assetto
del capitalismo. Ciò anche se questo non avviene in un luogo di lavoro
riconoscibile. Anzi, la sua sede è proprio esterna. Cosa che vale per
tantissime altre forme di immaterialità produttiva (altro tema
ampiamente esaminato negli anni Settanta). L’obiettivo è sussumere il
soggetto subalterno fuori dell’orario canonico di lavoro, quando si
illude che il suo tempo sia “libero”. Condizionarne fantasia,
immaginario, reazioni. Fargli produrre valore allorché si crede a
riposo. Buona parte delle attività precarie è indirizzata a questa
conquista. Antitetica alla vecchia formula socialista “Otto ore per
lavorare, otto ore per istruirsi, otto ore per riposare”. Istruirsi e
lavorare (nel senso di aggiungere valore alle merci) è diventato la
stessa cosa. Ma si potrebbe aggiungere il riposo, visto che è il
momento dei sogni, e quei sogni nascono condizionati.
Discorso astratto e visionario? Mica tanto. Negli Stati Uniti e in
buona parte dell’Occidente l’industria dello spettacolo (cinema e
soprattutto tv) e quella informatica sono oggi trainanti. Entrambe sono
“immateriali”. Invece la finanza si è completamente staccata dalle
attività concretamente produttive, e raggiunge livelli di scambio
quotidiano impressionanti, senza riferimento al valore effettivo delle
singole aziende.
In un quadro simile, in cui l’Occidente si specializza nella
valorizzazione delle merci brute provenienti da altri continenti o da
aree depresse, il proletariato bisognerebbe andarlo a cercare tra chi
sta molto in basso (gli immigrati) o chi, apparentemente collocato
meglio, ai margini della produzione diretta, in realtà contribuisce in
maniera strategica all’aggiunta di valore alle merci. Operatori dei
“call center”, certo, ma anche informatici subalterni, studenti
inseriti nella “scuola-impresa”, figure effimere che transitano da un
lavoro temporaneo a un altro, immigrati eternamente disponibili a
reperire risorse con qualsiasi mezzo (“angeli” per la sinistra,
“demoni” per la destra, quando non sono né l’una né l’altra cosa, bensì
semplicemente proletari disperati), disoccupati, insegnanti, e via
enumerando. Le nuove forme che il capitale ha modellato per la propria
autovalorizzazione. Agenti e vittime dell’estensione del potere del
sistema alle ore di non-lavoro, in cui è l’immaginario che domina, e
prefigura i comportamenti del giorno dopo. Anche le “otto ore per
riposarsi” si sono saldate, nel dominio, alle restanti sedici.
Soggetti di questo tipo o votano (in minoranza) per Berlusconi, che in
qualche modo ha capito la loro funzione, sia pure da padrone, o non
votano affatto. Come si potrebbero sentire rappresentati da una
sinistra parlamentare (parlo della sconcia “La Sinistra l’Arcobaleno”,
non del Partito Democratico, che è una sfumatura della destra) che non
ha nemmeno capito la configurazione attuale della società? Che,
suddivisa in molteplici “partiti comunisti”, è rimasta ancorata ai
canoni di tre decenni orsono? La “centralità operaia” è indiscutibile,
la FIOM (tanto antidemocratica quanto i vertici di CGIL-CISL-UIL) ne è
il cuore. Spazio marginale abbiano i Cobas, le RdB, le varie
espressioni del sindacalismo di base. I centri sociali, naturale
raggruppamento a sinistra di migliaia, o decine di migliaia, di
giovani, stiano calmi. Idem per i movimenti locali: No TAV, No Dal
Molin, decine di altri. La lotta di classe diventa lotta per le
poltrone. Bertinotti pontifica e lancia diktat: la non violenza è un
dogma inviolabile, l’adesione alla dialettica parlamentare è fatto
acquisito, le “liberalizzazioni” sono un valore da accettare
criticamente però da appoggiare, il comunismo è un’idea puramente
filosofica.
Raccoglie omaggi e consensi dagli avversari. “Che brava persona”, “Che uomo distinto”, “Con lui sì che si può ragionare”.
Peccato che l’attuale composizione di classe non lo segua. La classe
operaia che reggeva il PCI gli preferisce la Lega e la sua concretezza
territoriale. Le aree che costituiscono la composizione proletaria
presente ed egemonica non vanno nemmeno alle urne, per votare un
partito comunista qualsiasi, tra i quattro o cinque in lizza. In chi
mai dovrebbero identificarsi? Nessuno sembra capire le loro istanze e
l’attuale assetto del lavoro. Le loro posizioni sono ferme agli anni
Cinquanta. Trotzkismo? E che diavolo è oggi il trotzkismo?
Una composizione di classe nuova attende oggi risposte concrete. Ha
trascinato i burocrati fuori dal Parlamento per farli, a forza,
extraparlamentari. O troveranno una nuova vita nelle piazze, o Beppe
Grillo seguiterà a godere dei frutti di una scelta strategica giusta.
La sinistra consapevole di sé è diffusa nella marcia società italiana.
Centinaia di centri sociali, di organizzazioni locali nate su problemi
specifici, di istanze sindacali di base attendono di prendere la parola.
La si pianti di essere partitino – la falce e martello, chissenefrega –
e si sia composizione di classe. Forse, allora, si troveranno i voti
necessari, se è a questo a cui si tiene.
Altrimenti si riceveranno pernacchie. Il degno accompagnamento delle
ultime elezioni. Una composizione di classe non ha pietà. Spernacchia
ex alleati passati al nemico, “classi operaie” prossime alla pensione e
diventate razziste, forme istituzionali che non la rispettano, sindaci
che si inventano nemici per meglio abbatterli.
Che tutto ciò vada affanculo. Si vota (a volte) per dovere, ogni tanto
per piacere. E’ nella società che li si contrasta, i porconi. Qui,
nelle piazze, è atteso ciò che resta della sinistra parlamentare. O
viene in tempi utili o si farà da soli.
28 Apr, 2008
Fine di un compromesso sociale - Giulietto Chiesa
di Giulietto Chiesa, Megachip – da Galatea
Metabolizzare
la batosta, davvero storica, del 13-14 aprile 2008, sarà complicato per
la sinistra, anche per quelli che hanno votato PD credendo di votare a
sinistra. “Vi ricordate quel 18 aprile?”- suonava una canzone per
ricordare altri momenti infausti (il 1948) - “d'aver votato
democristiani/ senza pensare all'indomani / a rovinare la gioventù”.
Questa volta è andata addirittura peggio. Sparita la sinistra dal Parlamento italiano. Sparita la sinistra in generale? Non mi pare. L'operazione è stata una cospicua stratificazione di trucchi. Il risultato dice che sei o sette milioni di italiani non hanno più una loro rappresentanza in Parlamento.
Metabolizzare sarà difficile anche perché c'è già molta gente, appunto a sinistra, e in modo particolare tra gli inetti che hanno costruito la sconfitta con le loro mani, che pensa di riprendersi il maltolto in tempi brevi, che anela alla rivincita, e che sta già imboccando scorciatoie nelle quali sarà facile graffiarsi le ginocchia, se non rompersi le gambe.
Questo aprile epocale ha una data di nascita lontana, anzi ne ha tante che è perfino difficile metterle tutte in fila. E' necessario ricominciare con fatica e fare analisi che non si facevano da una ventina d'anni. Dal fatidico 1989, per esempio, quando cadde l'ancor più fatidico “muro di Berlino”. Di cui, per altro, i giovani che hanno votato in questo aprile non sanno un bel niente.
Si è rotto il compromesso sociale che, bene o male, aveva retto gli equilibri della società italiana dal dopoguerra. E' il primo segnale di una rottura che diventerà assai presto molto più grande. Sono state le classi dominanti italiane che hanno rotto questo compromesso. E stavano provando a imporre la loro interpretazione della modernizzazione attraverso Veltroni e il Partito Democratico. Ma l'operazione è fallita. Gli è scappata di mano, e dal loro cappello a cilindro è venuto fuori di nuovo Berlusconi. E la Lega, che è componente essenziale e una delle cose più inquietantemente interessanti tra le molte che stanno accadendo.
Hanno rotto il compromesso perché pensavano di poter far pagare ai lavoratori e ai ceti medi la modernizzazione, per tenere alta la competitività e mantenere il livello altissimo di profitti e rendite su cui hanno prosperato in questi anni. La sinistra, divisa e in disarmo, ha offerto poca resistenza o nulla a quell'operazione.
Anche la sinistra non aveva capito dove stava andando la globalizzazione. Né ha capito l'11 settembre e i suoi molteplici significati. E quindi, insieme al pacifismo, non ha capito le ragioni della grande guerra in corso. Ha pensato – mentre è in corso una lotta mortale per la sopravvivenza - di potersi limitare a condurre con successo qualche ritirata tattica. Di ritirata in ritirata si è visto che milioni di persone - la maggioranza - stavano perdendo fette consistenti di potere d'acquisto, cioè di tenore di vita.
Le scaramucce si sono svolte tutte “dentro” la logica del mercato, come se il mercato fosse un campo di calcio dove si rispettano le regole. Invece il mercato finanziario, globale e italiano, era diventato sempre più gaglioffo e canagliesco. E ad esso si sono aggiunte due crisi, entrambe epocali, quella energetica e quella ambientale, che avrebbero dovuto sollevare la loro attenzione, e che sono state ignorate.
E' stato un accavallarsi di errori. Anche le classi dominanti hanno sbagliato. Pensavano, con ingenuità imperdonabile, che il buonismo veltroniano potesse tenere le briglie di un cavallo a tal punto impazzito. E pensavano che il moderato riformismo compassionevole del PD potesse reggere un progettino di ripresa della crescita, proprio nel momento in cui cominciava a vedersi con chiarezza che nessuna crescita sarà più possibile. Certamente non lo sarà più nei termini e con le modalità con cui vi è stata fino al 2001: gestione dell'esistente, proprio nel momento in cui l'esistente diventa insopportabile.
La sinistra avrebbe avuto margine di azione, se fosse stata capace di proporre qualche cosa di diverso. In mancanza di una proposta alternativa, e in presenza di un mugolio riformista indistinto e palesemente poco credibile, ampie masse popolari – non solo e non tanto “operaie”, ma grandi masse di individui, molto differenziate, di cui la classe operaia è solo parte, includenti artigiani, commercianti, piccoli imprenditori etc - sono andate a cercare protezione altrove.
Cioè non in bocca al nemico - perché il nemico era ed è proprio chi tentava l'operazione cosiddetta “modernizzatrice”, l'ideatore del precariato della crescita a oltranza, dell'accelerazione dei consumi - ma da un'altra parte. Hanno fatto la mossa del cavallo, spiazzando tutti. E votando Berlusconi e Lega. La gente sta peggio di prima, sebbene consumi ancora di più (ma indebitandosi), e quando comincia a essere costretta anche a consumare di meno - esattamente l'opposto dell'unico “valore” che le è stato inculcato - ecco che l'equilibrio si incrina. La mandria dei consumatori non sa più dove andare. Quasi nessuno capisce bene perché, quali sono le cause, chi sono i responsabili - il sistema dei media glielo nasconde accuratamente e li inganna sistematicamente - ma l'inquietudine cresce, per cento motivi, di cui si vedono solo quelli superficiali, l'ordine pubblico, la corruzione, la casta politica.
La giungla è bello vederla al cinema, non viverci dentro. Il mercato, tanto magnificato tutti i giorni dai media dei padroni del vapore, e dalle televisioni degli stessi, è diventato ringhioso, e morde troppa gente. A chi piace la competizione quando non sai se vincerai domani, e nemmeno se potrai mai più vincere?
Qui ci sarebbe voluta una sinistra capace di parlare alla gente dicendo la verità: cioè che il tipo di sviluppo conosciuto in questi ultimi cinquant'anni non è più riproducibile perché sono apparsi i “limiti”, e non se ne andranno più. Il picco avviene una sola volta nella storia dell'Umanità, e finite le riserve fossili, non ce ne sarà più.
Ma questa sinistra non c'è più. Perché per fare questo sarebbe stata necessaria una nuova sintesi, una nuova idea della transizione a “un'altra società umana”, non solo a un altro sistema sociale. E per fare queste sintesi bisogna avere organizzato lo studio, la ricerca, un livello alto dell'analisi della complessità moderna. La sinistra si è anch'essa imbolsita nel provincialismo ottuso della casta italiana, ed ecco che si è aperto un baratro.
E' avvenuta una specie di regressione collettiva: una fuga dalla realtà, a metà strada tra l'imbambolamento di chi chiede di poter continuare a divertirsi - a imitazione dei ricchi, ma accettando che sia in tono minore, una specie di voyeurismo anch'esso molto televisivo, come tutto il resto - e nello stesso tempo si rifugia impaurito nel proprio territorio, tra le cose che conosce e riconosce, tra i simili, tra quelli che parlano il tuo dialetto e che fanno le stesse cose che fai tu. Anche come difesa istintiva contro gli “alieni”, che pregano un altro dio e che ti rubano il lavoro. Anche perché è meno alieno il tuo datore di lavoro, che ti fa fare lo straordinario, i soldi te li da anche se ti fa lavorare come una bestia, e poi è bene tenerselo buono perché non si sa mai con quest'aria che tira…
Per questo hanno votato Berlusconi e Lega.
Non modernizzazione ma regressione: un salto indietro rispetto alla globalizzazione, che è diventata cinese e non piace più. Un salto indietro anche rispetto all'Europa, anch'essa troppo amante della competitività. Una fuga al quadrato, insomma. E a grande maggioranza. Che è anch'essa la ricerca di un nuovo compromesso sociale: del tutto subalterno e illusorio, naturalmente, ma è l'unico che hanno potuto vedere, perché i loro occhi erano puntati sullo schermo televisivo, dove non si può vedere, almeno in Italia, altro che quello, racchiuso tra le tette delle soubrettes del Bagaglino.
Questo non era quello che volevano i banchieri italiani che hanno appoggiato Veltroni. Volevano ridurre i costi della modernizzazione, e farli pagare ai lavoratori. Dimostrando così di essere la padella, alternativa alla brace berlusconiana. Invece i costi della modernizzazione aumenteranno, invece che ridursi.
Il compromesso che loro hanno rotto la gente lo ha cercato, al ribasso, con la regressione leghista-berlusconiana. Questo nuovo compromesso passa attraverso la fine della democrazia, anche dal punto di vista delle forme. Questo blocco sociale vincitore non ha un disegno che non sia la frantumazione del paese e l'illusione – che lo distingue non di molto da quello di Montezemolo – di poter contare sulla fortuna di una qualche “ripresina”. E poiché le “perturbazioni sociali” della transizione sono destinate ad aumentare, la cosa più probabile è che ricorreranno alla forza per comprimerle. Insieme alla delimitazione di tutti i diritti e libertà che l'attuale Costituzione ancora per poco tutela.
Lo scenario a sinistra è ancora polveroso. Come un'esplosione vista al ralenti, quando i frammenti e le schegge si allontanano caoticamente e lentamente gli uni dagli altri. Poi si dovrà costruire le casematte per la difesa, prima della tempesta.28 Apr, 2008
Sole che sorgi libero e giocondo
Inno a Roma
Roma divina, a Te sul Campidoglio
dove eterno verdeggia il sacro alloro
a Te nostra fortezza e nostro orgoglio,
ascende il coro
Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme, all'ultimo orizzonte
sta la Vittoria.
Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.
Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina:
il tricolore canta sul cantiere,
su l'officina.
Madre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il Sol che nasce,
benedici l'aratro antico e il gregge
folto che pasce!
Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.
Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d'amore,
la giovinezza florida e l'antica
età che muore.
Madre di uomini e di lanosi armenti,
d'opere schiette e di penose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
e sorge il sole.
Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.
27 Apr, 2008
Sostanze nocive anche nei tessuti di cotone?
| Vestire più sano? Attenzione a canotte e slip |
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Monica Di Sisto |
25 Apr, 2008
RESISTENZA OGGI. Ma prima facciamo i conti con maschilismo e omofobia.
Ma prima facciamo i conti con maschilismo e omofobia
Antifascismo: come non farla restare una parola vuota, ma viva, attuale?
Rivisitiamo criticamente la storiografia ufficiale. All'indomani della Liberazione,
ha voluto dare un'idea normalizzata della lotta contro il nazifascismo cancellando
il vero ruolo di donne, lesbiche, gay e occultando le discriminazioni che i regimi
avevano attuato nei loro confronti. Se ne parla a Verona, grazie al Circolo Pink
Elena Biagini (da Liberazione di oggi)
«Poi siamo andati a Torino. Io non ho potuto partecipare alla sfilata, i compagni non mi hanno lasciata andare. Nessuna partigiana garibaldina ha sfilato, ma avevano ragione loro. Mi ricordo che strillavo: "Io vengo a ficcarmi in mezzo a voi, nel bello della manifestazione! Voglio vedere un po' se mi sbattete fuori!". "Tu non vieni, se no ti pigliamo a calci in culo! La gente non sa cos'hai fatto in mezzo a noi, e noi dobbiamo qualificarci con estrema serietà!". E alla sfilata non ho partecipato: ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante, poi ho visto Mauri, poi tutti i distaccamenti di Mauri con le donne che avevano insieme. Loro sì che c'erano. Mamma mia, per fortuna che non ero andata anch'io! La gente diceva che erano delle puttane».
Questa le parole di Tersilla, nome di battaglia Trottolina, sulla manifestazione delle brigate partigiane che si svolsero a Torino per celebrare la liberazione nel 1945, una delle testimonianze raccolte in La resistenza taciuta , il testo dal titolo-manifesto che Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, pubblicarono nel 1973, aprendo la lunga strada della de-virilizzazione dell'antifascismo. Così inizia l'antifascismo dell'epoca repubblicana: all'insegna del perbenismo che deve rimettere tutto a posto, riportare le donne in casa, a fare le massaie, subordinate all'antico ordine patriarcale, dopo che alcune di loro avevano combattuto in montagna, molte avevano contribuito a sconfiggere "la carogna fascista" con forme di resistenza civile, tutte erano uscite dalle mura domestiche, avevano acquistato visibilità sociale. «La mobilità/visibilità delle donne, che in tutta Europa passano ore davanti ai negozi e alle rivendite clandestine, attraversano le città e percorrono le campagne in cerca di cibo e di ricoveri di fortuna, prendono treni per sfollare, dopo l'occupazione peregrinano tra comandi tedeschi e fascisti per conoscere la sorte di mariti, fratelli e figli, chiedendone la liberazione», come scrive Anna Bravo in In guerra senza armi (Roma, 1995).
Come la nascente repubblica porta via le armi ai e alle resistenti per fermare il processo rivoluzionario, così si assiste anche ad una forte restaurazione dei costumi, ad una rinnovata ruolizzazione di genere della società.
Dopo la fine della guerra, la memorialistica si è per lo più limitata a celebrare alcune icone femminili, mentre le opere storiografiche di sintesi, all'unisono, hanno trattato le donne come una categoria meritevole ma indistinta ed hanno definito quello delle partigiane un "contributo", come si trattasse di una convergenza momentanea, non di una appartenenza vera e propria delle donne al movimento resistenziale. La partecipazione delle donne alla Resistenza non è stata cancellata ma svuotata del suo carattere politico, secondo un processo che la pioniera italiana della storia delle donne Pieroni Bortolotti sintetizza in maniera efficace nel seguente passo: «Le donne della Resistenza erano sempre mamme e spose di casa, capaci di un doppio lavoro, di un doppio dovere, e se non si parlava di una doppia morte, era proprio soltanto perché al mondo si muore - perfino le donne - una volta sola». Fino a pochi anni fa le celebrazioni ufficiali hanno costruito una figura stereotipata della resistente, di cui è simbolo la protagonista di L'Agnese va a morire di Renata Viganò, a discapito di tutte quelle donne che, nella loro partecipazione politica e armata, si sono distaccate dal modello femminile precostituito dalla ruolizzazione di genere, dalla tradizione cattolica e patriarcale.
Non è probabilmente un caso, in questo quadro, se le testimonianze di resistenti lesbiche o gay sono sparute e poco conosciute: negli anni Cinquanta il perbenismo del Pci ha certamente contribuito a far tacere anche al proprio interno chi già nel paese doveva fare i conti con una società fortemente normalizzata dallo Stato e dalla chiesa.
Allo stesso modo per anni, le vittime della violenza nazi-fascista sono state scelte: solo triangoli rossi dei prigionieri politici e le stelle di David hanno trovato posto nelle celebrazioni ufficiali mentre sono sempre stati trattati come secondari i triangoli verdi dei criminali comuni, viola dei testimoni di Geova, i blu di migranti e apolidi, e addirittura taciuti, perché imbarazzanti, i triangoli neri di asociali, "malati di mente", mendicanti, prostitute e di lesbiche in alcuni campi, marroni di zingari e rosa degli omosessuali.
In questo contesto è particolarmente interessante l'esperienza del Circolo Pink di Verona che, in un territorio vessato da rigurgiti fascisti, tensioni razziste e violenza integralista, spinge dal 1997 fino al 2000 per portare nelle celebrazioni ufficiali lo striscione "Uccisi dalla barbarie, sepolti dal silenzio" che dia dignitosa visibilità a lesbiche, omosessuali e transessuali e con loro a sinti, rom, barboni, migranti, altri gruppi particolarmente "scomodi" nella città scaligera, perennemente soggetta ad azioni di "pulizia" operate da giunte locali per lo più di destra ma anche di centro sinistra.
La storiografia accademica nel nostro Paese, ancora oggi, per lo più tace rispetto alla misoginia come tratto connotante dell'ideologia e della repressione fascista, anche se studi di genere importanti hanno chiarito che «la dittatura mussoliniana costituì un episodio particolare e distinto del dominio patriarcale. (…) Le concezioni antifemministe furono parte integrante del credo fascista al pari del suo violento antiliberalismo, razzismo e militarismo» (Vittoria De Grazia). Il silenzio sulle connotazioni omofobiche del fascismo è stato rotto solo negli ultimi anni da testi come Il nemico dell'uomo nuovo. L'omosessualità nell'esperimento totalitario antifascista di Lorenzo Benadusi, La città e l'isola. Omosessuali al confino nell'Italia fascista , di Giartosio e Goretti e Fuori della norma. Storie lesbiche nell'Italia della prima metà del novecento a cura di Milletti e Passerini. Ma se l'analisi dell'omosessualità maschile sotto il fascismo ha raggiunto una certa sistematicità (tanto da comparire la voce nel dizionario del fascismo), tutt'oggi l'unico testo sulla storia delle lesbiche italiane, peraltro non focalizzato sul fascismo, rimane il succitato Fuori della Norma .
Ma tutto questo ovviamente non riguarda solo l'impostazione di una corretta conoscenza storica ma condiziona e plasma l'idea che oggi abbiamo di antifascismo, o meglio, cosa significa praticare l'antifascismo, renderlo vivo, attuale, performante. «Parlare di antifascismo e di antirazzismo senza valutare gli attacchi subiti dagli orientamenti sessuali, dalle identità di genere e dalle donne, rischia oggi di mutuare il solito atto di coscienza maschile, imbalsamato nella commemorazione, che non intende approfondire in analisi e in capacità di decostruzione del sistema etero-patriarcale, fascista per eccellenza e quindi negandosi/ci la possibilità di una liberazione effettiva e a tutto tondo», scrivono i compagni e le compagne del Pink di Verona nell'Appello per un 25 aprile di orgoglio e resistenza (www.circolopink.it). Il 25 aprile, già svuotato a livello istituzionale dalla teoria dell'equidistanza, perseguita da anni da chi oggi ha costituto il Partito democratico, ha bisogno di ritrovare una forza propulsiva nel rifiuto di pratiche e pensieri fascisti sempre più assimilati e quindi invisibili: il razzismo di chi sgombera campi rom o abbatte baracche e edifici fatiscenti senza minimamente curarsi delle persone ospitate all'interno, di chi lancia campagne contro gruppi etnici in nome della sbandierata sicurezza, ma anche il ritorno in grande stile della categoria del "naturale", che stigmatizza stili di vita e soggettività non conformi, presente nelle parole dei neofascisti, ma anche in quelle pronunciate dai pulpiti vaticani e dai loro epigoni istituzionali o meno.
25 Apr, 2008
25 Aprile sempre!
Fui affascinato soprattutto dal Che fare?, dove il partito,
diventato il centro di un grande movimento di popolo, inviava i suoi
ambasciatore in tutti gli strati della popolazione, respingeva ogni
tendenza operaistica a chiudersi in una politica “tradeunionistica” di
difesa degli interessi immediati e particolari di categoria. Mi colpì
l’affermazione di Lenin che il socialismo era l’erede e il continuatore
delle più alte tradizioni del pensiero moderno, della economia politica
inglese, della filosofia tedesca e dell’illuminismo ed utopismo
francese.
Non avevo letto nulla di Gramsci. I “temi” sulla
questione meridionale, pubblicati nel numero 1~ del 1930 di Stato
Operaio, giunsero a Napoli dopo che io mi ero già iscritto al partito.
Ma il riconoscimento della necessità di un’alleanza rivoluzionaria tra
classe operaia del Nord e contadini del Mezzogiorno era un tema che,
sottolineato con forza da Sereni, veniva particolarmente accolto e
compreso da chi, come me, poneva già la questione meridionale come
problema politico essenziale dell’intera nazione.
Dall’altra parte, quanto ho già raccontato sull’inesistenza di una
opposizione valida al fascismo che non fosse quella comunista, mi
confortava sulla validità della scelta che mi accingevo a fare. O
l'atesismo di Croce, il rinchiudersi nello studio nell’accettazione
pratica del regime, e quindi nella rinuncia alla lotta, o l’impotenza
rissosa degli antifascisti emigrati, perduti nelle loro vane
vociferazioni. Perché il PCI era il solo a battersi, a prezzo di tanti
sacrifici? Perché era un partito internazionalista, forte quindi del
sostegno (e della indispensabile disciplina) di un grande movimento
mondiale. Perché gli operai, i braccianti e i contadini erano spinti,
dalla necessità di vita, a porre rivendicazioni concrete in contrasto
con i padroni e con il regime che sosteneva i padroni. Trovavo nei
fatti la conferma della validità della affermazione di Gobetti, essere
il pro-letariato l’unica classe portatrice di avvenire.
(da «Una scelta di vita», Giorgio Amendola)
La prima giornata di Torino liberata è stata ancora una giornata di lotta.
Torino non ha potuto abbandonarsi a festose manifestazioni di giubilo,
ma è restata, vigile, in armi. I partigiani e le SAP hanno continuato
la pulizia della città, rastrellando numerosi “cecchini” fascisti ed
eliminando gli ultimi disperati focolai di resistenza. Per tutto il
giorno, nel centro della città, non è cessato il crepitio delle
mitragliatrici.(...)
Il criminale Srarnek non ha ancora innalzato bandiera bianca ed ha
respinto l’intimazione di resa, che gli è stata rivolta. In altri punti
del Piemonte vi sono ancora nuclei e forze tedesche, non numerose, ma
ben armate, che tengo- no ancora e che tentano ancora di sottrarsi o di
ritardare momento della resa e dell’annientamento.(...)
La lotta continua ancora, dunque. Ma le condizioni son cambiate Le
forze nazionali sono ormai saldamente padrone della situazione. Torino
è il centro di direzione e d organizzazione del movimento di
liberazione di tutto il Pie monte. Il CLNP esercita la sua funzione di
governo coordina e dirige tutta la guerra. I tedeschi e gli ultimi
gruppi di banditi neri sono ormai nelle condizioni di fuori legge. Le
condizioni della lotta si sono ormai capovolte. I patrioti potevano,
ieri, contare sull’appoggio di tutta la popolazione ed è grazie a
questo appoggio che essi hanno vinto. nazifascisti sono ormai ridotti
nella posizione di banditi in fuga, braccati da tutte le parti, e che
bisogna abbattere senza pietà.
La mobilitazione e la salda unità di tutto il popolo sono, ancora oggi,
le condizioni essenziali per porre rapidamente e vittoriosamente
termine alle ultime operazioni. Accanto alle valorose formazioni
partigiane sono tutti i lavoratori che devono dare la caccia ai
disperati fascisti dell’ultima ora, che devono rastrellare e pulire i
quartieri, che devono consegnare ai tribunali del popolo le spie, i
provocatori, i delinquenti che devono essere giustiziati.
Pulizia pronta e radicale, è questa la condizione perché si possa
iniziare la nuova vita democratica e ci si possa accingere al duro
lavoro della ricostruzione.
Pietà l’è morta. E’ il grido che abbiamo lanciato quando più dura era
la lotta, quando i nostri migliori cadevano assassinati. E’ la parola
d’ordine del momento. I nostri morti devono essere vendicati, tutti. I
criminali devono essere eliminati. La peste fascista deve essere
annientata. Solo così potremo finalmente marciare avanti.
Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affodato nella piaga,
tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l'ora questa, mentre non
sono ancora sepolti i caduti della battaglia liberatrice, di
abbandonarsi ad indulgenze, che sarebbero tradimento della causa per
cui abbiamo lottato.
Pietà l’è morta.
(da «Lettere a Milano», Giorgio Amendola - L ‘Unità - 29.04.1945)
23 Apr, 2008
Un mandante politico dello stupro a Roma, Stazione della Storta?
Su Dagospia, noto sito di gossip e informazione varia e avariata, è apparsa una lettera che, se verificata e confermata nelle circostanze esposte, sarebbe scandalosa.
http://dagospia.excite.it/esclusivo.html
Informazione che ci allarma da far girare. Come può un rumeno senza fissa dimora, mezz'ora dopo aver aggredito la povera ragazza nei pressi della Stazione della Storta ad avere come difensore l'avvocato Francesco Saverio Pettinari famoso penalista difensore del magistrato Metta, indagato nell'ambito del processo Lodo Mondadori che vedeva indagati Berlusconi, Pacifico, Previti e Squillante?
Inoltre l'avvocato Pettinari risulta iscritto in gioventù all'MSI. Guarda caso uno dei soccorritori della ragazza firma con Alemanno con tanto di foto sul Messaggero del 22 aprile 2008, il patto per la legalità e la sicurezza. Agatha Christie faceva dire a Poirot che quando ci sono tre coincidenze diventano un indizio.
MD
22 Apr, 2008
Rassegna stampa sulla crisi Alitalia
Guglielmo Ragozzino
L'emergenza dei rifiuti a Napoli e il nodo dell'Alitalia sono state due carte vincenti della destra alle recenti elezioni politiche. In questo secondo caso vi era un discorso generale, sulla compagnia di bandiera che poi significa solo tenere in funzione poltrone gratis per gli alti poteri e rotte in perdita, anche copiosa, per favorire determinati rapporti internazionali. L'Alitalia, disperata, voleva abolirle o ridisegnarle. Il punto vero del dissidio era però un altro, il destino di Malpensa.
Dell'aeroporto lombardo, sempre in procinto di decollare ma il cui decollo era sempre rimandato a tempi migliori, si è parlato a fondo nella campagna elettorale. Ma non era una novità discutere di Malpensa. In passato, già con l'avvento dei jet commerciali, la pista di Milano Linate, in fondo al Viale Forlanini era considerata insufficiente. Inoltre l'area era particolarmente nebbiosa. Radar antinebbia ce n'era qualcuno, in aeroporti stranieri particolarmente tecnologici, ma era una scienza infida, strana e molto costosa. Molto meglio spostare tutto verso la limpida brughiera, verso Varese. Una bella colata di cemento, e via...
Più avanti negli anni l'esclusiva del traffico aereo tra Fiumicino e Linate diventò il punto decisivo dell'Alitalia. La compagnia si sosteneva e pagava gli extracosti da compagnia di bandiera con gli exrtraprofitti di quei voli detenuti in monopolio. Ma non poteva durare. La compagnia fu per esempio costretta a spostare voli su Malpensa, pur ritenendoli inutili.
Malpensa allora non era troppo popolare in Lombardia e in Piemonte. Forse una decina di città avevano altrettanti progetti di aeroporti alternativi. La rivalutazione dei terreni e dei paesi vicini a una possibile pista, una ricca colata di cemento, alberghi e magazzini per hub di serie B: visioni ripetute di provincia in provincia. Il caso del grande aeroporto di Orio al Serio a est di Milano, cioè dalla parte opposta di Malpensa, è ben presente a tutti. Ogni iniziativa per dare risalto all'aeroporto di tutti i lombardi era continuamente ostacolata. C'erano problemi di collegamenti, di treni, di alloggi per gli equipaggi: difficoltà vere e inventate, piccoli e grandi fastidi per affossare sempre più definitivamente l'ipotesi del mega aeroporto del nord.
A questo punto intervenne la decisione di Alitalia: salviamo la compagnia, dissero i massimi dirigenti, buttando a mare Malpensa e i suoi voli. Si decise di tagliare due terzi dei voli da e per Malpensa, soprattutto quelli intercontinentali. Per raggiungere destinazioni lontane, si sarebbe dovuto partire da Roma, oppure da Parigi. «Fate voi», disse il governo, nel massimo del suo liberismo di recente acquisizione. Air France, principale interlocutore, era d'accordo; anzi faceva capire che la chiusura di Malpensa era un passaggio indispensabile per l'affare.
La posizione di Air France era sospetta. La destra politica italiana, in sostanza la Lega, puntava il dito sullo spostamento dei traffici aerei dalla Lombardia ad altri aeroporti francesi, come Lione o Nizza o altri ancora più lontani, per raggiungere hub più comodi per la compagnia. I passeggeri calcolavano tempi di viaggio di almeno tre ore più lunghi. I politici lombardi, in rappresentanza di una parte preponderante della popolazione chiesero una moratoria: mantenete i traffici per al massimo tre anni, per consentire un avvicendamento di altre compagnie, magari low cost e mantenere in piedi (e in vita) il sistema aeroportuale. Il principale documento lombardo aggiungeva un particolare: va tenuta in considerazione «la rilevanza delle decisioni che dovranno essere assunte in merito all'assegnazione dell'Expo». Era una richiesta ragionevole, veniva da uno schieramento molto ampio in cui era ricompresa anche la Provincia di Milano, a presidenza di sinistra. Ma non fu accolta neppure questa sollecitazione a ragionare. Non ci si accorse dell'egemonia della Lega sul tema di Malpensa e dei commerci lombardi. Oramai si era deciso. Silvio Berlusconi ebbe tutto il tempo di pasticciare tra figli, cordate, Aeroflot, di turbare la trattativa, come si dice in gergo. Glielo lasciarono fare, indisturbato.
Con un vero e proprio gioco al massacro si voleva regalare centinaia di migliaia di voti alla destra.
Il voto appeso a una cordata
Galapagos
Giorgio Chinaglia, mitico bomber della Lazio, anni fa affermò che era pronto a lanciare un'Opa sulla sua ex squadra. In parecchi sentirono odore di bruciato. Intervenne la Consob e per Giorgione finì male, sommerso da una serie di accuse pesanti: aggiotaggio e turbativa dei mercati. Oggi la storia si ripete, con Alitalia, ma la Consob, ufficialmente, resta alla finestra, anche se il presidente dell'Autorità, Lamberto Cardia, lancia dalle pagine del Sole 24-ore un ultimatum: «La politica rispetti le regole del mercato». Cardia sarebbe stato molto più chiaro se avesse affermato: «Berlusconi, rispetti le regole del mercato».
Per Berlusconi il mercato è l'ultimo dei problemi. Non a caso ieri il Wall Street Journal ha scritto che «più che liberal, Berlusconi è un corporativo». Vi sembra normale l'affermazione del cavaliere che avvisa: sarà il prossimo governo, cioè io sicuro vincitore delle elezioni, a decidere sull'Alitalia. Poi ha aggiunto: nel futuro non ci sarà Air France, ma una cordata di imprenditori italiani tra i quali sarà presente mio figlio. Chi altro avrebbe potuto fare una affermazione simile, senza ritrovarsi con i carabinieri dietro l'uscio?
Ieri in borsa le azioni di Alitalia sono volate: in chiusura i titoli segnavano un guadagno di oltre il 33% e c'è chi ha guadagnato palate di soldi facendo trading sulle voci di un intervento diretto di Berlusconi nella vicenda. Non è il leader dell'attuale opposizione a pompare i mercati con un aggiotaggio senza precedenti? Che differenza c'è tra le dichiarazioni di Chinaglia e le sue?
Le difficoltà di Alitalia non nascono oggi: nel 2001 quando Berlusconi andò al governo, era già evidente che la compagnia di bandiera era sull'orlo di una crisi senza ritorno. Ma Berlusconi e Tremonti non fecero nulla per Alitalia. Anzi fecero di peggio: avallarono le ipotesi leghiste di una fusione per l'incorporazione di Alitalia in Volare, una piccola compagnia aerea del Nord. Ma Volare è fallita prima che il progetto si realizzasse. Oggi il cavaliere non trova di meglio che fare di Alitalia un tema di campagna elettorale, attaccando Prodi e Padoa Schioppa per nascondere le sue responsabilità. Anzi, la sua irresponsabilità, come ha sottolineato sempre ieri il Wall Street Journal facendo osservare che se Alitalia fosse stata privatizzata alcuni anni fa lo stato avrebbe incassato più soldi e gli esuberi sarebbero stati minori.
Alitalia ha offerto a Berlusconi lo spunto per tornare sulle prime pagine dei giornali, tagliando l'erba sotto i piedi a Veltroni. In Italia nessuno è felice di cedere Alitalia ai francesi, ma l'ipotesi dell'italianità della compagnia (avanzata da Air One con l'appoggio di Banca Intesa) purtroppo non aveva gambe per camminare. A questo punto l'unica soluzione che rimane è quella - dolorosa per i dipendenti - di una trattativa con Air France. I sindacati la stanno facendo. Berlusconi invece «gioca» sulla pelle delle lavoratori, puntando unicamente a una manciata di voti in più che il Nord potrebbe dargli, per essere stato lasciato a terra.
Vola la campagna antisindacale dell'Alitalia
Giorgio Cremaschi
Da Prodi a Padoa Schioppa, dai più importanti quotidiani al tg1, si sono tutti scatenati contro l'irrigidimento sindacale che ha fatto fuggire Air France e provocato quindi la crisi finale di Alitalia. In qualsiasi altro paese questa sarebbe una classica campagna della destra. Da noi la guidano prima di tutto i poteri economici e culturali aggregati attorno al centrosinistra. Ma veniamo alla sostanza. Dopo il fallimento bipartitico della gestione di Alitalia, si è deciso di vendere al meglio (al peggio) alla principale compagnia estera concorrente. Come sa chi conosce l'abc dei mercati e dei loro effetti sulle condizioni di lavoro, è chiaro che una vendita organizzata in questo modo consegna all'acquirente tutto il potere e lascia al venduto solo il compito di chiedere pietà. Inoltre il ministro del Tesoro ha incentivato le rigidità di Air France. Minacciando la chiusura dell'azienda se non si fossero accettate le condizioni dei francesi.
Da quel che abbiamo capito Air France non ha neppure iniziato un negoziato, ma ha riaffermato la propria impostazione chiedendo al sindacato e al governo di smussarne gli angoli con gli ammortizzatori sociali. Non c'è nulla di cui stupirsi: le multinazionali, quando comprano, all'inizio promettono mari e monti, ma poi in concreto tagliano, chiudono, licenziano. Così fa l'Electrolux, contro la quale hanno scioperato il 4 aprile tutti i dipendenti italiani, così Nokia e Thyssen, così fan tutte. Toccherebbe allora alla politica porre dei limiti, sia sul piano delle strategie industriali, sia su quelle dell'occupazione. Nulla di tutto questo c'è stato. Berlusconi ha fatto il baüscia vantando inesistenti cordate, Prodi e Padoa Schioppa hanno sostenuto i francesi e minacciato i sindacati. Ora invece si preferisce dare la colpa al corporativismo sindacale.
E' vero che i sindacati dei trasporti sono stati spesso coinvolti in pratiche cogestionali e corporative, volute dai dirigenti aziendali sia di destra che di sinistra. E' vero che i sindacati confederali spesso hanno rinunciato al conflitto e al consenso democratico dei lavoratori, per essere associati al potere delle aziende. Non solo in Alitalia, ma nelle Ferrovie, nelle municipalizzate (l'8 aprile a Firenze scioperano i dipendenti dell'Ataf contro un accordo che non ha il consenso né delle Rsu né dei lavoratori). E' vero che con la concertazione e la cogestione è passata un'adesione sindacale a strategie aziendali sbagliate. Ma è paradossale che proprio questa volta che sindacati dell'Alitalia, tutti assieme, propongono alla controparte un negoziato responsabile sulle politiche industriali e sull'occupazione, costruito con il consenso dei lavoratori, sono sotto accusa. E' questo il segnale di quanto stia precipitando a destra l'asse sociale, politico e culturale del paese. Il segno di quanto la politica fin qui seguita dal centrosinistra prepari un'accelerazione liberista tanto fuori tempo, vista la crisi economica mondiale, quanto pervicacemente acclamata. I giornali esaltano i «quadri» aziendali che si schierano con i francesi e contro il sindacato, mentre per tutti gli altri lavoratori si alimenta la paura. Ripartirà la campagna contro i privilegi di chi lavora, perché in Italia l'unico lavoratore che raccoglie attenzione e rispetto è quello che muore negli incidenti sul lavoro. Tutti gli altri sono o invisibili o corporativi. Se ogni diritto e ogni condizione di miglior favore diventano privilegio, cosa vogliono quelli dell'Alitalia? Conservare uno stipendio decente e un minimo di scurezza sul lavoro? Che imparino dai precari dei call center. Ancora il solito tg1 ha mostrato tutto contento i lavoratori licenziati da Swissair, che si sono dati da fare per trovare un'occupazione. E' utile ricordare che la distruzione del sindacato e di tutti i diritti dei lavoratori americani cominciò nel 1980, quando Reagan licenziò in un sol colpo 18 mila controllori di volo: anche quelli erano lavoratori privilegiati. Dobbiamo percorrere allora tutti i passaggi del disastro sociale negli Usa, perché le parole di Obama divengano concrete da noi? Magari è proprio questo il disegno di Veltroni. I lavoratori di Alitalia, con le loro paure, ragioni e contraddizioni, sono soli. Sotto una campagna che fa sembrare di sinistra persino il buon senso di Cesare Romiti, che si domanda perché non si possa far continuare a lavorare l'azienda, tagliando gli sprechi ma conservando il patrimonio industriale, forzando tutte le regole del mercato come si è fatto per la Fiat. Ma oramai siamo in attesa del ritorno di Spinetta che, nuovo Carlo D'Angiò, venga a salvare l'Italia. Che classe dirigente inetta e priva di capacità e dignità. Che vergogna scaricare tutto sui lavoratori. Non sappiamo come finirà questa vertenza, ma una cosa è chiara: grazie a Prodi e a Padoa Schioppa il sindacato della concertazione, della cogestione, della collaborazione con governo e azienda è morto. Anche se non è un risultato da essi voluto, grazie a loro niente diventa più utile, serio e attuale del conflitto sociale e dell'indipendenza del sindacato dai governi, dai partiti e dalle aziende.
E' meglio comprare Air France
Giovanni Colonna
La notizia: si cercano 8 imprenditori disposti ad investire 200 milioni ciascuno per salvaguardare l'italianità di Alitalia. Ristrutturare Alitalia non è un' impresa impossibile, ma messa in piedi in fretta e furia sulla spinta di esigenze elettorali rischia di avere il solo effetto di distruggere altra ricchezza e rimandare il problema. Capovolgiamo la questione: con 1,6 miliardi di euro di capitale di rischio si può ottenere un prestito di 1 miliardo da quasi qualsiasi banca nel mondo e, oggi, una somma del genere (2,6 miliardi) è sufficiente a comprare sul mercato la maggioranza delle azioni Air France visto che la compagnia transalpina in borsa vale 5,2 miliardi di euro. Non è forse un investimento migliore che gettarli nella fornace Alitalia?
Nel 2007 Air france ha prodotto 656 milioni di flussi di cassa e utili netti per 891 milioni, i soli dividendi delle azioni sarebbero sufficienti a pagare gli interessi sul debito del prestito contratto; con gli stessi soldi che oggi servirebbero per salvare Alitalia un gruppo di imprenditori potrebbe ottenere il controllo di una delle principali compagnie aeree del mondo e fare un buon affare. Una operazione di capitale non ideologica. Invece ci si concentra su una battaglia sterile - l' italianità della società - senza capire che non esistono cose italiane o cose francesi ma solo cose che funzionano e cose che non funzionano. L'Alitalia è una società che non funziona e così com'è dovrebbe fallire. Se un gruppo di imprenditori del nord comprasse veramente Air France potrebbe pensare con più calma a come sviluppare Malpensa per farne un hub europeo e a come integrare Alitalia. Ma anche da azionisti di riferimento potrebbe farlo solo se il progetto avesse senso, e il giudice del «senso» in un sistema capitalista combacia con il profitto non con l'orgoglio nazionale.
Milano può avere un aeroporto internazionale solo se il tessuto economico che ne usufruisce è capace di pagarne il prezzo. Ogni cosa funziona nella misura in cui ha senso, Altrimenti è vanità. L' idea di una compagnia di bandiera in perdita che mantiene due Hub centripeti (Roma e Milano) quando tutto il mondo sviluppa modelli centrifughi è un vessillo d'oro che svetta su una costruzione senza fondamenta. Salvare Alitalia senza un progetto è sopra la ragione, è la sopravvivenza di un simbolo che è solo facciata; Scriveva Saint Exupéry: «L'autorità riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se tu ordini al tuo popolo di andare a gettarsi in mare, farà la rivoluzione. Ho il diritto di esigere l'ubbidienza perché i miei ordini sono ragionevoli». Cioè possiamo ordinare al sole di tramontare, ma solo la sera verso le sette e quaranta saremo ubbiditi a puntino.
La proprietà da dei diritti sulle cose, e questo è tutto ciò che si può comprare con i soldi, ma nessuna società può prescindere dall' accettazione del fallimento a meno di prescindere dalla democrazia; Se qualcosa non va bene deve cambiare; vogliamo un vettore italiano? Vogliamo un hub a Milano? Compriamo Air France e trattiamo alla pari con i francesi l'integrazione e il risanamento di Alitalia, e lo spazio che può ragionevolmente occupare .Più dei soldi servono coraggio umiltà e fantasia, serve l'idea dell' impresa; quando sono al servizio di un idea i soldi si trovano quasi sempre.
«Ho la cordata, servono i soldi»
L'attivismo del cavaliere come ai tempi della Iar, quando bloccò i piani di Prodi e De Benedetti su Sme. Passera lo corregge ma non chiude. Veltroni svicola, esecutivo preoccupato: se ha delle carte le mostri subito. Entro marzo Berlusconi fa campagna elettorale con Alitalia. «Serve un prestito ponte del governo, Banca Intesa e investitori seguiranno»
Andrea Fabozzi
Roma
Al mattino Silvio Berlusconi rilancia la «cordata di imprenditori italiani» radunati intorno a Banca Intesa per contendere Alitalia ad AirFrance-Klm. Al pomeriggio il presidente di Banca Intesa Corrado Passera frena: «Non c'è nulla sul tavolo, da tre mesi non prendiamo parte ad alcuna trattativa». La borsa crede a lui e blocca la ripresa del titolo. Strana corrispondenza questa tra il cavaliere e il banchiere tradizionalmente vicino a Prodi e al centrosinistra. Berlusconi è in campagna elettorale e si atteggia a paladino dei lavoratori Alitalia (e di Malpensa), a Passera fa piacere che la partita si riapra. Probabilmente è troppo tardi: «Il piano di AirOne era molto bello ma è superato dagli eventi», ammette. Al cavaliere il presidente di Banca Intesa manda a dire che non è lui che comanda il gioco: «Non abbiamo mai investito in qualcosa perché chiamati da qualcuno, ed è per questo che abbiamo sempre fatto buoni affari». Ma uno spiraglio, piccolo, resta aperto: «Dovremmo avere maggiori informazioni, saperne di più - conclude Passera - su queste basi è inimmaginabile un'offerta». A Berlusconi basta questo per potere, a sera, assicurare che la cordata di imprenditori è in piedi - «ne farebbero parte anche i miei figli, se fosse necessario» - e che Banca Intesa non ha gettato la spugna: «Mi risulta in maniera inequivocabile che chiedono che sia data anche a loro la possibilità di una due diligence (una verifica dei conti, ndr) per conoscere la realtà aziendale».
E' chiaro che Banca Intesa non ha intenzione di azzardare un altro passo sapendo di avere contro il governo. Ma rimasto per mesi silenzioso sul caso Alitalia, adesso che ha deciso di giocare anche questa partita in chiave elettorale Berlusconi è inarrestabile. Tanto da riprendere i colloqui con Prodi: lo chiama al mattino presto e gli assicura che l'offerta - ancora coperta - arriverà. Ma il cavaliere ha una richiesta molto pesante: un nuovo prestito ponte da parte dello stato ad Alitalia che conceda all'azienda e dunque all'ipotetica nuova cordata imprenditoriale tre-quattro mesi di tempo per riequilibrare la rotta. Prodi, al telefono con il cavaliere, chiarisce che l'Europa ha regole molto rigide per autorizzare questo genere di intervento pubblico: il prestito deve essere fatto a condizioni di mercato. E poi chi sono questi imprenditori disponibili, oltre ai Toto di AirOne (un nipote del fondatore è candidato con il Popolo delle libertà alla camera in Abruzzo), che fino ad oggi non si sono fatti avanti? Prodi sa di non poter chiudere ad ogni alternativa col rischio di presentarsi come un entusiasta del piano lacrime e sangue di AirFrance. Per questo aveva già mercoledì cercato al telefono Berlusconi per farlo uscire dal vago. Anche perché l'iniziativa del cavaliere sta ridando vita al partito dei «nazionalisti» che vedono male la cessione della compagnia di bandiera, ce ne sono anche nella maggioranza, Rutelli ad esempio. «La scadenza per nuove offerte resta il 31 marzo», chiarisce il presidente del Consiglio uscente. Il rischio altrimenti è che Alitalia si avvii al fallimento e che la colpa venga scaricata sul centrosinistra. Il ministro del tesoro Padoa Schioppa insiste: se c'è qualcuno interessato davvero ad Alitalia «si faccia avanti con atti formali e offerte concrete, altrimenti distrugge una possibilità di vendita anziché costruirne una nuova. I tempi, ormai strettissimi, non possono dipendere dal calendario politico». Cioè niente rinvio a dopo le elezioni. Il ministro però è il primo a non credere all'esistenza di alternative ad AirFrance. Era stato lui stesso a cercarle ormai molti mesi fa.
Piazzata com'è a ridosso del voto politico, la partita per Alitalia resta di grande difficoltà soprattutto per il centrosinistra già in svantaggio nei sondaggi. Veltroni se ne tiene alla larga, limitandosi a punture di spillo nei confronti degli avversari (e ieri Il Sole 24 Ore sfotteva l'ambiguità del segretario Pd). L'attivismo di Berlusconi fa paura soprattutto perché finalizzato solo a un guadagno elettorale. Una cordata fasulla, utile solo per intralciare i piani del governo: il cavaliere lo ha già fatto più di venti anni fa ed anche allora avendo Prodi dall'altra parte. Erano i tempi della Iar, il consorzio con il quale Berlusconi pretese di acquisire la Sme, l'alimentare di stato che l'Iri aveva deciso di cedere alla Cir di De Benedetti. Una vicenda che anni dopo avrebbe originato un processo per corruzione giudiziaria concluso solo nell'autunno scorso. Salvando Berlusconi e Previti, con la prescrizione.
Alitalia: non dalle nostre tasche! - 22 aprile 2008 (da http://www.lavoce.info/)
Ci risiamo. Ancora una volta la politica si è messa nel mezzo e così è saltata la trattativa con AirFrance-Klm, come otto anni fa era saltata quella con Klm. Nel frattempo la compagnia ha perso prestigio, aerei e collegamenti internazionali, con danno rilevante per lo sviluppo del Paese. Non solo, Alitalia ha perso soldi in 14 degli ultimi 15 anni e ha succhiato (per ricapitalizzazioni) oltre 5 miliardi di euro dalle tasche dei contribuenti italiani; contribuenti che in grande maggioranza non volano. La spregiudicatezza elettorale del prossimo Presidente del Consiglio, la cecità dei sindacati e un malinterpretato federalismo territoriale hanno spinto anche Air France a ritirarsi. Ora, con la compagnia con l’acqua alla gola e a rischio di fallimento minuto per minuto, si propone un ulteriore sacrificio, un prestito “ponte” di 100-150 milioni di euro, di nuovo sulle spalle del tartassato contribuente italiano. Un prestito oltretutto che la Commissione Europea ha già bollato come illecito aiuto di Stato. Tanto che qualcuno propone di giustificare il prestito con “ragioni di ordine pubblico”. Ma a tutto c’è un limite, quantomeno di decenza. Naturalmente, il ricco Presidente del Consiglio “in pectore” e i suoi amici sono liberissimi di offrire contributi volontari alla compagnia di bandiera, se così desiderano. Ma il Consiglio dei Ministri ancora in carica non attinga alle nostre tasche. Perché - caduta la trattativa con Air France-Klm – il “ponte” non porta da nessuna parte in tempi brevi: alla fine del ponte sembra esserci solo il vuoto o qualche altro lungo “ponte”. Insomma, tanti altri nostri soldi buttati. Sarebbe meglio che il Governo aspettasse ancora 2 o 3 giorni e poi, se non si manifestassero prospettive serie e concrete (industriali oltre che finanziarie), lasci partire il commissariamento. Probabilmente, così si arriverà al fallimento. Sarebbe forse una lezione salutare per tutti gli sgangherati attori di questa pessima…compagnia di giro.
Andrea Boitani e Massimo Bordignon
Cordate - 19 aprile 2008
AirFrance, Aeroflot. Tutto va bene per migliorare il risultato finale della trattativa. Anche se, fuori dalle polemiche elettorali, Alitalia convolerà a giuste nozze, quasi certamente con Air France. Come ha detto Berlusconi, basta che ci sia “pari dignità – il che non significa nulla, ma aiuta perché si può sempre sostenere che finora Air France non l'avesse data, e che la sua prossima proposta (quasi identica alla prima) soddisfa invece questo requisito.
E va bene così proprio per difendere l’interesse nazionale, per avere qualcuno che ha capacità manageriale, risorse finanziarie e network capaci di rilanciare questa impresa. Questo non basterà per garantire che la nuova Alitalia sappia dare un servizio di qualità a prezzi accettabili – per questo si dovrà far funzionare la concorrenza. E largo ai vari Meridiana, AirOne, ecc., ben vengano, e chi ha pilo (competitivo) farà più tela.
E Malpensa? Non è mai stato un problema del nord. Andate a Bergamo o Brescia per sentire quanto tengono a Malpensa. Eppure i milanesi ricordano bene che l’unica ragione per cui tanti volano da Malpensa è che dieci anni fa un decreto del governo (centro sinistra) chiuse centinaia di voli da Linate, che il mercato voleva tenere lì e cheper decreto sono stati deportati a Malpensa.
Il ridimensionamento di Malpensa è un problema dell’alta Lombardia e dovrà esssere risolto come tale: un problema di sviluppo territoriale.
La lega – a suo tempo contraria all’intervento dello Stato – oggi reclama i soldi di Roma per Malpensa. Ma se diamo aiuti di Stato a una delle regioni più ricche d’Europa, quanto denaro dovremo dare alla Sicilia?
Carlo Scarpa
22 Apr, 2008
Ici e federalismo: uno dei due รจ di troppo.
LO STRANO CASO DEI FEDERALISTI ANTI-ICI
di Pietro Reichlin 22.04.2008 (http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000377.html)L'Ici garantisce quasi il 60 per cento delle entrate tributarie dei comuni. Eppure, il nuovo governo si accinge ad azzerarla, almeno sulla prima casa. Certo, trasferire il carico fiscale dalla proprietà alle attività produttive può procurare un vantaggio elettorale, ma rivela una notevole dose di miopia, dei governi e degli stessi elettori. L'abolizione dell'imposta è contraria ai principi di base del federalismo, renderà i comuni meno virtuosi, avvantaggia soprattutto i contribuenti più ricchi e sarà un ulteriore freno alla modernizzazione del paese.
Si
può essere dei veri federalisti, come proclamano i politici della Lega
e il prossimo governo Berlusconi, e proporre l’azzeramento dell’Ici sulla prima casa?
L’imposta
garantisce quasi il 60 per cento delle entrate tributarie dei comuni.
La sua abolizione, anche se compensata da un corrispondente
trasferimento dallo Stato, limita notevolmente l’autonomia fiscale
dei governi locali ed espone i cittadini al rischio concreto di dover
pagare nuove tasse nel futuro. Il disavanzo pubblico non può essere
ulteriormente aumentato e i trasferimenti necessari a compensare
l’abolizione dell’Ici potranno essere coperti solo da un aumento di
qualche atro carico tributario o dalla riduzione di qualche servizio.
Come diceva Milton Friedman, non esistono “pranzi gratis”.
L'IMPOSTA PIÙ IMPORTANTE PER I COMUNI
Anche
se volessimo credere che i pranzi gratis esistano veramente, ci sono
altre considerazioni di cui un vero federalista dovrebbe tenere conto.
In primo luogo, la proposta potrebbe incentivare i comuni ad aumentare le imposte locali
pochi giorni dopo l’azzeramento forzoso dell’Ici. Se i partiti che
governano un comune sono riusciti a vincere le elezioni quando gli
elettori pagavano l’imposta, gli stessi partiti penseranno che, dopo
l’abolizione dell’Ici, gli stessi elettori saranno disposti ad
accettare l’aumento di qualche altro tributo. Di conseguenza, la
pressione fiscale complessiva potrebbe aumentare.
Uno dei capisaldi del liberalismo
è che i governi possano procurarsi risorse pubbliche solo mediante la
tassazione del reddito o della proprietà di cittadini-elettori. In
democrazia vince il partito politico che, a parità dei servizi offerti,
riesce a tassare di meno. Si tratta di un importante principio di
responsabilità ed efficienza. Ma se il livello di tassazione è
sottratto alla responsabilità dei governi, questo principio viene meno.
I governi possono spendere di più, e in modo ingiustificato, perché i
costi di queste spese ricadono su un’entità esterna (il governo
federale).
La proposta di Silvio Berlusconi di abolire l’Ici è un
classico esempio di cattivo federalismo. L’Ici è la tassa più
importante per i comuni. Senza l’Ici, i costi della cattiva politica locale sono trasferiti al governo nazionale.
PERCHÉ TASSARE GLI IMMOBILI
Forse
Berlusconi vuole abolire l’Ici perché ritiene ingiusta o inefficiente
la tassazione degli immobili? Che sia inefficiente tassare gli immobili
è contrario alla più elementare logica economica. Se tassi il lavoro o
le attività finanziarie, la gente lavora di meno e investe all’estero.
Se tassi gli immobili (ai livelli attualmente vigenti in Italia) gli
effetti negativi sull’offerta sono nettamente inferiori: una modesta
riduzione degli investimenti immobiliari e qualche cittadino che
trasferisce la residenza in un altro paese. In tutte le nazioni
sviluppate esistono tasse sui patrimoni, oltre che
sul lavoro e sui consumi. In Italia la pressione sui patrimoni è tra le
più basse tra i paesi Ocse: preferiamo tassare il lavoro e i profitti
d’impresa. Dovremmo fare il contrario: nel nostro paese lavorano troppe
poche persone e le imprese sono troppo piccole. Negli Stati Uniti,
la tassa sugli immobili serve ai governi locali per finanziare scuole,
infrastrutture e programmi sociali. Uno dei motivi principali per
delegare alle giurisdizioni locali la tassazione della casa, è proprio
il fatto che questo bene è meno mobile di qualsiasi altra forma di
ricchezza. Un’altra ragione per cui l’abolizione dell’Ici dovrebbe
suscitare l’opposizione di chi crede nel federalismo.
Va poi
ricordato che la Finanziaria del 2006 ha trasferito la gestione del
catasto ai comuni. La misura è evidentemente ispirata a una logica di
decentramento, con l’obiettivo di migliorare i servizi ai cittadini e
la qualità dei dati catastali. È vero che la Finanziaria 2007 ha
ridimensionato le competenze sull'aggiornamento degli estimi, lasciando
ai comuni soltanto un ruolo di collaborazione e riportando questa
funzione in capo allo Stato: ma quale incentivo avranno comunque a
svolgerla se la prima casa non sarà più tassata?
Berlusconi è un
politico abile. Ha capito che l’Ici è la tassa più odiata dagli
italiani. Non perché sia troppo elevata. L’ultimo governo Prodi ne
aveva già ridotto l’importo oltre il necessario. Forse perché l’80 per
cento degli elettori possiede una casa e solo il 60 per cento degli
italiani in età lavorativa svolge un’occupazione?
Trasferire il carico fiscale dalla proprietà alle attività produttive può procurare un vantaggio elettorale,
ma rivela una notevole dose di miopia, dei governi e degli stessi
elettori. L’abolizione dell’Ici è contraria ai principi di base del
federalismo, renderà i comuni meno virtuosi, avvantaggerà soprattutto i
contribuenti più ricchi e sarà un ulteriore freno alla modernizzazione
del paese.
22 Apr, 2008
La sconfitta e la tv
http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=74747
Piccoa nota: si chiama egemonia e si basa sul capitale. Di seguito l'articolo.
Ed è pure emblematico il fatto che la televisione non sia cambiata di una virgola con il centrosinistra al governo, incapace di mettere in piedi un progetto alternativo di tv per gli italiani, che sapesse sposare la popolarità non dico con l’intelligenza, che è merce rara, ma almeno con la dignità. Dalle sei del mattino fino a notte inoltrata, il monopensiero televisivo ha formato un mondo, una mentalità dominante, schiacciante. Da Festa italiana a Verissimo, passando per Vespa a Cucuzza, senza considerare Amici e l’incredibile video di «Meno male che Silvio c’è», sorvolando sui giochetti milionari e il cinismo vallettopolaro di Buona Domenica, abbiamo avuto un martellamento ininterrotto, durato anni e anni, che è stato la principale fonte di informazione ed il principale nutrimento intellettuale di milioni e milioni di italiani.
Si dirà: che banalità, questa storia degli italiani manipolati dall’imperium mediatico berlusconiano. Sarà anche una banalità, ma gli effetti si sono avuti fin su nel salotto di Vespa, dove per altrettanti anni degnissimi esponenti del centrosinistra (e, bisogna dirlo, in particolar modo della Sinistra ora finita nel macero) si facevano trattare come degli scolari messi dietro la lavagna da Bruno Vespa. È lì che vedi l’effetto del berlusconismo, quando ti rendi conto di quanto il mondo che noi definiamo «di sinistra» sia stato culturalmente, oltreché politicamente, succube di questa destra.
Qualcuno ha già rilevato che lo spostamento in area leghista di un’infinità di voti provenienti dalla sinistra è sintomo dello smottamento della coscienza civile del paese, dato che indiscutibilmente l’asse portante del leghismo sono «gli sghéi» e «il négher», che deve tornarsene a casa sua anche se la casa non ce l’ha: mettiamo questa immagine accanto a quelle scorse in abbondanza su Retequattro relative al concorso di Miss Padania, shakeratele subito dopo con le «meteorine» di Emilio Fede, con le incursioni di Fabrizio Corona sui luoghi di (vari) delitti, e capite cosa si intende per smottamento della coscienza civile.
Da parte della sinistra c’è sempre stata una sottovalutazione drammatica della questione mediatica. Laddove la destra ha condotto lucidamente e con estrema determinazione la sua strategia in campo televisivo ed editoriale, la sinistra è apparsa distratta, confusa, incerta, assente. Quello berlusconiano è un modello culturale prepotente, pervasivo: va dal rotocalco alla Chi, vero house-organ del berlusconismo e della cultura dell’a-legalità, fino ai talk show politici, dalla curiosa logica dei telegiornali che per malinteso senso dell’istituzionalità sorvolano sugli aspetti più eclatanti dell’azione di Re Silvio, fino alla fatua assurdità delle trasmissioni pomeridiane di gossip, che sposano l’abiezione della cronaca con l’abito da sposa della velina tal de’ tali che si fa impalmare dal calciatore tal de’ tal’altro.
Visioni da incubo: vai nelle enclave operaie del nord e del sud, vai nelle borgate, trovi milioni di ragazzini che sembrano usciti dallo stampino delle televisioni Mediaset. Vai nei paesi di provincia e vedi la pancia dell’italianità sprofondata nella religiosità spettacolare e postmoderna che unisce le stimmate di Padre Pio alle trasmissioni in tema miracolistico di Bruno Vespa. Vai nei supermercati e vedi le mamme che inveiscono contro i prezzi («colpa dell’euro!») e che ti paiono uscite dal pubblico di Forum, vai nelle periferie e vedi la paura degli immigrati e ti ricordi che in tv le uniche straniere sono Aida Yespica e Fernanda Lessa, vedi i salari sprofondati negli abissi e ti ritrovi bombardato dalle televendite di Mediashopping... E poi ti chiedi: dov’era la sinistra in questi anni?
rbrunelli@unita.it
21 Apr, 2008
Una Sinistra unitaria e plurale resta la strada
...la destra più rozza dell'Europa occidentale s'è impadronita della mente degli italiani, facendo del nostro un paese egoista e miope, nel quale ognuno si è chiuso in quel che crede il suo interesse più immediato mentre d'una democrazia decente più nulla importa (Rossana Rossanda)
Le
ragioni della sconfitta della Sinistra, le condizioni per la ripresa,
dalla news letter di Sinistra Democratica del 18 aprile 2008
(di Silvia Bandoli)
Sarà un pezzo più lungo di
quelli che scrivo di solito, me ne scuso. Ma il momento è serio. Il
Popolo delle libertà e la Lega stravincono le elezioni, il Pd resta
inchiodato a oltre nove punti di distanza , Berlusconi torna al
governo, la Sinistra Arcobaleno subisce una sconfitta storica e per la
prima volta non entra in Parlamento. Siamo stati penalizzati
dall’appello ossessivo al voto utile (tanti elettori di sinistra hanno
votato Pd illudendosi di poter battere Berlusconi ma il loro voto non è
servito) e dall’astensione di un’altra parte delusa dall’operato del
Governo Prodi appoggiato anche dalle forze di sinistra.
Questi due elementi però non spiegano una sconfitta tanto bruciante
maturata nell’ultimo anno, e che deriva dai nostri enormi e persino
incredibili errori.
Non abbiamo convinto gli elettori che avevano votato a sinistra nel
2006, non abbiamo conquistato nuove forze. La Sinistra Arcobaleno in
versione lista elettorale finisce qui. Quando nacque il Pd dicemmo che
era un terremoto politico, che nulla sarebbe più stato come prima. Che
nessuna delle forze della sinistra poteva da sola rispondere al vuoto
che si creava a sinistra del Pd: che era necessaria e urgente una
sinistra unitaria e plurale, un nuovo soggetto politico. Ma tra il
nostro dire e il nostro fare c’è stato di mezzo il mare.
Abbiamo sprecato un anno . Nonostante gli Stati Generali in
dicembre, dove tutti i dirigenti della sinistra politica si erano
dichiarati pronti a promuovere e a farsi “travolgere” da una
costituente della Sinistra , capace di risvegliare la partecipazione
alla politica, pochi giorni dopo tornavano a prevalere chiusure,
piccoli egoismi e nessuna costituente è partita nei territori. Siamo
così arrivati tardi all’appuntamento delle elezioni anticipate, solo
con una lista elettorale (la Sinistra Arcobaleno), senza una idea di
sviluppo di questo paese, senza un progetto chiaro e credibile per il
dopo elezioni, noncuranti di ristabilire un minimo di radicamento
sociale.
Abbiamo puntato tutto sul fatto che la sinistra rischiava di
scomparire, che bisognava difenderne l’esistenza. Questo appello non
poteva essere sufficiente perché per quanto un elettore di sinistra sia
sensibile al mantenimento di una Sinistra nel suo Paese egli vuole
capire come sarà, dove lo porta, quali politiche concrete propone per
cambiare in meglio la vita delle persone, quali principi mette a base
del suo progetto. E vuole anche democrazia nelle scelte programmatiche,
nella elezione dei gruppi dirigenti, nella definizione delle liste,
condivisione e partecipazione. Senza democrazia diventa asfittico
qualsiasi organismo politico (oppure diventa leaderistico e
personalistico come sono il PDL e il PD). Senza partecipazione siamo
stati percepiti come uno dei tanti ceti politici che cercano di salvare
loro stessi, e questo, per una sinistra che aveva denunciato la crisi
della politica e si era proposta di cambiarla nelle forme e nei modi è
risultata una contraddizione enorme. Se ci guardiamo intorno siamo,
paradossalmente, noi dirigenti della Sinistra Arcobaleno quelli che più
di tutti gli altri risultano travolti dalla pesante critica che
montava, spesso con analisi che io non ho condiviso, dalla cosiddetta
antipolitica. E a questo voglio aggiungere che l’aver dato una immagine
totalmente maschile è stato un limite serissimo che denuncia una cecità
profonda e mai superata.
Se sono vere anche solo una parte delle cose che ho scritto fin qui
è chiarissimo che siamo di fronte ad una mole enorme di problemi da
capire e da risolvere se vogliamo pensare ad una ripartenza. Per
ricominciare bisogna avere chiare le ragioni di una sconfitta,
rimettere mano in fretta alle pratiche politiche sbagliate che hanno
condotto a quegli errori, cambiare con la democrazia (e non con
sommarie rese dei conti) coloro che dirigeranno in futuro l’eventuale
progetto di rilancio. Ma bisogna anche dirsi con chiarezza e senza
prese in giro qual’è la proposta politica e il progetto di paese che
vogliamo rimettere in campo. Ho scritto tante volte della Sinistra che
vorrei e non potrei adesso scrivere cose diverse .
Vedo moltiplicarsi in questi giorni convulsi appelli di ogni genere
ma ciò che li accomuna è un dato chiaro: la richiesta di tornare ognuno
nei propri accampamenti e nei vecchi perimetri culturali. Il solito
ritornello che vuole i comunisti con i comunisti, i verdi con i verdi,
i socialisti con i socialisti..ripropone solo la congenita e maledetta
incapacità delle varie culture della sinistra italiana a stare insieme.
E’ una resa. Credo che ognuna di queste culture politiche per quanto
ben organizzata non possa, da sola, andare da nessuna parte. Temo che
andrebbe solo verso il suo esaurimento.
Sento anche che alcuni altri (pochi per fortuna) propongono di
trasferirci armi e bagagli nel Pd : mi pare anche questa una proposta
disperata e sbagliata. Se siamo uomini e donne di sinistra come
potremmo ritrovarci in un partito che , per sua stessa ammissione non è
e non vuole essere un partito di Sinistra?
Tutte le ipotesi che ho elencato rinunciano alla sfida che resta
intatta davanti a noi e che ci è caduta addosso quando è nato il Pd :
come e chi ridarà forza ad una sinistra in italia? Come ricostruirla? E
su quali basi? Dobbiamo tenere i nervi saldamente ancorati alla ragione
perché in un momento tanto grave i gesti istintivi e frettolosi possono
apparire più semplici, ma in genere sono sostenuti da poco pensiero e
rischiano di diventare altri errori che si accumulano a quelli già
fatti. Io penso che resti tutto intero davanti a noi l’obiettivo di una
sinistra unitaria e plurale perché ritengo maturo (anzi oramai quasi
scaduto) il tempo nel quale le culture più storiche della sinistra
possano convivere insieme a quelle più recenti e nuove (quelle nate
dall’ecologia scientifica, dal pensiero della differenza di sesso e
dalla libertà femminile, dalla critica alla globalizzazione). E del
resto quanti di noi interrogando la loro coscienza (e anche la loro
pratica politica quotidiana) potrebbero dirsi oggi solo e soltanto
comunisti, o solo socialisti o soltanto verdi? Siamo molte culture
(ognuno di noi ne raccoglie nel suo intimo molte più di quel che ci
diciamo) e insieme dobbiamo cercare di radicare nel paese una sinistra
unitaria e plurale. Che non può essere la somma di tanti partitini e
dei suoi gruppi dirigenti, ma un soggetto politico nuovo.
Per quel che attiene al progetto riparto anche qui da cose già dette :
“Se non si cresce non c’è nulla da ridistribuire. La crescita prima
di tutto e il Pil come totem” Questo è stato il tema della campagna
elettorale del PDL ma purtroppo è diventato anche il motivo dominante
di quella del Pd. La Sinistra parte da altri presupposti: è una forza
politica che vede il mondo e le sue contraddizioni globali e ha il
coraggio di dire al Paese cosa deve crescere e cosa invece deve
decrescere.
Devono crescere, ad esempio,i servizi immateriali, i trasporti di
merci su ferro e per mare e i mezzi pubblici per le persone, il
risparmio energetico e le energie rinnovabili, il salario e gli
stipendi, la sicurezza del lavoro e il suo ruolo sociale, l’agricoltura
non modificata, le reti idriche, l’edilizia di manutenzione e di
recupero , l’impresa sociale, i diritti.
Devono diminuire le rendite, le speculazioni edilizie e
finanziarie, l’uso di cemento che ci vede tra i primi Paesi nel mondo,
il trasporto di merci su gomma, la dipendenza dal petrolio, il numero
di automobili, la chimica più inquinante, le spese per armamenti (che
negli ultimi dieci anni toccano il picco). La chiave di volta è una
idea di sviluppo fondata sulla riconversione ecologica di settori
importanti della nostra economia. Una diversa concezione dei
consumi,dei cicli produttivi e delle merci. Lanciare allarmi sui
cambiamenti climatici e sui limiti delle risorse naturali non vale
nulla se si rinuncia ad indirizzare lo sviluppo verso altri fini, anche
attraverso indirizzi chiari e forti dello Stato in economia.
Il cambiamento del modello di sviluppo liberista è il nostro
obiettivo e la riconversione ecologica dell’economia è l’insieme di
riforme da mettere in campo per conseguirlo. Spesso la Sinistra non ha
saputo vedere quanta giustizia sociale passi attraverso la
riconversione ecologica, e ha sbagliato. Proviamo a pensare all’acqua.
Di quale giustizia sociale si può mai parlare in un mondo nel quale una
parte enorme di persone non ha accesso all’acqua e da qualche settimana
neppure al cibo minimo? Che l’acqua resti un bene comune, un diritto, e
che la gestione delle reti resti pubblica è una scelta precisa, di
sinistra, redistributiva, antiliberista. Il Pil misura in modo
indifferenziato la produzione di un Paese, non ci parla degli
squilibri. Il Pil non misura i diritti e non li garantisce, non
riequilibra le risorse, non ci parla di democrazia, non si cura della
sicurezza sul lavoro, non ci dice che stiamo consumando troppo
territorio agricolo, che cementifichiamo le coste (vera risorsa per un
turismo di qualità), che abbiamo il 40 per cento di acqua che si
disperde . Il Pil è un indicatore nudo e crudo.
Lo consideriamo, ma non è la bussola della Sinistra. A noi
interessa il benessere economico netto . Il disco rotto della crescita
indifferenziata gira sul piatto da molti anni. E da molti anni nulla di
buono cresce. Noi lavoriamo invece per l’aumento della qualità sociale
e ambientale dello sviluppo. Se queste (e molte altre ancora) sono
alcune delle nostre idee, dalle quali derivano progetti di cambiamento
che migliorano la vita delle persone, un altro nodo va sciolto al
nostro interno.
Si tratta del fatto se la Sinistra alla quale pensiamo debba avere
oppure no una cultura di governo. Che non vuole dire stare al governo.
Io provengo da una forza politica, il Pci, che aveva una solida cultura
di governo. Che sapeva misurarsi con tutti i problemi che i lavoratori,
i cittadini, gli insegnanti, i tecnici, le città come organismi
complessi presentavano. Si può stare all’opposizione con una solida
cultura di governo e ottenere risultati importanti, si sta spesso al
governo per anni senza ottenere alcun risultato e senza governare (la
Campania insegna).
Ebbene io penso che una sinistra unitaria e plurale per diventare
una forza popolare, radicata socialmente, presente sui problemi del
territorio debba avere una cultura di governo su tutti i temi che si
aprono davanti a noi in questo secolo così difficile. Nessuno escluso,
anche quelli che ci imbarazzano di più o che vedono una nostra
elaborazione assai scarsa. Parlerei di egemonia, una parola fondante
per la sinistra, ma non vorrei aprire un confronto filosofico.
Da ultimo le forme, i modi, le relazioni, le nostre parole. L’unica
forma per organizzare una forza politica di qualsiasi genere è la
democrazia. Nessuno accetta più, a sinistra di vivere senza democrazia.
Se la Pdl e il Pd hanno scelto il modello leaderistico e personale di
tanti uomini soli al comando io ritengo che la Sinistra non possa farlo
perché negherebbe in radice la sua natura. I modi sono quelli della
trasparenza delle scelte, della partecipazione e dell’ascolto, del
ritorno ad organizzazioni territoriali e a rete.
Le relazioni sono quelle tra le persone nelle quali si riconosce ad
ogni livello e si rispettano le differenze e la presenza e la libertà
di tutti e due i sessi. Le parole nuove ce le dobbiamo inventare tutti
e tutte insieme, e non sarà facile perché spesso, parlando quasi sempre
tra noi abbiamo assunto un linguaggio autoreferenziale e
incomprensibile a chi ci ascolta, ai giovani in particolare. Vedo in
questi giorni tentativi sommari di trovare capri espiatori, di
consumare rese dei conti. Inutili pratiche, vecchie come il mondo.
Chiarito il percorso che vorranno fare tutti coloro che non sono
disponibili a tornare dentro i recinti di prima allora democraticamente
e con un forte collegamento con i territori dovremo trovare tutta la
democrazia che serve per eleggere in modo trasparente chi dovrà portare
più responsabilità di altri. Vendola nella sua intervista di ieri ha
detto un nuovo gruppo dirigente che comprenda al suo interno anche una
nuova generazione, e io concordo. Dice anche che si potrebbe pensare ad
una direzione duale (un uomo e una donna), può essere e sarebbe un
fatto nuovo. Ma la condizione è che percorsi, programmi, persone
vengano scelte con la democrazia e con il voto. Abbiamo fretta da una
parte ma abbiamo anche un po’ di tempo. Rifondazione è alle prese con
un dibattito congressuale difficile che io rispetto e che credo vada
svolto. Ma pur seguendo con attenzione quella riflessione non è detto
che nel frattempo si debba restare fermi. Ripartiamo dal territorio,
dai gruppi unitari che si sono formati in tante realtà, dalle case
della sinistra, dalle associazioni che sono disponibili, dagli eletti
nei comuni, nelle province e nelle regioni. Costruendo attorno a loro
partecipazione , legame con i territori e discussione politica.
Riuniamoci, compagne e compagni, diciamoci tutto quello che pensiamo…e
poi, finite le critiche e le invettive, rimettiamoci in cammino.
20 Apr, 2008
Registrazione Assemblea Nazionale de La Sinistra L'Arcobaleno, Firenze 19 Aprile
Registrazione Assemblea Nazionale de La Sinistra L'Arcobaleno, Firenze 19 Aprile.
Su radio radicale la registrazione completa di tutti gli interventi:
http://www.radioradicale.it/scheda/252123/assemblea-nazionale-de-la-sinistra-larcobaleno
20 Apr, 2008
Quali rischi ci sono nel detassare gli straordinari?
Quali rischi ci sono nel detassare gli straordinari?
A
parte il merito della proposta, che analizzeremo dopo, è la forma in
cui viene presentata che svela il reale progetto del prossimo governo,
e lo si può leggere in una dichiarazione di Maurizio Sacconi, il quale
rivela candidamente che «la detassazione degli straordinari avverrà
indipendentemente dall'esistenza o meno di accordi sindacali». Insomma,
il futuro governo Berlusconi vuole creare un sistema che praticamente
incentiva a non contrattare, e spinge su istituti unilaterali come le
elargizioni «una tantum», gli straordinari non contrattati, gli assegni
ad personam. E' chiaro che se l'accordo integrativo non è detassato, a
fronte di uno straordinario che lo è, l'impresa non avrà alcun
interesse a sedersi al tavolo per firmare accordi, ma proporrà una
tantum ai lavoratori, che si vedranno costretti ad accettare dato che
non hanno alternative. E' successo di recente alla Tod's di Della
Valle, avremo tanti casi simili.
Si cancellerebbe il sindacato...
Di
fatto sì, perché si offrono ai lavoratori pochi soldi, maledetti e
subito, a fronte della «fatica» di dover fare scioperi. Ma nessuno
spiega che la contrattazione collettiva offre tante tutele normative
che così, in questa contrattazione «individuale», spariscono del tutto.
Senza contare poi che dalla riforma degli straordinari sarebbero
esclusi milioni di lavoratori, dai precari agli stagionali,
diffusissimi in settori come il commercio, l'edilizia, l'agricoltura.
E' un discorso che vale solo per il tipico lavoratore a tempo
indeterminato full time, e neanche ci guadagnerebbe granché: bisogna
fare 250 ore extra l'anno per avere circa 40 euro in più al mese,
secondo i calcoli del Sole24Ore su un operaio metalmeccanico. Mi mi si
deve spiegare che organizzazione del lavoro c'è in un'azienda dove si
fanno tutte queste ore. E poi ci sono rischi per la sicurezza e la
salute: dopo 8 ore in fabbrica o in un'infermeria ne faccio altre 2, o
4, come sarò alla fine del turno?
http://ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/19-Aprile-2008/art13.html
Alcune aziende potrebbero concedere aumenti retributivi ai propri collaboratori camuffandoli da ricorso allo straordinario, con un forte calo delle entrate fiscali e contributive a cui occorrerebbe porre rimedio verosimilmente aumentando le tasse, vista la genetica incapacità dei governi europei a tagliare la spesa. Inoltre, la disponibilità di ore lavorative aggiuntive a buon mercato rappresenta un incentivo alle imprese per non espandere l’occupazione anche in presenza di accresciuta domanda dei propri prodotti e per non compiere investimenti innovativi ad alta intensità di capitale. L’esito di simili decisioni, nel lungo periodo, sarebbe rappresentato da una decelerazione del tasso di crescita della produttività francese, e quindi nel declino del tenore di vita.
http://phastidio.net/2007/06/13/gli-straordinari-di-sarkozy/
19 Apr, 2008
I meglio comunisti
Ora che la sinistra è fuori dal Parlamento tutti a dire che è una storia finita. Ma quale storia? Dovendo proprio parlare di compagni, SDM si diverte di più con quelli di ieri. Altra pasta (dal Foglio del 19 Aprile)
“Mettetevi in testa che questo non è un Parlamento borghese che i deputati proletari devono combattere…”.
(Discorso di Palmiro Togliatti ai
parlamentari del Pci nel dopoguerra).
E adesso, chi a complimentarsi e chi a dolersi – con inevitabile nuovo
passo verso un sempre più innocuo modernariato. Dunque: i comunisti,
signora mia, i comunisti oddio non ci sono più… Dissolti tra le urne,
con gli operai passati dalla gloria della bandiera rossa alla mestizia
del fazzoletto verde, mentre il grottesco si fa sconfortante barricata
– “ci siamo occupati troppo di omosessuali e poco di operai”: senti che
razza di giustificazioni – e una stramba ultima deriva verso il nulla.
E’ tutto un lamento – dagli editoriali del Corriere agli opinionisti di
Casini – tutto un condolersi. I comunisti che non sono più in
Parlamento: mamma, e adesso? Giusto sui siti berlusconiani si trova una
certa becera soddisfazione – “Silvio, sei riuscito a fare quello che
gli Usa hanno provato a fare per cinquant’anni: fuori i comunisti dal
Parlamento italiano”: eroico. Tanta la partecipazione allo strazio
politico bertinottiano, tanti i complimenti allo sconfitto, che lo
stesso presidente della Camera, mentre il suo partito precipitava
dentro il pozzo aperto dalle urne, con un sorriso mesto sottolineava:
“Quando uno è defunto riceve molte lodi…”. Del resto, fatica inutile e
impegno sprecato. A dirla tutta – e molti lo dicono – i comunisti in
quell’aula non c’erano più già da anni e anni. Forse da venti, forse
dal tempo della svolta occhettiana, forse da qualche anno dopo e forse
persino da più di vent’anni. Ma quelli che erano i deputati del
glorioso Pci – l’originale accasato a Botteghe Oscure – quelli “tutti
presenti senza eccezione alcuna”, quelli che furono togliattiani e
berlingueriani, i severi funzionari e gli appassionati latinisti,
quelli scomunicati per davvero, con il pacco dei giornali sottobraccio
e l’Unità sopra a tutti, insomma: i comunisti come tradizione e
buonsenso volevano, beh, quelli mancano da un pezzo… Il resto è stato
per quasi quindici anni divertente parapiglia – il Monte Athos, la
quasi rissa ai cessi parlamentari tra un’intelligente trans e una
turbata forzista, i fischietti suonanti in aula, le canne minacciate in
cortile, i sottosegretari in piazza – forse anarchico socialismo, certo
dibattito perenne, comunque e sempre elevata convegnistica. I comunisti
delle Frattocchie – quelli che a volte fanno ancora drizzare per la
paura l’intero apparato tricologico del Cavaliere – purtroppo erano già
via da un bel pezzo.
Diciamo, i meglio comunisti: il classico, il dop e il doc. Tra i
compagni oggigiorno accasati nello Slow food si potrebbe dire: come le
uova di caviale rispetto a quelle di lombo. Altro tempo, altra vita,
altra storia. Per la quale è possibile agevolmente rintracciare qualche
struggimento, un po’ come lo stupore che prende quando succede di
tornare nel proprio paese dopo tanto tempo e dopo aver a lungo cercato
di fuggirne. Così erano? Così eravamo? In fondo, mica così male. A
Montecitorio, i deputati comunisti erano un’ordinata falange,
disciplinatamente votati alla causa. Che magari, per qualche ingenuità
linguistica potevano incorrere in curiose gaffe, ma sempre con il
chiaro profilo della lotta di classe all’orizzonte. Così, negli anni
Sessanta, il compagno onorevole Teodoro Bigi, da Reggio Emilia, invitò
con forza il governo a prendere provvedimenti a favore dell’industria
dei salumi presente in zona, prima che le contadine stremate fossero
costrette ad andare in città “a vendersi il culatello in piazza”. E non
meno fervida di prospettive politiche e di equivoci lessicali
contingenti – stando al resoconto contenuto in “Scusatemi ho il patè
d’animo”, di Guido Quaranta – risultò l’intervento dell’onorevole
Teresa Noce, che con durezza denunciò l’insensibilità sociale dei
governi democristiani, e in aula preannunciò che il Pci avrebbe
“raccolto i bisogni della gente”, li avrebbe sintetizzati politicamente
“in una Carta” e “portati a Montecitorio”. Ogni equivoco fu poi
chiarito. Il compagno che diventava onorevole – e ne ha dato splendida
testimonianza il compagno Peppone diventato senatore nell’apposito film
– viveva innanzi tutto un prolungamento della sua militanza. Non a
caso, e per decenni, fino all’inizio della dissoluzione degli anni
Ottanta, ben più dell’onorevole contava il segretario di federazione, e
persino Giorgio Napolitano, quando fu eletto a capo di quella di
Napoli, lasciò lo scranno di Montecitorio. L’obbedienza, per il
deputato del Pci, era una qualità apprezzata e una virtù richiesta.
Miriam Mafai, che di Giancarlo Pajetta fu a lungo compagna, nel suo
libro “Botteghe Oscure, addio” ha raccontato quello che s



